Intanto il dottore cercava di riacquistare la pazienza e la calma passeggiando su e giù per quelle due stanze, e pensava che se l’altrui stolta malvagità e leggerezza non le causasse stupidamente, molte ire funeste, molte indicibili angosce e molte insane vendette sarebbero risparmiate alla povera vita umana; quando l’usciere gli annunziò che il commendatore lo desiderava.
«Vorrà domandarmi degli schiarimenti su quanto è successo stamani» pensò, e seguì l’usciere.
S’inchinò al capo della provincia, dicendo: — Buon giorno, signor prefetto.
— Lei ieri, — gli rispose il prefetto, senza restituirgli il saluto — me n’ha fatta una grossa: ha firmato questa nota diretta al commissario distrettuale: non lo sa che le note ai commissari distrettuali le può firmare soltanto il prefetto?
— La nota, come vede, è urgente; vi si dà ordine di fermare al confine alcune bestie sospette d’epizoozia; lei non era in ufizio... partiva la posta...
— E non c’era il cavalier Ronzoni?
— Il cavalier Ronzoni non l’avrebbe firmata: lui prima di firmare una carta ci pensa almeno tre giorni.
— E fa bene; il cavalier Ronzoni è profondo.
— Sì, ma in questo caso non ci voleva la profondità, ma la sollecitudine; e però io, riserbandomi di domandare alla S. V. la sanatoria, firmai la lettera; non sapevo che in fatto di firme lei la intendesse diversamente dal prefetto Vigone suo antecessore.
— Il prefetto Vigone era padrone di regolarsi come voleva: noi facciamo le cose da uomini seri, e non da matti.
— Non era mica matto il commendator Vigone! era un bravo burocratico e un gentiluomo.
— Ebbene, e io sono il prefetto, e bisogna che faccia il prefetto, caro Stellini!
— Non ne dubito.
— Vede, ho qui un diluvio di cose da fare: ho qui una nota stupenda del segretario Candore: un vero capolavoro! ah che impiegato! che bravo impiegato, il Candore! e poi guardi... guardi... guardi... ha visto?
E ripetendo più volte _guardi_, batteva la mano, ingioiellata d’anelli, ora sull’uno e ora sull’altro dei vari fasci di carta che aveva sul banco, contenenti, fra due grosse tavole legate da grosse cinghie di cuoio, tutte le _pratiche_ delle diverse divisioni, che egli doveva firmare prima di sera.
— E son qui dalle otto di stamattina! — soggiunse, e intinse la penna.
— Mi permetto di ricordarle che quella lettera è urgente.
— Parte ora subito con la posta dell’una, caro Stellini.
Il dottore uscì, e il prefetto intinse la penna.
«È un pessimo impiegato — disse tra sè con un piglio d’odio covato a lungo. — Quanta superbia ha questo maledetto poeta! come parla al suo superiore! pare che il prefetto sia lui!... non io! e di tanto in tanto mi dà anche qualche bottata... aspetta, che ora t’accomodo io!» E intinse la penna.
«Come mai, pensava il dottore, tornando nella sua stanza, non mi ha punto parlato della mia arrabbiatura di stamani col segretario?... gliel’hanno ridetto di certo, ma si vede che non gli ha dato importanza.»
Ma il comm. Tummistufetti, dovendo fare un rapporto a S. E. il ministro dell’interno, voleva mostrargli di conoscere la cosa ne’ suoi più minuti, esatti, molteplici e insignificanti particolari. Perciò era ricorso alla polizia, cioè al Guitti, e non direttamente al dottore, come pareva dovesse fare per un dovere di lealtà e di riguardo verso un uomo rispettabile.
Questo modo di pensare, di giudicare e d’agire era politico nel comm. Tummistufetti, era retto, abile e coscienzioso.