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Tornando nella sua stanza, il dottore vide il segretario aspettarlo all’uscio, e capì subito che voleva muoverlo a compassione con quella sua aria afflitta di peccatore pentito. Temeva di essere rimesso in comune con gli altri _diurnisti_, il che gli avrebbe portato gravi svantaggi: una molto maggiore quantità di lavoro, un’osservanza più rigorosa dell’orario, la perdita di circa 200 lire annue che aveva come segretario del medico provinciale; il dottore anche gli dava qualche mancetta, e anche aveva potuto fargli ottenere qualche buon sussidio, ma nulla poteva calmare quell’animo cattivo, inasprito vie più dal bisogno, e invaso dall’idea d’essere egli pure una vittima dell’ingiustizia sociale.
Quando il dottore dunque gli passò davanti, il segretario tacque, ma affidò la più umile scusa, e la più fervida preghiera a un’occhiata.
Il dottore entrò nella sua stanza, e lo lasciò fuori.
«Non sto bene, egli disse tra sè, e sono troppo iracondo da qualche tempo... ma, come si fa? questa vita è per me un martirio insopportabile! Anche costui pare inventato a posta per farmi perdere la pazienza, e ne ho tanta! Ora pare un altro; pare un essere ragionevole, rientrato nei termini della realtà e della verità; non ha più quell’aria come se egli prestasse a me gratuitamente l’opera sua, e non al governo che lo paga sì poco. E opporsi a me, tradirmi, mentirmi, nascondermi le _pratiche_, denigrarmi, mancare all’ufizio, mancarmi di rispetto, tutto questo egli lo chiama _lotta di classe!_ E che presunzione!... Lui sormonta tutto e tutti col suo giudizio: risolve tutte le questioni sociali; vuole l’abolizione del Parlamento, diminuito l’esercito, ma aumentata la flotta!... Pare che nessuno prima di lui, abbia saputo regger gli Stati, e risolvere la questione sociale... Eppure, se penso alla sua povertà, ai bisogni della sua famiglia, egli mi fa compassione: si capisce che lui vorrebbe dare al mondo un altro indirizzo più favorevole alle sue condizioni. Lo richiamerò dunque, perchè se no, invece di risolvere la questione sociale, perde anche quei pochi che guadagna qui nel mio ufizio...»
Il dottore spalancò l’uscio, e gli disse: — Entri.
Il segretario, nascondendo il suo giubilo sotto un’umile aria di compunzione punto sincera, entrò frettoloso e fece al dottore una riverenza come non gli aveva mai fatto.
Sedè al suo banco, ne ravviò le carte che la furia del dottore aveva disordinate, e incominciò subito a copiare la relazione.
Il dottore rientrò cupo nella sua stanza.
Dopo qualche ora d’assiduo lavoro, il segretario gli riportò la relazione copiata, il dottore la rilesse per assicurarsi che non v’erano salti, nè errori; la firmò, e licenziò il segretario che già declinava il giorno.
Rimasto solo gli parve di respirare più largo.
Aveva sbrigata, per quel giorno ogni esigenza d’ufficio ma nondimeno, potendogli capitare qualche altra noia, attese, colà seduto al suo banco, l’ora dell’uscita comune.
In quel silenzio e in quell’ozio, egli voltò gli occhi alla sola cosa gentile che fosse in quella misera stanza: un geranio posto sul davanzale, tra le due finestre, in un vaso angusto, e negletto, sicchè non fioriva. Quell’umile pianticella immobile e nuda, chiusa colà come un uccelletto in una gabbia troppo ristretta, lo condusse a pensare quante mai esistenze animali e vegetali, mancano di luce, d’alimento, di libertà. Anche quel povero geranio era un diseredato. Di fuori il sole dardeggiava su i tetti il candore della neve immacolata e splendente, e quella gioia luminosa faceva apparire più gelido e triste l’angolo della finestra dove quei gracili rami senza fiori, morivano nell’angustia e nell’ombra.
Ma vedendo di fuori quel tripudio di candore e d’azzurro, il dottore si rallegrò pensando:
«Stasera me n’andrò a passeggiare pei prati bianchi, e vedrò i rami argentei e sottili degli alberi nudi sorridere, sulle cime dei poggi, alla luna. Mi ricordo che l’altra notte tutto quanto io vedeva, per quell’immensa campagna nel plenilunio, non mi sembrava più una realtà, ma un sogno luminoso della natura. Così la luce è sempre la fonte del riso. Finchè risplende, la natura, anche nell’orrore notturno, anche nel lutto ci sorride come un’incantevole maga. Qualche volta, a un improvviso raggio di sole, m’è parso di veder sorridere anche le labbra dei morti.»
Allora pensò ai capelli di donna Angioliera che la sera innanzi aveva visto sorridere, al lume della lampada, nel suo studio solitario. Ella li aveva riposti in quel libro, per dargliene un giorno la grata sorpresa e il ricordo?... Ma il dottore troppo scettico, e troppo ferito dai disinganni, sentiva quasi l’inutilità e la sazietà di certi ricordi. Avrebbe voluto dimenticare anche quella donna come altre persone e cose su cui già era caduto l’oblìo: quell’oblìo che all’occhio miope della memoria accorciavagli il già lungo tratto percorso. Quel tratto però egli lo vedeva ben chiaramente dove l’anima sua aveva più sanguinato. Le ferite dure erano le indicazioni indelebili. Ma nulla di più doloroso per lui che vedere il proprio passato come una via non calcata già dalla forte sua volontà, ma per la quale l’avevano sospinto violentemente le vicende di famiglia, i casi, i disordini, le passioni, il bisogno. In tal modo la sua vita era riuscita tutta diversa da quello che poteva essere, da quello che avrebbe voluto che fosse, come se, non lui, ma un altro a lui avverso, e di lui più potente, ne avesse tessuto la tela. Tutto egli aveva dovuto accettare come impostogli da questa forza complessa, dalle maglie di ferro: gli studi, la professione, le dimore in luoghi incresciosi, i compagni, gli amori, e da ultimo anche quell’ingratissimo ufficio di medico provinciale. Anche gli amori, in ogni tempo ed in ogni luogo, erano nati da incontri casuali, senza elezione, senza costanza, senza l’armonia di due spiriti affini e legati nella intimità dell’unione anche dopo che la più forte ebbrezza è cessata; ed erano tutti finiti lasciandolo deserto come un campo dopo la rapina della tempesta!... E nondimeno, era bastata ora la vista di quei pochi capelli a riportargli come un alito di quel fuoco che condannava; a fargliene ritrovare ancora sotto la cenere le vive faville, a ridestargli in cuore l’antico affetto per quella donna, e per un’altra creatura che credeva viva tuttora, ma senza più speranza di rivederla. Quelle due figure lontane, egli se le vedeva ora, come per opera d’incanto, fisse dinanzi: i loro sembianti erano già un poco incerti, ma ben vivo tutto il ricordo del loro carattere, della loro voce, dei loro atti. E pensandoci, egli sentivasi errare in seno come un confuso e gentile accordo di note, che mal tradusse nei versi seguenti:
A MARIA.
Maria, ricordi la valletta aprica, Incantata dagli echi della sera, Dalla rana, dal grillo e dall’amica Voce dell’usignol, sulla peschiera?
Come lucciola erravi per la mesta Luce crepuscolare intorno oscura, Quando una vaga sinfonia si desta Dalla terra, dall’acqua e dalle mura.
Que’ richiami, di tenero desìo Diffusi in ogni fibra, in ogni stelo, Quell’anelare sì iterato e pio Di voci sparse, e insieme oranti al cielo;
Non ti feriano allor l’alma bambina, Ma già si conosceva al picciol fiore, Quale sarebbe poi della divina Ebe, in te, l’avvenenza e lo splendore.
Oggi qual sei, Maria?... le rosee bende Ti trattengono ancor nel dolce incanto Dei sogni attesi, o il verme reo t’offende, E più del riso in cor t’abbonda il pianto?...
Un’ombra trista di celati affanni, Dal dì che più non seppi del tuo fato, Eco di tomba fe’ parermi gli anni, E il mio vivere un albero sfrondato.
Forse sei sola, o indarno fidanzata, A un inutil lamento il cor richiami; Forse sei moglie afflitta, e condannata Agli amplessi d’un uomo che non ami.
Ovver benigno ti concesse Iddio Nello sposo e nel pargolo adorato, D’appagar del tuo cor tutto il desìo, D’ignorar l’empia febbre del peccato.
Sia qualunque il destin che ti governa, Degl’integri è la vita in forte gioia; Ma integrità non dura: è legge eterna Che tutto si corrompa, e tutto muoia.
Eri sì buona, allegra e sorridente . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sentì appressarsi nel corridoio il puzzo d’una pipa ed un passo grave, e la strofa, che già coglieva, gli fuggì via come una rondine spaventata: nascose in fretta quei poveri versi sotto un _incartamento_; alzò la testa voltandosi all’uscio, ed entrò l’usciere a consegnargli un dispaccio. Egli l’aprì, e lesse:
«Grave epidemia tifoidea sviluppatasi comuni di questa provincia, reclama pronta venuta medico provinciale».
«Il prefetto «_Caccianemico_».
Il dottore, addetto alla provincia di Villapluvia, serviva anche, per le solite ragioni d’economia, nella provincia limitrofa, donde gli veniva ora la chiamata del prefetto Caccianemico.
Il dottore andò subito a congedarsi dal suo superiore immediato, il prefetto Tummistufetti. Lo trovò di bonissimo umore.
— Vada pure, caro Stellini: vada, e si diverta — gli disse — già loro medici provinciali hanno inventato i microbi, i disinfettanti, le epidemie: guardi però con questi freddi di non pigliare un malanno: si cuopra bene, per carità!
— Grazie, arrivederla.
E dopo un’ora il dottore saliva in treno, accompagnato dal suo fido Speranza.
PARTE TERZA.
Donna Angioliera.
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