Il dottor Fabio era entrato nella sua stanza cantarellando un’aria del _Rigoletto_, e pieno di malumore. Gliel’accrebbe il puzzo di pipa lasciatogli nella stanza dall’usciere, che quella mattina s’era ricordato di spazzare. Aprì la finestra perchè passasse.
Le tartaree pipe degli uscieri e degli scrivani, e i sigari dei superiori, con la necessaria conseguenza d’un’abbondante e continua salivazione, profumavano quell’uggioso edifizio, dalle mura sformatamente grosse e tetre. Le incessanti latrine contribuivano pure a incensarlo, oltre quell’odorino, che distingue gli ufizi vecchi, poco spazzati, poco aereati, molto frequentati da gente varia, e dove, pei corridoi bui e per gli squallidi archivi, gli anni accumularono su montagne di carta usata e inchiostrata, la loro muta polvere d’ogni istante.
Il dottore aveva l’ufizio in due stanze, la sua e quella del segretario Pasquetti. In questa seconda stanza più grande, le _pratiche_ (ossia la voluminosa raccolta degli atti quasi sempre necessaria a concludere, o non concludere, talora per anni, un affare) mal contenute da lacere e polverose coperte di carta, si vedevano ammassate e sbrindellate nei rozzi scaffali che coprivano le pareti fino al soffitto.
I due banchi, quello del dottore e l’altro del segretario, schizzati d’inchiostro e arrotati dall’uso d’una secolare burocrazia, parevano riportare indietro ai processi politici della Santa Alleanza, tanto che il ritratto del Re alla parete pareva in quel luogo, quasi un annunzio d’avvenimenti futuri.
La stanza del dottor Fabio per altro non mancava di certi agi. Un canapè, per esempio, foderato di logora cotonina a strisce rosse e gialle, mostrava, sull’uno de’ suoi dossali, la capata veneranda e untuosa di chi sa mai quale dormente assiduo e lontano; ma era sempre un canapè che non tutti hanno; cioè un mobile inventato dalla mollezza. Un armadietto nano, una specie di comodino, accanto al canapè, s’apriva a quando a quando da sè, con un gemito flebilissimo, mostrando nelle sue viscere una quantità di cartaccia scarabocchiata; ma era sempre un comodino da riporvi quello che non si lascia esposto alla vista. Alla finestra, una tenda tutta polverosa e allucignolata, e davanti al canapè, un tappetino con un leone quasi abolito; ma erano sempre una tenda e un tappetino, cioè ornamenti superflui e di lusso. La persiana sconnessa e imbarcata da tante pioggie e da tanti soli, era mal sicura, e poteva anche piombare sulla zucca di qualcheduno; ma era sempre una persiana, cioè una comodità per ripararsi dal sole e dalle mosche.
Tutto questo dipendeva da un saggio sistema d’economia, superiore a tutte le altre ragioni di decoro, d’igiene, o di profitto morale. Tali ragioni dovevano attendere pazientemente la possibilità dei bilanci, e questa possibilità, per certe cose, non c’era mai, o ben di rado.
Appariva lo stesso lodevole intento economico anche nella parca distribuzione degli oggetti di cancelleria. Erano in mano di quel sì giovane, e già così terribile e altero, segretario Arcignetti, serio e bieco anche lui. Dovendo custodire i segreti di gabinetto, egli non parlava che col suo superiore, e ne aveva a cuore i risparmi. Al dottor Fabio contava i fogli di carta, le buste, i pennini, come a uno scolaretto; o anche negava, se di più pretendeva. Si largheggiava soltanto con l’inchiostro. Bastava chiederlo, e l’usciere, senza farsi troppo pregare, veniva subito col fiasco a riempirvene il calamaio, anche troppo; e poi ritirava il fiasco.
Un giorno il dottor Fabio disse al commendatore:
— Commendatore, il nostro superiore e suo segretario di gabinetto, Arcignetti, amerebbe forse di fare qualche economia anche sull’inchiostro, ma le _pratiche_ rimangono ferme su i banchi come vagoni di mercanzia a piccola velocità, e bisogna spingerle a forza di scarabocchi. Giacchè in Italia non si può toccare un oggetto, una scatola di fiammiferi, per esempio, senza incappare in un bollo, ed è tanto il consumo che vi si fa dell’inchiostro, bollando anche quello, l’erario ne avrebbe a capo all’anno un’entrata di parecchi milioni.
Il discorso non piacque al commendatore: scrollò la testa, e non parlò più.
Anche gli stipendi dei poveri _diurnisti_ erano compresi in questo sistema generale d’economia spartana.
Bortolo Pasquetti, il segretario del dottor Fabio, era appunto un diurnista pagato assai meglio degli altri, perchè aveva 65 lire mensili, moglie e figliuoli.
Il suo lavoro era importantissimo: assistere alle sedute del Consiglio sanitario, registrarne i verbali, custodire in archivio tutti gli atti d’uffizio, saperne, o almeno subodorarne, i segreti; e talora firmare anche certe carte, nelle quali era indispensabile, oltre quella del medico, anche la firma grandiosa del segretario Pasquetti. E che abilità, che sveltezza!... Incollava e spediva, in un batter d’occhio, un centinaio di buste recanti ai vari municipi i decreti governativi; sapeva quale marca da bollo, se la rossa, l’azzurra, o la gialla, occorreva per questo o quel documento; citava a menadito la legge, l’articolo, il comma, il paragrafo, il capoverso; e aveva una scrittura bellissima. Sebbene arzigogolata, arricciata come i suoi capelli biondicci, divisi a mezzo la fronte, nondimeno era bellissima con tutte quelle rotelle e quelli svolazzi delle aste, che parevano altrettante bandiere spiegate al vento in un torneo di sillabe poco chiare.
Sapendosi così abile e così necessario, egli non era contento del suo stipendio, e faceva i conti addosso a tutti coloro che avevano qualche lira di più; e specialmente al dottor Fabio, stimandosi un burocratico molto più valente di lui. Tale pretesa, nell’animo suo già nemico, s’era facilmente insinuata con la poca stima che avevano del dottore i burocratici prefettizi; i soli che il bravo giovane riguardasse come suoi superiori veri. E il dottore lo tollerava per compassione, e perchè non gliene dessero un altro peggio, cioè nè pratico, nè capace, e già aizzatogli contro. Ma più tollerava (non potendo cambiare tutto quell’ordine di cose e di persone scontente e mal poste), e più l’altro diveniva petulante e cattivo. A giorni non ne voleva proprio sapere: si dava malato, ovvero si sdraiava sul canapè degli uscieri a fumar la pipa, a dir male del dottor Fabio che non sapeva fare il medico provinciale, e del Ministero che ce l’aveva mandato: un Ministero tutto composto, diceva lui, di teste di rapa.
— Se fossi io il Ministero — egli diceva — se fossi io il medico provinciale... io farei così e così... E invece gua’ le ho riscosse oggi... — e mostrava, accartocciati nel pugno, sei biglietti da dieci lire e uno da cinque — Ci vorrei comprar tanta dinamite!
Gli pareva di fare anche troppo per quella paga, e quindi seguiva talora un suo certo istinto da gazza, cioè, per rimandarli a comodo suo, nascondeva gli affari, e le minute del dottore, se erano un po’ lunghette, o se egli, nella sua grandissima competenza, le stimava poco importanti.
Quella mattina non era ancora venuto. Il dottore gli aveva dato a copiare da varii giorni (bisognava aver pazienza con un segretario sì esperto, e sì mal pagato), una sua accuratissima relazione sul modo di render meno insalubri le latterie provinciali. Ora, per quanto la cercasse, non la trovava più, ed era sicuro che la gazza gli aveva fatto uno dei suoi soliti tiri. Dove l’aveva nascosta?...
La mano del dottore iraconda, nervosa, cercava qui, cercava là, batteva pugni, alzava monti di carte, nembi di polvere; buttava all’aria protocolli, stampati, moduli, e bollettini; sfogliava le _pratiche_ raccolte sotto il titolo d’_affari in evidenza_; e non trovava nulla: nè copia, nè originale... Guardava intorno, e più non sapeva dove cercarla... Non gli restava che guardare sotto que’ due o tre registri che il segretario piccoletto, per esserne alquanto rialzato, teneva sul guanciale della poltrona... Infatti ne alza uno, e la sua relazione era là!... Il segretario, sedendovi sopra, le aveva fatto per più giorni da pressa-carte!
Il dottore divenne livido, e sorrise. Quella sola l’avrebbe fatto sorridere solamente, ma con quella tutti gli altri disgusti gli sollevarono un’ira che i pochi minuti corsi prima dell’arrivo del segretario non calmarono, anzi accesero di più, in quella rapida riflessione e volteggiamento d’odiosi ricordi.
Quando dunque il segretario, vestito come un marchesino, e con quell’aria, che aveva sempre, di chi fa meglio degli altri, e crede, per esser sì mal pagato, gli si debbano non rimproveri ma piuttosto ringraziamenti... apparve, e vide quel viso terribile, quella mano che stringeva la relazione, le carte sottosopra, i registri per terra, impallidì e indietreggiò, accomodandosi i baffettini.
Il dottore gli andò incontro facendosi intendere più coi gesti violenti che con la voce.
— Ma chi ce l’ha messa? — egli domandò smorto e maravigliato.
Il dottore agitò per aria i due pugni chiusi, trattenendoli a stento sulla testa del segretario che si piegò.
— È stato un caso — disse — è stato un accidente! una combinazione!
— T’ammazzo! — gli gridò il dottore; e lo spinse fuori dell’uscio, accompagnando l’atto con una maledizione che non andava soltanto a lui.
... S’udì vibrare lungamente il campanello elettrico del prefetto.
Erano già corsi ad avvertirlo, pigliasse tosto un provvedimento, perchè nell’ufizio sanitario stava per nascere una tragedia.
— Chiamatemi il Guitti — disse il prefetto all’usciere.
Il Guitti, un questurino in borghese, con certi baffoni bestiali che gli cuoprivano la bocca, e un muso da far onore a quello dei malviventi che ammanettava, si presentò al prefetto con l’aria intontita di chi attende un ordine di grande importanza da un alto personaggio.
Il prefetto guardava il Guitti, e pensava. Buon uomo e coscienziosissimo, egli non prendeva mai nessun provvedimento, senza mettere molto a tortura quel suo bernoccolo poliziesco, nelle cui ispirazioni consisteva per lui tutta l’arte, e tutta la furberia di governo.
Magro, olivastro, oltre i sessanta, ma tinto benissimo a nero, decoroso per la grossa catena, le medaglie e i ciondoli d’oro che gli riposavano sul panciotto, egli pensava, guardava il Guitti, e fumava; e il fumo accrescevagli quell’aria torbida d’impenetrabile autorità che pareva risiedere, più che altro, sul suo naso adunco, mentre la fronte sfuggente indietro, gli dava una lontana somiglianza con un lepratto prepotente ed all’erta.
— Guitti — disse finalmente, facendogli cenno d’avvicinarsi.
Il Guitti gli si avvicinò, e incominciarono, sotto voce, a intendersi bene tra loro.
Andasse, vedesse, interrogasse qua e là, le persone del vicinato: l’oste, il barbiere, il sarto della piazzetta, l’affittacamere della casa di faccia, per sapere esattamente, ma con prudenza, e senza parere, quali parole si fossero scambiate quella mattina il medico e il segretario. Dovevano averle udite meglio di fuori che non di dentro, perchè l’uscio della stanza era chiuso, la finestra invece era aperta, e sotto vi s’era radunata gran gente a sentire i gridi del dottore che non avevano nulla d’umano.
— Io, capite, ne faccio una questione d’ordine pubblico...
— Non dubiti, commendatore, che l’operazione sarà fatta a dovere.
— Altrimenti — soggiunse il commendatore — io vi faccio impiccare in mezzo di piazza.
Il Guitti sorrise; e uscito, ripetè a bassa voce, quella facezia agli uscieri, che ne risero ancora loro, come di una cosa assai spiritosa in bocca al commendatore.