Su quest’argomento del cimitero, la _Tromba Alpina_, il giornale del sindaco cav. Patriottini, scriveva spesso degli articoli stizzosi e astiosi contro il dottore. Anche il giorno nel quale abbiamo visto il dottore partire in fretta chiamato dal dispaccio del prefetto Caccianemico, il segretario lo rincorse nell’atrio della stazione, per dargli la _Tromba_, con l’articolo. Il dottore vi scorse l’occhio mentre il treno correva, e visto che non c’era nulla di vero, buttò la _Tromba_ dal finestrino della carrozza.

Quella notte dormì in uno dei borghi posti sullo stradale; la mattina visitò qualche malato di quei dintorni, e ripartì poi a mezzogiorno col calesse del postino.

Quel cavalluccio molto carico e stanco per le miglia già fatte, nondimeno trottava quasi avesse la coscienza del suo dovere, e i sonagliuzzi parevano rallegrargli, come un cembalo, la via angusta, accompagnata dal lamentevole rumore d’un fiume, e impedita talora da grosse e polverose mandrie di pecore che attraversavano la valle ampia ed ombrosa.

Il breve giorno invernale scemava rapidamente. Il sole pareva allontanarsi con la velocità del pensiero al di là di quei monti altissimi, candidi nell’azzurro, ma aspri, violenti come se usciti dagli artigli d’una miriade di demoni. L’ombra umida e muta già velava i casolari dispersi in alto pei prati, saliva su pei pendii orridi, finchè non rifulsero che le cime come onde di porpora viva; poi come fuoco alitante di sotto la cenere bianca; poi s’effuse su quelle creste un puro color di rosa; poi null’altro che un colore violaceo dovunque, e da lungi e da presso un suono di campane lento, lungo, interrotto...

Nell’oscurità della valle non si vedeva sorgere che il campanile di quel villaggio già quieto, e biancheggiare un poco la facciata della _Locanda della Levriera_.

Al rumore del calesse che si fermò alla porta, accorsero la cameriera, la cuoca e la signora Pina, la padrona della locanda, con que’ suoi moti vivi da scoiattolo, le guance di mela rosa, e gli occhietti acuti come due spilli.

La bella sala da pranzo, ormai chiusa e fredda dopo la partenza degli ultimi forestieri, non invitò il dottore. Egli preferì la grande cucina, con l’ampio camino acceso e circondato da sedili, e coperto da un padiglione come se fosse l’ara del fuoco. E tutto in quella cucina avrebbe spirato un placido senso di vita semplice e patriarcale, senza quegli avvisi spettacolosi, lasciati dai commessi viaggiatori, e appesi al muro tra i vecchi e lucidi rami.

A una di quelle tavole sedevano alcuni cacciatori con la penna di gallo, o l’_edelweiss_ al cappello; e bevevano, e ridevano perchè uno di loro dalla faccia faunesca un po’ ricordante lo stambecco o il camoscio, canzonava un pezzo di ragazzona trentenne, piegata sul camino a rimestare, con braccia erculee e fianchi sporgenti come blocchi, il paiuolo della polenda fumante. Il suo viso impassibile da masnadiera alpigiana, era d’una quasi maschile bruttezza, ma anche lei aveva trovato il suo uomo, come mostravano i lunghi spilloni d’argento raggianti come piccole spade sulla sua chioma untuosa, e che in quei luoghi sono il primo dono del fidanzato alla bella.

Ella rimise il gran paiuolo sulla catena, e restò immota a guardarlo in mezzo alle risa.

Seduti sotto il padiglione del focolare, bisbigliavano, tutti assorti nell’argomento, un carabiniere e un’elegante e giovane cameriera, lasciata in locanda dalla padrona. Ella diceva al soldato d’aver fatto quattr’anni all’amore con un telegrafista di Pisa, che poi era morto quando la doveva sposare, e il soldato, prendendole la mano, le rispondeva che certe cose bisogna dimenticarle.

— E che vuol da cena, signor dottore? — gli disse la sora Pina facendosi alla tavola pulitamente apparecchiata, dove il dottore s’era seduto. — Le piace una trota in umido?

— In questo momento io non saprei che cosa desiderare di più.

— Sempre allegro il signor dottore! — gli rispose tutta briosa la sora Pina; e gli servì la trota.

Voleva fargli la cortesia di trattenerlo, durante la cena, con le sue ciarle, quando entrò il curato, esalando dalle fauci gioconde un’aura di fresco e di neve. Il sorriso largo con cui salutò levandosi il nicchio e piegando il capo, parve arrivargli quasi fino alle tempie. Severissimo coi ragazzi, a cui staccava le orecchie quando la domenica ignoravano il catechismo, poi passava sopra, con un’amplissima assoluzione, a tutte le marachelle degli adulti, incorreggibili come lui. Gli intendenti e i furbi del luogo lo dicevano un uomo di mondo.

La sora Pina aveva già capito che il curato le voleva parlare.

— Credevo di trovarci il dottore — le disse il curato sommessamente, cuoprendosi con la mano la bocca.

— È andato al capoluogo per quella testimonianza — gli rispose, pure a bassa voce, la sora Pina — era tanto avvilito, e diceva a tutti: «Io quando riseppi che Giovacchino era morto, allora aprii gli occhi come Paolo sulla via di Damasco, e dissi: Letizia l’ha avvelenato d’accordo col ganzo!»

— Gran minchione! — bisbigliò a voce sempre bassa il curato — imparerà un’altra volta a scrivere le ricette d’arsenico per i topi; e di quel signore che ha detto?

— Che sta meglio, e che guarirà.

— Gran minchione!

— Don Raffaele, per carità! se mi muore in locanda son rovinata!

— Ma no, son ricchi, e vi farete pagare i danni; io intanto, ad ogni buon fine ed effetto veglierò qui questa notte; datemi un buon caffè per potere star desto.

Andò a sedersi in un gran seggiolone che pareva aspettarlo sul rialto del focolare, dove la sora Pina gli servì un caffè doppio. Mentre lo prendeva soffiandovi sopra, e versandolo nel piattino, sogguardava la cameriera, che ritirò la mano, ed uscì: il carabiniere la seguì. Se n’andarono di poi, traballando, anche i cacciatori. La sora Pina accompagnò il dottore al piano di sopra, e apertogli l’uscio della camera, lo lasciò con la buona notte.

In cucina non rimase che don Raffaele, seduto nel seggiolone sotto il nero camino, davanti a un enorme ciocco d’abete che cigolava, e mandava nelle tenebre un fioco bagliore.