Morta donna Angioliera, il dottore visse come ordinariamente suol vivere ogni semplice e oscuro mortale che rifà ogni giorno, meglio che può, la medesima strada. Come sappiamo, il dottore non se l’era eletta per vocazione, e in questo caso, è come se fosse sempre salita e tempo dirotto, senza mai trovare la piana e il sereno.

Egli poi, per troppo badare a come procedeva, e costretto a lottare coi suoi fantasmi, oltre che con gli uomini e con le avversità, veniva moltiplicandosi di quella via malagevole gl’indugi infecondi, la fatica, l’asprezza. Voleva vedere in ogni caso patologico anche più addentro di quello che potevano la sua scienza e i suoi occhi; il che gli portava un tormento d’indagini faticose, inutili anche, ma indispensabili ad accertarlo che quel padre di famiglia, quell’amorosa madre, quel giovane di belle speranze erano proprio morti, non per l’ignoranza del medico, ma per la forza del male. Inoltre nè l’abitudine, nè l’età diminuivano in lui le commozioni del medico e dell’artista, talora violente, come violento lo sforzo di non farle apparire, come continua l’ansietà, la fretta del salire ogni dì tante scale, sempre sollecito di far bene, ma anche di finir presto per sentirsi libero da ogni suo impegno col mondo. A questa libertà signorile egli sacrificava gran parte de’ suoi guadagni, e viveva da povero.

Tutto questo, dopo trent’anni di lavoro, non l’aveva portato a nulla fuorchè a consumargli precocemente l’olio della lampada vitale, e fargli vedere sempre più prossimo e desolato il giorno dell’angustia e dell’abbandono. Nulla più l’atterriva come l’idea che le malattie e la miseria gli potessero togliere l’indipendenza e la dignità della vita, che egli aveva sempre tenute alte contro il mondo, come un vessillo e uno scudo. Perciò, cresciutegli con l’età la stanchezza e la noia della professione, volle vedere se poteva ricavare qualche profitto da certi suoi studi e da un trattato d’agraria, che aveva scritto in quegli ultimi anni.

L’argomento era tutt’altro che arido per un uomo che vedeva in ogni scienza la virtù apollinea del pensiero. In quell’intento quasi materno della natura in relazione all’industria umana, che ella rimerita con l’ubertà e con la bellezza de’ suoi prodotti, egli studiava e ammirava il mistero medesimo della creazione e dell’esistenza. Ma quello stesso bisogno di certezza e d’integrità che l’affaticava al letto degli ammalati, lo rendeva pigro e lento all’opera originale. Scrivendo dunque quell’operetta spese un gran tempo in ricerche, meditazioni, e presentimenti oscuri di verità inaccessibili all’uomo, o solo al suo ingegno. Qualche volta la fantasia investendogli, con un’immagine viva, il pensiero, glielo traeva quasi dall’ombra e gli faceva vedere più oltre che non con la sola vista dello scienziato; e ciò dispiacque ai professori e ai critici patentati. Come se egli avesse messo la mano nel loro scrigno, o usurpata profanamente la loro scienza, essi denigrarono il libro, e con danno dell’editore, ne impediron la diffusione. Non impedirono peraltro che l’umanità d’un Ministro incaricasse il dottore di dare un corso d’agricoltura all’Università di Roma; e bisognoso com’era d’una vita meno legata e meno affannosa, ciò gli parve un gran premio alle sue fatiche.

Ma, al solito, egli voleva far troppo. Convinto che l’Italia è, come dicono tutti, «un paese eminentemente agricolo», egli si mise in testa di fondarvi una buona scuola di apostoli agricoltori. Con simile intento, non badando al danno che faceva a sè stesso, s’abbandonò troppo all’impeto del suo petto e della sua voce, e dopo quattro anni di quella eloquenza immaginosa, fervida, appassionata, il male della laringe l’obbligò a rivolgere un fioco e patetico addio agli scolari.

Aveva fatto degli agricoltori eccellenti, ma ci aveva rimesso la voce, non aveva diritto a pensione, non poteva più rimettersi a fare il medico ambulante, e così divenne medico provinciale a Villapluvia dove l’abbiamo trovato; così si piegò di nuovo alla servitù angustiosa dei piccoli luoghi. Se non che ora i capelli bianchi lo disponevano a una più ragionevole tolleranza. Ora non attribuiva più non so quali virtù straordinarie a una gente ideale come se realmente esistesse, o fosse esistita, in qualche lontana età della storia, in qualche parte del mondo, non mai nel cantuccio dove si sostiene la vita. Ora sapeva da un pezzo che certe incomode esalazioni, le inimicizie, le calunnie, le malevolenze, i livori, e infine i musi antipatici e turpi si trovano nei grandi come nei piccoli luoghi, perchè la bontà e la carità umana è una pianta del medesimo seme dovunque, sebbene nelle grandi città, confusi alla moltitudine, sia più facile lo scansare i molesti.

Il povero dottore, a Villapluvia, ci doveva vivere in mezzo. Una quantità di gente dipendeva da lui, ossia dalla salute pubblica a lui affidata: sindaci, officiali sanitari, farmacisti, veterinari, padroni di latterie, di macelli, di depositi di vino, levatrici, donne pubbliche legali, e quelle che propagavano illegalmente i rosei doni di Citerea.

Tutti costoro avevano un loro santo, che faceva dei miracoli, cioè faceva delle grazie che talora si elevavano sulla legge, come appunto il miracolo si eleva sull’ordine naturale.

Alla legge per altro rimaneva pur sempre l’impero della parola suonante negli spazi aerei... Ma il dottore quando non poteva impedire il miracolo, ossia l’intrigo, la parzialità, la caponeria, l’ingiustizia, si rodeva e si consumava in silenzio.

Ora, per esempio, c’era la questione del cimitero, una _questione scottante_, come dicevano nel paese.

Il cimitero, per vero dire, non era grande, e giaceva addormentato nella valle verde, in mezzo ai torrenti. I cadaveri in quel terreno basso, acquoso, argilloso, venivano a dissolversi lentamente, ed esalavano, in estate, un’epidemia singolare, e letale specialmente ai poveri ed ai bambini. Tale opinione del dottore, dedotta da analisi chimiche di quel terreno, era invece negata dagli altri medici. Chi avesse ragione non so, ma certo ci voleva una spesa enorme per ingrandire il cimitero, e rialzarne il terreno con un’estesa fognatura tubulare, come proponeva il dottore. I pareri dunque eran diversi e ripetevano sempre gli stessi argomenti come i burattini ripetono sempre le stesse zuccate: così il cimitero rimaneva sempre laggiù in quella ridente bassura arborata in mezzo ai torrenti; e così ogni estate, ora più e ora meno, ricompariva l’epidemia a battere le ali come un’enorme e orrenda farfalla nera, alle culle e ai tuguri.