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da lei sola una sentenza intorno ai diritti, che ciascuna delle medesime contendea, ond’essere riconosciuta qual primo stipite, da cui traevano origine i presenti isolani, sudditi di quella angelica principessa.
Docili a tal ordine, le diverse bande marciarono al suono d’una musica grave ed armoniosa, passando successivamente dinanzi al trono d’Elisabetta, cui offerivano rispettosi omaggi, ciascuna secondo lo stile della nazione rappresentata. Tali omaggi accogliea la Regina con quella grazia e con quella cortesia, che solea contraddistinguerne ogn’atto fin dall’istante del suo giugnere a Kenilworth.
I capi delle diverse bande addussero allora, ciascun per la propria, i motivi onde si credeano avere diritti a tal preminenza; ed ascoltati che gli ebbe tutti Elisabetta fece loro questa graziosa risposta: Ben dispiacerle di non essere meglio istrutta per decidere la difficile quistione che il famoso Merlino le aveva proposta: pur sembrarle che non vi fosse una sola di queste nazioni, la quale potesse pretendere preminenza sopra dell’altra intorno il merito di avere contribuito a render gl’Inglesi tali quali ella allora li governava; esserle avviso, che il suo popolo avesse ricevuto da ognuno dei diversi popoli qualcuna delle varie qualità nel cui complesso stavasi l’indole della nazione. «Così, proseguiva ella, l’Inglese debbe agli antichi Bretoni il suo coraggio e quell’indomabile ardore che gli fa amare la libertà, ai Romani il suo valore disciplinato nell’arti della guerra, l’amor delle lettere, e l’interna civiltà del paese; ai Sassoni le savie e giuste leggi di cui si vanta; ai cavalieri Normanni la cortesia e la generosa passion della gloria.»
Merlino non esitò nel rispondere che di fatto era d’uopo si trovassero unite tutte le virtù e le prerogative presso gl’Inglesi onde formare la prima fra le nazioni, e la sola degna della felicità di cui godevano sotto il regno della grande Elisabetta.
Dopo di che la musica si fece nuovamente udire; e le bande immascherate, e Merlino, e il suo corteggio incominciavano a ritirarsi, allorchè il Leicester che stavasi all’estremità della sala sentì qualcuno che lo tirava per il mantello, e gli diceva all’orecchio: «Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi.»
CAPITOLO VIII.
A qual venn’io, ch’ogni rumor m’agghiaccia! _Macbeth_.
_Bramo senza indugio un istante di colloquio con voi._ Tai detti erano semplici di per se stessi; ma il Leicester trovavasi in uno di que’ momenti d’agitazione, in cui l’animo smarrito scorge ne’ casi i più ordinari un lato sinistro ed affannoso; onde si volse con vivacità per esaminare da capo a piedi la persona che sì gli parlava.
L’apparenza esterna di tale individuo non presentava alcuna cosa meritevole di particolare osservazione. Vestito in giubba e mantello corto di seta, neri, gli copria il volto una maschera parimente nera, ed a quanto appariva facea parte delle persone immascherate di cui componeasi il corteggio di Merlino, benchè il suo travestimento non presentasse le stravaganze onde si contraddistinguevano gli altri di quella turba.
«Chi siete voi? che bramate da me?» disse Leicester, non senza manifestare col tuono della voce il turbamento che gli premea l’animo.
«Non domando nulla, che possa pregiudicarvi o Milord. Voi vedrete al contrario non poter essere per voi che vantaggiose e onorevoli le mie intenzioni, semprechè sappiate valutarle al giusto. Ma è d’uopo che io vi parli da solo a solo.»
«Io non parlo con persone sconosciute che non mi dicano il loro nome (rispose il Leicester, nel cui animo l’inchiesta dello straniero avea destati vaghi sospetti) e le persone ch’io conosco debbono prendere momento più opportuno per domandarmi udienza.»
Detto ciò, stava per ritirarsi, ma l’uomo immascherato il fermò di bel nuovo.
«Chi parla alla Signoria vostra sopra cose, dalle quali l’onore della Signoria vostra dipende, ha diritto sui vostri momenti, qual che sia il genere d’affari, che dobbiate abbandonare per dargli attenzione.»
«Ascolto io bene? Il mio onore! Chi ardisce metterlo in dubbio?» disse il Leicester.
«La vostra condotta, o Milord, potrebbe sola dar fondamenti onde accusarlo; e per quest’unico motivo io desiderava intertenermi con voi.»
«Voi siete un temerario, così proruppe il Leicester. Voi abusate della franchigia che offrono queste giornate d’ospitalità. Ringraziate un tale riguardo s’io non ve ne punisco. Qual è il vostro nome?»
«Edmondo Tressiliano di Cornovaglia, rispose l’uomo immascherato: la mia lingua fu legata per ventiquattro ore da un giuramento. Questo intervallo è trascorso. Posso ora spiegarmi; ed è un solo rispetto alla Signoria vostra, se a lei mi volgo per prima cosa.»
Alto stupore comprese nel più profondo dell’animo il Conte all’udir pronunciare tal nome dall’uomo ch’ei più detestava, e da cui si credea in tanto fiera guisa oltraggiato. Rimase immoto un istante; poi la sorpresa fece luogo tantosto al bisogno della vendetta, imperioso in Leicester, quanto lo è la sete al viaggiator del Deserto. Ciò nullameno gli rimase tanta forza sopra di se medesimo per non trapassare il petto dell’uomo, ad avviso di Leicester, scellerato e impudente sì, che dopo averlo ridotto alla disperazione, osava inverecondamente mettere ad estrema prova la pazienza della persona oltraggiata. Deliberò di nascondere per l’istante ogni sintomo d interna agitazione, onde comprendere in tutta l’estension loro i divisamenti di Tressiliano, e prendersi una più sicura vendetta: perciò rispose con voce che un concentramento di sdegno rendeva intelligibile appena.
«Che domanda da me il sig. Tressiliano?»
«Giustizia,» rispose Tressiliano con tuono tranquillo e fermo ad un tempo.
«Giustizia! soggiunse il Leicester; tutti gli uomini hanno diritto ad ottenerla. Voi più d’ogni altro sig. Tressiliano! Accertatevi che vi sarà fatta giustizia!»
«Nè io m’aspettava meno dalla nobiltà del vostro carattere; disse allor Tressiliano; ma ne strigne il tempo; fa d’uopo ch’io vi parli in questa notte medesima. Posso venirvi a trovare nel vostro appartamento?»
«No, proruppe in fiero tuono il Leicester, non è sotto un tetto, nè in una casa di mia ragione che noi dobbiamo vederci; bensì sotto alla volta del Cielo.»
«Voi siete scontento, o Milord, riprese a dir Tressiliano, bench’io non veda alcuna cosa che possa eccitarvi a sdegno. Però il luogo m’è indifferente; purchè mi concediate una mezz’ora non interrotta.»
«Basterà più breve tempo lo spero, rispose il Leicester: trovatevi con me nel _luogo di delizia_, appena ritiratasi la Regina ne’ suoi appartamenti.»
«Mi basta,» e in ciò dir Tressiliano lasciò il Leicester in preda ad agitate meditazioni che parve per allora ne occupassero l’animo interamente.
«Il Cielo, così dicea fra se stesso, si mostra finalmente propizio a’ miei voti, ed offre alla mia vendetta quel perfido che impresse una macchia indelebile sul mio nome; lo sciagurato che mi fece provare angoscie tanto crudeli. Or non debbo più querelarmi del mio destino; poichè mi presenta modi di scoprire gli artifizi, onde il malvagio presume ancora assonnarmi. Oh! saprò smascherare e punire ad un tempo la sua perfidia. Ora è forza che io torni a sottomettermi al mio giogo; ma sento che mi parrà lieve. A mezzanotte al più tardi sonerà l’ora di mia vendetta.»
In mezzo a tali considerazioni, che non lasciavano tregua al suo spirito, il Leicester attraversò di nuovo la calca, che schiudevasi innanzi a lui, e riprese sede a fianco della Regina, invidiato ed ammirato da ciascuno de’ circostanti. Oh! se il cuore dell’uomo cui si portava cotanta invidia, avesse potuto comparire nel suo vero stato a quella numerosa assemblea, se si fosse potuto scorgere le lotte che vi movevano la colpevole ambizione, la persuasione dell’amore tradito, la sete orribile della vendetta, le furie compagne agli atroci divisamenti, idee che si succedevano l’una all’altre, quasi spettri suscitati dagli abissi ad aggirarsi nel cerchio d’infernal maga, qual ente vi sarebbe stato, dal cortigiano il più ambizioso scendendo al servo il più abbietto, che avesse voluto cambiar la sua sorte col signore di Kenilworth, col favorito di Elisabetta?[11]
Nuovi tormenti lo aspettavano a fianco della Regina.
«Voi giugnete a tempo, Milord, gli diss’ella, voi giugnete a tempo per farvi giudice in una contesa nata fra queste Milady. Sir Riccardo Varney è venuto a chiederci la permissione di allontanarsi dal castello per accompagnare la sua moglie inferma, e a fine di ottenere il nostro beneplacito ci ha data sicurezza del vostro. Del certo non è nostra intenzione di stoglierlo dal prestare affettuose cure ad una persona tanto meritevole di compassione, ma non possiamo tacervi una cosa. Questo Varney in tal giorno si mostrò rapito in estasi dai vezzi delle nostre dame..... e lo credereste? la nostra duchessa di Rutland è persuasa ch’ei non accompagnerà sua moglie al di là del lago, se pur non la manda ad abitare i palagi di cristallo, de’ quali ci parlò la magica ninfa, per tornarsene vedovo e sciolto, a rasciugar le sue lagrime, e a cercar conforto alla perdita fra gl’incanti e le seduzioni del femminile nostro corteggio. Che ne dite, o Milord? Noi abbiamo veduto il vostro Varney sotto quattro diversi travestimenti. Ma voi che lo conoscete più profondamente, lo giudicate tanto cattivo da usare sì barbaro trattamento alla moglie?»
Se il Leicester si trovasse confuso, ognun lo immagina, ma il rischio del mostrarsi smarrito era troppo grave, e per altra parte indispensabile una risposta. «Queste Milady, si spacciò egli in tal guisa, o hanno ben poca opinione della loro costanza se suppongono che una donna possa meritare tal sorte, o giudicano troppo severamente il nostro sesso col pensare esservi tal uomo capace di assoggettare una innocente a sì fatto castigo.»
«Lo udite, Milady? soggiunse Elisabetta. Egli è, come il rimanente degli uomini, che ci trattano con crudeltà, poi cercano giustificarla col tacciarne d’incostanti.»
«La Maestà vostra non voglia dir _noi_, replicò il Conte: sostengo che, quando appartengono ad ordine inferiore, così i pianeti come le donne hanno rivoluzioni e fasi irregolari, ma chi avvi sì ardito per accusare il sole di mutabilità, o d’incostanza la grande Elisabetta?»
La conversazione poco dopo prese andamento men periglioso per il Leicester, che continuò ad assumervi parte operosa, ad onta degli affanni che ne straziavano l’anima, e sì gratamente intertenne Elisabetta, che la campana del castello avea sonata mezzanotte prima che questa regina si fosse ritirata; circostanza rara nelle regolari sue consuetudini. La partenza della Sovrana fu il segnale a cui l’assemblea si disciolse, trasferendosi ognuno ai propri appartamenti chi meditando sulle ricreazioni godute in quel giorno, chi deliziandosi anticipatamente nel pensare a quelle della domane.
L’infelice signore di Kenilworth, egli, da cui solo derivavano queste feste cotanto magnifiche si ritrasse per darsi a sollecitudini ben diverse; e si fu la prima ordinare al servo che lo seguiva, gli venisse tosto innanzi Varney; ma tornò il messo poco dopo annunziandogli, essere già trascorsa un’ora dacchè il Varney aveva abbandonato il castello uscendone per la porta di soccorso insieme a tre persone, l’una delle quali era rinchiusa entro d’una lettica.
«Com’è che a tal ora la guardia lo ha lasciato uscire? Io non credea ch’ei partisse prima dell’alba.»
«Egli addusse tai ragioni che persuasero le sentinelle; poi a quanto m’han raccontato, mostrò loro un anello di vostra Signoria.»
«Sì, disse il Conte, me ne ricordo, ma non è men vero ch’egli si è affrettato di troppo. Dimmi (continuando a parlare a quel servo), t’è noto, se qui sia rimasto alcun del suo seguito?»
«Sì certamente. Allora quando il signor Varney stava per partire, non si potè ritrovare Michele Lambourne, cosa per la quale sir Riccardo andò in tutte le collere. Momenti fa, ho veduto lo stesso Lambourne affaccendato a mettere la sella al suo cavallo per correre dietro di gran galoppo al padrone.»
«Mandalo a me tostamente. Debbo dargli un ordine da portare a Varney.»
Partì il servo a quest’uopo, ed intanto il Leicester camminando su e giù pel suo appartamento tai cose andava fra sè meditando.
«Varney eccede in zelo. Sarà, voglio crederlo, effetto dell’essersi affezionato alla mia persona. Nondimeno ha egli pure i suoi disegni, e non va a rilento quando gli preme farli riuscire. S’io m’innalzo, s’innalza egli del pari. Già l’ho veduto anche più del dovere sollecito di liberarmi da quell’inciampo che mi chiude la via del trono!.... Più del dovere?.... Però!.... io non debbo sopportare l’affronto, l’umiliazione a cui m’ha tratto costei... Sì, debb’essere punita, ma debbe esserlo dopo più mature considerazioni. M’accorgo anticipatamente, che gli espedienti troppo precipitosi desterebbero nel mio cuore tutte le furie d’inferno. No! per ora basta una vittima, e questa vittima mi sta aspettando.»
Prese affrettatamente quanto facea di mestieri a scrivere, e gettò sulla carta queste poche linee.
«SIR RICCARDO VARNEY,
Abbiamo risoluto differire l’esecuzione di quanto fu commesso alle vostre cure, e vi ordiniamo ne’ più stretti termini di non andar oltre per tutto ciò che s’aspetta alla nostra Contessa, a meno di non ricevere da noi ulteriori comandi. Vi ordiniamo parimente di ritornare a Kenilworth, non appena avrete posto in luogo sicuro il deposito a voi affidato. Se per avventura l’adempimento di questo dovere vi desse maggiori indugi che noi stessi non c’immaginiamo, al ricevere della presente ordinanza ci rimetterete tosto, valendovi d’un messo pronto e fedele, il nostro anello, di cui abbisogniamo sull’istante. Noi riposiamo nella sicurezza della obbedienza la più esatta per parte vostra, e su di ciò raccomandandovi alla divina custodia, ci sottoscriviamo vostro amico e buon padrone.
R. LEICESTER.
Dal nostro castello di Kenilworth, giorno decimo di luglio, anno di grazia 1575.»
Intanto che il Leicester terminava, e suggellava tal lettera, scortato dal servo entrò nell’appartamento Michele Lambourne, colle gambe entro stivaloni che gli venivano sino alla coscia, col mantello legato attorno al corpo da una cintura ad uso di chi dee cavalcare, e coperto da un cappellaccio di feltro, come i corrieri costumano.
«In qual grado servi tu?» il Conte gli disse.
«Nel grado di scudiere del grande scudiere della Signoria vostra,» rispose il Lambourne con quel suo tuono di sfrontatezza ordinaria.
«Metti da un canto la sfacciataggine. Le buffonerie che ti puoi permettere con sir Riccardo Varney, non sono buone per me. Solamente rispondimi. In quanto tempo ti riprometti di raggiugnere il tuo padrone?»
«In un’ora, o Milord, se il cavaliere o il cavallo ci durano,» rispose Lambourne, che fece tosto passaggio dal tuono pressochè famigliare ai modi il più profondamente rispettosi.
Il Conte lo squadrava da capo a piedi: «Ho udito parlare di te, come d’uomo infaticabile nel servigio, ma troppo dedito al vino, e accattabrighe, sicchè non so bene se convenga il fidarti negozi di alto rilievo.»
«Milord, fui soldato, marinaro, viaggiatore, avventuriere, mestieri tutti nei quali si gode del tempo presente, perchè non avvi mai sicurezza del dì successivo; ma benchè questo tempo molte volte io l’abbia mal impiegato, non ho mai posto in dimenticanza quanto si dee ad un padrone.»
«Fa ch’io me n’avvegga in tal circostanza, e te ne verrà bene. Rimetti prontamente, e con tutta l’accuratezza questa lettera nelle mani di sir Riccardo Varney.»
«La mia incumbenza non si estende più in là?» soggiunse il Lambourne.
«No, rispose il Conte, ma riguardo come affare di massima importanza che ella sia eseguita a dovere e con sollecitudine.»
«Non risparmierò nè le mie cure, nè il mio cavallo,» e dopo avere così risposto il Lambourne si ritirò immediatamente, e nell’attraversare il lungo corritoio e nel discendere per la scaletta segreta, borbottava fra se medesimo: «Ecco a che si riduce questa segreta udienza, onde io era già salito in tanta speranza! Che io caschi morto! Avrei giurato che il Conte abbisognasse della mia assistenza per qualche segreto maneggio, e il tutto sta in una lettera da portar via! Nondimeno sia fatta la sua volontà! E sua Signoria dice benissimo. Me ne verrà bene per un’altra volta. Il fanciullo va carpone prima di camminare, ed è giusto che un novizio cortigiano, come son io, faccia lo stesso.... Ma diamo un poco un’occhiatina a questa lettera, che il nostro Conte ha suggellata con tanta negligenza.» Compiuto ch’ebbe tale disegno si credè rapito in estasi, ed esclamò: «La Contessa! la Contessa! Giur’al cielo ho scoperto un segreto che o farà la mia fortuna, o mi rovina per sempre. Ma va innanzi o mio Baiardo, soggiunse egli mentre conducea nel cortile il suo cavallo; va innanzi perchè i miei speroni e i tuoi fianchi sono in procinto di stringere nuovamente amicizia.»
Salì dunque a cavallo il Lambourne, abbandonando il castello, ed uscì per la portella di soccorso, ove trovò gli ordini lasciati dal Varney affinchè non gli si contendesse il passaggio.
Non appena il Lambourne ed il servo si erano partiti dalla stanza di Leicester, questi cambiò le magnifiche vesti in altre più semplici, ed avvoltosi nel suo mantello, e presa in mano una lucerna, tenne la via del corritoio, d’onde scese ad una porticella che mettea nella corte vicina all’ingresso del _luogo di delizia_. Le considerazioni cui si dava egli in allora erano d’un’indole più tranquilla e più risoluta che da lungo tempo nol fossero state, e studiavasi di assumere quel contegno, che a’ suoi occhi medesimi fosse giusto, fermo però nell’opinione d’essere egli l’offeso, non il colpevole.
«Soffersi il più grave degli oltraggi! Tal si era il senso di queste meditazioni; e nondimeno ho ricusato di prenderne quell’immediata vendetta che era in mio potere per riserbarmi quella sola voluta dall’onore. Ma ne deriverà perciò che un nodo profanato in un giorno da questa perfida donna debba legarmi per tutta la vita, ed oppormi impacci nella brillante carriera, che i miei destini mi apersero? No: vi sono altri modi d’infrangere sì fatti lacci senza attentare ai giorni di quella che mi tradì. Dinanzi a Dio sono libero d’un legame ch’ella stessa ha distrutto. Molti e molti regni separeranno lei e me d’ora innanzi: l’immenso oceano starà frapposto tra noi: ed i flutti che ne’ loro abissi inghiottirono intere flotte, rimarranno i soli depositari di questo infausto segreto.»
Con sì fatti ragionamenti procurava il Leicester di calmare la propria coscienza. Di fatto egli avea ritrattati gli ordini atroci d’una vendetta, che bramò troppo nel primo impeto dello sdegno. E quanto alle mire ambiziose, erano queste divenute per tal modo inseparabili dai suoi atti e dai suoi disegni, che non era più nemmeno in facoltà di lui il risolversi d’abbandonarle. Quella sola vendetta cui divisava limitarsi, prese a’ suoi occhi un color di giustizia, e perfino di moderazione e di generosità.
In tale stato trovavasi l’animo dell’uomo ambizioso, e che veramente si credea provocato, allorchè entrò nel magnifico ricinto del _luogo di delizia_, che la luna adorna del massimo suo splendore chiariva. I raggi ne venivano ripercossi da tutti i marmi bianchicci ond’erano costrutti i cancelli e gli altri ornamenti architettonici di quel delizioso sito. Non una leggiera nuvoletta ingombrava l’azzurrina volta de’ cieli; laonde la prospettiva che stavasi innanzi potea vedersi in quella guisa, come se il sole avesse abbandonato allor l’orizzonte. Le numerose statue di bianco marmo al chiarore di quella pallida luce sembravano altrettanti spettri, che avvolti in bianchi drappi uscissero delle lor tombe. Le fontane che in brillanti zampilli descrivevano la loro curva nell’aere, ricadeano indi nei propri bacini in forma di pioggia che inargentavano i raggi della luna. Calda oltremodo era stata quella giornata; spirava lungo il terrazzo un dolce orezzo notturno, leggiero al pari d’aura agitata dal ventaglio d’avvenente donzella. Gli usignuoli avevano costrutti numerosi nidi nel contiguo giardino, e questi armoniosi cantori delle notti estive cercavan compenso del silenzio serbato per tutto il giorno nell’intonare deliziosi concerti, i cui accordi, or vivaci e giulivi, or patetici, corrispondevano, detto sarebbesi, all’estasi prodotta in essi dal cheto e soave spettacolo di que’ giardini allegrati dalla lor melodia.
Ma il Leicester pensava a tutt’altro che al mormorio dell’acque, al chiaror della luna, o ai canti degli usignuoli, e dignitoso e a passi lenti trascorrea quel terrazzo da un’estremità all’altra, avvolto nel suo mantello, e tenendo sotto il braccio la spada, nè gli veniva fatto di veder cos’alcuna che a figura umana si assomigliasse.
«Fui scherno, diceva egli, della mia stessa generosità, lasciai sfuggirmi quello scellerato, e forse a quest’ora egli ha fatta libera la sua adultera amante, che sì debolmente è scortata.»
Tali ne erano i sospetti, che tantosto si dileguarono, allor quando s’accorse di un uomo che dopo avere attraversato il portico, veniva a lui lentamente, ed oscurava colla propria ombra gli obbietti innanzi ai quali avvicinandosi trascorrea.
«Ferirò io, prima che il suono di questa odievole voce mi giunga all’orecchio? (pensò il Leicester nell’atto di mettere la mano all’impugnatura della sua spada). Ma no: voglio sapere a che tendano i suoi vili divisamenti: voglio conoscere, comunque orribile ne sia l’esame, tutti i raggruppamenti, gli avvolgimenti di questo rettile impuro, innanzi ch’io adoperi la forza mia a stritolarlo.»
Abbandonata colla mano l’elsa della spada, mosse lentamente ver Tressiliano, cercando di raccogliere attorno al suo animo quella calma di cui sentivasi capace.
Tressiliano il salutò con molto riguardo, alla quale salutazione corrispose il Conte chinando disdegnosamente il capo, e dicendogli:
«Voi volevate parlarmi in segreto, o Signore! Eccomi a voi. Sto ascoltandovi.»
«Milord, quanto debbo comunicarvi mi sta sì a cuore, e bramo tanto di avere in voi un ascoltatore paziente, e persin favorevole, che incomincerò prima dal giustificarmi sopra tutte quelle circostanze che potessero avere impressionato sinistramente intorno a me l’animo della Signoria vostra. Voi mi credete vostro nemico?»
«Non pare ch’io ne abbia qualche motivo?» Rispose il Conte, in veggendo che Tressiliano aspettava una risposta.
«Voi siete ingiusto, o Milord. Io mi protesto amico del conte di Sussex, che i cortigiani nomano vostro rivale; ma non ne sono o la creatura o il partigiano, nè aspettai questo momento ad accorgermi che le Corti e i loro maneggi non si confanno nè colla mia indole, nè colle mie idee.»
«Certamente! rispose il Leicester. Avvi cure più degne d’un dotto che gode tanta fama quanto il sig. Tressiliano; ma l’amore ha i suoi maneggi, non meno che l’ambizione.»
«M’accorgo, Milord, che voi date troppo peso all’antico affetto ch’io nudrii per l’infelice persona di cui debbo or favellare, e immaginate forse ch’io ne abbia assunta la causa, mosso piuttosto da uno spirito di rivalità, che da un sentimento di giustizia.»
«Quali che siano le mie idee a tal proposito, procedete innanzi nel vostro discorso, o Signore. Fin qui non m’avete parlato che di voi medesimo; gli è un argomento per certo grave ed importantissimo; ma che non mi riguarda personalmente in un modo sì rilevante da farmi abbandonare il riposo per venire ad intertenermene. Risparmiate di farmi udire più lunghe frasi, o Signore, e dite quel che vi rimane a dire, se pur è vero che abbiate da parlarmi di cose che si riferiscano a me. Terminato che sia il vostro discorso, io pure a mia volta ho altre cose da comunicarvi.»
«Quando ciò sia, entro senza preamboli in argomento, o Milord, e poichè trattasi di tal materia che va strettamente congiunta all’onore della Signoria vostra, son certo che non riguarderete come perduto il tempo trascorso in udirmi. Debbo domandar conto alla Signoria vostra dell’infelice Amy Robsart, la cui storia non vi è che troppo conosciuta. Rimprovero acerbamente me stesso di non aver preso questa via sulle prime, e di non avervi sulle prime fatto giudice tra me, e lo scellerato che l’oltraggiò. Milord, ell’è giunta a sottrarsi all’illegale cattività di Cumnor: la vita di lei era in pericolo: ella ha sperato che le sue rimostranze produrrebbero qualche effetto sopra l’animo d’un indegno marito: ella mi strappò la promessa di non mettermi nell’arringo di suo difensore, fintantochè ella stessa non avesse esperimentato ogni sforzo per far riconoscere da costui i propri diritti.»
«Signore, dimenticate voi di qual persona parlate?»
«Parlo del suo indegno sposo, e il rispetto che ho per voi non sa trovare linguaggio più mite onde additarlo. La persona infelice per cui m’adopero viene sottratta a’ miei sguardi, e la tengono celata in qualche angolo recondito di questo castello, se all’ora in cui parlo non trovasi già rinchiusa in un di que’ nascondigli, opportuni ai malvagi per mandare a fine scellerati disegni. A questi disegni è d’uopo finalmente troncare il corso. Parlo con tanto coraggio, invigorito dall’autorità, che lo stesso padre della giovane in me trasmise. Questo fatal maritaggio vuol essere pubblicato e provato alla presenza della Regina. Amy dee finalmente essere liberata dalla sua schiavitù, e posta in grado di fare quanto vorrà di se stessa. Permettetemi d’aggiugnere, non trovarsi persona, il cui onore esiga tanto imperiosamente che si faccia diritto a tale inchiesta, quanto nella presente circostanza la Signoria vostra lo è.»
Rimase attonito, e quasi fatto di pietra, il Conte in udir l’uomo, da cui si credea oltraggiato nella più crudel guisa, difendere colla fermezza di chi non ha nulla da rimproverarsi la causa della sua colpevole amante (che tale Dudley la credea) quasi che ella fosse innocentissima fra tutte le donne, ed egli, Tressiliano, un imparziale proteggitore. Nè certo a scemare tale sorpresa contribuiva il fervore posto dal gentiluomo di Cornovaglia nel chiedere per Amy quel grado e quegli onori, che in senso di Leicester cotesta donna aveva inviliti, e che, siccome più apparivano le cose, ella avrebbe poscia divisi col suo inverecondo campione. Laonde trascorse più d’un minuto dopo l’arringa di Tressiliano, innanzi che il Conte si riavesse dal proprio stordimento; e per chi consideri in qual persuasione trovavasi l’animo del secondo, allorchè si condusse in questo ricinto, non parrà strano, se finalmente cedè ai moti dell’ira, fattosi cieco a qualunque altro riguardo.
«Vi ho ascoltato senza interrompervi, sig. Tressiliano, e ringrazio Dio, poichè ha fino a questo giorno risparmiato alle mie orecchie il disgusto di udir gli accenti d’un uomo malvagio quanto sfrontato. La frusta di un carnefice sarebbe strumento più convenevole a punirti che non la spada d’un cavaliere. Nondimeno mettiti in parata, o scellerato; difenditi.»
Dicendo le quali ultime cose, lasciò cadersi il mantello, e colla spada guernita ancora di fodero percosse fortemente Tressiliano, indi tantosto la sguainò, fattosi primo ad assalirlo. Già i detti ingiuriosi che Tressiliano sapeva di non meritare, aveano prodotto in questo un istantaneo stupore, non dissimile a quello onde rimase attonito il Conte allorchè ascoltò i primi accenti dell’altro. Ma non appena alle ingiurie tenne dietro sì fatto oltraggio, che escludeva ogn’altra idea fuorchè quella del venire all’armi, la sorpresa diede luogo al risentimento il più vivo nell’animo di Tressiliano, che sguainò parimente la spada, e comunque men destro in valersene che nol fosse il Conte, trovò nullameno vigor bastante per sostenere da valoroso il cimento, tanto più che la mente del Cornovagliese era più tranquilla assai di quella del Leicester, la cui condotta l’altro non poteva attribuire che a vera frenesia, o alla forza di qualche inesplicabile illusione.
Si durava da più minuti combattendo senza che alcuno de’ due rivali avesse ricevuto ferite, allorchè d’improvviso si udì suono di voci e di passi affrettati sotto il portico, che mettea nel terrazzo.
«Noi siamo interrotti, disse al suo antagonista il Leicester, seguitemi.»
Nel medesimo tempo si fece ascoltare tal voce: «Sì, in fede mia! costui ha ragione: sono persone che si battono.»
Allora il Leicester condusse Tressiliano ad un frascato posto dietro ad una fontana, che fu loro di nascondiglio. Intanto che sei _Yeomen_ della guardia reale trascorreano il viale maestro del _luogo di delizia_, si fece udire uno di que’ soldati che diceva all’altro:
«Non ci verrà mai fatto per questa notte trovarli in mezzo a queste fontane e a queste grotte, veri covi di scoiattoli e di conigli. Laonde, se non gl’incontriamo prima d’essere in fondo, torneremo addietro, e basterà mettere una sentinella all’ingresso del sito per assicurarci quando sarà giorno che i nostri schermidori non ci scappino.»
«Bella impresa veramente! diceva un altro, sguainare la spada in tanta vicinanza alla dimora della Regina, e può dirsi anche nel suo palagio medesimo. Saranno, non v’ha dubbio, due smargiassi presi dal vino. Mi spiacerebbe quasi se li raggiugnessimo; perchè la loro colpa, non è vero? è punita col taglio della mano destra. Sarebbe a dirla, un brutto caso il perderla per aver toccata una lama, che appunto vuol essere tenuta con quella mano.»
«Eh! se si parla di smargiassi e di accattabrighe tu non ti stai addietro, mio caro amico, un altro di que’ soldati gli soggiugnea. Ma bada al fatto tuo, perchè la legge è al giusto qual la citasti.»
«Sì, replicò il primo, volendo interpretarla a tutto rigore. Questo palagio per altro non appartiene alla Regina, ma a milord Leicester.»
«Se non hanno altra circostanza che li favorisca, disse allora il secondo, non la vedo tanto bella per essi, perchè se la graziosissima nostra sovrana è regina, come lo è, grazie a Dio, milord Leicester non è lontano dall’esser re.»
«Taci, bestia, entrò di mezzo un terzo. Chi t’assicura che qualcheduno non sia qui ad ascoltarci?»
Così proseguirono la loro corsa, facendo una specie d’indagine assai negligente, e molto più intesi, giusta quanto pareva, a continuare la loro conversazione, che a discoprire que’ notturni perturbatori.
Allorchè Leicester s’accorse che i soldati avevano oltrepassato il terrazzo, diede cenno a Tressiliano di seguirlo, e prendendo dirittura opposta a quella cui si erano avviate le guardie, fece coll’avversario tutto il portico, senza che alcuno s’accorgesse di loro. Indi il Conte accompagnò lo stesso Tressiliano alla torre di _Merwyn_, ove questi avea tornato a prendere alloggiamento, e gli disse prima di separarsi da lui:
«Se è coraggio in te bastante per terminare il combattimento interrotto in tal guisa, tienti domani poco discosto da me, allorchè la Corte uscirà. Troveremo istante opportuno, e da me ne avrai il segnale.»
«Milord, rispose Tressiliano, in tutt’altra occasione, avrei potuto chiedervi il motivo dello strano furore che vi accieca contra la mia persona; ma l’insulto che mi faceste vuol esser cancellato solo col sangue, e foste voi giunto pur anche al sublime grado, cui aspira la vostra ambizione, il mio onore oltraggiato debbe avere la sua vendetta.»
In guisa tal si divisero; ma le avventure di quella notte non erano terminate ancora per Leicester. Costretto a passare per la torre di _St-Lowe_ onde giugnere al corritoio segreto che guidava al suo appartamento, si scontrò nel lord Hunsdon, che tenea sguainata sotto il braccio la spada.
«Anche voi, milord Leicester, sì prese a dire il vecchio Capitano, foste svegliato da questo _chi va là_? Ma va benissimo dalla parte di tutti i diavoli! Qui in questo vostro castello la notte non è meno romorosa del giorno. Non sono due ore che mi destarono le urla di quella povera pazza, di quella lady Varney, che suo marito conducea via a viva forza. E vi giuro bene che vi ha voluto tutta la forza degli ordini dati da voi e di quelli che prima ebbi dalla Regina perchè io non mi mettessi in mezzo di questo negozio, e perchè io non la finissi spaccando le tempia a quel vostro favorito Varney. Adesso poi liti e duelli nel luogo... luogo... Come chiamate voi quel terrazzo lastricato ove metteste tutte le vostre carabattole?»
La prima parte di tale discorso fu un colpo d’acuto stile al Leicester, che si limitò a rispondere all’altro aver egli pure udito lo scricchiolar delle spade, ed essere disceso per fare stare a dovere i temerari che osarono battersi in tanta vicinanza della Regina.
«Quand’è così, disse Hunsdon, spero bene che la Signoria vostra vorrà accompagnarmi.»
Il Leicester pertanto si trovò nella necessità di tornare addietro fino al _luogo di delizia_ insieme al vecchio parente della Regina; il quale giunto sul luogo udì narrarsi dagli uomini di guardia (erano questi sotto l’immediato comando di Hunsdon) come fosse stata inutile ogni ricerca intesa a scoprire gli autori dello scompiglio; ond’egli in guiderdone della fatiga che aveano fatta indarno, li presentò d’una dozzina delle sue solite imprecazioni, trattandoli come gente pigra e da nulla.
Ed anche il Leicester trovò ben fatto di mostrarsi corrucciato per lo stesso motivo; ma finalmente pervenne a capacitare il lord Hunsdon, che tutto questo soqquadro non poteva in sostanza aver origine se non se dalla sconsigliatezza di due giovinastri che aveano forse bevuto al di là, e assai castigati dalla paura d’esser presi da chi gl’inseguiva.
Il lord Hunsdon, che non era poi egli stesso fra gli ultimi devoti al dio Bacco, convenne che il vino scusava in parte molte delle pazzie che ne derivavano. «Però, soggiunse, se la Signoria vostra non mette un po’ meno di liberalità nella regola della sua casa, e soprattutto qualche maggiore economia nella distribuzione del vino, dell’_ala_ e de’ liquori, vedo che non potrò esentarmi dal far alloggiare in prigione qualcuno di questi garbati giovanotti e dal regalarli di non so quanti colpi di frusta. Con questo le auguro la felicissima notte.»
Si trovavano allora appunto a quell’ingresso della torre di _St-Lowe_ ove s’incontrarono la prima volta, e contento il Leicester di potersi spacciare d’un tale compagno gli augurò del pari la buona notte, e recatosi in dirittura al corritoio segreto, riprese la lucerna, lasciatavi dianzi, e che vicina a spegnersi durò quanto bastava a rischiarargli di pallido lume il cammino sintantochè fosse al suo appartamento.
CAPITOLO IX.
«State su, state su, se preziosa »Vita pur v’è; non mi venite addosso. »Vel canto in versi, e non vel dico in prosa. »A manca e a dritta i calci a più non posso »Mena la bestia mia; chè baldanzosa »La rende nobiltà fitta nell’osso; »Nobiltà, che suo padre ebbe ai tornei, »Ch’alla figlia d’Enrico offria Dudlei.» _Mascherata de’ barbagianni_ — Ben Jonson.
Il passatempo che stavasi apparecchiando pel successivo giorno ad Elisabetta ed alla sua Corte era una battaglia fra i Danesi e gl’Inglesi, la quale doveva essere rappresentata dai fedeli e coraggiosi abitanti di Coventry, giusta una costumanza da lungo tempo mantenutasi in quell’antico borgo, e guarentita autentica dalle vecchie loro croniche.
I cittadini divisi in due bande, Sassoni, e Danesi, recitavano in versi sufficientemente aspri, accompagnati da botte ancor più aspre che costoro si menavano, le contese delle due prodi nazioni, e il valor magnanimo delle amazzoni Inglesi, che ebbero la più gran parte nella generale strage dei Danesi, accaduta nel secondo martedì dopo pasqua, dell’anno di grazia 1012. Tale lotta che fu lungo tempo il favorito sollazzo degli abitanti di Coventry, era stata a quanto sembra proibita dal rigorismo d’alcuni ministri d’un’austera setta, i quali aveano acquistata grande prevalenza sopra la Magistratura. Perciò que’ borghesi indirissero istanze alla Regina, affinchè venisse loro restituito questo patrio divertimento, ed anzi per ottenere la permissione di offerirne lo spettacolo a sua Maestà. Allor quando tale argomento si discusse nel consiglio privato, solito per la maggiore celerità degli affari a seguire ovunque portavasi la Regina, l’inchiesta del popolo di Coventry, benchè disapprovata da alcuni membri più severi di quell’assemblea, incontrò grazia al cospetto di Elisabetta. Ella trovò che passatempi di tal natura intertenevano innocentemente molte persone, che prive d’essi avrebbero impiegato in più perniciosi giuochi il proprio tempo, e che i loro predicatori comunque commendabili per dottrina e pei santi fini che gli animavano, mostravansi di soverchio acerbi nel negare i modi di ricrearsi al lor gregge.
Avutasi pertanto causa vinta dagli abitanti di Coventry, dopo un banchetto, che mastro Laneham chiama _colezione d’ambrosia_, i principali personaggi della Corte, seguendo sua Maestà, si trasferirono in folla alla torre _della Galleria_ per vedere avvicinarsi le due truppe nemiche, Inglese e Danese.
Ad un dato segno si schiuse per riceverli lo steccato del parco; ed entrarono tutti insieme i fantaccini ed i cavalieri, perchè i più ambiziosi fra i borghesi ed i coltivatori si erano addossate bizzarre vesti che in tal qual modo imitavano quelle dei cavalieri, e così intendevansi rappresentare il corpo nobile delle due nazioni. Ciò nullameno onde evitare ogni sinistro, non fu permesso ai medesimi il montare veri cavalli; costretti quindi a valersi di quei corridori di legno, onde ebbe in altri tempi il suo vezzo principale la danza moresca, e che vediamo anche ai dì nostri sul teatro nella grande battaglia, con cui viene terminata la tragedia del sig. Bayes. Nè d’arnesi men singolari, che la cavalleria, pompeggiava l’infanteria; la quale comparsa potea riguardarsi quasi una parodia di quegli spettacoli più splendidi, ne’ quali i nobili avendo parte, imitavano colla possibile fedeltà i personaggi rappresentati. Nè la festa di cui parliamo era soltanto parodia a motivo dei cavalli di legno, e delle combinazioni bizzarre e ridicole di vesti, che quegli attori d’una classe inferiore sfoggiavano non ne sapendo di più, e che noi ci asterremo dal descrivere per non interrompere il corso della nostra storia; ma ad accrescere materia di riso aggiugneasi la qualità delle lor armi, che sebbene capaci di portare vigorosi colpi, non erano che lunghe pertiche in vece di lancie, ed i bastoni teneano luogo di spade. Le armi da difesa poi così per la fanteria come per la cavalleria erano caschetti e scudi di fitto cuoio.
Il capitano Coxe (quel celebre buffone di Coventry, autore d’una biblioteca di ballate, d’almanacchi, e di storielle, che legate in carta pecora, ed annodate con uno spago, vengono anche oggidì cercate avidamente dagli antiquari) era egli stesso l’ingegnoso ordinator della festa. Avanzavasi gagliardamente sul suo cavallo conducendo le bande Inglesi. «Feroce all’aspetto, dice il Laneham, brandiva la sua lunga sciabola, qual si conveniva ad uno sperimentato guerriero, che avea portato l’armi all’assedio di Bologna sotto il padre della Regina, il re Enrico.» Questo Generale pertanto fu il primo a far carriera; e passò vicino alla galleria, seguito da’ suoi compagni. Poi abbassando rispettosamente innanzi alla Regina l’impugnatura della spada fece tale corbetta, che non mai cavalli di legno a due gambe ne avevano fatta una simile.
Indi continuando in suo cammino con tutta la schiera de’ fantaccini e de’ cavalieri, li schierò abilmente in ordine di battaglia all’estremità del ponte, aspettando che i suoi antagonisti fossero preparati all’assalto.
Nè gli fu d’uopo indugiar lungo tempo; perchè i Danesi, così infanteria come cavalleria, non inferiori nè di numero nè di coraggio agl’Inglesi, arrivarono quasi nell’istante medesimo; e preceduti dal suono della cornamusa del Nort, strumento della nazione, ubbidivano ai comandi d’un abile condottiero, il quale nella perizia della guerra non la cedeva che al capitano Coxe, se però non eragli eguale. I Danesi, siccome assalitori, si collocarono sotto la torre _della Galleria_, posta rimpetto a quella _di Mortimero_, e prese che ebbero tutte le necessarie cautele fu dato il segno della battaglia.
Molta moderazione dimostrarono i combattenti nel primo scontro; perchè ciascuna delle due parti temeva essere respinta sino al lago. Ma col giugnere de’ rinforzi la scaramuccia si trasformò in combattimento accanito. Gli uni si lanciaron su gli altri, che sembravano, come si esprime il donzello della camera del Consiglio, _montoni ardenti di gelosia_; e gli urti scambievoli erano tanto furiosi, che a coppie stramazzavano al suolo, e faceano strano fracasso quelle sciabole di legno che si scontravano negli elmi; ed accadde per reiterate riprese ciò che i campioni più esperimentati delle due bande temevano: i cancelli laterali, fors’anche ad arte mal rinfrancati, cedettero alla forza di quelle spinte, di modo che il coraggio della maggior parte illanguidì. E tale accidente sarebbe divenuto più serio di quanto volevasi in una lotta fatta per divertire, poichè parecchi di que’ campioni non sapevano nuotare, e quelli ancor che lo sapevano si trovarono impacciati dalle loro infrante armature di legno e di cartone. Ma ogni cosa erasi preveduta, onde stavano pronti molti battelli per raccogliere i guerrieri che soggiacessero a tale disastro, e per isbarcarli sulla terra ferma. Ivi tutti molli e sconfortati cercavano l’obblio dell’avuta sconfitta nella copia d’_ala_ calda, e di spiritosi liquori che vennero ad essi somministrati colla massima liberalità; e tal ne era l’effetto, che non mostravano più alcuna vaghezza di rimettersi in quel pericoloso certame.
Il solo capitano Coxe, balzato due volte dal ponte nel lago egli ed il suo cavallo di legno, e giudicandosi nondimeno capace d’affrontar quanti pericoli siensi giammai offerti agli eroi favoriti dell’antica cavalleria, agli Amadigi, ai Beliani, ai Bevi, e a Guido di Warwick, il cui personaggio egli rappresentava, il solo capitano Coxe, lo ripetiamo, dopo due disgrazie di tal fatta si lanciò in mezzo al più folto della mischia, colle vesti e colla gualdrappa del cavallo tutte imbevute d’acqua, e giunse per due volte a ridestare colla voce e coll’esempio il coraggio degl’Inglesi, che pareva inchinasse; tal che finalmente la vittoria loro sopra i Danesi divenne, siccom’era convenevole e giusto, compiuta e decisiva. Meritevole quindi che un mezzo secolo dopo la facesse immortale la penna di Ben Jonson, il quale giudicò non potere un ballo immascherato aprirsi degnamente da verun altro fuorchè dall’ombra del capitano Coxe, montato sul formidabile suo corridore di legno.
Questi passatempi campestri, e per vero dire grossolani anzichè no, mal parranno forse accordarsi coll’idea che il leggitore dovea concepire e d’una ricreazione preparatasi per Elisabetta, per quella Principessa, che nel durar del suo regno fece fiorire in guisa tanto brillante le lettere, e d’uno spettacolo rappresentato dinanzi una Corte, cui presedea la donna la più reputata così per l’osservanza in ch’ebbe mai sempre ogni sorte di convenevolezze, come per saggezza e spirito, e per gusto finissimo e dilicato.
Ma fosse politica in essa il prendere parte a que’ diletti popolari, o vogliasi dire che Enrico VIII avesse trasfuso alcuno de’ propri gusti nella sua prole, gli è certo ch’ella rise di tutto cuore sul modo onde la popolazione di Coventry dipinse, o piuttosto mise in parodia le consuetudini cavalleresche. Ma finalmente vogliosa di una ricreazione più conforme al suo genio che questi spettacoli burleschi nol fossero, chiamò a se vicini il lord Hunsdon, e il conte di Sussex col quale aperse un intertenimento sopra cose a lei più gradevoli, nel che ebbe parimente, a quanto parve, lo scopo di compensare questo uomo illustre del disgusto forse arrecatogli dalle lunghe udienze particolari, onde in quell’intervallo si vide onorato il Leicester. La compiacenza che la Sovrana dava a divedere nel ridere e scherzare co’ suoi generali, fornì al Favorito l’occasione ch’ei stava aspettando di ritrarsi dal regale cospetto. E così bene egli colse l’istante, onde il suo allontanarsi fu attribuito dai cortigiani a cortesia, che gli persuadesse lasciar libero al rivale il campo di avvicinarsi ad Elisabetta, anzichè profittare del vantaggio che la sua qualità di signor del castello offerivagli a poter sempre mettersi di mezzo siccome barriera fra i propri emuli e la Regina.
Ma il Leicester pensava in allora a tutt’altra cosa fuorchè al dimostrarsi così generoso rivale; nè appena vide la Regina in colloquio col Sussex e col lord Hunsdon, dietro ai quali stavasi sir Nicolò Blount, spalancando da un orecchio all’altro la bocca ad ogni parola che udiva pronunziare, il Leicester fece un cenno a Tressiliano, che in tutto quel tempo non avea mai partiti gli occhi da quanto il Conte facea.
Il Leicester pertanto s’innoltrò dalla banda del parco, rompendo le ondate degli spettatori, che si beavano ammirando il battagliar degl’Inglesi contra i Danesi. Poi quando, non senza avere superata qualche difficoltà si vide fuori di quella calca, volse il capo per verificare se Tressiliano se n’era spacciato al pari di lui, ed accorgendosi che questi lo seguia da vicino, s’avviò ad un piccolo boschetto, ove gli aspettava un servo con due cavalli forniti di sella. Asceso sopra uno di essi additò per cenni a Tressiliano di fare altrettanto sull’altro. Il Cornovagliese lo secondò senza profferire un solo accento.
Il Leicester punse i fianchi del suo corridore, e galoppò senza posa fino ad uno spartato luogo, cinto di spessissime quercie, lontano un miglio dal castello, e situato in parte contraria affatto a quella ove la curiosità attraeva la piena degli spettatori. Allora discese, e legato il suo cavallo ad un albero, altro non disse che queste parole: «Qui non corriamo rischio di venire interrotti»; indi posto il mantello suo sulla sella, sguainò la spada.
Fece egual cosa Tressiliano, che solamente non potè ristarsi dal dire: «Milord, chiunque mi conosce sa ch’io non pavento la morte ogni qualvolta sia compromesso il mio onore. Credo potere senza avvilirmi domandare in nome di quanto è più sacro giusta le leggi dello stesso onore, per qual motivo la Signoria vostra si è tratta a farmi un oltraggio siccome quello che ora mette l’uno a fronte dell’altro, nello stato in cui ci troviamo.»
«Se voi non amate aver tali prove del mio disprezzo, mettetevi tosto in difesa, o temete ch’io rinnovelli il trattamento onde vi querelate.»
«Non ne farà d’uopo. Dio sia giudice fra di noi, e ricada sul vostro capo il sangue vostro, se voi succumbete!»
Terminate queste parole si avvicinarono, e diedero principio all’assalto.
Il Leicester che sapea profondamente l’arte della scherma, imparò nella scorsa notte a ben conoscere la forza di Tressiliano ed a sentire la necessità d’usare molta cautela, e di assicurarsi la vendetta col non volerla troppo affrettata. Continuò molti minuti la pugna, e la maestria e la fortuna eguali erano d’entrambe le parti, allor quando Tressiliano avventurando con eccessivo impeto una botta al Leicester, questi riuscito a pararla pose l’avversario in mal punto; tanto che potè disarmarlo, e riversarlo sul suolo. Sorrise ferocemente il Conte in vedere la punta della propria spada non lontana più di due pollici dal collo dell’inimico. Postogli un piede sul petto, gli comandò confessasse le infami colpe, onde si era fatto reo verso di lui, indi si preparasse alla morte.
«Non ho colpe, nè infamie da rimproverarmi nella condotta che tenni verso di te, Tressiliano rispose. Meglio di te son preparato a morire. Usa, come ti piace del riportato vantaggio, e possa Iddio perdonarti! Io non ti diedi nessun motivo di perseguitarmi coll’odio tuo.»
«Nessun motivo! sclamò il Conte, nessun motivo! Ma perchè parlar io con un ente sì vile? Muori, siccome vivesti.»
E già rialzato avea il braccio, risoluto a portargli l’estremo colpo, quando sentì arrestarselo da alcuno che gli stava dietro alle spalle.
Furibondo ei si volse per isciogliersi da tale ostacolo non mai preveduto, e vide colla massima delle sorprese che chi gli tenea il braccio era un fanciullo d’aspetto il più straordinario; e lo tenea sì vigorosamente, che gli sforzi operati dal Conte a fine di spacciarsene diedero tempo a Tressiliano di rialzarsi e di riprendere la sua spada. Il Leicester gli si avventò lanciando sovr’esso guardi inveleniti siccome prima, e con più furore sarebbe rincominciata la pugna, se il fanciullo gettatosi a’ piedi del Conte, non lo avesse con voce stridula ed acutissima supplicato ad ascoltarlo un istante.
«Levati e lasciami, disse Leicester, o pel giusto Iddio!... proverai quel che la mia spada si valga. Qual interesse è in te di togliermi la mia vendetta?»
«Un interesse potentissimo, rispose senza intimidire il fanciullo, perchè la mia sola pazzia è cagione di questa sanguinosa contesa, e lo sarà fors’anche di mali assai più terribili. Oh! se voi volete goder la gioia d’una pura coscienza, oh! se voi sperate dormire i vostri sonni liberi dal tormento crudelissimo de’ rimorsi, oh! trascorrete, trascorrete questa lettera solamente, poi farete quel che vi aggrada.» E questi detti movea con tale istanza, cui i lineamenti del volto e la singolarità della voce prestavano non so qual vezzo fantastico, e nel tempo medesimo faceva vedere al Conte una lettera annodata da lunga treccia di capelli. Comunque cieco di rabbia nel vedersi sfuggir dalle mani in guisa tanto strana la sua vendetta, non seppe il Conte resistere a questo supplicante d’un genere sì straordinario. Gli strappò dalle mani la lettera, impallidì nello scorgerne la soprascritta, slegò con tremebonda destra il nodo che la chiudea, e portatine gli occhi sul contenuto, vacillò e sarebbe caduto all’indietro, se nol reggea il tronco di un albero. Rimase un istante in quella positura, cogli occhi fisi sulla lettera, e colla punta della spada rivolta al suolo, sicchè non parea più pensasse di modo alcuno alla presenza d’un nemico ch’egli avea sì spietatamente aizzato, e venuto in tutto il destro di assalirlo con vantaggio a sua volta. Ma troppo nobile era l’anima di Tressiliano per pensare ad una sì fatta vendetta. Egli stavasi non men del Conte immobile per la sorpresa, tenendosi però ognor pronto a schermirsi, se fosse stato d’uopo, contro qualunque subitaneo assalto d’un inimico ch’ei sospettava sempre più essere vittima soltanto d’una inconcepibile frenesia. Gli parve per vero dire ravvisar nel fanciullo quel ragazzo che avea fatto seco a correre intorno all’antro del maniscalco, perchè tal era la figura di Dick, che non la dimenticava sì di leggieri chi l’avea vista una volta. «Ma come giunto qui in tal momento? considerava fra se medesimo; perchè interporsi con tanto fervore nella nostra contesa? e quel che più mi sorprende, perchè il costui frammettersi ha potuto tanto sull’animo di Leicester?»
Ma tal si era quella lettera da produrre effetti ben ancora più maravigliosi; e fu quella stessa che l’infelice Amy aveva scritta al suo sposo onde rendergli noti i motivi che la costrinsero a fuggire da Cumnor, e i modi dell’eseguito divisamento. In essa instruivalo come si fosse rifuggita a Kenilworth, soltanto per implorare la protezione del marito; in essa spiegava circostanze da cui appariva il perchè si fosse trovata nella stanza di Tressiliano; in essa pregava il Conte a procurarle senza indugio un ricovero più convenevole che la torre _di Merwyn_ non le offeriva. Terminavasi questa lettera colle proteste le più solenni d’un inviolabile affetto, e di una sommessione sott’ogni riguardo assoluta alle volontà dello sposo, e principalmente per quanto si riferiva al tenore di vita ignorata ch’egli da lei pretendeva, e di cui si chiamava contenta purchè non fosse oltre affidata alla custodia di Varney.
Percorso ch’ebbe l’intero foglio il Leicester, gli cadde queste di mano. «Prendete, diss’egli, la mia spada, o Tressiliano, e trapassatemi il cuore, com’io volea pochi momenti dianzi trafiggere il vostro.»
«Milord, rispose Tressiliano, voi mi faceste una grande ingiustizia, ma un segreto presentimento ripeteva al mio animo, che questa doveva essere la conseguenza di qualche inesplicabile errore.»
«Fatale errore! (Soggiunse il Leicester nell’atto stesso in cui rimetteva la lettera a Tressiliano). Mi si è fatto credere scellerato un uomo d’onore, e un servo infido e dissoluto vestì a’ miei occhi il carattere del migliore fra gli uomini! Oh tristo d’un fanciullo! perchè mi giugne questa lettera solo adesso? A che indugiò, ove trovasi lo sciagurato che doveva recarmela?»
«Non ardisco dirvelo, Milord (rispose il fanciullo, e facea nel tempo stesso le sue consuete prove di allontanarsi e di mettersi fuori del pericolo d’essere raggiunto). Ma ecco il messo.»
Arrivò in quel punto stesso Wayland; che interrogato dal Leicester, gli narrò tutte le particolarità della fuga presa insieme con Amy; gli orribili espedienti dei malvagi che rendettero necessaria tal fuga, e il desiderio ch’ella avea di mettersi sotto la protezione del marito. Ed in prova di quanto asseriva, citò la testimonianza de’ servi del castello, i quali, soggiugneva egli, non poteano del certo aver dimenticate le premurose istanze ch’ella fece appena giuntavi ond’essere condotta al conte di Leicester.
«Ah scellerati! sclamò il Conte. Ma di tutti più infame, più scellerato Varney! E Amy or che parliamo è in poter di costui!»
«Ma _costui_, disse tosto Tressiliano, spero non avrà ricevuti comandi che le possano tornare funesti.»
«No, no, rispose precipitosamente il Leicester; dissi alcune cose nel primo impeto di furore, ma quest’ordine è compiutamente ritrattato, un corriere è partito in tutta fretta. Ora ella si trova.... ella deve trovarsi in piena sicurezza.»
«Sì disse Tressiliano, ella _deve_ trovarsi in piena sicurezza, ed io _devo_ esserne certo. I miei dispareri particolari con voi sono finiti, o Milord; ma ne restano altri su cui debbo chiedere conto al seduttore di Amy Robsart, a quel seduttore che di Varney si fece manto onde coprire le proprie colpe.»
«Il _seduttore_ d’Amy! replicò in terribile tuono Leicester. Dite il suo sposo, il suo sposo ingannato, accecato, il suo indegno sposo. Ella è di fatto la contessa di Leicester, quanto è vero ch’io sono armato cavaliere. Non avvi genere di giustizia ch’io non sia pronto a renderle di mio buon grado. Non ho d’uopo dirvi che se avvisaste essere in voi gli espedienti per costringermi a ciò, non li temo.»
Tanta era la generosità di Tressiliano, che gl’impedì di arrestarsi sulle personali considerazioni, cui dava luogo quest’ultima parte della risposta del Conte, e tutte le sue idee si raccolsero immantinente a meditare sulla sorte d’Amy Robsart. Non aveva egli una illimitata fiducia nelle risoluzioni, che temea volubili, del Leicester, e per altra parte ne scorgea l’animo troppo fieramente agitato per potere assicurarsi che la fredda ragione lo avrebbe sola condotto. Per ultimo non credeva Amy fuor di pericolo finchè la sapea fra le mani delle perfide creature del Conte.
«Milord, diss’egli colla massima calma, non ho mente d’offendervi, ed ora sono lontano più che mai dal voler cercare contese, ma i doveri che mi astringono a sir Ugo Robsart, vogliono ch’io in questo istante medesimo mi conduca alla Regina per farle note le cose accadute, e per adoperarmi, onde il grado di Amy Robsart venga riconosciuto siccome è di dovere.»
«No, Signore, il Conte replicò con nobile disdegno; non siate cotanto ardito per frammettervi in un affare che mi riguarda personalmente; la voce sola di Dudley dee promulgare l’infamia di cui si è coperto Dudley[12]. Corro sull’istante a farne consapevole Elisabetta, poi veloce come il lampo sarò a Cumnor.»
Così parlando distaccò il cavallo, e montatovi sopra, s’avviò, correndo a tutta briglia, al castello.
Nè meno impaziente di condursi a quella volta Tressiliano salì egli pure a cavallo; il che vedendosi da Flibbertigibbet, questi gli disse: «Ah Signore! portatemi con voi; la mia storia non è per anco finita. Ho bisogno della vostra protezione.»
Il gentiluomo di Cornovaglia secondò l’inchiesta del fanciullo, che in rispettosissimi modi gli confessò lungo la strada com’egli, Dick, si credesse avere diritto alla confidenza di Wayland, come lo avessero punto i misteriosi avvolgimenti, onde lo stesso Wayland evitava di appagarne la curiosità allor quando veniva da lui richiesto sullo stato della Signora, a questo maniscalco affidata, come in fine per vendicarsi avesse furtivamente tolta di dosso a Wayland quella lettera d’Amy, che tardata al Leicester, produsse cotanti inconvenienti. Aggiunse però in propria difesa essere stata intenzione in lui di restituire la stessa lettera in quella sera medesima, non dubitando che il suo vecchio amico non si trovasse al castello per sostenere la parte d’Arione; avergli per vero dire fatta molta sensazione il nome accennato nella soprascritta, ma essergli noto che non prima di quell’ora potea giugnere al castello il conte di Leicester, ne più presto quindi eseguire la sua commissione Wayland.
«Ma continuò il fanciullo, Wayland non si vide più» (e i nostri leggitori sanno come lo avesse posto fuori del castello il Lambourne). «Mi diedi, ma invano, tutta la sollecitudine per trovarlo. Cercai in allora un’occasione che non mi venne prima d’ora, onde parlare alla Signoria vostra[13]. Allora sì, cominciai a temere le conseguenze dello scherzo fatto all’amico, vedendomi detentore d’una lettera indiritta ad un personaggio cotanto ragguardevole, quale si è il conte di Leicester. Prima dell’allontanamento di Wayland potei accorgermi che egli non si curava punto, anzi temeva d’incontrarsi in Lambourne e in Varney. Pensai quindi che tale lettera fosse da rimettersi nelle mani stesse del Conte, e che forse avrei dato danno a chi l’avea scritta col fidarla a qualunque altra persona. Cercai bene d’ottenere un’udienza da milord Leicester; ma quella canaglia de’ suoi servi a’ quali mi volsi a tal uopo mi respingevano colle male parole, fosse per vedermi piuttosto brutto, fosse perchè i miei abiti non mi annunziavano per un signore.»
Narrò in appresso, come si fosse trovato vicino ad aggiugnere il desiderato scopo, allorchè in mezzo alle praticate indagini gli accadde trovar nella grotta lo scrignetto ch’ei ben sapeva appartenere all’infelice Contessa, avendoglielo veduto nel breve tempo ch’ella viaggiò di conserva coi commedianti, perchè niuna cosa sfuggiva all’occhio vispo di quel fanciullo. Dopo essersi dato premura onde consegnare alla Contessa o a Tressiliano quella cassettina, ei la pose per ultimo (e vedemmo per quale combinazione) fra le mani medesime del Leicester, ma il travestimento di questo personaggio gli impedì ravvisarlo.
Parve propizia a Dick la sera della mascherata, e vedea imminente l’istante di poter parlare al Conte egli stesso, ma Tressiliano il prevenne. Fino d’orecchio quanto lo era d’ingegno, udì i due campioni che si diedero convegno nel _luogo di delizia_, e gli venne vaghezza d’entrar terzo ne’ lor colloqui, e di spiarne i passi; perchè già lo mettevano in tal quale inquietezza le strane voci che intorno alla signora si andavano divulgando fra le persone di servigio.
Un incidente non preveduto gl’impedì di seguire da vicino l’orme del Conte, onde giunto sotto del portico trovò gli avversari alle prese. Avvertì di gente che si batteva la guardia, nè dubitò oltre, che la burla da esso fatta non fosse la cagione di una tale disfida, di cui potevano essere tanto funeste le conseguenze. Da starsi nascosto sotto del portico, udì il secondo patto di disfida, in cui Leicester e Tressiliano convennero. Per ciò non tenne che sovr’essi l’occhio intantochè i paesani di Coventry battagliavano. Allora a grande sua maraviglia, scorse in mezzo alla folla Wayland travestito con molta arte, ma non quanta voleasi per ingannar l’acuto sguardo del fanciullo collega. Si sottrassero insieme alla calca per confidarsi lo stato loro scambievole. Flibbertigibbet confessò al maniscalco tutto quanto abbiamo or raccontato, e l’altro a sua volta gli narrò, come lo avesse ricondotto in quel luogo l’altissima agitazione che il fece paventare per la giovane Amy, appena in un villaggio dieci miglia distante da Kenilworth, ove trovossi quella mattina, intese che fin nella notte precedente aveano abbandonato il castello del Conte così Varney come Lambourne, uomini a suo avviso capaci d’ogni più nero attentato.
Mentre di queste cose s’intertenevano Wayland e Dick, videro Tressiliano e Leicester che si erano spacciati dalla calca, e li seguirono fino al luogo, ove montarono a cavallo. Ivi fu che Dick, della cui sveltezza hanno già avute riprove i nostri leggitori, giunse in tempo a salvare a Tressiliano la vita. Era lo stesso Dick pervenuto a questa conclusione del suo racconto, allorchè egli ed il Cornovagliese si trovarono dinanzi alla torre _della Galleria_.
CAPITOLO X.
Dal balcon dell’orïente Le tenèbre della notte Schiude il sol, che fuggon rotte Per virtù del suo splendor Veritade, astro possente, Se da lunge sol ti sveli, Sperdi l’ombre più crudeli Dell’inganno e dell’error. _Antica ballata_.
Nel tempo che Tressiliano attraversava il ponte, che fu dianzi arena di spettacolo così tumultuoso, non potè far di meno di non osservare un’alterazione sorta in tutte le fisonomie nel durare della breve sua lontananza. La burlesca battaglia era finita; ma i lottatori anzichè pensare a dimettere i loro travestimenti, si erano raunati in diversi gruppi, siccome avrebbero fatto gli abitanti d’una città scompigliata da qualunque annunzio straordinario e malauguroso.
Nè in miglior aspetto trovò le cose, giunto al cortile esterno. I servi, le persone del corteggio di Leicester, gli ufiziali subalterni del castello stavano assembrati in vari drappelli essi pure, e l’uno susurrava all’orecchio dell’altro, e tutti teneano fisi i loro sguardi verso la finestra del gran salone, dipignendosi nel volto d’ognuno inquietezza e mistero.
La prima persona di sua particolare conoscenza in cui Tressiliano scontrossi fu sir Nicolò Blount, che senza dar tempo all’altro d’interrogarlo, lo fermò con queste parole:
«Dio ti perdoni Tressiliano! ma tu sei fatto più per essere buon campagnuolo che uomo di Corte. Non sai che cosa sia quella sollecitudine necessaria a chi fa parte del corteggio di sua Maestà. Sei domandato al castello, desiderato, aspettato; niuno può sostenere nel presente affare le veci tue, ed ecco che arrivi con un simiotto sul collo del tuo cavallo, come se tu fossi la balia di qualche diavoletto lattante, o avessi l’incarico di fargli prendere un poco di aria.»
«Che parli? che c’è di nuovo?» disse Tressiliano, lasciando andare il ragazzo, che si lanciò a terra colla leggerezza d’una piuma e scendendo nel medesimo tempo egli stesso.
«In fede mia che cosa ci sia di nuovo, non v’è chi lo sappia, replicò il Blount: non lo so nemmen io, che ho odorato fino quanto mai cortigiano possa vantarsene. Ti dirò solamente che milord di Leicester ha traversato galoppando il cortile, e galoppando con tal furia.... avresti detto volesse accoppar tutti quelli che si trovavano dove passava: ha domandato un’udienza alla Regina: e mentre parliamo, sta rinchiuso con essa, con Walsingham, e con Burleigh. Hanno chiesto di te; ma a nessuno è noto, se si tratti di tradimento, o di qualche cosa ancora di peggio.»
«Per il giusto Iddio! il nostro Blount ha ragione, disse Raleigh, sopraggiunto in quell’istante. Tressiliano, è d’uopo che tu ti porti immantinente al cospetto della Regina.»
«Non precipitar tanto le cose, mio caro Raleigh, soggiunse Blount, e pensa a quei suoi stivaloni. Tressiliano, da parte di Dio! fa a mio modo; va nella mia stanza e mettiti quelle mie brache di seta color di rosa; non le ho portate che due volte.»
«Eh via! rispose Tressiliano. Amico Blount, tu pensa soltanto ad aver cura di questo ragazzo; trattalo con dolcezza; ma guarda bene che non ti sfugga; egli può essere più necessario di quanto t’immagini.»
Detto ciò Tressiliano, seguì frettolosamente Raleigh, lasciando lì quel buon galantuomo di Blount, che tenea con una mano il fanciullo, e la briglia del cavallo coll’altra, accompagnando per lungo tempo coll’occhio Tressiliano.
«Considero che nessuno mi chiama a parte di questi misteri! dicea Blount fra se stesso, e Tressiliano mi pianta qui a far la guardia ad un cavallo e ad un ragazzo. Pazienza il cavallo! perchè per natura sono inclinato a queste bestie se le trovo di buona fatta, ma dovermi anche prender la briga di questa leggiadra creatura! D’onde venite voi mio bel comparino?»
«Dalle maremme,» rispose Flibbertigibbet.
«Eh! che cose vi hai imparato, mio caro bamboccio?»
«A trappolare le oche dai piedi larghi, e dalle calze gialle.»
«Che ti venga la peste! disse Blount, guardando le immense rosette delle sue scarpe. Se ella è così, il diavolo si porti il primo che ti chiede più nulla!»
Intanto Tressiliano attraversò in tutta la sua lunghezza il grande salone; ove si vedeano per ogni parte crocchi di cortigiani attoniti, e che parlavano fra loro in modo misterioso; gli occhi d’ognuno stavano immobili verso la porta d’ingresso che metteva all’appartamento particolare della Regina. Raleigh additò questa porta a Tressiliano, il quale picchiò, e venne introdotto nell’istante medesimo. In quel momento era spettacolo non privo di vezzo il vedere tutte le persone di fuori torcere i colli per iscorgere pur qualche cosa coll’occhio entro di quell’appartamento; ma la cortina che copriva l’uscio ricadde troppo presto, perchè la loro curiosità potesse venire appagata.
Entrato appena Tressiliano, non senza interna palpitazione trovossi alla presenza di Elisabetta. Questa facea grandi passi lungo la stanza, in preda a violentissima agitazione, che nemmeno pareva ella si curasse nascondere, intantochè due o tre fra i consiglieri più ammessi alla regal confidenza, si andavano guardando inquietamente l’un l’altro, ed aspettavano per parlare che si calmasse lo sdegno della Sovrana. Dinanzi al regal seggio ov’ella prima si stette, e che vedevasi ancora smosso dal suo posto per l’impeto, onde Elisabetta l’abbandonò, vedeasi genuflesso Leicester, colle braccia incrocicchiate sul petto, gli sguardi chini al suolo, immobile, muto siccome statua sopra una tomba; a fianco di lui era il lord Shrewsbury, in que’ giorni conte maresciallo dell’Inghilterra, che tenea il bastone spettante alla propria dignità. La spada del Leicester staccata dal pendaglio, giacea dinanzi ad esso sul pavimento.
«Ebbene, Signore! (disse la Regina, facendo alcuni passi verso Tressiliano, e battendo il piede col gesto e nell’atteggiamento d’Enrico VIII in persona). Voi la sapete tutta, questa bella tresca! voi siete complice dell’inganno di cui fu zimbello la nostra persona! voi medesimo foste una fra le principali cagioni dell’ingiustizia che abbiamo commessa!»
Tressiliano cadde prosteso dinanzi alla Regina, e il suo accorgimento gli fece vedere quanto sarebbe stato per lui rischioso il difendersi in un momento ch’ella era oltre modo irritata.
«Sei dunque muto Tressiliano? continuò Elisabetta. Tu conoscevi questo maneggio! Tu lo conoscevi, non è egli vero?»
«Io ignorava, mi è forza dire alla Maestà vostra, rispose finalmente Tressiliano, che questa infelice Signora fosse Milady, la contessa di Leicester.»
«E chi è, che la riconoscerà in questo grado? rispose furiosa Elisabetta, per la morte di Dio! Milady! Contessa di Leicester! La Amy Dudley, dico io, e sua gran fortuna se non dovrà ben tosto sottoscriversi: vedova del traditore Roberto Dudley!»
«Regina, soggiunse allora Leicester, trattate me come vi piace, ma non punite questo gentiluomo; egli è affatto innocente.»
«Sì certo, che gli gioverà la tua intercessione!» disse la Regina, abbandonando Tressiliano, che lentamente si rialzò, e correndo con grand’impeto verso Leicester, che conservava sempre la stessa positura. «Sì certamente, tu sei un valevole intercessore! Oh! uomo doppiamente infedele, doppiamente spergiuro! tu la cui scelleratezza mi ha fatta ridicola agli occhi de’ miei sudditi, odiosa a me stessa! Vorrei strapparmi questi occhi per punirli del loro accecamento.»
Burleigh allora si fece coraggioso a parlarle: «Augusta donna, rammentate che siete Regina, regina d’Inghilterra, madre de’ vostri sudditi: non vi abbandonate al torrente di questa collera tanto impetuosa.»
Si volse ver lui Elisabetta, ed una lagrima brillò in quell’occhio fiero, ed infiammato dall’ira: «Burleigh, diss’ella, tu sei un uomo di stato: ma non comprendi, non puoi comprendere quai cordogli, quai obbrobri costui abbia versato nel mio seno.»
Serbando la massima circospezione, e mostrandole ad un tempo profondo rispetto, Burleigh prese la mano della Regina, di cui vedea straziarsi il cuore, indi trasse l’irata donna in disparte verso il vano d’una finestra che sottraevasi agli sguardi degli spettatori.
«Regina, diss’egli, io sono ministro ma nondimeno sono uomo. Ho incanutito ne’ vostri consigli. Non bramo che la vostra gloria e la vostra felicità! calmatevi, ve ne supplico!»
«Ah Burleigh, tu non sai!...» E in ciò dire copiose lagrime a malgrado dei suoi sforzi per rattenerle rigarono le guance d’Elisabetta.
«Io so, io so tutto, mia gloriosa Sovrana. Oh! guardatevi dal non dar luogo ad altri di sospettare quello che ignoravano.»
«Ah! (soggiunse Elisabetta facendo tal pausa come persona cui si presentano alla mente nuovi pensieri) Burleigh, tu hai ragione, ogni ragione. Tutto sia fuorchè il disonore. Tutto fuorchè la confessione della mia debolezza; tutto fuorchè comparire ingannata, sprezzata. Per la morte di Dio! questa idea sola basta a trarmi in disperazione.»
«Date a divedere l’accostumato vostro coraggio, o mia Sovrana, soggiunse il Burleigh. Innalzatevi al disopra d’una fralezza, che niun Inglese sospetterà giammai nella sua Elisabetta; a meno che ella medesima colla violenza di manifestato affanno non ne porti il fatale convincimento fin entro il cuor de’ suoi sudditi.»
«Di qual fralezza parlate, o Milord? sclamò fattasi più dignitosa Elisabetta. Tal vostro dire intenderebbe forse a mostrarvi persuaso che il favore onde onorai un traditore orgoglioso prendesse origine da qualche tenera affezione?» Poi incapace di sostenere l’altero tuono ch’ella aveva assunto, lo ammollì dicendo: «Deh! perchè cercherò io di palliarti la verità, di palliarla a te, o mio servo saggio e fedele?»
Burleigh si chinò per baciare affettuosamente la mano d’Elisabetta, e, cosa rara negli annali delle corti, una lagrima sincera cadde dagli occhi del ministro a bagnar la mano del suo Monarca[14].
Forse questo interno convincimento di aver commosso l’animo di Burleigh confortò Elisabetta a meglio sopportare l’umiliazione cui soggiacea, ed a por qualche limite al risentimento; ma potè in essa non meno il timore di scoprire al pubblico con una eccedente manifestazione di sdegno il sofferto oltraggio, e una perturbazione d’animo, che la Regina e la donna desideravano egualmente nascondere. Ella si scostò da Burleigh e trascorse più volte la sala in aria severa, sintantochè i suoi lineamenti avessero ricuperata la consueta dignità, e il suo portamento quella grandezza nobile e maestosa che era connaturale ad una tanta Regina.
«La nostra Sovrana è divenuta un’altra volta la saggia Elisabetta, disse Burleigh a Walsingham sotto voce. Osservate tutto quanto ella sta adesso per operare, e badate bene a non contraddirla.»
Elisabetta si avvicinò allora a Leicester, e d’un tuono tranquillo pronunziò questi accenti:
«Milord Shrewsbury, noi vi liberiamo dell’incarico del vostro prigioniero. Milord di Leicester, alzatevi, e riprendete la vostra spada. Un quarto d’ora penoso trascorso sotto la vigilanza del nostro Maresciallo, non è a quanto ne sembra, o Milord, un gastigo troppo severo per la doppiezza di cui vi rendeste sì lungo tempo colpevole verso di noi. Vogliamo dunque udire il rimanente di tale storia.» Collocatasi indi nel proprio seggio: «Accostatevi, Tressiliano, ella disse, e narrate quanto sapete.»
Tressiliano adoperò tutta la connaturale sua generosità nel tessere il proprio racconto, onde omise quanto il potè tutte le circostanze, che erano di natura da pregiudicare il Leicester, e tacque soprattutto che aveva dovuto per due volte battersi con esso. Gli è da credersi, che con tale contegno l’uomo di Cornovaglia rendesse il massimo de’ servigi al Conte; perchè se la Regina in quell’istante avesse potuto trovare in lui qualche torto, e quindi un pretesto di sfogare il suo sdegno senza fare apparire sentimenti de’ quali arrossiva, mal forse ne sarebbe accaduto al favorito in disgrazia. Terminata ch’ebbe Tressiliano la sua narrazione, Elisabetta meditò pochi istanti, indi favellò in cotal guisa:
«Noi prenderemo al servigio nostro questo Wayland, e collocheremo il fanciullo negli ufizi della nostra segreteria di Stato, affinchè impari per l’avvenire l’inviolabile riguardo che si debbe alle lettere. Quanto a voi, Tressiliano, aveste torto nel non palesarci interamente la verità; e la promessa di segreto con cui vi legaste ad Amy, era imprudente ad un tempo e colpevole verso la nostra persona. Ciò nondimeno, poichè confermaste la promessa coll’obbligare la parola d’onore a questa sventurata Signora, diveniva dovere d’uomo e di gentiluomo il mantenere scrupolosamente la data fede. Bilanciate tutte le circostanze, noi vi stimiamo per la condotta che serbaste in tale andamento di cose. Milord di Leicester, ora tocca a voi dirci la verità, cosa che avete troppo negletta da qualche tempo.»
Indi con successive interrogazioni gli tolse quasi a forza dalle labbra tutta la storia, e della conoscenza da prima incontrata con Amy Robsart, e delle loro nozze, e della gelosia, e delle cagioni che ne diedero motivo al Conte, e di molte altre particolarità. Questa confessione del Leicester, chè ben confessione potea chiamarsi, fu strappata a più pezzi e riprese; ciò nullameno riuscì assai esatta, eccetto che il Conte tralasciò affatto di narrare, come avesse acconsentito ai divisamenti scellerati, che formò il Varney sopra la vita della Contessa. Pur tale idea era quella che più gravemente affannava il Leicester, e comunque in gran parte lo tranquillasse il contr’ordine espresso in chiarissimi termini, che aveva inviato al Varney, suo disegno era di trasferirsi personalmente a Cumnor, appena congedatosi dalla Regina: poichè non dubitava egli che questa Sovrana non fosse per abbandonar sull’istante il castello di Kenilworth.
Ma troppo affrettato erasi ne’ suoi conti il Leicester. Certamente la presenza e le confessioni di lui divenivano fiele ed assenzio per una padrona che dianzi lo amava cotanto. Ma priva ella d’un modo più immediato di vendicarsi, ben si avvide come le sue inchieste torturassero l’infedele amante, e le traeva in lungo con tale intenzione, non più badando al proprio sofferire, di quel che le mani del selvaggio s’accorgano dell’infocamento delle tenaglie adoperate a straziare le carni dell’inimico.
Giunse però istante, che l’altero Conte, simile a cervo ridotto ad estrema ambascia, fece comprendere come fosse stanca la sua pazienza: «Regina, diss’egli, io fui grandemente colpevole, più forse ancora che nol deste a divedere in mezzo al vostro giusto risentimento. Ciò nonostante, permettetemi il dirlo, o Regina, comunque grave, comunque imperdonabile sia il mio delitto, non fu commesso senza provocazione, e quando si volesse ammettere che la bellezza, e l’affabile dignità hanno forza di sedurre il debole cuore dell’uomo, potrei citarle entrambe siccome motivi, che m’indussero a nascondere alla Maestà vostra un tale segreto.»
Grandemente colpita apparve la Regina da sì fatta risposta, che il Conte ebbe cura non fosse intesa fuorchè da lei solamente; e colpita sì che non seppe qual cosa rispondergli sull’istante. Ma il Conte osò troppo col voler profittare di questo momentaneo vantaggio.
«La Maestà vostra, diss’egli, mostratasi già a riguardo mio tanto indulgente, mi permetterà implorare la sua regale clemenza in favore di quelle espressioni, le quali, solamente ieri non venivano riguardate, che come _leggerissime offese_.»
Presa da sdegno allor la Regina, e tenendo fermi gli occhi sul Conte tanto che gli parlò, tal si fu il tenore della sua risposta: «Per il giusto Iddio! Milord, la tua sfrontatezza passa ogni limite; ma essa non ti gioverà nulla. (Indi voltasi all’assemblea col tuono del più feroce sarcasmo): Venite Lordi, venite tutti ad ascoltare una novità: le nozze clandestine di milord di Leicester hanno tolto uno sposo a me, e un Re all’Inghilterra. Non si può negare, che i gusti di sua Signoria siano affatto patriarcali: non gli bastava una sola moglie, e riserbava a noi l’onore della sua mano sinistra. Ora domando io, non è questo l’eccesso della temerità? Ch’io non abbia potuto onorarlo con qualche contrassegno di regio favore, senzachè egli già si presuma avere in pugno la mia corona e la mia mano? Voi però Lordi, lo spero, voi portate miglior opinione della vostra Regina; ed io sento per questo ambizioso la compassione che mi desterebbe un fanciullo, allorchè si vede scoppiar fra le mani un globo di sapone. Gli è ora di recarsi alla sala del ricevimento. Milord di Leicester, vi comandiamo di seguirci e di non allontanarvi da noi.»
Ognuno in quella stavasi impaziente per la curiosità, ed universale fu lo stupore, allorchè la Sovrana così parlò ai circostanti:
«Le ricreazioni di Kenilworth non sono ancor terminate, Milordi e Milady: ne rimane da celebrare le nozze del nobile proprietario.»
E qui destossi un generale mormorio di maraviglia; ma continuò la Regina:
«Null’avvi di più sicuro, e ve ne diamo noi la nostra reale parola. Egli ce ne ha fatto un segreto per riserbarne il piacere di una tale sorpresa. Voi morite di curiosità, ben me n’accorgo, di conoscere la fortunata sposa del Conte di Leicester. Ella è Amy Robsart, quella medesima, la quale perchè nulla mancasse ai divertimenti del giorno scorso, vi sostenea la parte di moglie d’un servo del medesimo Conte, di Varney.»
«In nome di Dio, gran Regina! (soggiunse il Conte che le si avvicinò portando scolpiti sul volto l’umiltà, il dolore, la vergogna, e parlando sotto voce abbastanza perchè altri non lo ascoltassero) prendetevi il mio capo, siccome lo minacciaste nell’impeto del vostro sdegno, e risparmiatemi questi insulti; non vogliate calpestare col regal vostro piede un verme già stritolato.»
«Un verme Milord! (e in dir ciò contraffece il tuono del supplicante...) Oh! dite piuttosto un serpente, egli è un rettile più nobile, e meno inesatto sarebbe il paragone..... Il serpente intorpidito, agghiacciato a voi ben noto, che riprese calore in tal seno....»
«Per l’amore di voi, Regina, e per riguardo a me stesso finchè mi resta ancora qualche lume di ragione....»
«Parlate a voce più alta, o Milord, e più di lontano se vi piace; il vostro fiato guasta le pieghe al nostro collare. Qual cosa avete da domandarci?»
«La permissione, disse con voce sommessa il misero Conte, di trasferirmi tosto a Cumnor.»
«Sarà, cred’io, per condurvi la vostra sposa! L’idea è ottima, perchè a quanto intendemmo dire, ella si trova in assai cattive mani. Ma, Milord, voi non potete andarvi in persona. Abbiamo divisato di passare alcuni altri giorni in questo castello di Kenilworth: non sarebbe troppa compitezza per parte vostra il privarci della presenza del nostro ospite, tanto che ne piacerà farvi dimora. E con vostra buona licenza, noi non siamo d’avviso d’assoggettarci a tale affronto al cospetto de’ nostri sudditi. Tressiliano andrà in vece vostra a Cumnor e lo accompagnerà uno de’ nostri gentiluomini di camera, affinchè Milord di Leicester non torni ad essere geloso del suo antico rivale. Chi vuoi avere per tuo compagno di viaggio, o Tressiliano?»
Tressiliano pronunziò con umile sommessione il nome di Raleigh.
«Sì veramente! disse la Regina: hai fatto un’ottima scelta. Raleigh è di recente armato cavaliere, e liberare una donna dalla prigionia non è un cattivo principio nella carriera delle belle avventure. Miei signori e signore, dovete sapere che il soggiorno di Cumnor non vale nulla meglio d’una prigione.... Poi vi hanno preso stanza certi cavalieri di mal talento, che brameremmo, sotto buona guardia, avere in nostro potere. A voi, nostro segretario; consegnerete a Tressiliano e a Raleigh un’ordinanza, affinchè si assicurino delle persone di Riccardo Varney e d’Alasco. Li vogliamo qui o morti o vivi. Prendete con voi la scorta che sarà sufficiente. Signori, conducete milady Leicester a Kenilworth con tutti gli onori dovuti al suo grado. Non perdete un istante. Dio v’accompagni!»
I due gentiluomini incaricati di tale comando chinarono rispettosamente il capo ed uscirono.
Chi varrà a descrivere il modo onde si terminò in Kenilworth cotale giornata? La Regina rimastavi, siccome parve, a solo disegno d’insultare, e mortificare il conte di Leicester, si mostrò esperta in tutti gli affinamenti di femminile vendetta, quanto lo era nell’arte di governare con saggezza i suoi popoli. La Corte non secondò che troppo la mente della Sovrana; onde il signore di Kenilworth, in mezzo a feste da lui ordinate, e nel suo proprio castello, provò sotto ogni aspetto qual sia la sorte di un cortigiano caduto in disgrazia; e l’annunziavano a lui così il contegno freddo e poco rispettoso de’ suoi partigiani, pronti ad abbandonarlo, come la mal repressa gioia di coloro, che già erano i suoi chiariti avversari. Soli, Sussex serbando quella franchezza militare adatta all’indole sua generosa, Burleigh e Walsingham, servendo ad un accorgimento che facea loro vedere più da lontano le cose, ed alcune matrone, mosse da quella compassione, che è caratteristica del lor sesso, questi, dissi, furono i soli in una corte sì numerosa, che in quella sera mostrassero a Leicester la fisonomia del mattino.
Dudley si era accostumato a riguardare il favor delle Corti siccome scopo principale della sua vita; laonde non è maraviglia, se tutti gli altri sentimenti dell’animo suo per alcun tempo rimasero assorti in mezzo a quelli de’ tormenti, onde l’altero suo spirito si vedea martoriato da una non interrotta sequela di picciole umiliazioni e di studiati disprezzi, de’ quali era divenuto il bersaglio. Ma ritrattosi la notte in sua stanza, gli si offerse al guardo quella lunga e bellissima treccia di capelli, che servì ad annodare la lettera di Amy, ed ebbero quei capelli la virtù magica d’un talismano per ridestare nel cuore di lui sentimenti più nobili e più soavi. Mille volte egli baciò que’ capelli, e ripensando che stava sempre in suo arbitrio il ritrarsi nel delizioso soggiorno di Kenilworth, degno veramente d’un Sovrano, e condurvi gioconda vita colla tenera ed avvenente compagna, in cui poneva omai ogni speranza di futura beatitudine, tale idea il confortò sì fattamente, che non solo vide in essa una via di sottrarsi alle acerbità cui soggiacque il dì innanzi, ma quella ben anche di sollevarsi al di sopra della vendetta onde la regina Inglese il percosse.
Per la qual cosa, nel giorno successivo, il Leicester diè a divedere sì nobile serenità d’animo, sì generosa indifferenza sul contegno che verso la persona di lui serbavano gli ospiti, e tanta sollecitudine ad un tempo affinchè nulla mancasse ai loro diletti, e per ultimo sì rispettosa magnanimità nel sopportare pazientemente le mortificazioni, onde cercava amareggiargli l’animo Elisabetta, che perfino questa Sovrana si credè costretta ad assumere novelli modi ver lui, i quali comunque freddi ed alteri, non furono omai di tal natura ch’ei potesse riguardarli siccome strali vibrati contro di lui. Che anzi la stessa Regina, voltasi a coloro che credeano blandirla coll’usar maniere men convenevoli al Conte, lor fece intendere col tuono della rampogna, come, sintantochè rimaneano a Kenilworth, avessero l’obbligo di prestare al Leicester tutti quei riguardi, che qual signore del Castello gli erano dovuti. In somma nel volgere di ventiquattro ore le cose aveano preso sì diverso aspetto che le persone più pratiche e destre nell’oceano della Corte, prevedendo perfino la possibilità di vedere riasceso in favore il Leicester, vestirono un contegno adatto, se ad essi ne fosse venuto l’uopo, a farsi merito di non averlo abbandonato nel giorno della sciagura. Ma gli è omai tempo di togliersi alle mene cortigianesche per seguire nel loro viaggio il Cornovagliese e Raleigh.
Oltre a Wayland, seguiva questi due gentiluomini, un ajutante di campo della Regina, e due vigorosi servi. Ognuno di tale brigata era armato a tutto punto, e il viaggio faceasi con quanta sollecitudine potea conciliarsi colla necessità di far conto de’ cavalli, che uno sforzo troppo violento, attesa la lunghezza della corsa, avrebbe sciupati. Ben cercarono indizi sulla via tenuta dal Varney, ma sendo stato nel durar della notte il viaggio di costui, nessuna traccia lor venne fatto raccoglierne.
Giunti ad un picciolo villaggio lontano dodici miglia da Kenilworth, ove si fermarono per dar riposo ai cavalli, videro farsi loro incontro un povero ecclesiastico, curato di quel luogo, che uscendo d’un angusto abituro veniva per chiedere se alcuno di quel drappello s’intendesse di chirurgia, e per pregarlo ad entrar pochi istanti nella capanna per visitare un moribondo.
Wayland, l’empirico, si offerse tosto a mettere in opera tutto il suo sapere; ed intanto che il curato lo introducea nell’additato luogo, udì narrarsi, come alcuni contadini, che nella mattina dell’antecedente giorno si portavano ai lor lavori, avessero trovato sulla strada maestra, dieci miglia lontano dal villaggio, un uomo ferito, che poi il curato ricettò nella propria abitazione, e come la ferita, derivatagli da un’arme da fuoco ed evidentemente mortale, avesse portata sì violenta febbre al paziente, che gl’impediva il tenere alcun seguìto discorso, onde niuno era giunto a comprendere se lo avesse condotto a quel deplorabile stato o rissa, od opera d’assassini. Entrò Wayland in un’oscura cameretta; ma non appena sollevatesi dal curato le cortine del letto, riconobbe ai lineamenti comunque alterati del moribondo la figura di Michele Lambourne. Immantinente Wayland, con pretesto di andar a prendere qualche cosa di cui abbisognava, uscì frettoloso per avvertire di questo avvenimento straordinario i compagni. Grande inquietudine allora prese Tressiliano e Raleigh, i quali seguirono in tutta fretta Wayland per assistere all’ultim’ore del vivere di Lambourne.
Quello sciagurato trovavasi in quel punto alle angoscie di morte, nè da morte lo avrebbe salvato, non diremo Wayland, ma neanco un chirurgo il più esperto nell’arte sua, perchè la palla gli aveva attraversato il corpo da una parte all’altra. Gli rimaneva ancor qualche poco l’uso de’ sensi, e ne sia prova, che riconobbe Tressiliano, e per cenni lo sollecitò ad inchinarsi al suo capezzal della morte. Avvicinatosi Tressiliano, il moribondo pronunziò interrotti accenti, fra’ quali i nomi di Varney e di lady Leicester si fecero udire, ma la cosa unicamente chiara si fu la conclusione, che eccitava Tressiliano a far presto per non arrivar troppo tardi. Indarno s’adoperò lo stesso Tressiliano onde ottenere più intelligibili indizi, perchè il Lambourne cadde in delirio, ed allorchè questi gli si volse anche una volta per conciliarsene l’attenzione fu sol per pregarlo di far sapere all’oste dell’_Orso nero_, _che finalmente il suo nipote era morto..... ma nel proprio letto_[15]. Un istante dopo venne una convulsione a verificarne la profezia, e tale incidente, e soprattutto le penultime frasi del Lambourne non valsero che ad eccitare nell’animo de’ nostri viaggiatori un’affannosa perplessità sulla sorte della Contessa. Addoppiarono di premura nel rimanente del loro viaggio, chiedendo cavalli in nome della Regina tutte le volte che quelli su cui stavansi divenivano inetti alla corsa.
CAPITOLO XI.
Tre volte rintronò di morte il tetro Suon la squilla feral; di quelle fosse Ogn’eco ripetè dolente metro Di moribondi lai; tre volte scosse, Il corvo i tardi vanni, e con sinistri Colpi le vette di Cumnor percosse. _Mickle_.
Or n’è d’uopo far ritorno a quella parte della nostra storia, allorchè vedemmo Varney, incoraggiato dagli arbitrii che il Conte gli conferì e dalla regale permissione di vedere Amy ogni qualvolta il volea, darsi tutta la sollecitudine onde impedire che si scoprissero le scellerate sue trame, ed allontanare quindi dal castello di Kenilworth la sfortunata Contessa. Egli avea per vero divisato di non partire che nel dì successivo a quello in cui ricevette dal Conte il fatale anello; ma temendo non se ne ammollisse l’animo in quell’intervallo, o non gli venisse desio di vedere una seconda volta la moglie, deliberò con un’immediata partenza distruggere persino la possibilità di un avvenimento, in cui vedea col palesarsi de’ suoi infami divisamenti, compiuta la propria rovina. In tale idea fece chiamare il Lambourne e grandemente, come il dicemmo, irritossi, allorchè seppe che questo complice servo era uscito del castello per darsi bel tempo nel vicino villaggio od altrove; ma non dubitando ch’ei non fosse di ritorno tantosto, lasciò ordine affinchè costui si allestisse ad accompagnarlo, o a seguirlo se non rientrava in tempo di uscire con lui.
Ed intanto si prevalse del ministerio d’altro servo, di nome Robin Tider, cui erano in parte noti i misteri di Cumnor, ove più d’una volta si portò in compagnia del padrone. Cotest’uomo, che quanto all’indole si assomigliava molto al Lambourne, comunque, nè accorto nè dissoluto al pari di lui, ricevette comando dal Varney di mettere la sella a tre cavalli, e di preparare una lettica, tenendosi presto al partire. Lo sconcerto intellettuale di Amy, creduto generalmente quanto credeasi ch’ella fosse moglie dello scudiere di Leicester, fu scusa bastante a spiegare il modo misterioso che teneasi nel rimoverla dal castello, e sperò il ribaldo diverrebbe parimente scusa per lui, se le grida e la resistenza della infelice Contessa lo avessero costretto a giustificarsi. Ma ai suoi neri disegni diveniva parimente indispensabile l’assistenza di Tony Foster, onde s’avviò ad accertarsene.
Il Foster di mal umore, ed insociabile di sua natura, stanco inoltre del cammino fatto da Cumnor a Kenilworth per annunziare la fuga della Contessa, si tolse per tempo di mezzo alle gozzoviglie; e già ritiratosi nella propria stanza, dormiva profondamente, allorchè vi entrò Varney, già vestito compiutamente da viaggio, e con una lanterna cieca alla mano. Si fermò un istante per ascoltare quali cose borbottasse costui che sognava, e ne udì chiaramente queste voci: «_Ave Maria, ora pro nobis_.... No, non deve dire così... Liberaci dal male... Ah! va meglio.»
«Il malandrino fa orazione dormendo, disse Varney, e confonde insieme i rituali, nuovo ed antico. Avrai bisogno di maggiori orazioni, amico mio, se finiremo insieme la faccenda per cui ti cerco[16]. Ho! Ho! uomo santo, beatissimo penitente, svegliati. Il diavolo non ti ha per anche licenziato dal suo servizio.»
E nel dir queste cose scosse per un braccio il dormiente, e con tale scotimento gli ruppe il corso delle prime idee, onde questi si diede a gridare: «Al ladro! al ladro! morirò in difesa del mio oro, del mio oro guadagnato con tanta fatica, e a sì caro prezzo. Dov’è Giannina? Non le sarebbe già accaduta qualche disgrazia?»
«Nessuna, storditaccio che sei con tutti que’ tuoi muggiti! Non ti vergogni di far tanto baccano?»
Intanto il Foster ebbe tempo di svegliarsi compiutamente, e sedutosi sul letto chiese a Varney che cosa significasse quella visita ad una tal ora: «Essa non mi presagisce nulla di buono,» aggiunse.
«La tua profezia è falsa, mio caro sant’Antonio; perchè la mia visita annunzia esser giunta l’ora che il tuo contratto enfiteutico si cambi in atto di proprietà. Che ne dici?»
«Se tu me l’avessi detto a chiaror di giorno, me ne sarei rallegrato; ma in quest’ora di mal augurio, illuminato da quella luce sepolcrale che porti con te, e mentre il pallor del tuo volto fa un chiaroscuro spaventevole colla leggerezza delle tue parole, mi vedo costretto ad angustiarmi sulle commissioni che stai per impormi, anzichè rallegrarmi del compenso che mi prometti.»
«Che cosa ti viene in mente, o vecchio stolido? Tutto l’affar si riduce a ricondurre al castello di Cumnor l’antica tua prigioniera.»
«Tutto si riduce qui? Eppure il tuo volto ha un color cadaverico, e ad alterarlo in sì fatto modo non vi vogliono freddure. Non è propriamente altro?»
«Oh! non altro. Al più, al più una bagattelluccia di giunta!»
«Ah! risoggiunse il Foster, la tua pallidezza aumenta sempre più ad ogn’istante.»
«Non ci badare, disse Varney, tu non mi vedi in fisonomia che alla squallida luce di questa lanterna. Alzati ed opera. Pensa a Cumnor ed al tuo atto di proprietà. E ti par poco? Potrai fondare una bottega di congregazioni ebdomadarie, ed assegnare a Giannina una dote sì ricca, come se fosse la figlia d’un barone. Settanta e più lire sterline!»
«_Settantanove lire sterline, cinque scellini, e cinque soldi e mezzo, oltre il valor delle legna_, così Foster portò ad esattezza il conto. E tutto questo in proprietà?»
«Tutto, mio caro collega, fin gli scoiattoli del sito, in somma tutto. Non verrà uno zingaro a tagliare un pezzetto di legna, non un ragazzo ad acchiappare un nido d’uccelli sopra i tuoi fondi, se non ti pagano il valore delle cose che portano via. Tu il vedi, non può andare di meglio per te. Spicciati adunque, e fa il tuo fagotto più presto che puoi. I cavalli sono sellati, tutto è pronto. Non manca se non se quel rompicollo d’inferno del Lambourne, che sarà a fare qualcuna delle sue diavolerie.»
«Ecco, sir Riccardo, quel che vi frutta il non dar retta ai miei buoni consigli! Ve l’ho sempre detto: questo beone, questo scapestrato vi mancherà quando ne avrete più di bisogno. Io avrei potuto in vece di costui provvedervi d’un qualche giovane sobrio, e contegnoso.»
«Sicuramente! qualche ipocrita della tua congregazione! Ma potrà venire all’uopo anche questi. Grazie a Dio, avremo bisogno d’operai d’ogni specie. Ottimamente! Non dimenticare le tue pistole. Su via, andiamo.»
«Ove si deve andare prima di tutto?»
«Alla stanza di Milady, e bada bene ch’ella dee venire con noi. Tu non sei uomo, cred’io, da lasciarti intimidire dalle sue grida.»
«No: semprechè per altro possiamo avvalorare la nostra condotta con qualche passo di santa Scrittura. Avvene uno che dice: _donne, ubbidite ai vostri mariti_. Ditemi adunque: gli ordini di Milord ci mettono abbastanza al sicuro, caso che adoperassimo la violenza?»
«Ma guarda Tony! È questo il suo anello.» Ribattute così dal Varney le obbiezioni del suo collega, andarono di conserva all’appartamento del lord Hunsdon, e fattisi conoscere dalla sentinella quali esecutori d’un disegno approvato dalla Regina e dal conte di Leicester, entrarono nell’appartamento dell’infelice Contessa.
Ognuno immagina l’orrore onde fu compresa Amy, allorchè destatasi d’improvviso, vide al fianco del suo letto Varney, l’uomo ch’ella temeva ed odiava maggiormente su questa terra; e in sì tristo punto, le fu quasi conforto l’accorgersi, ch’ei non era solo, comunque grandi motivi avesse parimente d’abborrirne il compagno.
«Signora, le disse il Varney, non è il tempo questo di far cerimonie. Milord di Leicester, costretto dall’impero delle circostanze vi comanda venire con noi a Cumnor; ecco il suo anello, ch’io vi fo vedere come contrassegno de’ suoi formali voleri.»
«Ella è un’impostura, rispose la Contessa; tu gl’involasti un tal pegno... Tu che ti senti capace di tutte le scelleratezze, incominciando dalla più atroce e venendo ad ogn’altra più abbietta!»
«Quanto v’annunzio, o Signora, riprese a dire il Varney, è vero, e tanto vero, che se non vi preparate a secondarci, noi saremo costretti adoperare la violenza per eseguire gli ordini di cui siamo incaricati.»
«La violenza!.... Tu non oseresti venire a tale espediente..... Vile che sei!»
«Ciò è quanto, o Signora, rimane a provarsi (soggiunse il Varney che aveva calcolato sul terrore, siccome unico espediente a soggiogare quell’anima nobilmente altera). Non mi riducete dunque a tale estremità, o troverete in me un ruvido cameriere.»
All’udir tale minaccia l’infelice Amy mandò grida sì spaventevoli che se in quel castello non l’avessero fermamente creduta delirante, le sarebbero corsi in aiuto e il lord Hunsdon, e molt’altri; ma accortasi che le sue grida erano vane, s’indirisse al Foster, supplicandolo ne’ modi i più commoventi, ed in nome dell’onore, e dell’innocenza della figlia di lui Giannina a non comportare che la sposa d’un Leicester fosse trattata con tanta indegnità.
«Che vi pensate voi, o Signora? allor disse il Foster; le donne debbono stare soggette ai loro mariti: questa è una legge che loro vien fatta dalla Scrittura. Se vi vestite da voi medesima per venire con noi, se non opponete resistenza, non vi sarà chi vi tocchi colla punta di un dito, sintantochè almeno io sia libero di scaricare una pistola.»
Non vedendo ella giugnere alcun soccorso, e in qualche modo rassicurata dalla risposta del Foster, a malgrado del tuono burbero in cui fu pronunziata, ella promise di abbandonare il letto e vestirsi, semprechè i suoi tiranni volessero ritirarsi nella stanza contigua. Allora il Varney l’accertò ch’ella non avea nulla da temere pel proprio onore, e per la propria sicurezza sintanto ch’egli la tenea in custodia, e di più promise non avvicinarsele, poichè s’accorgeva di essere per lei oggetto tanto sgradevole.
«Il vostro sposo, soggiunse costui, sarà a Cumnor ventiquattro ore dopo di voi.»
Confortata alquanto da tale promessa, cui però molto non s’affidava, la sfortunata Amy si vestì al lume della lanterna, che il Varney le lasciò nella stanza mentre nell’altra si trasferiva.
Sorse ella dal suo letto, piangendo a cald’occhi, tremando, implorando il Cielo; e compresa da sentimenti ben diversi da quelli che provò un giorno, allorchè adornandosi le stava d’appresso il contento che appartiene ad una beltà consapevole dell’impero de’ propri vezzi.
Ella impiegava più che il poteva lungo tempo a vestirsi; ma finalmente spaventata dagli accenti d’impazienza che le facea udire il Varney, fu costretta ad annunziare a quei mostri ch’ell’era già pronta.
Nell’istante che si metteva in cammino, ella si tenne vicino al Foster, dando sì chiaramente a conoscere la tema inspiratale dal Varney, che questi credè opportuno l’accertarla con giuramento d’aver tutt’altra intenzione fuorchè quella d’avvicinarsele.
«Se acconsentite, diss’egli, ad obbedire pazientemente ai voleri del vostro sposo, non mi vedrete che rade volte; e vi lascerò fra le mani del condottiere che il vostro buon gusto a me preferisce.»
«I voleri del mio sposo! sclamò ella, ma!... Sono i voleri di Dio, e tal motivo mi dee bastare.... Seguirò il signor Foster colla docilità d’una vittima che viene tratta al sagrifizio. Foster almeno è padre, e mi userà i riguardi della decenza, se non quelli dell’umanità. Ma tu, o Varney, te lo ripeto, dovessero pur anche essermi queste le ultime parole, entrambi tai sentimenti sono estranei per te.»
Fu il Varney pago di risponderle stare in lei la scelta di chi dovea accompagnarla; e marciò primo per additare il cammino. La Contessa, sorretta, e quasi trascinata dal Foster venne condotta dalla torre di _St-Lowe_ alla porta di soccorso, ove Tider stava aspettandola con cavalli e con una lettica. Ella si lasciò collocare entro questa sorte di calesse, guidato da Tider; e mostrò gradire che mentre il Foster si tenea vicino alla sua lettica, l’odioso Varney le stesse addietro in qualche distanza. In mezzo all’ombre della notte costui scomparve affatto ai suoi occhi.
Amy, che ancora non glielo impedivano le tortuosità del cammino, volse gli ultimi sguardi ver quelle maestose torri, retaggio del suo sposo, e che brillavano tuttavia della festiva illuminazione fattasi in quella notte. Ma poichè non le fu dato oltre il vederle, lasciò ricadere il capo sul proprio seno, e raggruppandosi nella lettica si pose nelle mani della Providenza.
Al desiderio che Varney aveva di procacciare nel durar del viaggio tranquillità alla Contessa, aggiugneasi un bisogno, conforme affatto al divisato colpevole scopo, d’intertenersi senza testimoni col Lambourne, dal quale sperava essere bentosto raggiunto.
Ei conosceva l’indole di questo malvagio, avida, capace freddamente d’ogni crudeltà, e risoluta ad un tempo, ond’ei lo riguardava come l’uomo il più atto a secondarlo.
Erano oltre due ore ch’ei si trovava in cammino, quando udì il galoppar di un cavallo, nè tardò Michele Lambourne ad essergli d’appresso.
Impazientito come era Varney della tardanza di costui durissimamente l’accolse:
«Sfaccendato, ubbriacone! la tua pigrizia, la tua mala condotta ti metteranno ben presto la corda al collo, e vorrei fosse domani.»
Sì fatto stile di rampogna non piacque punto al Lambourne che dimenticò la solita docilità, perchè gli avevano oltre ogni misura scaldata la testa non solamente la copia delle beviture, ma la vanità di avere avuto una specie d’intertenimento confidenziale con sua Signoria di Leicester, e la maggiore di essersi impadronito d’un segreto che pungeva la costui curiosità.
Le risposte pertanto date al Varney intendevano a significare, ch’ei non avrebbe sofferti modi arroganti dal primo cavaliere del mondo; che il lord Leicester lo aveva tenuto seco per affari d’alta importanza; che una scusa di tal natura poteva ben bastare ad un Varney, ad un Varney che in sostanza era un servitore come il Lambourne.
Poca non fu la sorpresa dell’altro, quando udì parlarsi in tal temerario tuono, ma reputando ciò, solo effetto del vino bevuto da Michele, fe’ vista di non accorgersene, e s’accinse invece ad indagare l’animo di questo servo con politiche interrogazioni: «Acconsentirebbe il Lambourne ad allontanare certo unico ostacolo che impediva il Conte di salire a quell’alto grado, in cui soltanto gli sarebbe agevole il rimunerare al di là de’ lor desiderii i suoi servi fedeli?»
Michele per allora la fece da stupido come se non intendesse a che mirava il discorso di Varney, il quale tantosto gli spiegò in chiari termini come l’ostacolo, di cui egli favellava, fosse la persona trasportata in lettica.
«Ottimamente sir Riccardo! Ma fate ben attenzione a quello che sto adesso per dirvi, rispose Michele: vi sono tali uni, che la sanno più lunga di tali altri, mi capite? E vi è anche diversità fra malvagi e malvagi. Al proposito di cui mi parlate, io conosco la mente di Milord meglio di voi, perchè mi ha confidato tutto. A voi! I suoi ordini stanno in questa lettera, e ascoltate mo quali furono le ultime sue parole: Michele Lambourne, mi ha egli detto, (perchè sua Signoria mi parla come si parla ad uomo che porta spada, e non mi dice _sfaccendato, ubbriacone_, nè mi regala d’altri titoli di simil natura, come certuni, cui il fumo delle nuove dignità è andato alla testa). Il Varney (m’ha detto egli, sapete?) deve avere tutto il rispetto possibile per la mia Contessa..... V’incarico di tenerlo d’occhio, sig. Lambourne, e di ridomandargli in chiari termini il mio anello.»
«Sì? rispose freddamente Varney. Ti ha egli proprio detto questo? Tu sai dunque ogni cosa?»
«Ogni cosa, ogni cosa, e voi opererete con molto giudizio procurando di restarmi amico, sintantochè fra noi due possiamo darci bel tempo.»
«E non era presente nessuno quando ti parlava Milord?» domandò ancora Varney.
«Non un’anima vivente! Pensate voi che Milord Leicester volesse confidare i suoi segreti a tutt’altr’uomo, il quale non fosse risoluto al pari di me?»
«Davvero?» disse Varney, e in questa girò il guardo attorno, e in lungo e in largo di quella strada che i raggi della luna schiarivano. Si trovavano appunto attraversando una vasta macchia. La lettica era un miglio innanzi di loro, e troppo lontana perchè potessero essere veduti o intesi da quelli che la scortavano. Dietro d’essi regnava un cupo silenzio: tutto annunziava che non v’erano testimoni. Varney pertanto ricominciò con Lambourne il suo colloquio.
«Tu vorresti dunque rivolgerti contro il tuo padrone! contro l’uomo che ti ha aperto la strada ai favori della Corte! contro la persona di cui tu fosti in tal qual modo il novizio, o Michele; contro chi in somma ti mostrò la vastità e ad un tempo gli scogli della cabala!»
«Piacciavi non chiamarmi così secco secco, _Michele_. Il mio nome può essere preceduto dal titolo di _Signore_ quanto quello di qualcun altro; del rimanente poi, se sono stato novizio, il tempo del noviziato è finito, e ho risoluto di passare a mia volta maestro.»
«Abbiti dunque il tuo salario, o insensato,» e dir ciò, e aver dato di mano ad una pistola, e attraversar d’una palla il corpo a Lambourne, furono per Varney una sola cosa.
Quello sciagurato cadde da cavallo, e Varney il credè morto sul colpo. L’uccisore, sceso a terra, ne visitò le saccocce, volgendone all’infuori la fodera, onde le persone che si scontrerebbero in quel miserabile lo credessero assassinato dai ladri. Prese la lettera del Conte, ed anche la borsa di Lambourne, che contenea tuttavia alcune monete d’oro; perchè nell’animo dello scellerato combinavasi un bizzarro accoppiamento di sentimenti. Dopo aver portata in mano questa borsa sino ad un fiumicello che bipartiva per traverso la strada, la gettò nell’acqua lontano da sè quanto la sua forza il potea: tali strane reminiscenze d’onore si provano persino dalle anime le più accostumate al delitto. Questo uomo feroce, e privo di rimorsi, avrebbe creduto digradarsi, conservando alcune monete d’oro, appartenute a quello sgraziato, ch’ei fece spietatamente vittima d’un’infernale politica.
L’uccisore caricò di nuovo la pistola dopo averne diligentemente rasciugato la canna e la cartella dell’acciarino, onde fare scomparire ogni traccia di scoppio recente, indi si fece a seguire in tutta calma, e tenendosi sempre nella stessa distanza, la lettica; che non parea vero a costui d’essersi con tanta disinvoltura disciolto di quell’importuno testimonio delle sue malvagità, e nel medesimo tempo apportatore d’un comando che Varney avea tutt’altra mente fuorchè d’eseguire, reputando sua gran ventura il poter far credere che non gli era pervenuto.
Si compiè il viaggio con tal prestezza che ben comprovò come poco si avesse in conto la salute di quell’infelice a cui danno venne intrapreso. Le stazioni erano sempre in que’ luoghi, ove Varney avea qualche sorte di prevalenza, ed ove poteva esser creduta senza difficoltà la spacciata follia della giovane di Lidcote, caso che ella avesse voluto far prova di ricorrere alla compassione di coloro co’ quali nel durar delle pause si sarebbe trovata. Ma oltrechè ella non vide speranza di adoperare con vantaggio questo espediente, le facea troppo orrore la presenza del Varney, e il suo starsi tranquilla era il solo patto sotto cui quel ribaldo le promise di tenersele lontano nello scortarla.
I frequenti misteriosi viaggi che in compagnia del conte di Leicester aveva fatti a Cumnor il Varney, gli acquistarono considerazione presso tutte le poste di ricambio, e gli fu quindi agevole il trovar prestamente cavalli tutte le volte che ne abbisognò. Laonde la lettica ove stava quella deplorabile vittima era già vicina a Cumnor in quella notte medesima che venne dopo la partenza di Kenilworth.
Allora Varney si accostò alla lettica, ma chetamente, come per intervalli lo avea fatto lungo il cammino, e chiese al Foster: «Che fa ella?»
«Dorme, gli rispose l’altro. Vorrei fossimo presto a casa; le vengono affatto meno le forze.»
«Il riposo la ristorerà, e ben presto dormirà più lungo sonno, risoggiunse il malvagio..... pensiamo, giunti, a metterla in un luogo sicuro.»
«E perchè non nel suo appartamento? rispose il Foster. Già non v’è più Giannina, perchè questa, dopo averla ben bene sgridata, la mandai a stare con sua zia. Delle vecchie fantesche possiamo star certi.... esse odiano di tutto cuore questa signora.»
«Nemmeno perciò voglio che ci fidiamo di loro, mio bell’amico. N’è d’uopo racchiuderla nella stanza ove tieni in serbo il tuo oro.»
«Il mio oro! disse Tony mostrandosi molto agitato. Che intendete voi dire, e di qual oro parlate? Iddio m’assista! non ho oro. Vorrei ben averne!...»
«Oh! ti possa soffocare la peste, scimunito animale! Chi pensa al tuo oro? Se fosse in me questa sete non ho io cento vie più sicure per impadronirmene? In somma, la tua stanza da letto, che tu fortificasti in un modo tanto bizzarro, sarà il carcere della Contessa, e tu tanghero, andrai a sprofondarti ne’ morbidissimi materassi, che le servivano per l’addietro. Già posso accertarti, che il Conte non ti ridomanderà mai le ricche suppellettili di quelle quattro stanze.»
La quale ultima considerazione rendè più maneggevole il Foster, che chiese unicamente al Varney la permissione di andare avanti per apparecchiare ogni cosa, ed incalzando cogli speroni il cavallo, lasciò la lettica sotto la scorta di Tider e di Varney, i quali la seguivano ad una distanza di sessanta passi.
Giunta a Cumnor la Contessa, domandò di Giannina con gran premura, e fortemente si turbò in udendo, che non potea più far conti sul servigio di questa ottima giovinetta.
«Mia figlia mi sta a cuore, o Signora, le disse il Foster, con quell’aria sua cipigliosa, nè ho gran vaghezza che impari a mentire, e a macchinar fughe; su di tal particolare è già istrutta più ch’io non l’avrei voluto, con buona licenza della Signoria vostra.»
Spossata dal viaggio, e tutta via spaventata dalle circostanze che il precedettero, la Contessa non mostrò risentirsi dell’arrogante acerbezza di tali detti, e si limitò a manifestare mansuetamente il desiderio di ritirarsi nelle proprie stanze.
«Sì, sì, borbottò il Foster; l’inchiesta è ragionevole; ma con vostra sopportazione voi non andrete più in quell’appartamento, pieno, stivato di vanità mondane. Per questa notte dormirete in un luogo più sicuro.»
«Piacesse a Dio, nella mia tomba! soggiunse la Contessa; ma noi fremiamo, anche nol volendo, all’idea della separazione che farà l’anima dal nostro corpo.»
«Voi non avete alcun motivo perchè vi faccia fremere tale idea, disse Tony; Milord arriva qui al nuovo giorno, e sicuramente tornerete in grazia con lui.»
«Ma verrà egli? verrà egli sicuramente, buon Foster?»
«Sì, sì! _buon Foster_. Ma si vedrà qual _buon Foster_ sarò domani quando parlerete di me con Milord! Benchè tutto quello che ho fatto sia stato fatto unicamente per conformarmi ai comandi ricevuti da lui.»
«Voi sarete il mio protettore, un protettore alquanto ruvido per vero dire, nondimeno mio protettore. Oh! se Giannina fosse qui!»
«Ella sta meglio dov’è. Basta una signora della vostra tempera a scompigliare la testa d’una ragazza. Ma, vi abbisogna qualche reficiamento?»
«Oh! no, no! La mia stanza, la mia stanza! Spero bene che potrò chiuderla per di dentro.»
«Più che padrona! purchè io il sia altrettanto di chiuderla per di fuori,» ed in questa prese una lucerna, e condusse Amy in una parte di quell’edifizio, ove ella non era stata giammai. Convenne fare una lunga scala a chiocciola per giugnervi, e li precedeva una delle vecchie fantesche tenendo in mano una lampada.
Giunti al pianerottolo che seguiva l’ultimo gradino, attraversarono una strettissima loggia di legno di quercia; e in fondo ad essa vedeasi una grossa porta, che chiudea l’ingresso alla stanza del vecchio avaro. Sfornita una tale stanza d’ogni arredo fatto per l’agiatezza dell’abitarvi, non le mancava di prigione che il nome.
Fermatosi sulla soglia della porta il Foster, consegnò la lampada alla Contessa, nè permise alla fantesca il seguirla. Amy entrò tostamente, e dopo averla chiusa assicurò la porta coi numerosi catenacci di cui Foster l’avea provveduta.
In tutto questo intervallo il Varney si stette nascosto a piè della scala; ma udendo il romore de’ catenacci venne sulla punta de’ piedi, e Foster gli accennò coll’occhio, quasi compiacendosi del proprio ingegno inventivo, una macchina nascosta nel muro, il cui giuoco potea facilmente e senza strepito abbassare una parte di loggia a guisa di ponte levatoio, e togliere così ogni comunicazione fra la porta della camera di Tony e il pianerottolo posto all’estremità superiore della scala. La cordicella che metteva in lavoro la macchina, per solito Foster se la tenea nella stanza onde premunirsi contra una esterna invasione; ma or che la bisogna era di custodire un prigioniero, egli raccomandò al pianerottolo la fune; ed anzi fece vedere al Varney l’esperimento di abbassare questa specie di ponte levatoio.
L’altro si diede tosto ad esaminare la macchina con grand’attenzione, e questa attenzione soprattutto rivolse a contemplare l’immenso vano che quel trabocchello apriva schiudendosi.
Tetra oscurità vi dominava, ed era quella cavità profondissima, poichè discendeva agli ultimi sotterranei, come il Foster lo disse all’orecchio a Varney. Dopo che questi ebbe misurato per più riprese col guardo la profondità della voragine, tutto venne rimesso all’ordinario; indi costoro si trasferirono congiuntamente alla sala del castello.
Colà pervenuti, il Varney disse a Tony di far portare da cena, e vino del migliore in tanto ch’egli conduceasi in traccia di Alasco. «Vi saranno faccende anche per lui, e conviene metterlo di buon umore.»
Foster intese il senso di questi detti, ma senza fare alcuna rimostranza, credette soddisfare alla sua coscienza col mandare un gemebondo sospiro. La vecchia assicurò Varney, che fin da quando egli si partì, Alasco non avea, si può dire, nè mangiato nè bevuto, rimasto continuamente rinchiuso nel suo laboratorio, e mostrando credere di tanta importanza i propri lavori, come se la durata del mondo ne dipendesse.
«Gl’insegnerò io, che il mondo aspetta qualch’altra cosa da lui,» soggiunse il Varney, che prese una lucerna per andare a trovare l’alchimista.
Ritornò indi nè tanto presto, e pallido era e contraffatto, comunque il sorriso abituale in costui gli stesse ancor sulle labbra. «Il nostro amico è sfumato!» tali ne furono le parole.
«Come? Che intendete voi dire? soggiunse il Foster. Fuggito forse?... Oh Dio! le mie quaranta lire sterline, che costui doveva decuplicare!... Ricorrerò subito alla giustizia.»
«No: t’insegno un modo più facile di ricuperarle.»
«Qual modo? sclamò Foster, qual modo? Voglio le mie quaranta lire... Certamente io le credeva moltiplicate, ma ch’io non perda almeno il capitale.»
«Va dunque ad appiccarti, ed a citare Alasco alla grande cancelleria del diavolo, perchè si è là adesso che devi portar la sua lite.»
«Come? spieghiamoci. È fors’egli morto?»
«Appunto. Egli è morto, e la sua testa, il suo corpo son gonfi... Egli stava mescolando le sue droghe infernali; gli è caduta la maschera di cristallo, onde per solito si riparava il volto; il veleno volatile gli è entrato nel cervello, ed ha operato il suo effetto.»
«_Sancta Maria!_ (sclamò il Foster, poi ricordandosi ch’era divenuto puritano) cioè volli dire, Dio ci salvi nella sua misericordia dall’avarizia e da tutti i sette peccati mortali... Ma ditemi: la _protezione_, a vostro giudizio, era già consumata? Vi siete accorto, che nei crogiuoli stessero verghe d’oro?»
«No, caro amico, non ho guardato che il cadavere. Oh lo schifoso spettacolo! Se vedessi! Alasco è enfiato, come sarebbe un uomo esposto dopo tre giorni sopra la ruota... Uh! Uh! Fa presto. Versami una tazza di vino.»
«Voglio andare colà, soggiunse Foster, voglio esaminare io medesimo....» E prese la lucerna a tal fine. Ma giunto all’uscio si fermò titubando: «Non venite meco, sig. Varney?»
«A che fare? Ho veduto e ho gustato di quell’atmosfera più del bisogno per perderne l’appetito. Però ho aperte le finestre e rinnovata l’aria. Ne uscirono vortici di vapore sulfureo e d’altre materie che soffocavano, come se lì entro avesse stanziato il demonio.»
«Eh! Non potrebbe anch’essere che questa morte fosse stata opera dello stesso demonio?» soggiunse il Foster, sempre esitando. «Ho inteso dire che in tali momenti e con tal genere di persone egli può tutto quello che vuole.»
«Se quel demonio che ti sei creato in tua testa, ti conturba l’immaginazione, per questa volta rimanti tranquillo. Bisognerebbe poi che fosse un demonio irragionevole affatto. Qui, in brevissimo tempo, egli ha avuto due bocconi squisiti.»
«Come due bocconi? Che significa ciò? Che volete voi dire?»
«Lo saprai a suo tempo; e poi oggi gli si prepara un altro banchetto.... Oh! ma tu stimerai la vivanda troppo delicata per il palato del diavolo. _Ella_ avrà salmi, concerti celestiali di serafini, non è egli vero?»
All’udir tai detti Tony Foster s’avvicinò lentamente alla tavola, e disse con voce sommessa:
«Buon Dio! Sir Riccardo: converrà dunque venire a tal punto?»
«Sì certamente, Tony; o a parte l’idea d’un fondo in tua proprietà.»
«L’ho predetto sempre che la faccenda andrebbe a finire così. Ma come faremo sir Riccardo? Per qualunque cosa al mondo io non vorrei portare le mani sovr’essa.»
«Di questo, non so biasimartene; e ne avrei ribrezzo, se ho da dirtela, io stesso. Vedo che ci tocca augurarci Alasco e la sua manna... ed anche quel cane di Lambourne.»
«Come sarebbe a dire? Dov’è dunque restato Lambourne?»
«Non interrogarmi d’altro. Tu lo rivedrai un giorno come t’insegna la tua credenza. Ma torniamo ai nostri affari più seri. Voglio insegnarti un lacciuolo per acchiappare una capinera. Dimmi Tony, quella trappola in alto, quella macchina di tua invenzione, non può parere sicura, anche quando le sono tolti i sostegni?»
«Sicuramente, rispose Foster. Essa di per se medesima non si abbassa, se qualcuno non la preme.»
«E se la Signora, presa da voglia di fuggire, vi passasse sopra, il peso del suo corpo basterebbe a darle la volta?»
«Basterebbe il peso d’un sorcio.»
«Or bene! Ella morirebbe nel tentare una fuga. Nè tu, nè io ci avremmo colpa, mio bravo Tony. Andiamo a dormire.... Concerteremo meglio le nostre cose domani.»
Nel dì successivo, sul far della sera, Varney chiamò il Foster per dar compimento all’infame loro disegno.
Era già stato preso un pretesto per mandare al villaggio Tider e il vecchio servo di Tony. Il Foster visitò in persona la prigione della Contessa, come per vedere se nulla le abbisognasse.
E qualche forza ebbero pure su questo ribaldo la mansuetudine e la pazienza della misera prigioniera, sì ch’ei non potè starsi dal raccomandarle anche con calore, di non mettere il piede sulla soglia della porta, sintantochè il lord Leicester non fosse arrivato. «Io spero, costui soggiunse, che non tarderà.» Amy promise rassegnarsi con pazienza a quella cattività; e Foster corse a raggiugnere il suo complice, sentendosi in parte sollevata la coscienza dal peso che l’opprimeva.
«Io l’ho avvertita, diceva fra se stesso. Ella è un’insidia priva di conseguenza quella che si lascia vedere ad un uccelletto nell’atto di tenderla.»
Partitosi adunque dalla stanza della Contessa senza chiuderne la porta al di fuori, levò i sostegni del trabocchello, che rimase in equilibrio per la lieve forza del combaciamento tra la sua estremità e il pianerottolo.
I due ribaldi si ritrassero a pian terreno per aspettare ivi ciò che accaderebbe; ma fin qui aspettarono indarno. Il Varney si diede a meditare passeggiando su e giù per la stanza, e tenea nascosto il volto nel suo mantello, che scoperse improvviso dicendo: «In fede mia! non vi fu mai donna sì pazza da trascurare una tanto bella occasione di fuggire.»
«Forse ella ha risoluto, rispose Foster, di aspettare l’arrivo di suo marito.»
«Gli è vero, verissimo! (sclamò il Varney che immantinente uscì della porta), io non vi aveva per anche pensato.»
Scorsi erano appena due minuti quando il Foster udì lo scalpitar d’un cavallo nella corte, ed un fischio simile al consueto segnale, onde il Conte faceva noto il suo arrivo. Un istante dopo la porta di Amy si aperse, e tantosto cedè il trabocchello. S’udì il romor prolungato di una caduta... un piccol gemito... e ogni cosa fu terminata.
Allora il Varney si fece alla parte esterna di una finestra e con voce, il cui accento esprimeva una mescolanza atroce di fremito, e di ostentata giocondità, chiese a Foster:
«Ebbene, la capinera è presa? Il tutto è finito?»
«Iddio ci perdoni!» Null’altro il Foster seppe rispondere.
«Stolto! soggiunse il Varney, non hai tu adempiuto il tuo ufizio? La tua ricompensa non è ella sicura? Or guarda nel sotterraneo. Qual cosa vedi tu là in quel fondo?»
«Non vedo fuorchè vesti bianche affastellate che sembrano un mucchio di neve. Oh mio Dio.! Ella alza un braccio.»
«Gettagli qualche cosa addosso per levarla di stento. Tony, la cassa de’ tuoi denari, sai ch’ella pesa!»
«Varney, tu sei un demonio in carne umana. Non v’è più bisogno di nulla. Amy Robsart non è più.»
«Eccoci tolti da ogni impaccio! sclamò Varney entrando in quella stanza, d’onde era uscito per accelerare il misfatto. Io non mi credeva tanto abile ad imitare il fischio del Conte.»
«Oh! Se v’è un Cielo vendicatore, tu hai ben meritato di provarlo tale, proseguì il Foster, e tu lo proverai; tu la uccidesti col renderle ministri di morte gli affetti più teneri del suo cuore. Gli è un far bollire l’agnello nel latte della propria sua madre.»
«Tu sei un imbecille, un fanatico, riprese a dire il Varney, componiamci ora a mentir la sorpresa e a spargere intorno scompiglio su questa morte. Il corpo dee rimanersi dov’è.»
Ma tanta scelleraggine non andò lungo tempo impunita; perchè mentre i malvagi stavano consigliando, sopravvennero Tressiliano e Raleigh, i quali avendo incontrati nel villaggio Tider e l’altro servo, li costrinsero ad accompagnarli, e col loro ministerio s’introdussero nel castello.
Tony Foster fuggì non sì tosto li vide entrare, e siccome pratico di tutte le segrete vie di quell’abitazione, s’involò alle loro ricerche. Ma il Varney fu sorpreso nello stesso luogo, ed anzichè manifestare verun rimorso, sembrò che quell’anima d’inferno prendesse diletto dall’additare il luogo, ove era la insanguinata salma della Contessa, disfidando ad un tempo chi potesse provare aver egli parte a tal morte.
Tressiliano al contemplare il lacero corpo della donna, così bella dianzi, e da lui amata cotanto, fu colpito da sì terribile disperazione, che Raleigh trovossi costretto ad usare la forza per allontanarlo da tale vista acerbissima, ed a prendersi cura da se solo di quanto era mestieri eseguire dopo l’avvenimento fatale.
Varney dimise bentosto il pensiero di nascondere nè il delitto, nè le cagioni che il mossero a commetterlo, e addusse per motivo di tale inaspettata sincerità, che comunque una gran parte di quanto egli confessava, non avesse potuto aver fondamento se non se di sospetti, pur questi sospetti medesimi sarebbero bastati a privarlo della confidenza di Leicester, e a distruggere tutto il sistema de’ suoi ambiziosi divisamenti.
«Del rimanente, costui soggiunse, io non nacqui per condurre nell’esilio e nella proscrizione gli avanzi di una vita disonorata, nè per fare sì che la mia morte divenga spettacolo alla ciurmaglia.»
Tali erano questi detti, che diedero a temere non volesse attentare ai propri giorni; onde si ebbe cura di rimover da lui tutto quanto avrebbe potuto giovargli a tal uopo. Ma pari a certi eroi dell’antichità portava sempre con sè una picciola dose di veleno potentissimo, preparatogli senza dubbio dal dottore Demetrio Alasco, e ch’egli trangugiò nel durare della notte.
Fu rinvenuto morto alla mattina del dì successivo, nè a quanto appariva, sofferse lunga agonia; perchè ne’ lineamenti del suo volto, ancorchè morto, leggeansi ancora le impronte di quel riso sardonico che gli fu tanto famigliare. Ma la morte dell’empio è eterna, come dice la Scrittura.
La sorte del costui complice rimase lungo tempo sconosciuta. Il castello di Cumnor, dopo il commesso tradimento, fu abbandonato; perchè i servi credettero avere udito vicino alla stanza, che fu poi detta la _Camera di lady Dudley_, e grida, e gemiti, ed altri suoni straordinari.
Scorsi alcuni anni, Giannina, non ricevendone notizia alcuna, divenne padrona delle sostanze del padre, e le divise con Wayland, che lasciata affatto la vita del venturiere, fu tra gli onesti impiegati della regale casa d’Elisabetta.
E lungo tempo dopo la morte di questi sposi, il loro figlio primogenito, inteso a fare alcune ricerche nel castello, scoperse nella _Camera di lady Dudley_ un segreto passaggio, chiuso da una porta di ferro che aprivasi dietro il letto. Conducea questa porta ad una specie di celletta, ove trovossi una cassa piena di oro, e sovr’essa uno scheletro; onde allor solamente apparve qual fu la fine di Tony Foster. Egli era fuggito in questo segreto luogo, l’uscio del quale chiudeasi per di dentro con una molla, ma avendo dimenticata al di fuori la chiave onde unicamente poteva aprirsi, rimase egli stesso vittima degli espedienti adoperati per custodire quest’oro al cui acquisto aveva venduta la salute della propria anima.
Gli è credibile che le grida e i gemiti uditi dai servi non fossero del tutto immaginari, ma venissero dal misero agonizzante che implorasse aiuto.
Giunta a Kenilworth la notizia dell’atroce destino cui soggiacque la contessa di Leicester, furono interrotte immantinente tutte le feste. Il Conte, ritrattosi dalla Corte, non si abbandonò lungo tempo che ai suoi rimorsi. Ma poichè il Varney nelle confessioni fatte innanzi morire nulla disse di pregiudizievole alla fama del suo protettore, il Leicester divenne per la Regina scopo di compassione anzichè di sdegno. Elisabetta lo richiamò finalmente presso di sè, colmandolo di nuovi onori e qual uomo di Stato e qual favorito. Il rimanente della vita di questo personaggio è noto assai dalla storia; ma sarebbesi in tal qual modo scorta la giustizia del Cielo nella sua fine, se giusta una tradizione generalmente accolta, fosse vero ch’ei morì vittima di un veleno preparato ad un altro.
La morte di sir Ugo Robsart seguì bentosto quella della figlia. Egli instituì suo erede Tressiliano; ma nè l’allettante independenza del viver campestre, nè le promesse di Elisabetta che lo invitava alla Corte, valsero a stoglierlo dalla profonda malinconia che si stanziò nel suo cuore. Finalmente dopo avere provveduto all’esistenza degli antichi amici e de’ vecchi servi di sir Ugo, col suo fedele Raleigh, s’imbarcò nella spedizione fatta alla Virginia; e giovane d’anni, ma fatto vecchio dai cordogli, morì di morte immatura in una terra straniera.
In quanto spetta ai personaggi secondari della nostra storia ci contenteremo dire, che lo spirito del Blount s’ingentilì in proporzione che le sue rosette gialle appassirono, e diremo soprattutto ch’ei si comportò qual valoroso uficiale nei campi della guerra, suo vero elemento più che nol fosse la Corte. Quanto a Flibbertigibbet, l’ingegno suo disinvolto lo trasse in considerazione e favore presso il gran Tesoriere dell’Inghilterra, Guglielmo Cecil di Burleigh.
. . . . . . .
Tutto ciò che può dirsi abbozzo della presente storia, leggesi nelle antichità della contea di Berk, scritte dall’Athmole; e n’è pure sovente discorso nell’altre opere ov’è menzionato il conte di Leicester.
L’ingegnoso traduttore del Camoens, Guglielmo Giulio Mickle, ha composto sulla tragica morte della Contessa una commovente elegìa, intitolata: _Il Castello di Cumnor_, e terminata coi seguenti versi:
Da lunge sol quel diroccato resto Osa guatar del loco, che ancor serba Dal rio fatto d’Amy grido funesto, La pastorella, e tanto le inacerba Dolore il cor, che ne disvia gli armenti, Quasi fosse velen di Cumnor l’erba. Nè passeggier di notte è che s’attenti Accostarsi a que’ merli, e n’ha ribrezzo Tal, che suon crede di ferali accenti Fin molle susurrar d’estivo orezzo.
FINE DI KENILWORTH.
NOTE:
[1] Quanto è maestro il pennello di Walter Scott nel non dimenticare nessuna lievissima tinta purchè atta a rendere vie più veri i suoi personaggi! Una Regina orgogliosa, quanto lo era Elisabetta, si sarebbe vergognata, mostrando di ricordarsi minutamente i nomi di persone ultime nella sua Corte. E che con questo sbaglio di nome abbia voluto accennar ciò Walter Scott, apparirà manifestamente a chi rammenti, che sul principio del Romanzo, il conte di Leicester, voglioso d’essere re, ed a cui piacea farla da re, parlando di Tressiliano con Amy, non sapea pronunziarne il nome, e profferiva invece l’altro ch’ei si creò sull’istante, _Travaillon_, T. I, pag. 202.
[2] Classe di nobili, che viene dopo i Baroni e di cui si parla più a lungo nell’_Ivanhoe_, altro romanzo di Walter Scott.
[3] _Balancing policy_: sembra che questo giuoco d’altalena sia stato d’usanza, incominciato per lo meno dal tempo degl’Imperatori Romani, e venendo in giù quanto si vuole.
[4] Pandaro, personaggio di _Troilo e Criseide_ in Shakespeare, che ha qualche somiglianza col _Bonneau_ della _Pulcella_.
[5]
Se non che la coscienza m’assecura La bella compagnia che l’uom francheggia Sotto l’usbergo del sentirsi pura. _Dante_.
[6] Si osservi che il Foster prima di partirsi da Cumnor per venire a Kenilworth nunzio della fuga d’Amy, avrà naturalmente fatte indagini sul modo di questa fuga, ed avrà parimente interrogato Giles Gosling, che comunque propenso a Tressiliano, protestò già di non volersi mettere in brighe principalmente col conte di Leicester o co’ suoi partigiani. Si osservi in oltre che Varney avea già a lungo parlato con Foster. Comunque tai cose vengano schiarite nel progresso del dialogo, ho creduto non inopportuno il rammentarle, onde meglio apparisca che l’autore in questo tratto del suo romanzo non può essere incolpato di mettere a tortura indebita l’ingegno d’un attento leggitore.
[7] Osservisi qui ancora la maestria del pittor romanziere. Se in tutt’altro istante tai detti avesse pronunziati il Varney si sarebbe posto al grave pericolo d’un confronto. Ma lo scaltro accolse l’istante degli _accenti pronunziati_ (dal Leicester) _in mezzo a violentissima agitazione_, l’istante in cui già lo vedea persuaso della reità della moglie, ed in cui per conseguenza un tale suggerimento, oltre a non essere rischioso a chi ’l profferiva, gli procacciava fede maggiore.
[8] Alcuno potrebbe far questa obbiezione che sembra presentarsi spontanea: _Ma Varney era egli più in tempo di tornare addietro senza perdersi affatto? È egli possibile che un uomo indurato nella scelleratezza, e giunto al passo cui era giunto costui, bilanciasse nemmeno un istante fra un rimorso venuto troppo tardi, ed il proprio annientamento?_ Tale obbiezione però perde forza; allorchè si consideri che Varney poteva a tutti gl’istanti vedere Amy, e che ogni qual volta avesse date prove non equivoche di pentimento a questa donna, oltre ogni dire virtuosa, credula, compassionevole, ella era tale da perdonargli e da sottrarlo col tacerne i commessi attentati ai furori del Conte.
[9] V. Tom. 1. pag. 126.
[10] Nome di cantori girovaghi, assai giulivi, da cui vennero indi i buffoni.
[11]
Oh! se color che invidiosi or sono Del grado altero, d’onde a me gli omaggi Vengon di cieche turbe, entro quest’alma Il duol leggesser che la rode, e l’aspro Martir di rattenerlo, non sì abbietto Un sol fôra di lor, che sè in Dudley Disïasse cangiar. _Schiller_. Maria Stuarda.
[12] Arte ammirabile dell’autore del romanzo! Dopo tai detti chi non ama Leicester? Chi non è proclive a perdonargli i fatali errori, in cui lo trasse la sua colpevole e cieca ambizione? Chi quasi non lo assolve anticipatamente delle crudeli conseguenze, che questi errori medesimi son per produrre?
[13] Il fanciullo sapea fin da quando si disgiunse dal maniscalco, che questi era al servigio di Tressiliano.
[14] Chi non è proclive a piangere con Burleigh all’udire questi ultimi accenti della Regina? Pur tali detti non sono che la confessione di un’amante, che si sforza invano di nascondere la passione che la signoreggia. Ma questa amante è la grande Elisabetta, e chi ne dipinge la lotta d’affetti cui ella soggiace, è Walter Scott.
[15] Vedi il congedo di Giles Gosling e Michele Lambourne al tom. 1. pag. 216, 217.
[16] E a questo passo e a diversi altri del presente capitolo, fino alla terribile sua conclusione, richiamo i leggitori alla nota posta a pag. 124 del 3.o tomo.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
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