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KENILWORTH

DI WALTER SCOTT

VOLGARIZZATO

DAL Professore Gaetano Barbieri.

»E beltade e virtù, congiunte al paro »L’eccelsa figlia di Tudor fregiaro; »Tremi chi nanti a noi con felli accenti »L’augusto nome lacerar s’attenti IL CRITICO.

TOMO QUARTO.

NAPOLI, Presso R. MAROTTA e VANSPANDOCH. 1825.

KENILWORTH.

CAPITOLO PRIMO.

Troppo ancor tollerai. Con detti oscuri Per l’intricato labirinto il filo Tolto m’avete. Olà. Se miglior senno Vostre labbra non regge, io ben saprommi Dal mio cospetto allontanar chi audace Da mia bontade cimentar presume. _Beaumont et Fletcher._

Non è nostro divisamento seguire l’esempio del più volte citato Roberto Laneham nel raccontare minutamente ciascuna delle feste che si celebrarono in Kenilworth. Ne basti il dire che dopo quel fuoco d’artifizio alla cui descrizione giovonne l’eloquenza di questo donzello del Consiglio, la Regina dopo avere attraversata la torre di _Mortimero_, entrò nella corte di Kenilworth, passando fra mezzo ad una lunga sequela di Divinità del Paganesimo, e di antichi eroi, che prostrati le offerivano omaggio e doni, sintantochè giunse al primo salone del castello decorato con pompa addicevole a sì grande ricevimento. Nulla pareggiava lo sfarzo delle preziose tappezzerie che l’ornavano, e torcie intrise di balsami vi spargeano ad un tempo luce e profumi intantochè gratissima musicale armonia faceva incanto agli orecchi. All’estremità del salone sorgeva un maestoso baldacchino che ombrava il trono d’Elisabetta; e dietro ad esso aprivasi una porta che metteva ad appartamenti adorni colla massima profusione, e che vennero assegnati alla Regina e alle matrone del suo corteggio.

Il conte di Leicester porse il braccio ad Elisabetta nell’ascendere il trono, ove sedutasi questa, le si prostrò innanzi il favorito, e con modi in cui s’accordavano ottimamente una rispettosa e cavalleresca galanteria, e i sentimenti d’un’affezione la più leale, baciò la mano offertagli dalla Sovrana, ringraziandola con accenti di vivissima riconoscenza dell’onor compartitogli, onore massimo di quanti un monarca possa concedere ad un suddito. Tanta leggiadria spirava il Conte in quell’atteggiamento, che per poco la Regina non s’adoprò a prolungare una tal parte di scena più di quanto rigorosamente doveasi. Nel ritrarre la propria mano, le permise di scorrere mollemente, siccome a caso, sulla bella capigliatura del Conte, in profumate anella cadente; e i moti d’interna compiacenza, che nel volto di quella Sovrana si palesarono, ben fecero accorti gli spettatori, com’ella avrebbe di buon grado sostituito a quest’atto che parea involontario una lieve carezza. Si rialzò finalmente il Leicester; e postosi in vicinanza del Trono, tessè in bell’ordine ad Elisabetta la descrizione di quanto erasi divisato per riceverla ed intertenerla; e tutti questi divisamenti la Regina approvò con quella grazia che ad essa era connaturale. Allora il Conte le chiese per sè e pei gentiluomini, che fin lì la scortarono permissione di allontanarsi per pochi istanti, onde ricomparirle innanzi con abiti più convenevoli, e meglio degni della sua Corte. «In tal breve assenza nostra, ei soggiunse, questi signori (accennando in dir ciò Varney, Blount, Tressiliano ed altri) che ebbero tempo di cambiare le loro vesti avranno l’onore di rimanersi presso la Maestà Vostra.»

«V’acconsento, o signore, la Regina rispose. M’accorgo che sareste un ottimo direttore di teatro, poichè sapete sì opportunamente valervi di una doppia banda di attori. Quanto a noi, per questa sera vi faremo minori complimenti, perchè non abbiamo divisato di spogliarci dell’abito con cui venimmo. Ci ha prodotto qualche stanchezza un viaggio, che il concorso de’ nostri fedelissimi sudditi rendè altrettanto lungo, quanto nel fece delizioso l’amore che ci dimostrarono.»

Dopo ricevutane la permissione, il Leicester si ritirò, e seco pur si ritrassero gli altri gentiluomini, che aveano scortata la Regina. Quelli che giunsero i primi, e che già si erano vestiti nel modo convenevole a quella solennità, rimasero nel salone, ma per essere di grado inferiori agli altri che uscirono, si tenevano ad una distanza rispettosa dal trono. L’acuto sguardo della Regina ben ravvisò in mezzo a quella moltitudine e Raleigh e due o tre altri gentiluomini, ch’ella conoscea di persona. Fatto segno a questi d’avvicinarsi, li salutò in grazioso modo, e primo nell’essere ben accolto si fu il Raleigh, troppo ben rammentandosi la Sovrana le avventure del mantello e delle strofette. Più volte ella si volse a lui onde le spiegasse il nome e i gradi di quelli che le stavano alla presenza, e si mostrò soddisfatta delle risposte a mano a mano datele dal Raleigh, poichè oltre all’essere esatte, condite erano all’uopo di vezzi e di arguzie. «E chi è quell’uom rustico (diss’ella accennando Tressiliano) quell’uom rustico, il cui disadorno abito fa torto alla buona fisonomia?»

«Se vostra Maestà brama saperlo, è un poeta.»

«Lo indovinai quasi al sol vederne il vestito. Ho conosciuti alcuni _poeti_ tanto distratti che gettavano i loro mantelli in mezzo al fango.»

«Sarà stato perchè il sole ne abbarbagliava le menti siccome gli occhi.»

Elisabetta sorrise, e lasciò languire questo discorso. «Ma, signor Raleigh, vi ho chiesto il nome di quella persona, e voi me n’additaste in vece la professione.»

Di fatto Raleigh avrebbe voluto differir l’istante di nominare l’amico suo Tressiliano, non credendo esserne occasione ben augurosa per lui il motivo onde avea chiamati sopra di sè gli sguardi della Regina. Ma dopo questi ultimi detti di Elisabetta non gli fu più lecita la reticenza.

«Egli chiamasi Tressiliano.»

«Tressiliano! rispose Elisabetta, il Menelao del nostro romanzo! Per verità si è abbigliato in guisa che fa le scuse della sua Elena. Ma dov’è Farnham?[1]... si dice Farnham?.... In somma l’uomo del conte di Leicester... il Paride della contea di Devon.»

Raleigh, profferì il nome di Varney, e con maggiore ripugnanza ancora lo indicò alla Regina, perchè nel costui abbigliamento aveva sfoggiata tutta l’arte propria il sartore; laonde questo Varney annunziavasi favorevolmente a primo aspetto, oltrechè se mancava di grazie, un certo discernimento e l’uso di vivere nel mondo cortigianesco supplivano in tal qual modo a sì fatta mancanza.

La Regina andava contemplando a vicenda Tressiliano e Varney. «Io credo, diss’ella, che questo signor Tressiliano il poeta, troppo dotto, giurerei, per ricordarsi alla presenza di chi dovea comparire, è uno di que’ tali per cui Goffredo Chaucer disse: _Il più saggio fra i letterati non è sempre il più saggio fra gli uomini_. L’altro, Varney, è un furfante, però ha lingua dorata, me ne ricordo, e son certa che la bella fuggitiva non mancò di buone ragioni per divenire infedele.»

Raleigh non sapea che rispondere, persuaso che avrebbe fatto mal ufizio a Tressiliano col contraddir la Regina, e sembrandogli anzi che sarebbe stata ottima cosa al medesimo, se finalmente Elisabetta avesse intromessa la propria autorità per definire una bisogna, che occupava tutto l’animo dell’amico, concentratosi con funesta ostinazione in quest’unica idea. Mentre Raleigh volgea tai cose nella mente, s’aperse la porta, ed il Leicester accompagnato da molti del suo parentado, e della nobiltà a lui partigiana rientrò nel salone. Portava un vestito di velluto bianco ricchissimo che contribuiva a farne spiccare il maestoso portamento, la grazia, e le belle proporzioni della persona; tal che parve ad ognuno il più avvenente fra quanti cavalieri si fossero mai visti. Anche il Sussex e gli altri gentiluomini andavano fregiati di ricche vesti, ma la grazia e la magnificenza del Leicester tutti oscuravali. Elisabetta lo accolse con affabilità straordinaria. «Rimane tuttavia da giudicarsi, diss’ella, una processura spettante alla regale nostra giurisdizione, processura che mi sta nell’animo, e come donna e come madre di tutti i miei sudditi.»

Un fremito involontario soprapprese il Leicester nell’atto che inchinavasi per protestare obbedienza ad ogni volere della Regina. Fremette, e agghiacciò del pari Varney, i cui sguardi non s’erano in tutta quella sera distolti dal suo padrone. Dal cambiamento comunque lieve che accadde nella fisonomia del Conte, Varney comprese subitamente qual fosse la cosa di cui la Regina interteneva il suo favorito; ma questi fece al proprio animo tale sforzo da poter fingere l’intrepidezza, che alla sua politica tortuosa volevasi; ed allorchè la Regina soggiunse: «Noi parliamo di Varney e di Tressiliano... Milord, questa Signora è qui?....» il Conte potè senza titubazione rispondere: «Nobile principessa, ella non è venuta.»

Aggrottò Elisabetta le ciglia, e mordendosi il labbro, non diede che questa sola risposta: «Per altro, Milord, il nostro comando fu chiaro e preciso!»

«E sarebbe adempiuto, illustre Sovrana, non fosse stato che un semplice desiderio. Ma, fatevi innanzi, Varney. Questo gentiluomo farà noto a vostra Maestà il motivo per cui la _ridetta Signora_ (che le labbra di Leicester si ribellavano al chiamarla _moglie di Varney_), non può comparire alla regale presenza.»

Avanzatosi Varney, sostenne senza esitare quanto credeva egli stesso; che _la parte citata a comparire dinanzi a sua Maestà_ (non più di Leicester ardiva egli chiamarla _sua moglie_) era nell’assoluta impotenza di corrispondere alla chiamata.

«Ecco, proseguì a dire, l’attestato di un abilissimo medico, il cui sapere e la cui probità sono pienamente conosciuti a sua Signoria di Leicester. Eccone un altro di un devoto protestante, uomo dabbene e d’intatta fama, del sig. Antonio Foster, che alberga in sua casa la figlia di sir Robsart. Provano entrambi questi ricapiti che l’assalì tale infermità, per cui non le fu possibile intraprendere il viaggio.»

«La cosa cambia d’aspetto, (disse la Regina ricevendo i ricapiti ed esaminandone il contenuto). Fate avvicinare Tressiliano. Sig. Tressiliano, noi prendiamo vivissima parte allo stato dell’animo vostro, tanto più che da esso non sa dipartirsi l’immagine di questa Amy Robsart, o diremo Amy Varney. Ma che volete? Il poter nostro, ne siano grazie a Dio, e all’obbedienza che ci prestano i fedeli sudditi Inglesi, ha bensì qualche estensione. Pur vi sono tai cose, che si sottraggono a questo dominio. Noi non possiamo, a cagion d’esempio, comandare agli affetti d’una giovinetta inconsiderata, nè costringerla a preferire il sapere e il retto sentire alla elegante veste d’un cortigiano. Tal cosa non è in nostro arbitrio più di quanto lo sia impedire gli effetti della infermità che a quanto apparisce la soprapprese, e non le permette di trovarsi alla nostra presenza, siccome ne avevamo dato il comando. Più possenti de’ nostri ordini sono i due attestati del medico che le presta cura, e dell’onesto suo ospite, i quali entrambi fanno fede di tale infermità.»

«Chiedo permissione alla Maestà vostra di dirle che simili attestati non dicono la verità,» rispose tantosto Tressiliano, che in quell’istante paventando gli effetti di una sì perigliosa impostura dimenticò la promessa fatta ad Amy.

«Che ascolto, o Signore? sclamò la Regina. Voi porreste in dubbio la veracità di Leicester? Però vi sarà dato tutto il campo a difendervi. Alla nostra presenza hanno diritto di parlare così il primo come l’ultimo, così il più favorito come il più ignorato de’ nostri sudditi. Voi sarete dunque ascoltato senza interrompimenti. Ma temete del parlar vostro se manca di prove. A voi, prendete ed esaminate questi attestati. Diteci seriamente se dubitate, e su quai fondamenti dubitate della loro autenticità.»

Intantochè la Regina così favellava, tornò alla mente di Tressiliano la promessa fatta ad Amy, e tal ricordanza combattè l’ardente desio ch’era in esso di dismentire formalmente questi attestati, dei quali niuno meglio di lui sapea la fallacia. Ma questa sua irresolutezza gli fece torto e nell’animo d’Elisabetta e in quello de’ circostanti. Voltava le carte, siccome un idiota incapace d’intenderne il contenuto; sicchè l’impazienza postasi fin da prima nell’animo della Regina, divenne in quell’istante manifesta ad ognuno.

«Voi siete un letterato, soggiuns’ella, e un letterato di merito, così mi fu detto. Per altro, siete d’una lentezza sorprendente, quando non fa d’uopo che leggere due parole. Veniamo dunque alla conclusione. Questi attestati sono veri, o sono falsi?»

Crebbero in un modo a tutti palese l’imbarazzo e la titubazione di Tressiliano, il quale non volea per una parte riconoscer per veri tali ricapiti, che forse avrebbe dovuto fra breve chiarir come falsi, e bramava per l’altra mantenere la promessa fatta ad Amy, e darle il tempo, com’ella il chiese, di perorare da se medesima la propria causa. Laonde, dopo aver detto interrottamente: _Regina! Regina!_ prese per ultimo l’espediente di darle questa risposta: «La Maestà vostra mi costringe a profferire sopra ricapiti, la cui autenticità, innanzi tutt’altra cosa, dovrebb’essere provata da coloro che se ne valgono in propria difesa.»

«Sig. Tressiliano, voi siete buon avvocato, siccome buon poeta (disse la Regina lasciando sovr’esso uno sguardo in cui tutto se ne esprimea lo scontento). Io credea veramente che questi scritti essendo stati presentati al cospetto del nobile conte di Leicester, cui appartiene questo castello, ed essendone chiamato in testimonio l’onore del Conte, dovesse bastar ciò per convincervi che sono veraci. Nondimeno, poichè durate nel bramare le formalità, Varney, o voi piuttosto Leicester, perchè questo affare adesso riguarda voi (detti lanciati a caso, ma che fecero fremere il Conte), dite, qual prova avete della verità di tali attestati?»

Varney si affrettò a rispondere prima di Leicester: «Il giovine conte di Oxford, che qui trovasi, conosce la scrittura del sig. Foster.»

Il conte d’Oxford, giovane libertino e dissipatore, che avea più d’una volta avute somme ad interesse, anche onesto, dal Foster, dopo l’inchiesta fattagliene attestò, come il Foster fosse un rispettabile ed opulento _Franklin_[2], accertando ad un tempo ravvisarsene il carattere in uno di que’ ricapiti.

«E chi riconoscerà il carattere del dottore? soggiunse allor la Regina. Mi sembra ch’egli si nomini Alasco.»

Il Masters medico di Sua Maestà, che non avea dimenticato l’oltraggio sofferto a Say’s-Court, e persuaso che la sua testimonianza fosse per tornar grata al Leicester, quanto spiacevole al Sussex ed ai partigiani di questo Conte, protestò aver fatto di molte consulte col dottore Alasco, essere questi un uomo fornito di vasto sapere, benchè quanto al suo sistema di medicare non lo giudicasse sulla buona via. Il conte di Huntingdon cognato del lord Leicester, e la contessa di Rutland ne fecero parimente gli encomi, e tutti si chiamarono a mente la scrittura delle sue ricette, simile affatto, diceano, al carattere del certificato su cui cadeva il discorso.

«Spero finalmente, sig. Tressiliano, che si potrà chiudere tal discussione, soggiunse allor la Regina. Prima del finire di questa notte noi prenderemo alcune risoluzioni onde persuadere sir Ugo Robsart ad acconsentire alle nozze di sua figlia. Quanto a voi, avete fatto il vostro dovere, e al di là del vostro dovere. Ma noi non apparterremmo al sesso femminile, se l’animo nostro non fosse proclive a compiangere le persone che amore ha ferite. Dunque vi perdoniamo l’arditezza che dimostraste, e vi perdoniamo anche la sconvenevolezza di quei vostri stivali, la cui infezione ha quasi soffocati i profumi di milord Leicester.»

L’essere eccessivamente delicata di odorato era fra i distintivi organici di Elisabetta, e ne diede lungo tempo dopo una prova, allorchè scacciò dal suo cospetto il conte di Essex, non reo d’altro che di essersi presentato a lei, siccome Tressiliano, cogli stivali alquanto imbrattati di fango.

In questo mezzo, Tressiliano ebbe il tempo di raccogliere le proprie idee, e riaversi dalla sorpresa prodottagli da un’impostura, sostenuta con tanta audacia, e che dismentiva fatti de’ quali fu testimonio egli stesso. Laonde si precipitò ai piedi della Regina, e tenendola per la veste, le disse:

«Regina, se voi siete cristiana, s’egli è vero che regnate per rendere giustizia eguale a tutti i vostri sudditi... per ascoltarli, come voi sperate di essere ascoltata, e com’io ve l’auguro (Dio secondi il mio voto!) a quel tribunale innanzi a cui un giorno tutti compariremo, degnatevi concedermi un lieve favore. Non vi affrettate a pronunziare giudizio. Concedetemi soltanto ventiquattr’ore di tempo. Dopo sì breve indugio vi proverò a tutta evidenza la fallacia degli attestati onde si fa credere che questa giovane infelice in tal momento si trovi inferma nella contea di Oxford.»

«Lasciatemi, o signore (disse Elisabetta, sorpresa da un impeto che ben dovea parerle stravagante, comunque fosse pel maschile suo animo forza bastante per non concepirne timore). Quest’uomo senza dubbio è pazzo. Il mio figlioccio Harrington potrebbe dargli una parte nel suo _Orlando Furioso_. Però nel tenore della sua follia ravviso alcuna strana singolarità. Parlate, Tressiliano: a qual cosa vi sottomettete voi, se trascorse le ventiquattr’ore, non potete dimostrar falso un fatto provato con modi tanto solenni, siccome lo è l’infermità della figlia di sir Robsart?»

«Regina, a portare il mio capo sotto la mannaia,» rispose subito Tressiliano.

«Eh! questi sono propositi da pazzo. E qual capo è mai caduto in Inghilterra, se nol percosse il voler della legge? Io vi domando, purchè però vi rimanga senno bastante a potermi comprendere, se quando v’accorgerete dell’assurdità del vostro assunto col vederlo andare a vôto, mi confesserete sinceramente qual fu l’intenzione, che aveste nel cimentarvi a sostenerlo.»

Si tacque Tressiliano, condotto da tale inchiesta a titubar nuovamente; perchè pensava egli: «Se in questo intervallo Amy si riconciliasse col proprio marito, quanto mal ufizio le presterei se svelassi misteri obbrobriosi ad un uomo col quale ella dovrà sempre vivere, e se facessi toccar con mano ad una saggia e prudente Sovrana come fu sorpresa con falsi attestati!» Tale incertezza portò nuovo imbarazzo e negli sguardi, e nella voce, e nel contegno di Tressiliano. Per la qual cosa, allorchè la Regina in severo tuono e corrucciata in viso gli replicò l’inchiesta medesima, ei le rispose con interrotte parole, che forse!... cioè!... secondo le circostanze!... avrebbe spiegati i motivi del suo operare.

«Oh! per l’anima del re Enrico, sclamò quella Sovrana, qui cova assolutamente o demenza o malvagità. Raleigh, il tuo amico è troppo pindarico per potere starsene alla mia presenza; conducilo teco, liberami dal vederlo, perchè potrebbe accadergli peggio. I suoi slanci sono troppo impetuosi in tutt’altro luogo che non sia il Parnaso, o San Luca. Tu però ritorna, poichè lo avrai condotto in luogo sicuro. Quanto avremmo desiderato conoscere questa beltà che fa sì tremendo guasto nel cervello d’un uomo decantato dianzi per la Sua saggezza!»

Tressiliano voleva dire altre cose alla Regina, ma Raleigh costretto ad ubbidire agli ordini avuti, ne lo impedì, fattosi soccorrere da Blount per condurlo fuor del salone, parte suo malgrado, e parte anche non contro sua voglia, poichè incominciava ad avvedersi egli stesso, come un più lungo rimanersi peggiorasse anzichè migliorare i suoi interessi.

Allorchè furono giunti nell’anticamera, Raleigh pregò il Blount a far sì, che Tressiliano venisse condotto negli appartamenti preparati alle persone del corteggio di Sussex, e che se era d’uopo vi si mettesse la guardia.

«Tale stravagante passione, diss’egli, e l’infermità della donna che ne è lo scopo, hanno stravolto in singolar modo il suo ingegno, aggiustatissimo per l’addietro. Ma speriamo, un breve riposo calmerà questo impeto. Solamente badate a non lasciarlo uscire. È già assai male impressionato per lui l’animo di Sua Maestà; poche nuove provocazioni basterebbero perch’ella gli trovasse un ritiro più ingrato, e custodi più malaugurosi.»

«Io lo giudicai a dirittura pazzo (soggiunse Nicolò Blount, dando un’occhiata alle sue calze cremesine, ed alle sue gialle rosette) allorchè posi mente a que’ maledetti stivali che offesero le narici della Regina. Voglio vederlo rinchiuso, e torno subitamente. Ma dimmi, Walter, la Regina non ha chiesto chi mi fossi? Ho creduto accorgermi d’una sua occhiata volta sopra di me.»

«Venti occhiate! sì, venti occhiate sopra di te! e le ho assicurato che sei un bravo soldato, un... ma per l’amor del Cielo conduciti via Tressiliano.»

«Vado, vado, rispose Blount. Ti dirò bene, che comincio ad avvezzarmi a questa vita cortigianesca. Non è poi un passatempo tanto cattivo. Se non altro, offre modi d’innalzarsi. Dunque, Walter, amico mio, le dicesti che sono un bravo soldato, e _un_... _un_ che cos’altro?»

«_Un_... tutto che non si può esprimere. Ma spacciati dunque, in nome di Dio!»

Tressiliano, senza opporre resistenza, e senza movere verun’inchiesta, seguì Blount, o a dir meglio si lasciò condurre nell’appartamento di Raleigh, sofferendo d’essere collocato in un letto sulle cinghie, che in uno di que’ gabinetti era stato apparecchiato ad uso di qualche servo. Nè tardò ad avvedersi che ogni sforzo per parte sua diverrebbe inutile a conciliargli le premure e i soccorsi degli amici, sintantochè il compire delle ventiquattr’ore da lui consacrate con promessa a rimanersi inoperoso, non gli facesse abilità di svelare tutte le cose, o veramente non gli togliesse ogni desiderio e pretesto di frammettersi in quanto riguardava il destino d’Amy, forse vicina ad unirsi col suo rapitore.

Dovette Tressiliano adoperare molta fatica, e assai rimostranze, fatte con calma e dolcezza, per evitare la molestia di vedersi accampati nella sua stanza due uomini della guardia del conte di Sussex. Finalmente Blount in veggendolo tranquillo nel letto, diede due o tre calci, maledicendoli con tutto il cuore, a quegli stivali del mal augurio, i quali, giusta le nuove massime abbracciate dal Blount, erano stati il sintomo concludente, o forse anche la primaria cagione del disastro cui soggiaceva il suo amico. Per tal modo gli sforzi generosi e disinteressati operati da Tressiliano per la liberazione d’una donna, da cui non ebbe che ingratitudine, non gli partorirono in quel giorno migliori conseguenze del cadere in disfavore della Regina, e del farsi riguardare niente meno che pazzo dai propri amici.

CAPITOLO II.

I Sovrani anche i più saggi s’ingannano spesse volte siccome gli uomini di più bassa lega, e abbiam veduto alcuni di questi monarchi colle reali loro mani fregiar della ciarpa di cavaliere indegne spalle, sol meritevoli del marchio del carnefice. Che vuol farsi? Questi re certamente nelle loro azioni avevano per iscopo il meglio, ma non si può domandar conto ad essi che dell’intenzione, non già dell’evento.

_Antica Commedia._

«Ella è cosa ben crudele, disse la Regina dopo la partenza di Tressiliano, il vedere un uomo, fornito dianzi di saggezza e dottrina ora ridotto ad avere il cervello affatto guasto. Le prove evidenti che ha date di follia dimostrano parimente essere prive di fondamento le accuse ch’egli ha promosse. Laonde, signor di Leicester, noi non abbiamo dimenticato l’inchiesta che ci avete fatta pel vostro fedele servo Varney, i cui pregi e la cui lealtà vogliono avere il suo compenso dalla Sovrana, poichè a voi sono utili. Così il favore che siamo per compartirgli diverrà un premio dell’affetto zelante che ponete in servirci. Vi concediamo adunque la grazia che sollecitaste per Varney, e tanto più volentieri in tal giorno, che ricevendo ospitalità in vostra casa, vi dobbiamo anche per tale riguardo qualche prova d’animo grato. Si aggiugne che questa prova particolare di nostra benevolenza apporterà qualche sollievo al buon cavaliere di Devon, a sir Ugo Robsart, divenuto suo malgrado suocero di Varney; e spero per tal via riconciliarlo più facilmente col genero. A me la vostra spada, sig. di Leicester.»

La prese ella con molto riguardo, e la sguainò, e mentre le Milady, che le stavano di corteggio, volgeano altrove il capo prese da un brivido, finto o vero che fosse, gli occhi della Regina si portarono avidamente a mirare il lustro e i ricchi ornamenti damascati di quella scintillante lama.

«Se fossi stata uomo, diss’ella, credo che non avrei ceduto a nessuno de’ miei antenati nel desiderio di possedere una bella spada. Mi diletto molto nel contemplare le armi; e simile alla _fata Morgana_, di cui lessi le avventure in un libro italiano... Oh! perchè mai qui non trovasi il mio figlioccio Harrington? Egli mi rammenterebbe il tratto di romanzo che vorrei citare... Certamente mi sarebbe grato il poter aggiustare i miei capelli, e la mia acconciatura dinanzi ad uno specchio d’acciaio, siccome è questo... Riccardo Varney, avanzatevi, e mettetevi in ginocchio. _In nome di Dio; e di San Giorgio, noi vi facciamo Cavaliere! Siate fedele, valoroso, e felice_... sir Riccardo Varney, alzatevi.»

Così fece il Varney, e si ritirò inchinando con gran rispetto la Sovrana, che tanto insigne onore gli conferiva.

«Domani, aggiunse la Regina, noi vi armeremo dello sperone nella cappella del Castello, e così daremo fine alla cerimonia. Intanto, vogliamo che abbiate un altro fratello d’armi. Ma poichè la giustizia dee regolare la distribuzione delle nostre grazie, abbiam divisato di consultare a tal uopo il nostro cugino, il conte di Sussex.»

Questo Pari, che dopo il suo arrivo a Kenilworth, ed anzi sin dal principio del viaggio erasi visto oscurar dal Leicester, portava ombrata da tetre nubi la fronte. L’aria sua di scontento non potè sfuggire alla Regina, che sperò serenarne l’animo, e nel medesimo tempo conformarsi al proprio sistema di _bilancia politica_[3], concedendo un contrassegno particolare di favore al conte di Sussex, allor quando parea più compiuto il trionfo di chi gli era rivale.

All’ordine che ne ricevette da Elisabetta il Sussex, fu sollecito ad avvicinarsile, e la Regina gli chiese qual fosse fra i gentiluomini del suo seguito cui darebbe voto di preferenza nella imminente promozione. Ma quel Conte con maggior sincerità che accortezza, rispose: che avrebbe osato parlare a favore di Tressiliano, cui si credeva debitore della vita, e che d’altra parte, chiaro per sapere e per pregi militari, discendea da una famiglia scevra di macchie: «Ma, soggiunse di poi, temo che gli avvenimenti di questa notte!...» E qui si fermò.

«Vedo con piacere una tale circospezione per parte della Signoria vostra, disse Elisabetta. Dopo quanto è accaduto, i nostri sudditi avrebbero ragione di giudicare la loro Regina non meno stolta di quel povero gentiluomo (perchè non credo mossa da cattive intenzioni la sua condotta) avrebbero, dissi, ragione di giudicare stolta la loro Regina, se prescegliessimo un tal momento, onde largheggiargli di favore.»

«Quand’è così, rispose il Conte alquanto scompigliato, la Maestà Vostra mi permetterà di additarle il mio scudiere, il sig. Nicolò Blount. Egli è gentiluomo di buona casa, ed anche abbastanza antica. Ha servito nella Scozia e nell’Irlanda, e porta sul proprio corpo onorevoli cicatrici.»

Elisabetta non potè far di meno di stringersi leggermente nelle spalle a tal seconda proposta; e la duchessa di Rutland ben lesse negli occhi della Regina come questa avesse sperato, che il Sussex le nomerebbe Raleigh, ponendola così in grado di soddisfare i propri desiderii ad un tempo, e di fare onore alla raccomandazione del Conte. Laonde, quale donna avveduta nell’arti cortigianesche, aspettò prima che la Regina acconsentisse all’inchiesta fattale a favore di Blount; poi soggiunse, che avendo que’ due potenti Pari avuta la permissione d’indicare un candidato alla cavalleria, ella oserebbe a nome di tutte le matrone presenti supplicare per un eguale favore.

«Non sarei donna, se ricusassi cotale inchiesta,» sorridendo la Regina rispose.

«Supplico adunque la Maestà vostra in nome di tutte queste Lady, aggiunse allor la Duchessa, ad innalzare al grado di cavaliere Walter Raleigh, che per lustro di nascita, e pei bei fatti d’armi, e per la solerzia da lui posta nel servire il nostro sesso colla spada non meno che colla penna, si è fatto degno di tale onore.»

«Ringrazio queste Lady, rispose Elisabetta col contento sul labbro, e condiscendo alla loro inchiesta. L’amabile scudiere _senza mantello_ diverrà il prode cavaliere _senza mantello_, come voi altre lo desiderate: fate dunque venire a noi i due candidati.»

Blount per anche non ritornava; onde il Raleigh si avanzò solo e prostratosi, ricevè dalle mani della Sovrana il titolo di cavaliere, che pochi meritavano al pari di lui; tanto andava adorno di pregi.

Nicolò Blount arrivò qualche momento dopo, e seppe dal labbro di Sussex, che egli incontrò alla porta della sala, le intenzioni favorevoli della Regina, e l’ordine avuto di farlo appressare al trono. Egli è uno spettacolo non molto raro, e ad un tempo penoso e ridicolo il vedere un uomo fornito di un criterio posato e non fatto agli slanci, allorchè, o la civetteria di avvenente donna, o qualsivoglia altro motivo lo traggono in quelle inezie che s’addicono soltanto all’amabile giovinezza, o a coloro in cui l’abito fe’ di queste una seconda natura. A tale condizione trovavasi il povero Blount, la cui testa era già sconcertata dalla ricchezza del suo abbigliamento, e che si era fitto in animo di dovere adattare a questo il proprio contegno. La subitanea novella di una tal promozione diede compiuto trionfo a quello spirito di leggerezza e di vanagloria che faceva guerra all’indole di lui primitiva, e d’improvviso trasformò un uomo semplice e di modi ruvidi anzi che no in un farfallino della specie più strana e ridicola che mai si fosse veduta.

Il candidato cavaliere si avanzò nel salone, che per sua disgrazia gli conveniva attraversare da cima a fondo. Volgeva la punta del piede al di fuori con tanta caricatura, che la parte posteriore della gamba presentandosi ognora la prima, somigliava assai ad uno di quegli antichi coltelli a lama ricurva. In tutto il restante del suo portamento il Blount non dismentiva questa andatura grottesca. E tal mescolanza d’imbarazzo e di vanaglorioso contento era cosa sì compiutamente ridicola che i partigiani di Leicester non poterono rattenere un maligno sorriso, cui parteciparono senza volerlo alcuni pure fra i gentiluomini del Sussex, benchè costretti a mordersi dalla rabbia le dita. Lo stesso Sussex perdendo la pazienza, si vide alla necessità di dirgli all’orecchio: «Maledetto Blount non sai dunque camminare come fa un uomo e un soldato?» Tale rimprovero lo fece fremere e si fermò sgomentito, allorchè volgendo un guardo alle sue rosette gialle e alle sue calze rosse, prese nuova fidanza, e tornò a camminar come prima.

La Regina accolse il povero Blount cavaliere con una ripugnanza che non dava luogo ad equivoco. Perchè inoltre è da sapersi ch’ella era al sommo riguardosa nel conferire questi titoli d’onore, de’ quali dopo lei gli Stuardi largheggiarono con sì poca politica, che gl’impoverirono d’una gran parte dell’antico lor pregio. Non appena il Blount si fu allontanato, che la Regina volgendosi alla duchessa di Rutland, così disse: «Lo spirito di noi altre donne, mia cara Rutland, supera d’assai lo spirito di queste creature che portan giubba e calzoni. Dei tre cavalieri proposti, il tuo candidato solamente era degno di questo titolo.»

«Sir Riccardo Varney, l’amico di milord Leicester... ha certamente il suo merito...» la Duchessa soggiunse.

«Varney, replicò la Regina, ha la fisonomia torva e la lingua melata. Temo bene non disonori il titolo che ha ricevuto. Basta! Io avea già promesso ciò da lungo tempo. Ma quel Sussex assolutamente ha perduto il cervello. La prima volta ci propone un matto della natura di Tressiliano; poi dopo, un vero campagnuolo è il suo secondo protetto. Ti giuro, mia cara Rutland, che quando mi stava davanti, facendo contorsioni e smorfie, come se la zuppa troppo calda gli avesse scottato il palato, ho fatto fatica, allorchè doveva percotergli l’omero colla spada, a non fracassargli in vece la testa.»

«Vostra Maestà nondimeno gli ha dato un abbraccio alquanto aspro, disse la Duchessa: noi abbiamo udito la lama della spada sonar sul suo collo, e il pover uomo ha fatto un moto come di chi si credesse ferito.»

«Non seppi astenermene, mia cara amica, rispose la Regina... Ma noi manderemo questo sir Nicolò nell’Irlanda o nella Scozia, o in qualunque altro paese, purchè liberiamo la nostra Corte da tale cavalier campagnuolo.»

Dopo sì fatte osservazioni della Regina, la conversazione divenne generale; nè tardò il Leicester a supplicare sua Maestà perchè volesse venire a prendere la sua sede al banchetto.

Dovettero i convitati attraversare la corte interna del castello per giugnere ai nuovi edifizi ove trovavasi la vasta sala della mensa, già imbandita di una cena degna di sì bel giorno.

In questo tragitto i novelli cavalieri si videro circondati dagli araldi, dagli uomini d’armi e dai canterini che gridavano secondo l’usanza: _generosità, generosità, o i primi fra i prodi cavalieri_. Tale acclamazione, antica assai, intendeva ad eccitare la generosità dei candidati a favore di quelli, il cui mestiere stavasi o nel custodire le armature o nel celebrare con allegri canti le imprese de’ novelli cavalieri. Coloro ai quali s’indirigevano tali sollecitazioni, lor corrisposero con molta liberalità. Il Varney adoperò cortesia, e ricercata modestia nel distribuire i suoi donativi. Raleigh accompagnò i propri di quella grazia disinvolta che appartiene soltanto alle persone assuefatte al viver dei Grandi. Il povero Blount diede tutto ciò che del suo assegnamento d’un anno il sartore gli aveva lasciato. In mezzo a quello scompiglio del suo animo traeva fuori le monete, poi si fermava a contemplarle, indi le distribuiva particolarmente a questo e a quello, coll’aria inquieta e col contegno d’un sagristano che fa la limosina ai poverelli della parrocchia.

Sì fatte liberalità vennero accolte fra i ringraziamenti e i _vivat_ di costume. Ma poichè coloro che ne profittarono erano pressochè tutti persone poste al servigio del Leicester, il nome del Varney era quello che in mezzo a più vivi applausi si ripetesse. Soprattutto il Lambourne faceasi discernere co’ suoi schiamazzi: «Lunga vita a sir Riccardo Varney — Salute e onore a sir Riccardo — Non fu mai creato più degno cavaliere (ed aggiugneva abbassando la voce) incominciando dai tempi del valoroso sir Pandaro di Troia[4],» conclusione che fece ridere chiunque si trovò assai vicino per poterla udire.

Sarebbe cosa superflua l’intertenerci più a lungo delle feste di questa sera, le quali furono sì brillanti, e tanto contentarono la Regina, che il Leicester ritirandosi nel suo appartamento, vi si portò affatto ebbro d’ambiziose speranze. Stava colà il Varney, che spogliatosi del ricco suo vestimento, in abito semplice e modesto aspettava il padrone per compiere le fazioni che giusta il suo ufizio spettavangli allorchè il Conte si metteva in letto.

«Che vedo, sir Riccardo? disse sorridendo il Leicester, queste umili vesti non si confanno alla nuova dignità cui siete innalzato.»

«La rinunzierei, rispose il Varney, sol ch’io immaginassi mi potesse allontanare dalla Signoria vostra.»

«Lo vedo, tu sei un servo riconoscente, soggiunse il Leicester; ma non ti permetterò il fare alcuna cosa, che possa pregiudicarti nell’opinione degli altri.»

A malgrado di questi detti, il Conte accettava i servigi del nuovo cavaliere, che diede a divedere in prestarglieli tanto contento quanto ne dimostrava colle parole.

«Non ho paura delle male lingue, rispose a tale osservazione del Conte il Varney, perchè non v’è in tutto questo castello (permettete adunque ch’io vi levi il collare), non v’è in tutto questo castello alcuno che non si aspetti di vedere persone ben poste in più alto grado di questo ch’or debbo alla vostra bontà, di vederle, dico, tenersi onorate in adempiere presso voi gli ufizi di camerlingo.»

«Sì: ciò potrebbe accadere,» disse il Conte mettendo un involontario sospiro; poi soggiunse: «Dammi la mia veste da camera, o Varney, è d’uopo ch’io contempli il Cielo. Dimmi non dovrebb’essere ben tosto luna piena?»

«Credo di sì, Milord, lo mette almeno l’almanacco.»

Stava in quell’appartamento una finestra che aprendosi, mettea su piccolo poggio di pietra, merlato com’era d’uso in tutti i castelli d’architettura gotica. Spalancandola il Conte, vide dinanzi a sè gran parte del lago e del bosco che copriva l’opposta sponda. I raggi della luna posavano immobili sull’onda azzurra e sui folti gruppi degli olmi e delle quercie che si mostravano in maggiore distanza. L’astro della notte in mezzo al suo corso scorgeasi cinto da mille stelle secondarie. Calma profonda regnava sulla terra, solamente interrotta a quando a quando dalle voci delle sentinelle e dal lontano abbaiamento de’ veltri svegliati dagli apparecchi d’una caccia magnifica, che divisavasi pel nuovo giorno.

Contemplò il Leicester la volta del firmamento, e gli atti suoi e il suo contegno esprimevano come si stesse assorto in un’estasi irrequieta, intantochè il Varney, tenutosi all’ombra della parte interna di quella stanza, potea, senz’esser veduto, osservare con segreto giubilo il suo signore, che stendea le braccia verso i corpi celesti.

«O voi globi di vivace fiamma (tal fu l’invocazione che indirisse loro questo uomo ambiziosissimo), voi scorrete taciturni l’orbita della misteriosa vostra carriera. Ma la saggezza vi attribuì una loquela. Ditemi adunque qual sia l’alto destino a me serbato? La grandezza che agogno, sarà ella brillante, sublime, durevole quanto la vostra? o sarei io condannato a non risplendere che qual lampo fugace in mezzo alle tenebre della notte per ricadere indi verso la terra, simile agli avanzi di que’ fuochi d’artifizio, onde gli uomini tentano imitare i vostri raggi?»

Rimirò ancora il Cielo per un minuto o due, indi rientrò nella stanza, mentre Varney si mostrava inteso a riporre entro una cassetta i gioielli, che il Conte aveva posati sopra una tavola.

«Che pensa del mio oroscopo Alasco? richiese il Conte. Gli è vero che tu mel dicesti, ma me ne sono dimenticato, perchè non ho seria fiducia in quest’arte.»

«Pure, v’ha degli uomini istrutti che pensano altrimenti, rispose Varney, e se io debbo dire sinceramente il mio avviso alla Signoria vostra, comunque non istrutto, sono fra quelli.»

«Ah! come Saule in mezzo ai profeti!... soggiunse il Conte. Io credea che tu professassi in vece un assoluto scetticismo su di tutte quelle cose che non puoi o vedere, o intendere, o toccare, o gustare, o ascoltare, in somma pensai limitata alla sola prova de’ sensi la tua credulità.»

«Potrebbe anch’essere che il desiderio di vedere adempiuta la predizione dell’astrologo mi rendesse più credulo in questo giorno. Alasco disse, che il vostro pianeta favorevole si trova nella sua _culminazione_, e che l’_influenza contraria_ (nè volle più chiaramente spiegarsi) benchè non affatto vinta, è evidentemente nel suo _retrogrado_. Furono questi, mi sembra, i suoi propri termini.»

«Sì, veramente questi, replicò il Leicester, osservando una recapitolazione di calcoli astrologici, ch’ei si tenea fra le mani; l’_influenza_ più forte sarà prevalente, e a quanto credo, l’ora fatale è passata. Aiutatemi, o Riccardo, a spogliarmi della mia veste da camera, e rimanete un qualche momento, tanto che io mi ponga in letto. Credo che le fatiche di questa giornata mi abbiano messo la febbre nel sangue; ei scorre per le mie vene ardente al pari di piombo liquefatto. Aspetta anche un poco, te ne prego, vorrei pure sentirmi gli occhi gravi dal sonno.»

Il Varney rimase officiosamente vicino al letto del suo signore; indi pose una lampada d’argento massiccio insieme ad una spada sopra una tavola di marmo che era presso del capezzale. Fu allora che il Conte, fosse per non essere incomodato dalla luce della lampada, o fosse per nascondere il proprio volto a Varney, abbassò quanta parte di cortina bastava ad entrambi questi due scopi. Il Varney nel tornare ov’era prima, sedè colle spalle volte al Conte in tal modo, da fargli comprendere che in lui non era il disegno di spiarne la fisonomia, o indovinarne i moti dell’animo; poi aspettò che Leicester incominciasse a parlar della cosa, che il teneva meditabondo.

Il Conte, dopo avere per qualche tempo aspettato invano che il suo scudiere fosse primo a dar motivo ai discorsi si fece a dire in tal guisa: «Dunque, Varney, si va parlando della bontà che la Regina ha per me?»

«E come vorreste, o Milord, che si tacesse di cosa tanto manifesta?»

«Di fatto, ella è una buona padrona, soggiunse il Conte; ma fu la Saggezza stessa che scrisse: non ti fidare soverchio sulla buona grazia dei principi.»

«La sentenza è ottima e vera, sempre quando però non si abbia l’accortezza di collegare i nostri cogl’interessi loro in tal guisa, da tenerli in pugno come il falco prima di permettergli il volo.»

«Indovino a che intende il tuo discorso, disse il Leicester con impazienza, nè m’impedisce il comprenderlo tutta la circospezione che metti nel farlo. Vuoi significarmi, che sposerei la Regina, sol che il volessi.»

«La Signoria vostra lo disse, e non io. Ma che rileva qual di noi due l’abbia detto? Sopra ogni cento persone ve n’ha novantanove in Inghilterra che credono la medesima cosa.»

«Sì, (disse il Leicester, ravvolgendosi per il letto) ma la centesima è meglio istrutta delle novantanove. E tu! tu, a ragion d’esempio, conosci tali ostacoli che non si possono superare.»

«E nondimeno, la cosa debb’essere, se vogliamo aver fede alle stelle,» disse posatamente l’astuto Varney.

«Che cosa dici? Eh! ch’io so non credere tu nè all’astrologia, nè a verun’altra cosa.»

«Domando perdono alla Signoria vostra, ella è nell’errore. Io credo a certi presagi dell’avvenire. Non dubito per portarne un esempio, che se pioverà in aprile, vi saranno fiori nel maggio, che se farà bel sole, il grano diverrà maturo. E nella mia filosofia naturale trovo parecchie cose che mi trarrebbero a prestar fede alle stelle, se le stelle le predicessero. Ne deriva quindi che non mi asterrò certamente dall’aver fiducia in questi eventi, i quali generalmente sono aspettati siccome desiderati, per ciò solo che gli astrologi credettero d’averli letti nel Cielo.»

«Hai ragione (disse Leicester smaniando più fortemente nel letto). Tutti desiderano queste nozze. Ne ho ricevute congratulazioni dalle chiese riformate dell’Allemagna, de’ Paesi Bassi e della Svizzera, tutte persuase che dipenda da tali nozze la salute d’Europa. La Francia non sarebbe per opporsi al loro effettuarsi, e la fazione dominante della Scozia le avrebbe siccome una sua guarentigia; la Spagna le teme, ma non ha forza di contrariarle; e contuttocciò vi è noto che sì fatto avvenimento è impossibile.»

«Non vedo tutta questa impossibilità. La Contessa è incomodata nella salute.»

«Sciagurato! (sclamò Leicester alzandosi dal letto ed afferrando la spada posta sopra la tavola) abbandona questi pensieri esecrabili. Vorresti forse assassinarla?»

«Per chi mi prende la Signoria vostra? (disse il Varney pompeggiando di tutta quella dignità che s’addirebbe alla calunniata innocenza). Non mi è sfuggito alcun accento che possa dar motivo a tanto orribili imputazioni. Solamente dissi che la Contessa è inferma, e comunque amabile e teneramente amata, non è per ciò men soggetta alla legge universale. Ella potrebbe morire, e la Signoria Vostra rimanere in libertà.»

«Lungi da me un’idea sì desolante! Che non se ne parli più mai!»

«Auguro la buona notte alla Signoria vostra,» e in dir questo si alzò Varney, il quale finse interpretare le ultime parole del Conte siccome un comando d’andarsene. Ma lo rattenne il Leicester.

«Tu non mi fuggirai così, compare matto. E credo in vero, che il tuo nuovo grado ti abbia fatto dar volta al cervello. Dimmi dunque, tu non riguardi questi ostacoli come invincibili?»

«Milord, permettetemi. Piaccia a Dio di concedere lunga vita alla vostra bella Contessa, benchè nè l’amore che le portate, nè i miei voti abbiano forza di renderla immortale. Ma viva pur ella quanto lungamente è da desiderarsi per la sua e per la vostra felicità! questi nodi a mio avviso non v’impediscono di farvi re d’Inghilterra.»

«Eccone una d’altro conio! Tu sei pazzo; assolutamente pazzo, povero il mio Varney!»

«Eppure! vorrei come son sicuro di quanto dico, esserlo di possedere un giorno una bella e buona signoria. Ignorate forse, come in altri paesi può starsi un maritaggio _di mano manca_ fra persone di grado diverso, e che tal maritaggio non costringe il marito a ricusare nodi più convenevoli al suo stato?»

«Sì veramente; intesi dire, che quest’uso veniva praticato nell’Allemagna.»

«Vi dirò di più. Si pretende che i dottori delle università straniere aggiungano forza a questa duplicità di nozze col peso di vari testi della scrittura. In fine poi qual gran male sarebbe? L’amabile compagna che vi siete prescelta avrebbe tutti i migliori vostri momenti, quelli cioè del riposo, che son pur quelli in cui l’animo si apre con libertà in seno all’amore ed all’amicizia. Non danno per la sua fama: non pace tolta alla sua coscienza. Allora, voi siete padrone di provvedere a tutto, se il Cielo vi fa felice di prole. Potete poi anche riserbare ad Elisabetta dieci volte più tempo e dieci volte più amore di quanto mai don Filippo di Spagna non ne abbia consacrato a Maria, sorella d’Elisabetta. E nondimeno sapete che quella moglie di don Filippo ad onta di tanta negligenza e freddezza amò assai suo marito. Non sono necessarie a tal fine che bocca chiusa e fronte aperta, ed è in voi tutto l’arbitrio di tenervi ad un tempo e la vostra Eleonora, e la vostra bella Rosamonda. Lasciate a me l’incarico di trovarvi un ritiro, ove non giunga mai a penetrare l’occhio geloso della Regina.»

Il Leicester mantenne per qualche tempo il silenzio poi sospirando disse: «No, la cosa è impossibile. Addio, Varney... Rimanete un altro istante. Che giudicate voi di Tressiliano e del disordinamento della sua mente? Non potrebb’egli essere che questo delirio ed il negletto abito con cui si presentò agli sguardi della Sovrana, avessero secondi fini? Ch’ei credesse forse d’eccitare nell’animo d’Elisabetta quella compassione non solita a negarsi giammai ad un amante abbandonato dalla sua donna, e tratto perciò fuor di senno?»

Varney diede in grande scoppio di risa, e ridendo rispondea: «Oh! Tressiliano non pensa a tal cosa.»

«Spiegati, non t’intendo. Nè tu ridi mai che sotto il tuo riso non covi qualche malizia.»

«Volea dire, o Signore, che Tressiliano ha trovato l’espediente il più sicuro per non morire d’affanno. Si è provveduto d’un divagamento, d’una compagnia. La sorella d’una specie di commediante, cred’io, alloggia seco lui in quella camera della torre di _Merwyn_ che per motivi particolari io avea ordinato gli fosse assegnata.»

«Si è fatta un’amica, tu il credi, si è fatta un’amica?»

«Certamente! Milord, ma una di quelle amiche, che vanno nelle stanze dei gentiluomini ad aspettare ore intere tantochè giungano.»

«In fede mia è tal novelletta, che sarà ottima da raccontarsi a tempo e luogo. Già per massima non ho mai creduto a questi dotti che hanno la fisonomia di bacchettoni. Ma bene! sig. Tressiliano, voi almeno non fate cerimonie in mia casa. Se do passata a questa libertà ch’ei si prende, può ringraziarne una certa ricordanza che mi dura tuttora. Nondimeno, Varney, tenete l’occhio sopra di lui.»

«Per vegghiarlo meglio appunto lo alloggiai nella torre di _Merwyn_, ove gli fa la guardia il mio servo, vigilantissimo comunque sia il primo beone che viva su questa terra. Intendo Michele Lambourne, quell’uomo di cui altre volte ho parlato a _Vostra Maestà_.»

«_Vostra Maestà!_ Che significa un tale epiteto?»

«È un epiteto, Milord, che se non istò bene attento, mi corre al labbro senza che io il voglia; ma mi sembra epiteto sì naturale, che non ho cuore di ritrattarlo.»

«In somma, mi confermo in questo ognor più: la tua recente dignità ti ha sconcertato il cervello; i nuovi onori vanno alla testa, come il buon vino.»

«Possa la Signoria vostra parlarne ben tosto per esperienza!» e in questa Varney si ritirò augurando al suo signore la buona notte.

CAPITOLO III.

«Ecco la vittima in vicinanza dell’empio che la tradisce, a guisa di cerva giacente a piedi del cacciatore, che offre a nobil matrona, signora della caccia, la spada ignuda, per portare il colpo estremo allo spirante animale.

_Il Taglialegna_.

N’è d’uopo far ritorno all’appartamento di _Merwyn_; o piuttosto al carcere dell’infelice contessa di Leicester, che per qualche tempo seppe frenare l’impazienza e l’inquietezza fra cui avvolgeasi. Ella ben sentiva come in mezzo al tumulto, inevitabile in sì fatto giorno, era tra le cose possibili, che la sua lettera non fosse così presto giunta a Leicester, e che per altra parte non gli era lecito il sottrarsi improvvisamente al suo servigio presso Elisabetta per venire a visitar lei in quell’asilo recondito. «Comprendo che non posso sperare di vederlo prima di notte, pensava ella fra se medesima. So che farà ogni possibile per anticiparmi tale contento. Pur m’accorgo che dovrò portar con pazienza questo ritardo.»

Ciò nullameno non passò istante che ella non si aspettasse il Conte, e mentre volea persuadere a se stessa il contrario, ogni lieve rumor ch’ella udia, gli dipignea il Conte frettoloso di correre fra le sue braccia.

Le fatiche del precedente viaggio, e l’agitazione, ben naturale in chi sofferiva tanto penosa incertezza, diedero tale scotimento ai suoi nervi ch’ella omai si temeva incapace di aver forza per quegli eventi quali si fossero che l’aspettavano. Ma comunque viziata anzi che no in sua fanciullezza, robusti ne erano l’animo ed il temperamento; chè alla robustezza del secondo genere avea molto contribuito l’esercizio di cacciar sovente in compagnia di suo padre. Ella chiamò in soccorso attorno di sè tutte le proprie forze, e ben comprendendo come il suo futuro destino dipendesse in gran parte dall’intrepidezza che avrebbe serbata, pregò silenziosa il cielo volesse reggerla, e fece ad un tempo proposito di non cedere ad alcun moto dell’animo che fosse inteso ad indebolirla.

Pure allor quando la maggior campana del castello, che posta sulla torre di _Cesare_ distava poco dall’altra di _Merwyn_, incominciò ad annunziare l’arrivo della Corte, tal suono fu oltre ogni dire penoso ad organi delicati, che l’interno turbamento rendea men atti a forti impressioni; laonde non potea rattenersi al mettere un dolente grido ogni qual volta udiva il cupo squillar di quel bronzo.

E peggio fu poi allora che vide la picciola stanza in cui stavasi come innondata da flutti di luce, mandata ivi dai razzi che s’incrocicchiavano per l’aria a guisa di fantasmi di fuoco, o di salamandre che eseguissero bizzarre danze nella regione de’ Silfi. Le parve in quell’istante, che ognun di que’ razzi scoppiasse in tanta vicinanza de’ suoi occhi ond’ella ne sentisse il calore.

Pur lottò contro questi terrori fantastici, superando se medesima tanto da mettersi alla finestra e contemplare uno spettacolo che, in altri tempi, e vago e maestoso le sarebbe comparso. Le torri magnifiche del castello andavano ornate di ghirlande di fuochi artifiziali, o coronate da un pallido vapore. La superficie del lago scintillava siccome ferro nella fornace, mentre i razzi lanciati all’aria, e cadenti senza spegnersi nell’acqua, rassembravano draghi incantati che giostrassero sopra un lago di fuoco.

Diremmo quasi che per brevi istanti ella ebbe diletto d’uno spettacolo tanto nuovo per lei.

«Io crederei (tali erano le sue meditazioni) tutto questo essere effetto d’arte magica, se il povero Tressiliano non mi avesse insegnato ad apprezzare al giusto le cose... Gran Dio! questi vani splendori sarebbero mai l’emblema delle speranze ch’io nutro? La felicità che ho provata sarebbe forse una scintilla, presta ad essere inghiottita entro un mare di tenebre?... un chiarore effimero, che si solleva un momento nell’aria sol per far di più alto la sua caduta?... O Leicester! dopo quanto mi dicesti, dopo quanto tu mi giurasti, ho da credere che tu sia il mago al cui cenno nascono tanti prodigi, e che la tua Amy non si rimanga a vederli se non se come una donna esiliata, anzi prigioniera?... quell’Amy che era il tuo amore, la tua vita!»

La continua musica che risonava dalle diverse bande del castello, or più distanti or più vicine, le mantenevano variatamente nell’animo le stesse idee dolorose. L’armonia più lontana e più dolce sembrava accordarsi meglio colle sue pene; e l’altra come più romoreggiante e più gaia parea far quasi insulto all’infortunio, cui soggiacea.

«Questa musica appartiene a me, se appartiene _a lui_; ma non è in mia facoltà l’interromperla. Oh! farei cessare questi suoni troppo rumorosi. Il più infimo fra i contadinelli, postosi in danza, ha per regolare la musica più potere che non ne ho io padrona di tutti questi luoghi.»

Cessato a poco a poco il suono degli strumenti, la Contessa abbandonò la finestra d’ond’era stata ad ascoltarli. Comunque fosse innoltrata la notte, tanto era in quella stanza il chiaror della luna, che Amy potè ordinarvi le cose come le piacque meglio. Ella sperava che Leicester non avrebbe tardato di recarsi a lei tostochè il tutto fosse più tranquillo entro il castello. Ma doveva ad un tempo temere ch’altre persone non venissero a disturbarla. Nè più sicura teneasi per avere ella la chiave della stanza; poichè Tressiliano era entrato con tanta facilità benchè la porta fosse chiusa internamente. Laonde tutta la diligenza che potè usare in tal circostanza si ridusse a collocar la tavola per traverso, affinchè il rumore l’avvertisse se qualcuno facea prova di penetrare lì entro. Dopo aver dunque praticata questa necessaria cautela, l’infelice Amy si gettò sul suo letticciuolo, tutta assorta ne’ pensieri che le dava un aspettar sì penoso, e contando ogni minuto finchè sonasse un’ora dopo la mezzanotte. La natura spossata finalmente potè più di quanto avevan potuto e il cordoglio e l’inquietezza; laonde Amy fu vinta dal sonno. Sì: ella dormì... Dorme l’Indiano nelle pause frapposte ai tormenti cui lo assoggettano i suoi crudeli padroni. Così del pari i tormenti del cuore stancano finalmente la forza in lui di sentirli, nè rinnovellano i loro assalti che presa nuova lena nel durar d’un sonno letargico.

La Contessa pertanto dormì alcune ore; e sognò trovarsi nell’antico soggiorno di Cumnor, attenta coll’orecchio se udiva il fischio, onde Leicester facea nota la sua giunta fin dal cortile allor quando con una delle segrete sue visite la veniva a sorprendere gratamente. Poi le parve udire in vece lo squillo d’un corno da caccia, e quella stessa sinfonia, cui l’aveva usata il padre suo ogni qualvolta stendea morto un cervo, sinfonia che i cacciatori nomavano _della morte_. Credè indi correre ad una finestra che guardava nella corte, ov’era molta turba di gente raccolta in lugubri vesti, e il vecchio curato che recitava meste preci, e Mumblazen messo in antico uniforme d’araldo e tenendo uno scudo che presentava gli emblemi di cui si fa mostra ne’ funerali; ossa incrocicchiate e cranii e oriuoli a polvere posti attorno allo stemma gentilizio cui sormontava una corona di Conte. E vedea il vecchio genitore, che con sorriso per lei terribile sì le diceva: _Amy, che ti sembra del blasone di questo stemma?_ e dopo tali parole le sonava di nuovo all’orecchio la musica _della morte_, e in questa si risvegliò. E udì veramente suono di corno da caccia, anzi di molti, che empieano il castello non d’armonia ferale, ma che annunziavano a tutti gli ospiti di Kenilworth una lieta alba, e la caccia del cervo, da cui nel vicino parco doveano cominciare i sollazzi di quella giornata.

«Egli non pensa a me, andava ripetendo fra se medesima Amy. Fastoso di avere una Regina per ospite, poco gli grava che in quest’angolo oscuro del suo palagio languisca una misera donna, omai tratta a disperazione da un’incertezza la più dolorosa.»

D’improvviso un romore che le parve ascoltare all’uscio, come se alcuno avesse cercato d’aprirlo di soppiatto, portò nell’animo suo un delizioso sentimento di gioia cui però la tema si frammettea. Tantosto sorta, si affrettò a liberar la porta dalla sbarra che vi avea posta ella stessa, ma innanzi aprirla, ebbe la cautela di chiedere: _Sei tu mio amore?_

E il sommesso mormorio d’una voce che le rispondea: _Sì, mia Contessa_, non le lasciando più dubbio veruno, aperse la porta, sclamando _Leicester!_ e gettò le braccia attorno al collo di quello straniero che rimanea sulla soglia avvolto nel suo mantello.

Ma costui era in vece lo scellerato Lambourne, che sì rispose, in suo stile: «Non è del tutto, del tutto Leicester, o mia leggiadra e tenerissima duchessa, ma è tal uomo che equivale bene a Leicester.»

Immantinente con una forza che non avrebbe mai creduto di possedere, Amy respinse quell’uomo indegno e si sciolse dalle sue braccia, arretratasi fino in mezzo alla stanza, ove la disperazione le diè coraggio a fermarsi.

Costui seguendola fin lì, lasciò cadere il mantello che il volto gli ricopriva. Allora fu che Amy riconobbe il servo di Varney, quell’uomo, da cui men che da tutt’altri di questa terra avrebbe voluto essere riconosciuta, se si eccettui l’indegno padrone che lo stipendiava. Ma portando ella ancora il suo abito da viaggio, e Lambourne non essendo stato ammesso che una sola volta al cospetto di lei nel castello di Cumnor, sperò che egli non così agevolmente la ravviserebbe, com’ella riconobbe appieno quel ribaldo, che Giannina le avea fatto osservare dalla finestra, e lo avea dipinto coi colori che a costui pertenevano, tutte le volte che dopo accompagnato Varney nel castello di Foster, s’interteneva nella corte ad aspettare il padrone.

E tali considerazioni avrebbero maggiormente accresciuta in Amy la fidanza di rimanergli ignota, se si fosse accorta che costui era briaco oltre ogni confine; ma il fare una tale scoperta le sarebbe stato tutt’altro che conforto per quanto spetta al rischio di trovarsi sola a tale ora, in tal luogo, con uomo giunto a quello stato e di sì perversa natura.

Il Lambourne chiuse la porta appena entrò, ed incrocicchiate le braccia come in atto di schernire la donna che non conoscea, prese a favellarle in tai sconci modi:

«Ascoltami, bella Callipoli, amabile contessa de’ cenci, divina duchessa de’ cantucci reconditi; se ti vuoi prendere il fastidio di raggrupparti in te stessa, come un cuoco raggruppa un uccello tolto dallo spiedo, e ciò per farmi più gradevole il diletto di trinciare... ti assolvo da questa briga... La tua prima franchezza mi piaceva assai più; sì, mi piaceva assai più (e in ciò dire fece un passo innanzi e barcollò)... come ti dico, mi piaceva più, ed il metodo che hai preso ora, non mi garba.... come non mi garba questo maledetto pavimento, lasciato, credo, in alto e basso dal diavolo, e che mette un galantuomo in pericolo di rompersi il collo, se non si tiene all’erta come un saltatore sulla corda tesa.»

«Fermati, disse la Contessa, non ti accostare se t’è cara la vita.»

«Anche minacce! Come sta questa faccenda, o signora? Ma potete voi trovare un uomo più compagnevole di Michele Lambourne? Figlia mia, ho viaggiato in America, ove l’oro nasce da sè, e ne ho portate tai grosse verghe....»

«Mio caro amico (disse la Contessa atterrita dal tuono d’audacia e di sicurezza nella quale si teneva il malvagio) mio caro amico, esci te ne prego e lasciami sola.»

«Gli è quello che dirò a te, mia carina, quando saremo stanchi l’uno dell’altro.... ma non prima.»

Allora l’afferrò per un braccio, ed Amy incapace di resistenza, si difendeva unicamente colle sue grida.

«Eh via! gridate quando volete, dicea il Lambourne così tenendola. Ho udito il flutto nel suo più forte mugghiare. Figuratevi se mi prendo fastidio dello strillar d’una donna! Il miagolare d’un gatto mi fa la stessa impressione... Mi porti il diavolo.... se a queste orecchie non sono arrivate le urla di cento donne in un colpo, quando abbiam preso una fortezza d’assalto.»

Nondimeno le grida di Amy attrassero in quella stanza un difensore non aspettato. Lorenzo Staple cui giunse il suono di questi strepiti fino nella sua stanza da letto, corse a proposito per impedire che la Contessa fosse scoperta e fors’anche per salvarla da una più atroce violenza. Non che questo Lorenzo non fosse egli pure briaco la sua parte per una conseguenza tuttor durevole della crapola del dì innanzi; ma per buona sorte la sua ubbriachezza avea presa indole affatto diversa da quella del Lambourne.

«Che cosa è tutto questo bordello nella mia prigione? diss’egli. E che? un uomo e una donna appollaiati nella medesima stanza! Gli è contro tutte le regole. Oh! voglio che si serbi decenza ne’ miei dominii! Sì, per S. Pietro _in Vinculis_.»

Allora il Lambourne: «Scendi presto la scala, affrettati, cane d’imbriaco, non vedi che questa donna ed io vogliam restar soli?»

«Ottimo e degno signore (esclamò allor la Contessa, indirigendosi a quel guardiano), salvatemi da quest’uomo, salvatemi per pietà!»

«Questo si chiama parlar bene! soggiunse allora Lorenzo. Io porto affetto ai miei prigionieri, e ne tengo in custodia di tanto buoni quanto quelli di Newgate, o dell’altre prigioni di Londra. Laonde questa donna, appartenendo alla mia greggia, non vi sia chi la molesti entro il suo ovile. Michele! o lasciala in pace, o per Dio! t’accoppo colle mie chiavi.»

«Voglio piuttosto fare un sanguinaccio col tuo diafragma (rispose il Lambourne mettendo una mano alla squarcina, e tenendo la Contessa coll’altra). Laonde pensa ai casi tuoi, vecchia ostrica, che hai tutto il tuo catta pane in un mazzo di chiavi.»

Lorenzo fermò il braccio di Michele impedendogli di sguainare la sciabola, e mentre il Lambourne lo rispigneva, la Contessa fece tale sforzo, che pervenuta a sciogliersi dalle mani di quello scellerato, e lanciandosi verso la porta, uscì della stanza, e con indicibile agilità fece quant’era la scala: già fin dall’atto dei primi suoi passi aveva udito, il che le accrebbe in quell’istante sbigottimento, il romore fatto dai due campioni che stramazzarono entrambi. Essendo rimasto aperto l’ultimo sportello, ne profittò, e trovossi tutta abbrividita nel _luogo di delizia_ che le parve il più favorevole per sottrarsi a nuova persecuzione.

Intanto Lorenzo e Michele s’avvoltarono pel pavimento stringendosi fortemente l’un contra l’altro. Per buona ventura di ciascun d’essi, non aveano sguainate le sciabole. Lorenzo però trovò modo di lanciar le pesanti sue chiavi in volto al Lambourne, che per vendicarsi prese sì fortemente per il collo il guardiano della torre, che gli fece uscir sangue dalla bocca e dalle narici. Erano in tale stato, quando un ufiziale della casa di Leicester, mosso da quello strepito entrò e pervenne non senza durar molta fatica a disgiugnere i due combattenti.

«Possa entrambi soffocarvi la peste, e voi sopra tutti, maestro Lambourne! Sì disse quel caritatevole mediatore. Che diavolo fate lì, battendovi come due cani che s’azzuffano in un macello?»

Sorse da terra il Lambourne, e calmato alquanto dalla mediazione di questo terzo, lo riguardò con minore impudenza, che non fosse in lui d’uso: «Se vuoi saperlo, ci battiamo per una donna.»

«Una donna! dov’è?» soggiunse l’ufiziale.

«Sarà scomparsa, disse il Lambourne guardandosi intorno; se però Lorenzo non se l’è trangugiata. Quel suo lordo ventraccio, nell’inghiottire misere donzelle ed orfani oppressi, non la cede alla gola dei giganti ricordati dalla storia del re Arturo. Costui non ha altro nudrimento, e si divora le povere creature in corpo, anima, e sostanze.»

«Sì, sì; ma qui non cade la quistione, soggiunse alzatosi da terra Lorenzo. Ho avuto sotto il dominio delle mie chiavi molta gente che valea meglio di te, la intendi, maestro Lambourne? E prima che le cose sieno finite, ci cascherai tu pure; e la tua sfrontatezza non ti salverà sempre le gambe dalla catena, nè il collo dallo spago.»

Pronunziate appena da Lorenzo queste parole, Michele voleva gettarsi un’altra volta sovr’esso.

«Orsù, non ricominciate, gridò imperiosamente quello scudiere, o chiamerò un tale che farà far giudizio ad entrambi. Intendo maestro Varney, o vogliamo dire Sir Riccardo, che appunto ho veduto, son pochi istanti, attraversare la corte.»

«Dici tu vero? (gli chiese bestemmiando il Lambourne, indi corse al bacino e alla brocca). A te maledetto elemento, fa ora l’ufizio tuo. Credea essermi per sempre liberato da te, trascorrendo nel galleggiare da _Orione_ l’intera notte, chè mi sembrava essere divenuto un turacciolo di sughero, sopra un barile di birra.»

Si lavò, ciò dicendo, il volto e le mani, e riparò alla presta il disordinamento dell’abito.

Intanto lo scudiere seriamente volgeasi al guardiano: «Che gli facesti dunque? vedi come n’è enfiato il volto.»

«Oh! è una piccola impressione fatta dalla chiave del mio gabinetto, marchio troppo nobile ancora pel ceffo di quell’animal di galera. Nessuno debbe attentarsi ad oltraggiare i miei prigionieri; sono eglino i miei gioielli, e troppo mi rileva l’immunità della cassetta ove li custodisco. Però cessino le vostre grida, o Signora... Ma qui era pure una donna!»

«Credo che siate matti per tempo e l’uno e l’altro, soggiunse allor lo scudiere. Io qui non ho veduto donne, e per parlare aggiustatamente nemmeno uomini, ma solamente due animali che si ravvolgeano l’un l’altro sul pavimento.»

«Oh misero me! Lorenzo sclamò. La prigione è stata forzata! questo è il tutto, la prigione di Kenilworth è stata forzata! Chi l’avrebbe detto, della più forte prigione che siavi incominciando dal nostro paese e portandosi fino alla terra di Galles? d’una torre, ove e cavalieri e conti e re hanno dormito con tanta sicurezza quanta se ne trova nella torre di Londra! Ella è forzata, i prigionieri fuggirono, e il guardiano di essa corre rischio di venir appiccato!»

Così parlando si ritrasse nella propria stanza per continuare a bell’agio le sue lamentazioni, o piuttosto per ricuperare dormendo la ragione andatagli a diporto.

Il Lambourne e lo scudiere il seguiron d’appresso, e ben lor tornò, perchè costui, seguendo il suo stile, avea chiuso lo sportello, che non erano anche usciti, e se non fossero stati in tempo per farlo riaprire, rimanevano trappolati là d’onde la Contessa si liberò.

Come il dicemmo, l’infelice Amy erasi rifuggita nel _luogo di delizia_, ch’ella avea già considerato standosi alla finestra della torre di _Merwyn_. Nell’atto della ricuperata libertà il primo pensiere corsole all’animo fu che in mezzo ai boschetti, ai frascati, alle statue e alle grotte onde quel luogo abbellivasi, avrebbe facilmente trovato un asilo, ove starsi nascosta sintantochè le comparisse qualcuno atto a proteggerla, e degno ch’ella gli confidasse le sue angoscie, e proclive a sentirne pietà, tale in fine che le procacciasse una via di abboccarsi col Conte.

«Oh potessi vedere Wayland! Saprei finalmente se la mia lettera fu consegnata. Ovvero, m’incontrassi almeno in Tressiliano! Costretta a scegliere fra’ mali sarebbe anche minore l’espormi alla collera di Dudley, svelando il mio stato ad un gentiluomo d’onore a fronte del rischio di sofferir nuovi insulti dalla ciurma invereconda di questo fatale castello. Oh! non mi commetterò più mai a starmi chiusa entro una stanza! Aspetterò..... starò all’erta..... Fra tanta moltitudine di persone, non ne troverò io una sola buona, e capace di sentir pietà del mio affanno?»

Veramente, Amy vedea trascorrere dinanzi a sè molti gruppi di quegli ospiti, che attraversavano il _luogo di delizia_. Ma numerosi troppo erano tai drappelli per incoraggiarla a presentarsi, e per altra parte non sembravano fuorchè intesi a ridere e a folleggiare in una giornata che parea sacra unicamente al diletto.

Il ritiro ch’ella avea scelto involavala ad ogni sguardo; ed era una grotta di rustici ornamenti tappezzata, in fondo a cui zampillava una fontana, luogo opportunissimo ad Amy per tenervisi ascosa, o per iscoprirsi a qualcuno che vago di sottrarsi alla folla, e in compagnia de’ propri pensieri, cercasse in quel romantico asilo un riposo. Ella si mirò nello specchio cui offerivale il cheto bacino della fontana; e sin dalla propria immagine fu atterrita, tanto si vedea cambiata e sformata. Certamente, nel disegno di fidarsi ad altri, le venne pure in mente, che una persona del suo sesso sarebbe stata più inclinata ad impietosire di lei; ma dopo essersi riguardata, temette se si scontrava in tale persona non esserne anzi con ribrezzo rispinta.

Quindi ragionando, come ragionar dovea una giovinetta che dà qualche peso e si confida al potere delle forme sue e dei suoi vezzi, svestì l’abito da viaggio, che ne copriva un più adorno, e mise a terra il suo largo cappello, i quali arnesi tenne vicino a sè in modo da poterli prendere prima che qualche persona giugnesse al fondo di quella grotta, se per mala sorte le persone entratevi fossero state Varney, o Lambourne, che nuovamente le rendessero necessario il travestirsi.

Tal sopravvesta, di cui Wayland la provvide nel viaggio, somigliava a quelle delle commedianti che doveano aver parte negli spettacoli apparecchiati per la Regina. Quella fontana adunque prestò ufizio di specchio e di brocca ad Amy, che ne profittò per assettarsi affrettatamente: indi tenendosi fra le mani lo scrignetto delle sue gioie, che pur poteva divenirle utile a procacciarsi intercessori, si adagiò sopra un sedile di verzura posto in fondo alla grotta, aspettando ivi soccorso unicamente dal caso.

CAPITOLO IV.

Così nibbio talor ratto in suo volo Corre a ghermir la timida pernice, Che instupidita manca di consiglio Per fermarsi o fuggir dal crudo artiglio. _Prior_.

Accadde in questo giorno sì memorabile, che fra le cacciatrici più sollecite di prevenire il mattino si trovò la Principessa medesima, la Regina vergine d’Inghilterra. Non so se a caso, o per un effetto della cortesia, che il Leicester dovette ad una Sovrana in ver lui prodiga di tanti onori, non appena Elisabetta avea posto il piede sulla soglia della porta, si vide innanzi il Conte, che le domandò, tantochè si terminavano gli apparecchi della caccia, se le sarebbe tornato in grado visitare il _luogo di delizia_, e i giardini del castello.

Al che avendo acconsentito la Regina, ed appoggiandosi al braccio di Leicester, scesero sul terrazzo innoltrandosi fino ai giardini. Le dame di Corte, quali persone antiveggenti, e comportandosi come avrebbero voluto ch’altri facessero con se medesime, credettero loro dovere il non seguire in troppa vicinanza la Principessa; e paghe di non perderne coll’occhio le tracce, lasciarono libertà ai segreti colloqui che, senza spiegarlo, potea desiderar la Sovrana col ragguardevole personaggio, in cui ella vedea non solamente il proprio ospite in quell’istante, ma il primo fra i suoi servi ch’ella onorava di considerazione e favore. Le ridette Milady ammiravano intanto le grazie che sfoggiava l’illustre coppia, vestiti entrambi d’abiti da caccia, ricchi in loro semplicità quanto lo erano gli sfarzosi del giorno trascorso.

L’abito della Sovrana, tessuto di seta azzurra e guernito di galloni e cordelline d’argento alla foggia delle antiche Amazzoni, giovava ammirabilmente nel farne spiccare le belle forme della persona, e la dignità del portamento, perchè consuetudine di comando e naturale orgoglio aveano giunto a queste forme non so quale apparenza di maschile, che lor toglieva alcun poco di vezzo, quando Elisabetta andava ornata degli abiti al sesso di lei addicevoli.

Vestito il Leicester di panno verde di Lincoln con preziosi ricami d’oro, lo cignea sontuoso pendaglio cui raccomandati erano il corno e il coltello da caccia che tenea luogo di spada. Nè men leggiadro sotto tale abito mostravasi il Conte che sotto quelli, ond’era solito pararsi ossia alla Corte, ossia assistendo a cerimonie militari. Poichè tanto ne era perfetta la struttura de’ muscoli, onde ad ogni veste addossata, detta l’avresti quella che meglio a lui convenivasi.

Certamente non pervennero a noi per intero i discorsi che ebbero insieme i due personaggi, ma acuti e finissimi oltre ogni dire sono gli occhi e le orecchie de’ cortigiani, per lo che alcune fra le persone di seguito pretesero essersi accorte che non mai in altre occasioni Elisabetta avea sì volentieri addolcito il rigore del regio decoro per dar luogo ad accenti da’ quali traspariva tenerezza e soave perplessità. Più lento erane il passo, e quasi parve dimentica di quella severità che dominava ne’ modi soliti del suo andamento.

Tenea chini gli occhi, e mostrava una irresoluta intenzione di allontanarsi dal Conte, ma con quell’esterno atteggiamento, che nelle femmine non di rado annunzia come ciò che sentono internamente sia diverso da quanto manifestano al di fuori. La duchessa di Rutland che più dell’altre ebbe coraggio di avvicinarsi alla Regina credette avere scorta una lagrima su quel ciglio, ed un improvviso rossor sulle guance. «Soprappiù, aggiugnea la Duchessa, i suoi sguardi si volsero altrove per non iscontrarsi ne’ miei; eh sì! le occhiate solite di questa Sovrana avrebbero forza d’intimidire un leone». I nostri leggitori indovineranno agevolmente quale oroscopo si trasse da tali sintomi, nè forse si mancò di fondamento nel trarlo.

Un segreto colloquio fra due persone di sesso differente decide il più delle volte de’ loro destini, e le guida oltre alla meta, ch’elleno stesse forse avean preveduta. La galanteria si mesce all’intertenimento, e alla galanteria a gradi a gradi l’amore. I potenti al par de’ pastori, in que’ momenti di crisi, dicono più di quanto avrebbero voluto dire, e le regine, fattesi in ciò pari alle semplici villanelle, ascoltano più lungo tempo di quel che avrebbero voluto ascoltare.

Intanto i cavalli nitrivano nella corte, e impazienti rodevano i loro morsi, i veltri abbaiavano, e i bracchieri e gl’intendenti della caccia doleansi, che colle ore della rugiada lasciate trascorrere, si andavano sperdendo le orme impresse sull’erba dal cervo. Ma il Leicester volgea nell’animo un’altra caccia, e per dir meglio si trovò, senz’averlo previsto, in arringo a guisa di cacciatore ardente in seguir l’orme d’una muta di bracchi, che il caso gli presentò. La Regina, donna avvenente e cortese, orgoglio dell’Inghilterra, speranza della Francia e dell’Olanda, e terror della Spagna, manifestò forse più che di costume l’interna compiacenza in udir sensi di una galanteria romanzesca a lei accetta mai sempre, e il Conte, o ambizione o vanità, o entrambe il movessero, crebbe la misura di seducenti frasi che vedea ben accolte, sintantochè il suo linguaggio si trasformò nella grata importunità d’un amante felice.

«No, Dudley, gli dicea con accenti interrotti Elisabetta, è forza ch’io rimanga la madre del mio popolo. Que’ cari nodi che formano il contento di giovin donzella posta in tutt’altro grado, non sono conceduti a noi assise sul trono... No, Leicester, mettete modo alle vostre espressioni... se fossi come tutt’altra, libera di procacciarmi a mio grado felicità... allora il confesso... ma ciò non è possibile! no... non è possibile!... Ordinate si differisca la caccia... che si differisca sol di mezz’ora!... Lasciatemi, Milord!»

«Io lasciarvi, eccelsa donna! V’avrebbe offesa una fiamma che non ebbi forza d’ascondere?»

«No, Leicester, non è per questo; ma è una chimera; non voglio più udirne parlare. Andate... Però non vi scostate di troppo... Abbiate cura che nessuno venga a frastornarmi. Voglio esser sola.»

Mentr’ella pronunziava tali parole, Dudley la inchinò profondamente, e si ritirò con volto mesto e sparuto. Fermossi la Regina a contemplarlo intanto ch’ei si allontanava, così meditando ella fra se medesima: «Se fosse possibile!... se fosse unicamente possibile!... ma no, no!... Elisabetta non debb’essere che sposa e madre al suo regno.»

Assorta in tali pensieri, e sollecita di evitare alcuno che le parve accostarsi, entrò prestamente nella grotta, ove stavasi la sua sfortunata rivale.

Comunque il colloquio, per suo stesso volere interrotto, avesse lasciata sì profonda agitazione nell’animo di Elisabetta, ella andava fornita d’una di quelle indoli ferme e risolute, che tostamente riacquistavano il loro imperio. Poteasi paragonare quel cuore ad uno degli antichi monumenti, che ci ricordano i tempi dei Druidi, mobili sul loro punto d’appoggio. Il Dio dell’amore, comunque rappresentato sotto figura di fanciullino, potea crollarne i sentimenti, ma tutta la forza d’Ercole non bastava a far loro perdere l’equilibrio.

Ella innoltravasi a lenti passi entro la grotta; nè giunta erane a mezzo, che già gli sguardi di lei aveano ricuperata la primiera dignità, e il portamento suo tutti i modi autorevoli per cui fu solita contraddistinguersi.

S’accorse in quell’istante d’una donna seduta presso una colonna d’alabastro, al cui piede stava il bacino di quella limpida fontana, che una mezza luce di giorno schiariva.

La memoria classica d’Elisabetta, col presentarle all’animo l’istoria di Numa e di Egeria, la trasse a credere, che qualche Italiano scultore avesse voluto rappresentare in quel luogo la ninfa, le cui inspirazioni forniron Roma di leggi; ma più addentrandosi incominciò a dubitare, se l’obbietto che le si offeriva alla vista fosse una statua, o non veramente una donna.

L’infelice Amy immobile si rimanea, divisa fra il desio di confidare il suo stato ad una persona del proprio sesso e la confusione sorta in lei all’aspetto di donna sì maestosa; chè comunque ella non avesse visto giammai Elisabetta, pur si trasse a credere fortemente di scorgere la Regina degli Inglesi dinanzi a sè.

Abbandonato finalmente il suo sedile di verzura, fece un passo alla volta dell’augusta straniera, ma poi ricordandosi quanto si fosse mostrato atterrito Leicester alla sola tema, che le sue nozze divenissero palesi alla Regina, ristette col piede innanzi pallida e immota come la colonna d’alabastro cui dianzi si sorreggea. La sua veste d’un color verde chiaro, fra l’ombre di quell’antro, rassembrava il panneggiamento di greca ninfa, e per poco non ritrasse Elisabetta nella primiera illusione.

Ella si fermò distante alcuni passi dalla Contessa, fissando attentamente le pupille su quella dianzi supposta Naiade. La prima sorpresa che avea fatta immobile Amy, diede luogo al rispetto; onde la donzella abbassò taciturna lo sguardo, e chinò il capo, incapace di sostenere il guardo maestoso della Regnante.

La natura dell’abito che Amy portava, e lo scrignetto ch’ella si tenea fra le mani, persuasero ad Elisabetta che questa beltà taciturna avesse l’incarico di sostenere una parte in alcuna delle allegorie da rappresentarsi ne’ diversi luoghi del parco ove compariva la Regina, e che presa da rispettoso timore al vederla, si fosse dimenticata i versi preparati in omaggio della Sovrana, o le fosse mancato il coraggio per recitarli. Sollecita però di rincorarla si fece a dirle affettuosamente:

«Perchè dunque, o vaga ninfa di questa grotta, vi lasciate soggiogare dalla possanza di quel mago, cui gli uomini imposero nome _timore_... noi siamo la giurata nemica di un tale mago, e qui venimmo a scioglierne l’incanto. Parlate. Vel comandiamo.»

In vece di rispondere, la Contessa si gettò a’ piedi della Regina, lasciando cader lo scrignetto, e giugnendo le mani, e sollevando verso Elisabetta quelle pupille, in cui e il timore e la preghiera pigneansi in modo sì compassionevole che ne fu tocco altamente l’animo della Regina.

«Che significa questo? diss’ella. Voi mi sembrate turbata più di quanto è naturale per una semplice dimenticanza. Alzatevi, giovinetta. Qual cosa bramate da noi?»

«La vostra protezione, o Regina,» rispose titubando la supplichevol donzella.

«Non avvi fanciulla nell’Inghilterra che non abbia ad essa diritto, purchè la meriti; ma la vostra sventura sembra aver cagioni più serie che non lo è una colpa involontaria di memoria. Ond’è che mi chiedete di protezione? Chi vi ha fatto oltraggio?»

Amy si diede a pensare qual cosa le convenisse rispondere per sottrarsi ai rischi fra cui s’avvolgea senza compromettere lo sposo, e passando da un’idea all’altra, ed in mezzo alla confusione che ne turbava lo spirito, si lasciò fuggire queste parole. «Oh Dio! non so nulla.»

«Questa fanciulla delira! (sclamò la Regina impazientita, perchè nel contegno tenuto d’Amy scorgea tali circostanze che se per una parte l’eccitavano a compassione, irritavano per l’altra la sua curiosità). Confidatemi i vostri mali. Posso guarirli. Rispondetemi, e avvertite ch’io non uso ripetere le mie inchieste.»

«Domando... imploro, disse balbutendo l’infelice Contessa, imploro la vostra protezione... contro Varney.» Indi si tacque come se già avesse pronunziato il detto che decidea di sua sorte. Rispose tosto la Regina:

«E che? Varney! sir Riccardo Varney! il servo di lord Leicester! E qual cosa avvi tra voi e lui di comune?»

«Io era... io era sua prigioniera. Attentò ai miei giorni. Sono fuggita per... per...»

«Per venire senz’altro a porvi sotto la mia assistenza. L’avrete, se però ne siete degna. Voglio conoscere minutamente questo affare. Io già l’indovino (soggiunse gettando sovra lei uno sguardo fatto per indagarne i nascondigli i più segreti dell’animo). Voi siete Amy figlia di sir Ugo Robsart di Lidcote Hall.»

«Perdonatemi, ah! perdonatemi, gran Regina,» sclamò Amy prostrandosi nuovamente ai piedi d’Elisabetta.

«E che debbo io perdonarti, fanciulla solamente inconsiderata? Non sei tu dunque la figliuola del buon sir Ugo? Avresti mai smarrita la ragione? Narrami quanto accadde. Tu ingannasti il vecchio e rispettabile tuo genitore. Ti facesti giuoco del signor Tressiliano, e divenisti sposa a Varney.»

Si rialzò a tali accenti il coraggio di Amy che interrompendo la Regina sì disse: «No, Regina, no. Non sono quella figlia disonorata di cui credete parlare; non la moglie d’un abbietto schiavo, che è pure il più detestabile fra tutti gli uomini. No, non sono congiunta con Varney; e mi piacerebbe meglio esserlo colla morte.»

In udir la veemenza di tale linguaggio fattasi attonita la Regina, rimase muta un istante. Poi soggiunse: «Sia lode al Cielo! Vedo che non potete spiegarvi più chiaramente sopra un argomento che ci riguarda. Ma ditemi (soggiunse ella in tuono autorevole, chè già i detti d’Amy aveano destato nel cuore d’Elisabetta un senso vago di gelosia, onde la curiosità divenne in essa ardentissima). Ditemi dunque qual è il vostro sposo... il vostro amante. È d’uopo ch’io sappia la verità, e nol dimenticate: sarebbe meglio per voi l’esservi presa giuoco d’una lionessa che non d’Elisabetta.»

Trascinata come da una inevitabile fatalità che schiudeva il precipizio sotto i suoi piedi, e atterrita dalle parole imperiose e dai gesti minaccevoli di quella offesa Sovrana, Amy permise alla propria disperazione tal breve risposta: «Il conte di Leicester sa tutto.»

«Il Conte di Leicester! sclamò Elisabetta, il conte di Leicester! ripetè ancora con accenti di massimo sdegno. Intendo, foste prezzolata per sostener questa parte. Tu calunnii Leicester. Egli non si abbassa a creature tue pari. Sì: fosti prezzolata per coprire d’infamia questo nobile Pari, il gentiluomo il più chiaro di tutta Inghilterra. Ma, foss’egli il nostro ministro favorito, fosse ancora qualche cosa di più, tu sarai ascoltata liberamente, ed alla sua presenza. Seguimi, seguimi sull’istante.»

Amy, presa da spavento si ritrasse; e la Regina, che credè leggere in questo spavento una confessione di commesso inganno fatto da quella infelice, divenne furiosa e la afferrò per un braccio, indi uscendo precipitosa dalla grotta, attraversò come se avesse l’ali, il gran viale del _luogo di delizia_, traendo con sè l’atterrita Contessa, ch’ella teneva ancor per il braccio, e che avea sì poca forza onde seguirla.

Stavasi in quell’ora Leicester in mezzo a brillante drappello di gentiluomini e matrone assembratisi sotto elegante portico, situato in fondo del viale. Era questo il corteggio venuto ivi ad aspettare che gli ordini di sua Maestà dessero incominciamento alla caccia, e ognuno s’immagina quali furono le maraviglie dei circostanti allorchè, invece di veder giugnere ad essi Elisabetta col portamento usato della sua dignità, ferì il loro sguardo quel violento correre, per cui fu quasi un punto l’avvedersi di lei in lontananza, e l’essere ella in mezzo di loro. Ognuno atterrì in quell’istante all’aspetto de’ suoi lineamenti che solamente sdegno e agitazione spiravano, della sua capigliatura caduta in disordine, de’ suoi occhi scintillanti, come accadeva ogni qualvolta il furore d’Enrico VIII ne invasava la figlia. Minore non fu la sorpresa nell’osservare la donna pallida, estenuata, e bella ancora benchè semiviva, cui la Regina teneva per forza con una mano, mentre coll’altra allontanava le matrone e i Lordi, che le si affollavano intorno. «Milord di Leicester dov’è?» chies’ella d’un tuono che agghiacciò per lo spavento tutti que’ cortigiani. «Mostratevi, Leicester.»

Se in un bel giorno di state allorchè più tranquilla e ridente mostrasi la campagna, il fulmine scoppiato da un cielo sgombro di nubi rompesse ai piedi del viaggiatore, più tremenda non ne sarebbe in lui la sorpresa di quella che fu eccitata nel Leicester da uno spettacolo cui giammai non erasi preparato. Egli stavasi in allora accogliendo, e ributtando con artificiosa modestia le velate congratulazioni che gl’indirigevano i cortigiani intorno alle prove di favore, spinte a quanto pareva al più alto grado nell’intertenimento che egli ebbe in quella mattina colla Sovrana; e molti già anticipavano ad esso gli encomi addicevoli ad uomo che stava per togliersi dal grado di loro eguale per assumerne altro ben più sublime. E fu appunto nell’istante in cui si abbellivano ancor le sue labbra dell’orgoglioso e mal nascosto sorriso onde sottraevasi a tante congratulazioni, che la Regina ardente e fremente di sdegno comparve in mezzo dell’assemblea. Mentre con una mano sosteneva la Contessa quasi priva di senso, l’additava coll’altra mano ai cortigiani, e domandò ad essi: _Conoscete voi questa donna?_ con tuono di voce che loro parve uscir della tromba fatale, che nel dì del giudizio chiamerà i vivi ed i morti.

Come nel giorno di quel terribile squillo il colpevole supplicherà le montagne a riversarsi sul proprio capo, il Leicester in suo segreto pensiero implorava quel portico, che l’orgoglio suo fabbricò, a crollare e seppellire lui sotto le proprie rovine. Ma que’ sassi furono sordi a’ suoi voti, e il fondatore dell’edifizio, quasi colpito da segreta forza, si trasse a’ piedi d’Elisabetta, e prosternò la fronte su quel pavimento di marmo, che la Regina pestava co’ piedi.

«Leicester, diss’ella, con voce fatta tremebonda dallo sdegno, poteva io immaginarmi che tu cospirassi contro di me?... contro di me tua Sovrana!... contro di me tua amica!... e troppo.... credula alle tue parole. La confusione che ti ha preso mi svela la perfidia dell’animo tuo. Trema sciagurato! Tel giuro per quanto v’ha di più sacrosanto, il tuo capo, uomo ingannatore ed abbietto, è più in pericolo che nol fu quello del padre tuo.»

Se mancò al Leicester quella forza che viene dall’innocenza, naturale grandezza d’animo ne sostenne il coraggio. Sollevando quella sua fronte, su cui mille contrari affetti pigneansi, rispose alla Regina:

«Questo mio capo non può cadere che dopo un giudizio pronunziato dai miei pari... Al cospetto di essi mi giustificherò, ma non dinanzi ad una principessa, capace di ricompensare in tal guisa i generosi servigi che le prestai.»

«Che ascolto? Nobili Lordi, sclamò Elisabetta guardando intorno di se, si osa disfidare la mia possanza! Si osa portarmi oltraggio in questo medesimo castello, che l’uomo orgoglioso tiene sol da un mio dono!... Sig. Shrewsbury, voi siete maresciallo d’Inghilterra: denunziate il Conte come colpevole d’alto tradimento.»

«E chi debbo denunziare? (chiese non senza grande maraviglia il Shrewsbury, che giugnea in quell’istante) Chi?»

«E poss’io parlar d’altri che di questo traditore, di questo Dudley conte di Leicester?... Mio cugino Hunsdon, partite, adunate tutti i nostri gentiluomini, assicuratevi di lui senza indugio... Correte, voglio essere ubbidita.»

Hunsdon, vecchio non uso per sua indole a far cerimonie, ed a cui in oltre il parentado coi Boleni dava diritto di parlare con maggior libertà alla Regina, rispose con ardimentosa franchezza: «Sì, correrò, e domani la Maestà vostra mi manderà alla torre di Londra per essermi troppo affrettato nell’ubbidirla. Vi supplico d’aver un poco di pazienza.»

«Di pazienza!... gran Dio! sclamò la Regina. Guai chi pronunzia un’altra volta _pazienza_ dinanzi a me. Voi... Voi non sapete il delitto, onde costui si è fatto colpevole!»

Amy, che in tale intervallo avea ripresi alquanto i suoi sensi, in veggendo il proprio sposo in preda ai furori d’una oltraggiata Regina, dimenticò in quello istante (e ben molte femmine amanti ne avrebbero in allora seguito l’esempio), dimenticò le ingiurie fattele dal Leicester e il proprio rischio. Laonde invasa da subitaneo terrore, si gettò a’ piedi della Regina, sclamando: «Egli è innocente, Maestà, egli è innocente!... Non avvi al mondo chi possa imputar colpe al nobile Leicester!»

«Ma e che? rispose la Regina, non mi diceste voi noti per intero i casi vostri al Leicester?»

«Io, Regina, lo dissi? (rispose quell’infelice tosto dimentica d’ogni considerazione di propria convenienza e riguardo), oh! se il dissi calunniai questo nobile Pari! Gran Dio, siatemi giudice voi se ho creduto sol per un istante Leicester partecipe di disegni che dovessero tornarmi funesti!»

«Donna, soggiunse Elisabetta, io saprò i fini di quanto dici, di quanto fai, o la mia collera!.... Trema! la collera dei re è un fuoco vorace. Essa t’inaridirà, ti struggerà come rovo dentro d’una fornace.»

Nell’udir tali accenti di minacce profferiti dalla Sovrana, il cuor generoso di Leicester si riscosse allo sdegno, e vide in uno a quanto grave obbrobrio egli sarebbesi condannato per sempre, quandochè, difeso in cotal modo dall’eroico affetto della sua Amy, l’avesse di poi abbandonata all’ire della Regina. Già rialzava con dignità la sua fronte; e stava per chiarirsi altamente il protettore di Amy, allorchè Varney, Varney messogli a fianco dal destino qual suo genio cattivo, torvo negli occhi, e colle vesti disordinate corse precipitoso dinanzi alla Regina.

«Che vuole costui?» domandò la Sovrana.

Allora il Varney, siccome uom preso da vergogna e tristezza cadde ai piedi di Elisabetta, sclamando: «Perdono, mia Regina, perdono!... O almeno il braccio della tremenda vostra giustizia si aggravi sopra di me, sopra di me che solamente lo merito, e risparmiate il mio nobile, il mio generoso padrone. Egli è innocente.»

Amy, che stavasi tuttavia prostrata, in vedersi al fianco l’odievole uomo, si rialzò tosto, ed era per rifuggirsi presso Leicester, ma la rattennero ancora il timore di nuocergli, e la perplessità cui lo vide tratto al subito comparire di questo sciagurato confidente, venuto ivi per aprire scena novella. Abbrividì, mise un grido con fioca voce, e supplicò Elisabetta la facesse rinchiudere nel più stretto carcere... «Ma allontanatemi, sclamò, da costui, capace di distruggere quel poco di ragione che mi rimane... Allontanatemi dal più scellerato degli uomini.»

«Che ascolto, figlia mia! (soggiunse allor la Regina, nella cui mente i detti d’Amy destarono novelle idee) Che vi ha dunque fatto questo cavaliere, per trattarlo in simile guisa? Qual colpa gli rampognate?»

«Tutti i miei affanni, o Regina, tutti gli oltraggi a cui sono esposta, e peggio ancora... Egli ha disseminata la discordia là dove dovea pur regnare la pace. Sì, diventerei folle, se fossi costretta a vedermelo innanzi più lungo tempo.»

«Folle! credo che la ragione non abbia aspettato questo momento per abbandonarvi... Sig. Hunsdon, assumetevi la custodia della giovane sfortunata, e procuratele un ricovero onesto e sicuro sintantochè ne piaccia richiamarla alla nostra presenza.»

Due o tre matrone del corteggio d’Elisabetta, o tocche fossero da compassione per una giovinetta così atta ad eccitare tal sentimento, o le movesse altro fine, s’offersero di custodirla. Ma la Regina rispose loro queste poche parole: «No, mie care Milady. Voi tutte, la dio mercè, avete orecchio fino e lingua sciolta... Gli orecchi del nostro cugino Hunsdon sono più ottusi, e la lingua talvolta ruvida, ma almeno assai circospetta... Hunsdon, datevi pensiere che nessuno le parli.»

«Per la Vergine (disse Hunsdon nell’atto di prendersi fra le vigorose sue braccia Amy, caduta in deliquio), ella è una leggiadra fanciulla, e benchè la nudrice or assegnatale da sua Maestà sia ruvidetta alquanto, non con minor zelo per questo si presterà al proprio ufizio. La giovane è sicura presso di me, come se fosse una delle mie figlie.»

Nel profferire tali accenti trasse con sè la Contessa, che non oppose veruna resistenza; onde la lunga e bianca barba del lord Hunsdon fu vista confondersi colle nere trecce d’Amy, che appoggiò il capo sulle larghe spalle del nuovo custode. La Regina li seguì collo sguardo per qualche tempo. Già, grazie a quella prerogativa che le rendea sì agevole il riprendere l’imperio di se medesima, ella avea bandito dai lineamenti del proprio volto qualunque segnale d’interna agitazione, e parea volesse far perdere ai circostanti ogni ricordanza dell’impeto cui erasi abbandonata; per lo che disse con calma: «Gli è vero: il sig. di Hunsdon è una nudrice assai ruvida per sì tenera giovinetta.»

«Milord Hunsdon, soggiunse il decano di St-Asaph, nè intendo per ciò scemargli l’altre sue nobili prerogative, ha un parlar troppo libero, e spesse volte mette nel suo dire certi giuramenti superstiziosi, che sanno di papismo e di paganesimo.»

«Gli è mal di famiglia, sig. Decano, rispose la Regina, voltasi con acerbità all’Ecclesiastico reverendo. Si potrebbe a me pure far gli stessi rimproveri. I Boleni possedettero ognora franchezza e vivacità, più gelosi d’esprimere quanto pensavano, che non di scegliere le frasi; e in mia parola! Spero che questo modo di affermare almeno non sarà peccato.... Sto incerta, se il sangue dei Boleni non siasi piuttosto raffreddato nel mescolarsi con quel dei Tudor.»

Un grazioso sorriso accompagnò questi ultimi detti della Regina, che girava attorno i propri occhi cercando quasi a non saputa di se medesima quelli di Leicester, in verso cui le parve essere stata troppo severa sul fondamento d’un sospetto che ella cominciò a sperar fosse ingiusto.

Ma tal guardo della Regina ben altra impressione fece sul Conte, poco proclive in allora ad accettare queste mute offerte di riconciliazione. Gli occhi di lui, interpreti sol di rimorso, aveano seguito quella infelice, che il lord Hunsdon seco traeva; onde tenea il fronte mestamente chino verso terra. Elisabetta invece credè scorgere in quella fisonomia lo sforzo di frenar l’ira, vero gastigo d’un uomo orgoglioso accusato a torto, anzichè la vergogna di chi si conosce colpevole. Ne distolse con dispetto gli sguardi, e portandoli sopra Varney, sì disse: «Parlate sir Riccardo, spiegateci questi enigmi; voi avete libero l’uso de’ sensi e della parola, che cerchiamo invano negli altri.»

I quai detti vennero seguiti da un’altra occhiata volta al Leicester. Ma l’astuto Varney si affrettò ad aggiustare la sua storia in questa guisa.

«L’occhio della Maestà vostra, cui nulla sfugge, avrà a quest’ora scoperto qual sia la crudele infermità che opprime la mia sventurata compagna. Tale infermità io non volli accennata nel certificato del medico per desio di nascondere quanto poteasi più lungo tempo quella sventura, che ora è comparsa con tanto scandalo.»

«Ella dunque ha smarrita la sua ragione! Gli è ciò per vero dire su di cui non eravamo più in dubbio. Io la rinvenni meditabonda in questa grotta... ad ogni parola ch’ella profferiva, e che io le strappava di bocca quasi per via di tortura, quell’infelice si contraddicea. Ma d’onde è che si ritrova in questo castello? Perchè non la faceste rinchiudere in luogo sicuro?»

«Regina, disse Varney, il degno gentiluomo al quale io l’aveva affidata, il sig. Antonio Foster è ora qui giunto per annunziarmi come fosse fuggita, valendosi di quell’arti, in cui unicamente sono accorte le persone che soggiaciono a sì spaventoso disastro. Voi potreste udire le cose da lui medesimo.»

«Riserberemo ciò a miglior tempo, soggiunse la Regina; ma sir Riccardo, a quanto parmi la vostra domestica felicità non può destare invidia nell’animo di nessuno. La moglie vostra si scaglia in amarissime accuse contro di voi, e credei svenisse al solo vedervi.»

«Egli è dell’indole di sì crudele infermità, rispose il Varney, l’inspirare in chi n’è afflitto l’orrore verso coloro che ne’ lucidi intervalli sono scopo di maggior affetto.»

«Ciò è quanto abbiamo inteso dire talvolta, ripigliò Elisabetta; ed è quanto il nostro animo è inclinato a credere.»

«Oso supplicare la Maestà vostra, allor soggiunse Varney, a voler ordinare che l’infelice mia sposa venga restituita alla protezione de’ suoi amici.»

Fremette il Leicester, ma fatta forza a se stesso, sedò il turbamento del proprio animo, intanto che Elisabetta rispose affrettatamente al Varney: «Questo è un correr troppo, sig. Varney. Noi vogliamo che Masters, il nostro medico, c’informi tantosto sulla salute di questa persona, e sullo stato della sua mente, ed in appresso ordineremo quanto si crederà più convenevole. A voi intanto è conceduto il vederla. Se fra voi altri fosse nato alcun dissapore, cosa che può succedere anche fra sposi che teneramente si amino, fate che torni la conjugale concordia, ma fatelo in modo da non portare scandali in mezzo alla nostra Corte, e da non incomodar noi ad intertenerci sopra un affare di tal natura.»

Il Varney fece un umile inchino senza rispondere.

Elisabetta si diede nuovamente a riguardare Leicester con tale affabilità, che la mostrò grandemente commossa dallo stato in cui, ad avviso di lei, era l’animo del favorito, poi tali accenti gli volse: «La discordia, come lo dice un poeta Italiano, sa insinuarsi e ne’ silenziosi conventi, e nell’interno delle famiglie, onde temiamo che neanco le nostre guardie e i nostri servi sieno da tanto di vietarle tutte le volte l’accesso nella nostra Corte. Milord Leicester, voi mi parete irritato; noi pure lo siamo contro di voi. Ma vogliamo assumere la parte di lione, e dar noi il primo esempio del perdonare.»

Il Leicester si sforzò di richiamare le apparenze della serenità sulla fronte, ma troppo profondamente stava scolpito il dolor nel suo animo, perchè vi riuscisse; e quanto potè sovra se stesso fu il rispondere essergli tolto per parte sua il piacere di perdonare, perchè la persona cui tal perdono avrebbe dovuto indirigersi era per sua natura incapace di avere torti verso di lui.

Elisabetta soddisfatta, a quanto parve, di tali detti, esternò la sua brama di veder cominciare le feste della mattina; e tantosto risonarono i corni da caccia, e i veltri si diedero ad abbaiare, i cavalli a contrassegnar colle zampe la loro impazienza; ma i gentiluomini e le matrone della Corte portavano a que’ diporti impressioni nell’animo ben diverse da quelle che sentirono quando il mattutino suono della caccia li risvegliò. Il timore, il dubbio, la curiosa impazienza si leggevano su tutti i volti, e ciascuno susurrava misteriose parole all’orecchio dell’altro.

Blount prese questa occasione per dir sotto voce a Raleigh: «Questa burrasca è capitata come un colpo di vento nel Mediterraneo.»

«_Varium et mutabile!_» rispose Raleigh collo stesso tuono di voce.

«Oh! non so altro di tuo latino, disse il Blount, e mi limito a ringraziare il Cielo perchè non permise a Tressiliano che si commettesse al mare in mezzo ad un turbine sì tremendo. Ei naufragava, non è da dubitarne, perchè non sa governar le vele ai venti di Corte.»

«Poteva impararlo da te,» rispose sorridendo Raleigh.

«Perchè no? rispose il nostro Blount; io ho messo il tempo a profitto al pari di te, al pari di te son cavaliere, e nominato anche prima di te.»

«Che il Cielo ti dia ora un poco di spirito soggiunse Raleigh; ma in rispetto di Tressiliano, lo sa Dio s’io arrivo ad intendere nulla di quanto fa. Egli mi ha detto questa mattina di non volere abbandonare la stanza prima del termine in circa di dodici ore, avere a ciò obbligata la sua parola; e temo bene che la pazzia in cui è caduta la donna per cui egli folleggia non sarà per lui un soccorso ad accelerarne il risanamento. Oggi abbiamo luna piena; e il cervello degli uomini ne sente l’influenza al pari del lievito. Ma silenzio! il corno da caccia rimbomba dalla montagna. Affrettiamoci, convien galoppare, e poichè siamo cavalieri, è forza in tal giorno meritarci i nostri speroni.»

CAPITOLO V.

Sincerità, prima delle virtù! Possano gli uomini non si dipartire mai da’ tuoi sicuri sentieri; quando anche squarciatesi le viscere della terra, uscisse dal fondo degli abissi una voce che persuadesse ai viventi le vie tortuose della simulazione!

_Douglas_.

Solamente dopo una caccia lunga e felice, e dopo il banchetto apprestato sull’istante che la Regina ricomparve al castello, potè il Leicester trovarsi con Varney in disparte. Quest’ultimo tacendo col massimo riguardo le trame adoperate contro la salute della Contessa, narrò tutte le particolarità della fuga cui ella si risolvette, e le narrò tai quali le aveva intese dal Foster, che tutto spaventato era venuto ad arrecarne in Kenilworth la notizia. Laonde il Leicester ignaro delle vere cagioni che la costrinsero ad un tal passo, non suppose altro motivo che un’impaziente e gelosa brama di assumere il grado di contessa di Leicester. Fermo nella qual persuasione si adontò della leggerezza, onde Amy trasgredendo gli ordini dello sposo, lo esponeva agli sdegni d’Elisabetta.

«Io diedi, così ragionava egli, a questa figlia d’un oscuro gentiluomo di Devon, il più bel nome che siavi in tutta Inghilterra, io l’ho fatta partecipe del mio talamo e d’ogni mia fortuna. Non le chiedo che un istante di sofferenza innanzi di pubblicare il trionfo da lei riportato sopra mille rivali; e l’orgogliosa donna preferisce il rischio di perdersi, e di perder me seco lei: e l’alternativa di spingermi in un abisso di mali, o di forzarmi ad espedienti fatti per degradarmi ai miei occhi medesimi, le piace meglio che il rimanersi ancora per qualche tempo in una oscurità, cui fu avvezza sin dal suo nascere! Ella che mostrò in ogni occasione animo sì docile, sì dilicato, e soave e fedele, lasciarsi trascinare dai capricci della vanità in tal momento che si poteva pretendere moderazione dalla persona, anche la più insensata! Gli è un farsi giuoco di me.»

«Se la signora vuole lasciarsi condurre e sostenere la parte che le circostanze comandano, ella è ancora in tempo, e noi potremo uscire di queste strette,» disse Varney.

«Non v’ha dubbio, o Riccardo, rispose il Leicester, nè vedo omai migliore rimedio. Osservai che quando la Regina la chiamò tua moglie, non v’è stato nessuno, che la disingannasse. Ora si è fatta cosa inevitabile ch’ella mantenga un tal titolo, fintantochè sia allontanata da Kenilworth.»

«Ed anche lungo tempo dopo, aggiunse Varney, perchè io penso che molto tempo debba trascorrere prima che ella possa portare il titolo di contessa di Leicester. Tremerei per essa e per voi se lo assumesse tanto che dura il vivere della Regina. Ma la Signoria vostra può giudicare su di tai cose assai meglio di me; come il sol uomo che sia in grado di sapere quai propositi sul principio di questa mattina siano stati tenuti tra il lord Leicester e la Sovrana.»

«Ben parli, o Varney, soggiunse il Leicester. In questa mattina io mi regolai come il più stolto, il più sconsigliato degli uomini; e qualunque volta queste sfortunate nozze venissero all’orecchio di Elisabetta, ella non potrebbe far di meno di vedere nel mio contegno un premeditato disprezzo, colpa che da una donna non si perdona giammai. Noi facemmo quest’oggi l’infausta esperienza che un solo sospetto basta a trarmi nel precipizio; e pavento, e ben pavento che tal rovina non sia fuorchè differita.»

«Voi credete adunque la Regina implacabile nel suo risentimento?» soggiunse Varney.

«Non posso neanco dire implacabile, rispose il Conte, perchè ad onta della sublimità del suo grado, ho trovato in essa tanta condiscendenza da offerirmi l’occasione di riparare una colpa, che ella attribuì solamente ad impeto ingenito della mia indole.»

«Ah! rispose Varney, vero dicono gl’Italiani: nelle amorose discordie, chi meglio ama è sempre il più inclinato a confessarsi colpevole. Se pertanto si giugne a nascondere le vostre nozze, voi siete sempre nella medesima condizione al cospetto di sua Maestà.»

Sospirò il Leicester, tacque un istante, indi rispose: «Varney, ti credo sincero, nè ti nasconderò quindi tutto quello ch’io penso. No, la mia condizione non è più la stessa. Parlai stamane ad Elisabetta, e le parlai sopra tale argomento, che non è più lecito l’abbandonarlo senza offendere vivamente l’amor proprio di una donna. Pure non oso ritornare sul discorso medesimo. No: ella non mi perdonerà giammai l’essere stato cagione e testimonio della sua debolezza.»

«Pure fa d’uopo appigliarsi ad un partito, o signore, disse il Varney, e fa d’uopo appigliarvisi prontamente.»

«Non me ne rimane più alcuno, rispose il Leicester col tuono d’uomo scoraggiato. Io mi vedo pari a colui che inerpicandosi ad una montagna ingombra per ogni dove di precipizi, trova pochi passi lontan della vetta ostacoli tali onde non gli è permesso nè il salire oltre, nè tampoco il tornare addietro. Vedo il pinacolo dinanzi a me senza poterlo aggiugnere, e nel medesimo tempo mi si apre una voragine sotto i piedi che sta per inghiottirmi, allorquando il mio braccio stanco, e la mia mente smarrita non mi danno soccorsi per reggermi in una situazione tanto precaria.»

«Giudicate meglio dello stato vostro, o Milord. Esamineremo gli espedienti, che intanto furono presi. Se si arriva a tenere nascoste alla Regina queste nozze, nulla avvi onde mettersi in disperazione. Corro in questo punto a ritrovare la vostra sposa. Non già ch’io ignori quanto ella mi detesti, perchè parlando colla Signoria vostra, mi mostrai sempre, (e la Contessa il sospetta) di contrario avviso a far valere quelli ch’ella chiama suoi diritti. Ma la quistione di un tale istante non cade sopra odii, od antipatie. È mestieri ch’ella m’ascolti, e riuscirò a provarle la necessità di sottomettersi alle circostanze, e tanta sarà l’efficacia del mio dire da condurla, non ne dubito, a convenire in tutti quegli espedienti, che l’interesse vostro comanda.»

«No, Varney, disse il Leicester, ho pensato a quanto doveva farsi; e ad Amy voglio parlare io medesimo.»

A tali accenti il Varney provò per se stesso tutto quel terrore, di cui si finse compreso per la salvezza del suo padrone.

«Oh! vostra Signoria non debbe avventurarsi a veder la Contessa!»

«Gli è un partito già preso, rispose il Leicester. Trovami tosto un abito di livrea, mi farò credere tuo servo alla sentinella, giacchè sei tu il solo che abbia la permissione di vedere Amy.»

«Ma, Milord!...»

«Non mi garbano i _ma_, soggiunse il Conte. Adempirò quanto ho risoluto. Hunsdon debb’essere a dormire nella torre di _St-Lowe_, noi ci porteremo colà per la via di questo segreto corritoio senza rischio d’incontrare alcuno; o s’anco ci abbattessimo in Hunsdon, egli m’è piuttosto amico che inimico, ed ha un ingegno tardo quanto vuolsi a credere tutto ciò che mi parrà espediente il dargli ad intendere. Orsù! quest’abito di livrea! Non più indugi!»

A Varney non rimaneva miglior espediente dell’ubbidire. In due minuti il Conte avea compito il travestimento e calato sino agli occhi il suo berrettone, seguì il Varney lungo il corritoio che guidava agli appartamenti di Hunsdon, passaggio segreto tanto, che nel superarlo non era a temersi curiosità d’importuni, e sì oscuro a quell’ora che vi si vedea appena luce bastante per discernere gli obbietti. Così pervennero alla porta. Ivi il signor Hunsdon, osservantissimo d’ogni militare cautela, avea posto un soldato di sentinella. Era costui un Montanaro, che non fece ostacolo a lasciarli passare, e si contentò dire in suo linguaggio al Varney. «Possa tu riuscire a far tacere questa matta! I suoi gemiti m’hanno rotta la testa di tal maniera, che vorrei piuttosto montar la guardia nel deserto di Caslandia, vicino ad una montagna di neve!»

Frettolosi di entrare, chiusero la porta dietro di sè.

«Oh! venga, se v’è un demonio protettore, ad assistermi in tale istante, disse fra se medesimo il Varney, perchè la mia barca è in mezzo agli scogli!»

La Contessa, colle vesti e colle chiome disordinate, stavasi seduta sopra una specie di canapè, ove ogni suo atteggiamento mostrava l’immensa afflizione che la premea; e volto il guardo là d’onde venian le persone, lo fisò sopra Varney, esclamando: «Sciagurato! Sei qui per eseguire alcuno de’ tuoi disegni infernali?»

Leicester troncò il corso alle rampogne, aprendo il mantello, e con tuono più imperioso che tenero, sì dicendole: «Gli è a me, o Signora, che dovete rivolgervi, e non a Riccardo Varney.»

Tai detti operarono un subitaneo cambiamento negli sguardi e ne’ modi d’Amy, che dopo avere sclamato: «Dudley! Dudley! ecco adunque ch’io ti riveggio!» più presta del lampo, lanciossegli al collo, e senza prendersi cura che fosse ivi il Varney, colmò di accarezzamenti il suo sposo, e ne bagnò il volto di lagrime, lasciando sfuggire per intervalli alcuni monosillabi disordinati e sconnessi; soavi e tenere espressioni, che l’amore inspira alle anime appassionate.

Il Leicester si credeva in diritto di querelarsi contro una donna, che avea violato in tal guisa i comandi del marito, compromettendolo al rischio, cui si trovò in quella mattina. Ma qual è il genere di risentimento che non avesse ceduto a tai testimonianze d’amore, venute da tanto amabile creatura? Lo scompiglio di quelle vesti, e quella mescolanza di tema e di cordoglio, che avrebbe invilita la beltà di tutt’altra donna, rendea più care le forme d’Amy. Il Leicester accolse le carezze della sposa con una soavità di modi, da cui però trapelava la tristezza che l’opprimea. Amy se n’avvide cessato in lei il primo impeto della gioia nel vedere ben corrisposta la sua tenerezza, e dimandò palpitando al Conte s’ei si sentisse male.

«Non sono infermo di corpo, egli rispose, o mia Amy.»

«Se ciò è, anche la mia salute è vigorosa. Oh! Dudley quanto male mi stetti, oh! male assai dopo l’ultima volta che ti vidi! Perchè non chiamo averti veduto essermi toccata una parte nell’orribile scena che accadde in giardino. Ho sofferto infermità, cordogli, pericoli. Ma or ti riveggio; e mi sento felice e tranquilla.»

«Oimè! Amy, tu mi perdesti.»

«Io, Signore! (disse Amy, ed in tal dire scomparve quel raggio di gioia che brillato le era sugli occhi). Come avrei io potuto nuocere all’uomo che amo più di me stessa?»

«Non è per farvi rimprovero, Amy, ma non siete forse in questo luogo ad onta de’ miei divieti i più formali, e la vostra presenza non mette ella in pericolo voi e me?»

«Sarebb’egli vero? sclamò Amy coll’accento del massimo dolore. Oh! perchè mai rimarrovvi più lungo tempo? Pure, se sapeste quali timori mi costrinsero a fuggir da Cumnor!... Ma non voglio qui parlare di me medesima, e ciò dissi or solamente perchè fintantochè vi sieno altri partiti da prendere, non sarà mai che di mia buona voglia io ritorni colà! Ciò nondimeno se fosse ciò indispensabile per la vostra salvezza!.....»

«Noi sceglieremo, Amy, qualch’altro ricovero, soggiunse il Leicester, e vi trasferirete in uno de’ miei castelli del Nort, portando, ma per pochi giorni, lo spero, il titolo di moglie di Varney.»

«Che ascolto, Milord di Leicester! sclamò ella in gran fretta, e togliendosi dalle sue braccia. E siete voi che date a vostra moglie il disonorante consiglio di confessarsi la sposa d’un altro? E questo altro è un Varney!»

«Signora, vi parlo seriamente. Varney è un leale servo, un servo fedele, messo a parte d’ogni mio segreto. Vorrei piuttosto perdere la mano diritta che privarmi in tale occasione de’ suoi servigi. Voi non avete alcun motivo per disprezzarlo, siccome fate.»

«Io potrei provarvi, o Milord, che non me ne mancano, rispose la Contessa, e già un solo mio sguardo lo fa impallidire. Ma non accuserò io l’uomo che vi è necessario quanto la mano diritta. Piaccia al cielo, ch’egli sia sempre sincero in verso di voi, ma comunque possa esserlo, badate a non fidarvene troppo. È un dirvi assai il protestare, che soltanto la forza può costrignermi a seguitarlo, e che mai non acconsentirò a riconoscerlo per mio sposo.»

«Signora, non sarà questa che una finzione di breve tempo, rispose il Leicester irritato dalle opposizioni; una finzione necessaria alla vostra salvezza, ed anche alla mia, che hanno compromessa i vostri capricci e la smania di mettervi in possesso d’un grado e d’un diritto che io vi concedei a sola patta di tenere per qualche tempo nascoste le nostre nozze. Se un tal partito vi spiace, rammentate che voi sola ne avete procurata ad entrambi la necessità. Non v’è altro rimedio; e conviene or sottomettersi a tutto ciò che l’imprudente leggerezza vostra rendè indispensabile. Ve lo comando.»

«Non mi è lecito, rispose Amy, il bilanciare quando vengono al confronto de’ comandi vostri quelli dell’onore e della coscienza. No, Milord, non vi ubbidirò io questa volta. Voi potete, se così vi piace, perdere il vostro onore col farvi seguace di una tortuosa politica; ma io non farò mai nessuna cosa che lo degradi. E con qual coraggio, o signore, ravvisereste voi una sposa e casta e pura e degna di dividere con voi le vostre prerogative in colei, che abbiurando un così insigne carattere si desse a trascorrere l’Inghilterra qual moglie d’un uomo abbominevole quanto è Varney?»

«Milord! (si frammise tosto in tal discorso Varney) la vostra sposa sfortunatamente è troppo impressionata a mio danno per prestare orecchio alle offerte ch’io sto per proporle. Pure dovrebbero esserle più aggradevoli del partito posto da voi. L’animo suo non è sì mal propenso per riguardo del sig. Edmondo Tressiliano: egli seconderebbe, non v’ha dubbio, un’inchiesta fattagli da Milady, per averlo compagno nel trasportarsi al paterno soggiorno di Lidcote. Ivi ella potrebbe rimanersene in sicurezza sintantochè venisse tempo da potere svelare il mistero.»

Stavasi muto il Leicester contemplando attentamente l’infelice Contessa, che leggeva negli occhi del marito il risentimento ed il sospetto. Ella quindi si limitò a dire al proposito dei suggerimenti del maligno Varney:

«Piacesse al Cielo ch’or mi trovassi nella casa del padre mio! Nell’atto di dipartirmene non pensai certamente di abbandonar con essa l’onore e la pace dell’animo.»

Varney continuò coi modi d’uomo che suggerisce un consiglio: «Ben vedo che tale espediente ne costrignerebbe ad iniziare persone estranee nei nostri arcani; ma la signora Contessa, lo spero, si farebbe guatante dell’onorato silenzio di Tressiliano e degl’individui della propria famiglia.»

«Taci subito, disse il Conte a Varney, o giuro al cielo! ti passo a traverso i fianchi questa mia spada, se tu parli ancora di confidare i segreti di Leicester a Tressiliano.»

«E perchè no? soggiunse Amy, ogni qual volta non fossero segreti di tal natura da confidarsi piuttosto a gente della specie di Varney anzichè ad un uomo di onore. Milord! Milord! non mi guardate con occhio corrucciato per questi detti. Essi contengono la verità, ed io son degna di palesarvela. Per amor vostro ho tradito un dì Tressiliano; non sarò ingiusta una seconda volta verso di lui col tacermi allora che si mette in dubbio il suo onore. Posso ben sopportare, soggiunse ella fisandosi col guardo in Varney, che alla mia presenza si porti la maschera dell’ipocrisia, ma non che la virtù sia calunniata.»

Tacquero tutti alcuni momenti dopo tai detti. Leicester, comunque irritato stavasi irresoluto, chè ben vedea per altra parte di chiedere cosa ingiusta. Varney, ostentando grande umiltà e quel simulato dolore che all’ipocrisia s’appartiene, tenea chinati a terra gli sguardi.

In tale angustioso momento la Contessa diede a divedere tal forza di carattere, che l’avrebbe condotta ad essere, se così volea il destino, uno fra i migliori ornamenti delle persone poste nel grado ad essa dovuto. Ella si avanzò con passo grave e misurato verso il Leicester, e vestendo tal aria di dignità, che lo sguardo di lei, comunque ne trapelasse tenera affezione di sposa, cercava invano di temperare quella fermezza cui danno diritto soltanto una pura coscienza e un retto cuore[5]. «Ascoltatemi Milord, voi manifestaste i vostri disegni intesi a sciogliervi d’impaccio in sì periglioso momento. Sfortunatamente non mi è lecito secondarli. Cotest’uomo ha suggerito un diverso avviso, contro di cui non ho altra obbiezione fuorchè il sapere che spiace a voi. La Signoria vostra acconsentirebbe ella ad ascoltare ancora quel partito che una donna giovane e timida, ma la più tenera fra le spose crede il più convenevole nel caso estremo a cui siamo venuti?»

Non rispose il Conte; ma un suo chinar di capo fece comprendere alla Contessa ch’ella potea favellare liberamente.

«Tutte le sventure fra cui ci avvolgiamo, non hanno, ella prese a dire, che una sola sorgente, ed è quella misteriosa doppiezza che vi si vuol costringere a sostenere. Liberatevi una volta, o Milord, dalla tirannide di una cabala abbietta: mostratevi vero gentiluomo Inglese, mostratevi quel cavaliere che ravvisa nella verità il principio d’ogni onore, ed a cui l’onore è più caro dell’aura ch’egli respira. Prendete per mano la vostra sposa infelice; guidatela ai piedi di Elisabetta; ditele che in un istante di delirio vi sedussero le vane apparenze d’una beltà, di cui non rimane più alcun vestigio; ditele che uniste la vostra alla destra di Amy Robsart. Così voi mi renderete giustizia, o Milord, e la renderete parimente al vostro onore; e se allora la legge, o la possanza della Regina vi sforzano a disgiugnervi da me, non sarà più ch’io m’opponga all’amara separazione; sol che mi sia conceduto di andarmene senza disonore a nascondere il cordoglio, la desolazione di questo cuore nell’ignorato ritiro da cui mi toglieste.»

Scorgeasi tanta dignità, e tanta tenerezza ad un tempo in tali accenti della Contessa, che ne furono ridesti tutti quei sentimenti nobili e generosi, che fatto era per provare l’animo di Leicester. Parve gli si aprissero gli occhi in quell’istante, e la doppiezza onde s’era fatto colpevole gli si parò innanzi in compagnia de’ rimorsi e della vergogna.

«Non sono degno di te, diletta Amy; proruppe allora in tai detti; non ne son degno, poichè ho potuto esitare fra un cuore siccome il tuo, e tutte le seducenti promesse dell’ambizione. Oh! qual sarà l’amarezza di questo mio cuore umiliato all’atto di dovere scoprire io medesimo dinanzi ai miei giubilanti nemici, e ai miei attoniti partigiani, tutti gli avvolgimenti della mia obbrobriosa politica. E la Regina? Ebbene! Ella si prenda il mio capo siccome non si stette dal minacciarlo.»

«Il vostro capo, o signore! La Contessa esclamò; e sarebbe questo in pena d’aver usato di quella libertà che non è negata a nessun Inglese, della libertà di scegliersi una moglie? Che ascolto? Una sola diffidenza dunque nella giustizia della Regina, un timore chimerico, sono i vani spauracchi, onde abbandonereste il sentiero che vi sta aperto innanzi, il sentiero il più onorevole ad un tempo ed il più sicuro!»

«Oh! mia Amy! tu non sai...» Ma si rattenne il Dudley dal continuare il periodo ed aggiunse, opportunamente interrompendosi: «Per altro ella non troverà in me la facil preda d’una vendetta arbitraria. Non mi mancano parenti ed amici; nè io, pari a Norfolco, mi lascerò trascinare al supplizio, come si trae all’altare una vittima. Non temete di nulla, o mia Amy. Voi troverete Dudley degno di portar questo nome. Corro tosto a confidarmi ad alcuno fra’ miei amici della cui fedeltà mi è lecito ripromettermi; perchè nello stato a cui son giunte le cose, non mi maraviglierei d’essere imprigionato entro il mio castello medesimo.»

«No, Milord, non vi cimentate a turbare uno stato tranquillo col ribellarvi. Voi non avete amici più sicuri della vostra franchezza, del vostro onore. Forte di questi confederati, non potete paventare di nulla, nè anche in mezzo ad un esercito di nemici o d’invidiosi della vostra gloria. Senza il soccorso de’ confederati che v’additai, divengono inutili tutti gli altri. Oh! non a torto, o mio nobil Signore, dipingono disarmata la verità.»

«Ma la saggezza, o Amy, va guernita di tale armatura che nessun dardo la offende. Non ti studiare, o sposa, di stogliermi dalle vie, che dovrò calcare per rendere meno perigliosa la mia confessione, poichè a tal venimmo di doverla chiamar confessione. Credilo: sono anche troppo i rischi che mi si preparano intorno. Lasciati regolare da me. Varney, ne è d’uopo uscire di questo luogo. Addio, cara Amy, che ben presto divulgherò per mia moglie, a costo di que’ pericoli che non mi sarà duro l’affrontare in ripensando a’ tuoi pregi. Fra poco ti giugneran mie contezze.»

Indi abbracciandola teneramente, s’avvolse nel suo mantello, e accompagnato da Varney uscì di quella stanza. Prima d’esserne fuori, il Varney le fece profondo inchino, e nel rialzare la fronte le volse tal guardo, quasi ansioso di scorgere se, e in quai termini, ei fosse compreso nell’atto di riconciliazione conchiuso tra la Contessa e il suo sposo. Amy si fisò sopra di lui, ma senza mostrare di porgli mente più di quel che avrebbe fatto ad uomo lontano.

«Ella è che mi ha spinto ad estremo passo, disse fra i denti costui. Uno di noi due è sacro omai alla morte. Sentii fin qui certo ritegno, mosso, mal saprei dirlo, se da pietà o da timore. Il fatale espediente mi ripugnava. Ma il dado è tratto. Uno di noi due è sacro alla morte.»

Nell’articolar tali accenti, il Varney osservò con sorpresa che un picciolo ragazzo, fermato dalla sentinella, si era fatto incontro al Leicester e gli parlava. Era il Varney uno di que’ politici, cui nessuna cosa pareva indifferente. Prese dunque ad interrogare la sentinella, da cui ebbe per risposta, che il fanciullo l’avea pregata di far giugnere uno scrignetto alla Signora delirante; commissione, di cui la stessa sentinella non volle incaricarsi, perchè contraria alle istruzioni che avea ricevute. Soddisfatta su di ciò la propria curiosità, il malvagio scudiere s’accostò al suo padrone, e gl’intese dire: «Va bene, mio fanciullo, lo scrignetto sarà consegnato.»

«Io ve ne sarò quanto mai obbligato, mio buon Signore,» rispose il fanciullo che come lampo scomparve.

Il Leicester, seguito sempre dal Varney, tornò in gran fretta ai suoi appartamenti privati, tenendo lo stesso corritoio che dianzi gli avea condotti alla torre di _St-Lowe_.

CAPITOLO VI.

Ruppe d’Imene i sacri patti, è rea, E ’l seduttor suo vile appien t’è noto. _Novella dell’Inverno_.

Appena entrato nel suo gabinetto il Conte, diede mano al libretto de’ ricordi, e si pose a scrivere, ora parlando con Varney, ora con se medesimo: «Ve ne son molti il cui destino è collegato col mio.... Quelli soprattutto che si stanno ne’ primi gradi...... Avvene di tali ancora che se si ricordano le mie beneficenze, e i pericoli cui rimarrebbero compromessi, non mi lasceranno morire senza soccorrermi. Vediamo. Knolle è per me; e in conseguenza col suo ministerio il saranno ancora Guernsey e Iersey. Lorsey è governatore dell’isola di Wight; mio cognato Lungtengdon e Pembrock comandano nel paese di Galles. Coll’aiuto di Bedford sono miei i Puritani, e i loro interessi che hanno tanto peso in tutte le sedizioni. Mio fratello di Warwick è potente al pari di me. Io regolo a mia voglia sir Owe Hopton il governatore della torre di Londra. In questo luogo sta il tesoro pubblico. Oh! mio padre, e l’avo mio non avrebbero mai portate le loro teste sul palco se avessero combinate sì bene le proprie imprese. Che vuol dire quel mesto sguardo, o Varney? Credilo, un albero che ha sì profonde radici non cade facilmente atterrato dal turbine.»

«Oimè! Milord,» disse Varney con un accento di dolore contraffatto a maraviglia, e ricomponendo i suoi sguardi a quell’aria di mestizia che eccitò l’interrogazione del Conte.

«_Oimè_! Replicò il conte di Leicester, e perchè _oimè_, sir Riccardo? La vostra nuova dignità non v’inspira altra esclamazione più coraggiosa, quando sta per aprirsi una sì nobile lotta? Se mai questo _oimè_ indicasse disegno in voi di evitare lo scontro, potete abbandonare il castello ed anche unirvi ai miei nemici, se ciò meglio vi piace.»

«No, rispose il confidente, Varney saprà morire e combattere al fianco vostro. Perdonatemi se compreso da sollecitudine per tutto quello che vi risguarda, io vedo forse più chiaramente le cose di quanto a voi lo permetta la nobiltà del vostro cuore. Io vedo, sì, gl’insuperabili ostacoli che v’attorniano per ogni dove. Siete forte e potente, o Signore, lo so; ma permettetemi il dirlo senza offendervi, tale non siete che per favore della Regina: sintantochè esso vi dura, voi avrete, salvo il titolo reale, tutti i dritti d’un Monarca; ma supponete ch’ella vi tolga questo favore; vi trovate derelitto più presto che non rimase inaridita la zucca del profeta. Derelitto il ripeto, se vi ribellate alla Regina; nè il sarete soltanto in mezzo a questo paese, in mezzo a questa provincia; ma nel centro dello stesso vostro castello, fra i vostri vassalli, fra i vostri amici, fra i vostri congiunti, vi faranno prigioniero, nè tarderete ad essere giudicato, se così il vorrà la Sovrana. Pensate a Norfolco, o Milord, al potente duca di Nortumberlandia, allo spettabile Westmoreland. Pensate che tutti coloro i quali vollero resistere a sì avveduta principessa, rimasero tutti o morti o prigionieri, o errano fuggitivi. Il soglio d’Elisabetta non viene a paragone di tant’altri sogli, cui basta una congiura per rovesciarli; esso ha per sue basi l’amore e la riconoscenza de’ popoli. Voi potete dividerlo, se il volete, con lei; ma nè voi, nè altra potenza o straniera o domestica perverrà ad abbatterlo... Che dico? nemmeno a crollarlo.»

Costui in allora si tacque, ed il Leicester gettò lungi da sè il libretto dei ricordi con aria di non curanza e dispetto.

«Fo a tuo modo, soggiunse, e in fine poco rileva se la sincerità o il timore ti hanno fatto parlare. Però non sia mai che io cada senza resistenza. Va a dar ordine, onde quelli fra i miei vassalli che servirono sotto di me nell’Irlanda si conducano ad uno ad uno nella torre principale; che i miei gentiluomini e i miei amici si mettano in istato di difesa, come se temessero venir assaliti dai partigiani del Sussex: dissemina sospetti e timori fra gli abitanti della città, fa che s’armino, e ad un dato segnale stiano pronti ad impadronirsi de’ soldati posti alla guardia della Regina.»

«Permettetemi ripetervi, o Milord, soggiunse mestamente Varney, quest’ultimo vostro ordine, di far cioè tutti gli apparecchi opportuni a disarmare all’uopo la guardia della Regina; e permettetemi ad un tempo di rammentarvi che questo è un atto d’alto tradimento: nondimeno sarete ubbidito.»

«Nulla monta, soggiunse con un accento di disperazione il Leicester, nulla monta; l’infamia mi sta alle spalle, il precipizio dinanzi agli occhi; è d’uopo ch’io mi mostri a viso scoperto.»

Venne indi altra pausa di silenzio, che poscia Varney interruppe in tal guisa: «Eccoci finalmente arrivati a quell’istante che io temea da lungo tempo! Eccomi al bivio o d’essere vil testimonio della caduta del miglior fra i padroni, o di svelare quanto avrei desiderato sepolto in profondissimo obblio, se altro labbro diverso da quel di Varney non ve ne arrecava l’infausta scoperta.»

«Ora che dici tu? O piuttosto che intendi dire? rispose il Conte. Ti avverto che non abbiamo tempo da perdere in ciance. È giunta ora di fatti.»

«Quanto mi è forza dire, sarà ben tosto detto, o Milord. Piacesse al cielo che sì breve fosse la vostra risposta! Queste nozze sono la sola cagione onde dobbiamo romperci colla Regina, non è egli vero, Milord?»

«Tu lo sai al pari di me. A che tende questa insulsa domanda?»

«Perdonate Milord, non è insulsa. Vi sono tali uomini, che sagrificherebbero sostanze e vita per possedere un ricco diamante. Nè voglio ridir su di ciò. Ma prima di fare un tal sagrifizio, ogni ragion di prudenza non insegnerebbe almeno l’assicurarsi se questo diamante sia immune da macchie?»

«Come sarebbe a dire? (soggiunse Leicester guatando bieco il suo confidente). Di chi parli tu?»

«Parlo... della Contessa, Milord! sono costretto a parlare di lei. Sì, ne parlerò, dovesse anche la Signoria vostra dar guiderdone di morte al mio zelo!»

«La morte.... puoi forse meritarla dalle mie mani medesime. Nondimeno parla. Ti sto ascoltando.»

«Ebbene, o Milord, mi armerò di coraggio, che qui non tanto io parlo per la mia vita, quanto per gl’interessi del mio Signore. Giammai non mi piacquero le misteriose corrispondenze che questa Signora ha serbate con Edmondo Tressiliano. Voi lo conoscete, o Milord, nè v’è ignoto averle costui sulle prime inspirato un tale affetto, di cui se la vostra Signoria trionfò, il trionfo non fu disgiunto da qualche difficoltà. Voi vedeste con qual calore l’uomo di Cornovaglia sostenne contro di me gl’interessi della Contessa. Lo scopo evidente ch’egli si prefiggeva, era quello di costringere la Signoria vostra a confessare pubblicamente queste, ch’io dirò sempre, malaugurose nozze, ed è parimente tal pubblicazione che Milady vorrebbe ad ogni costo da voi.»

Il Leicester accolse tai detti con un forzato sorriso: «Intendo, buon Riccardo. Tu stai meditando ora il modo di sagrificare il tuo onore, ed anche quello di un’altra persona, a fine di stogliermi da un’ardua impresa. Ma... ricordati (aggiunse con tuono cupo, siccome irresoluto) che è la Contessa di Leicester quella di cui favelli.»

«Lo so; ma favello parimente per l’interesse del conte di Leicester. Ho appena cominciato, o Signore, le cose che debbo dire. Credo fermissimamente, che sin d’allor quando voi entraste personaggio in tal dramma, Tressiliano tutto quanto operò, lo operò d’accordo colla Contessa.»

«Tu spacci stravaganze colla calma d’un predicatore. Ma dove e come poterono accordarsi?»

«Dove, e come! Milord, per mala sorte, non posso che troppo chiaramente additarvelo. Poco prima che venisse presentato in nome di Tressiliano il memoriale, onde la Regina arse di tanto sdegno nella sua Corte, io incontrai, con mia grande sorpresa, questo Tressiliano medesimo alla porta segreta del parco di Cumnor.»

«Tu l’incontrasti, sciagurato, nè lo stendesti morto dinanzi a te?»

«Ci precipitammo l’un sopra l’altro, e s’io non ponea un piede in fallo, vostra Signoria non avrebbe mai più veduto costui.»

Lo stupore tolse per qualche tempo la parola all’attonito Leicester, che finalmente si disse: «Quali prove confermano quanto asserisci? Poichè siccome la punizione debb’essere grande, voglio esaminare freddamente, e circospettamente... Gran Dio! ma no... voglio esaminare freddamente e circospettamente,» e tal proposito ripetè più d’una fiata, come per ritrarne qualche calma ad ogni fiata che il ripetea. Poi mordendosi le labbra, quasi timoroso di lasciarsi sfuggire accenti conformi alla tempesta che infieriva entro il suo animo, sclamò: «Hai tu altre prove?»

«Troppe, o Milord. E così le avessi conosciute sol io! Poteano allora andar sepolte in una eterna dimenticanza; ma il mio servo Michele Lambourne fu testimonio del tutto, ed è pur quegli che agevolò a Tressiliano l’ingresso in Cumnor. Per ciò solo presi al mio servigio questo Lambourne, e per ciò solo non me ne sono liberato dappoi, comunque tristo il conosca; ma volli mantenermi in grado di frenarne la lingua.»

E qui il perfido confidente si fece a dimostrare, come agevole gli sarebbe il convalidare quanto egli asserì e coll’attestazione di Tony Foster, e colle testimonianze di diverse persone presenti allorchè insieme patteggiarono il Lambourne e Tressiliano, e presenti pure al momento che questi due individui partirono insieme dall’Osteria dell’_Orso nero_. Nè in tal racconto il Varney avventurò altra falsità, che maligne insinuazioni, destramente intese ad indur persuasione che il colloquio avutosi da Amy con Tressiliano in Cumnor fosse durato più di quanto durò veramente.

«E perchè non ne fui avvertito, (disse il Leicester, la cui fisonomia ad ogn’istante s’annuvolava di più). Perchè tutti voi altri, e tu principalmente, o Varney, perchè nascondermi questi fatti?»

«Perchè la Contessa, rispose lo scellerato, ne assicurò, che Tressiliano a non saputa e a malgrado di lei s’introdusse in quel castello; perchè conchiusi da questo che il colloquio non avesse portato disonore alla Signoria vostra, perchè finalmente giudicai, o Milord, che la Contessa medesima ve ne avrebbe fatto consapevole in appresso; nè Milord ignora con quanta ripugnanza si porge orecchio a sospetti che feriscono persone amate, e la Dio mercè, non son io nè un disseminatore di zizzanie, nè un referendario per farmi il primo a divulgare cose di tal natura.»

«Ma siete poi troppo pronto ad ammetterle, sig. Riccardo. Come sapete voi che tale colloquio sia stato colpevole, siccome il vorreste far credere? La contessa di Leicester, a quanto m’è avviso, può ben rimanere alcuni istanti con una persona qual è Tressiliano, senza che ne conseguano o disdoro per me, o sospetti contro di lei.»

«Certamente, o Milord, e se tale opinione non fosse stata in me, neanco avrei custodito sì lungo tempo un segreto di simil fatta. Ma debbo or dirvi ciò che dà forza a presunzioni contrarie. Tressiliano si mette in corrispondenza con un tapino ostiere di Cumnor e ciò collo scopo di agevolare la fuga della signora Contessa; manda uno de’ suoi messi, che siccome spero, avrem ben tosto sotto chiave nella torre di _Merwyn_, perchè Killegren e Lambsbey stanno inseguendolo. L’ostiere riceve un anello in prezzo di buoni ufici e silenzio. La Signoria vostra potrebbe anche aver visto questo anello nelle dita di Tressiliano. Egli è qui[6]. Il messo mandato dal Cornovagliese giunge a Cumnor travestito da merciaiuolo, ha segreti colloqui colla Contessa, fuggono l’uno e l’altra nel durar della notte. Involano, tanta è la colpevole loro premura, un cavallo ad un povero scimunito, che incontrano lungo il cammino. Arrivano finalmente al castello, e la Contessa di Leicester trova un asilo!... non oso dire ove lo trovi!»

«Parla, te lo comando, parla sinchè conservo ancora tanta pazienza per ascoltarti.»

«Poichè il volete, rispose Varney, la Contessa si trasferì immediatamente nell’appartamento di Tressiliano, ove rimase parecchie ore, non vi dirò se sola, od in sua compagnia. Vi dissi già come Tressiliano si tenesse una sua conquista nella stanza assegnatagli. Ma non avrei sognato giammai che questa conquista....»

«Fosse Amy, vuoi dire, rispose il Leicester, ma questa è un’impostura nera quanto il vapor dell’Inferno! Ch’ella sia ambiziosa, leggiera, impaziente, posso crederlo: è donna, e ciò basta. Ma tradirmi! non mai! non mai! La prova, la prova di quanto osi asserire!» sclamò egli con forza.

«Ieri dopo il mezzogiorno vi si fece condurre da Carol ella stessa. Lambourne e il guardiano della torre di _Merwyn_ ve la trovarono di buonissim’ora questa mattina.»

«E Tressiliano era con lei?» soggiunse il Conte rapidamente.

«No, Milord, dovete ben ricordarvi, che Tressiliano ha passata l’intera notte sotto la vigilanza di Blount.»

«E Carol e gli altri servi la riconobbero?»

«No, mio signore. Carol e Lorenzo Staples non l’aveano mai vista, e il suo travestimento ha fatto che Lambourne non la ravvisasse per la Contessa; ma nel volerle impedire la fuga da quelle stanze raccolsero un suo guanto caduto, e questo guanto, sua Signoria lo riconoscerà certamente!»

E in ciò dire rimise al Conte il guanto, su di cui stava ricamato a perle lo stemma della casa di Leicester.

«Sì, ravviso i doni che le feci io medesimo; l’altro di tali guanti copriva quel braccio che in questo giorno stesso ella avvolgeva al mio collo,» accenti che vennero pronunziati in mezzo a violentissima agitazione.

«Sua Signoria potrebbe procacciarsi, coll’interrogare la Contessa, maggiori prove sulla verità del mio asserto[7].»

«Non fa d’uopo, non fa d’uopo (rispose il Conte che tutti i tormenti dell’inferno straziavano). Questa verità mi sta innanzi agli occhi scritta in caratteri di fuoco. Vedo l’infamia di costei. Chi può negar fede all’evidenza? Sommo Dio! Per questa abbietta creatura io stava cimentando le vite de’ migliori fra’ miei amici! io stava per crollare un trono! io stava per portare e ferro e fuoco nel seno d’un regno tranquillo, per combattere la generosa Sovrana che mi fece quello ch’io sono, e che se non era questo orrendo nodo, m’avrebbe già sollevato al maggior grado ch’uom possa sperare! E tutto ciò per una donna collegatasi coi miei accaniti nemici!.... Ma tu sciagurato! perchè non parlasti più presto?»

«Milord, io ben sapea che una lagrima della Contessa vi avrebbe fatto dimenticar tutto quanto avessi potuto dirvi; nè per altra parte io ebbi tal chiarezza dei fatti se non se questa mattina, allorchè l’improvviso arrivo di Foster, e le confessioni cui costrinse egli l’ostiere dell’_Orso nero_, m’hanno istrutto della sua fuga da Cumnor, e fatto me più solerte nelle ricerche di quanto sfortunatamente ho scoperto.»

«Or sia lode al Cielo, ministro di luce al mio fatal disinganno! Tanta è l’evidenza del tradimento, che non vi sarà in tutta Inghilterra chi possa tacciarmi di una vendetta ingiusta o troppo sollecita. Chi l’avrebbe creduto, o Varney? Tanto giovane, tanto bella, sì carezzevole, e sì menzognera! Comprendo ora la fonte di quell’odio implacabile che giurò a te, mio fedele, diletto mio servo. Costei abborriva un uomo, studioso di far cadere le sue inique trame, e pel cui braccio fu quasi privo di vita il vile che la seducea.»

«Non le diedi mai altro motivo di odiarmi, o Milord; ma ella sapea come i miei consigli s’adoperassero a scemare la possanza che s’arrogò sopra di voi, mi sapea costantemente preparato a cimentar la mia vita contro i vostri nemici.»

«Or ben lo vedo. E nondimeno, Varney, quale apparenza di grandezza d’animo metteva la perfida nell’esortarmi di commettere agli sdegni della Regina il mio capo anzichè nascondermi più lungo tempo sotto il velo dell’impostura! Mi parea che l’angelo della Verità non potesse parlare più persuasivo linguaggio! ed è egli possibile, o Varney? La menzogna adunque la più atroce potrà in tal guisa ostentare le forme della verità, e l’infamia coprirsi sotto la maschera della virtù? Varney, tu mi prestasti buon servigio fin dalla fanciullezza. Devi a me ogni tuo innalzamento, puoi dovermene di maggiori; ma assumiti ora l’incarico di meditare in mia vece. Il tuo ingegno fu mai sempre acuto e profondo. Pensa! non potrebb’ella essere innocente? Sforzati a provarmi che è tale, e quanto fin ora operai in tuo favore sarà stato un nulla, in confronto del compenso che tu n’avrai.»

L’inconsolabil dolore che straziava l’anima del Conte si dipinse con tanta forza nel pronunziare di questi ultimi accenti, onde ne fu quasi scosso l’indurito cuor di Varney[8], che in mezzo ai funesti disegni suggeritigli da scellerata ambizione, non cessava d’amare il suo protettore, d’amarlo però come amar poteva un Varney. Ma tornò tosto a raffermarsi negl’iniqui divisamenti, e domò ogni rimorso, in pensando, come quel dolor passeggiero cui egli stava per cagionare al Leicester, agevolerebbe a questo il sentiero di quel trono, ch’Elisabetta già si mostrava inclinata a dividere col favorito, e dal quale lo rispingeva, in sentenza di Varney, il solo viver d’Amy. Perseverò quindi nella infernale politica, e dopo avere pensato un istante sulla risposta da farsi a quella commovente inchiesta dell’angoscioso Leicester, gli rispose col fissarlo di un mesto sguardo, che dicea quasi: _Le cerco invano una scusa_. Poi rialzando il capo prese per un istante il contegno di uomo, cui brillasse un raggio di speranza che per breve passò pure nell’animo del misero Conte, ma seppe l’empio confidente far sì che non v’allignasse, e tali ne furono i detti: «Però, s’ella era veramente colpevole, perchè avventurarsi a venire fra queste mura?..... Gli è vero, che un tal passo s’accorda col desiderio continuo in lei d’essere riconosciuta Contessa di Leicester.»

«Così è! così è! (sclamò in cupo tuono il Conte, innanzi cui dileguossi tosto il lampo della concetta speranza). Tu non leggi com’io ne’ profondi avvolgimenti del cuor d’una femmina. Varney, indovino tutto. Ella non vuole rinunziare al titolo e al grado dell’uomo infelice divenutole sposo, e se cieco nel mio delirio avessi inalberato lo stendardo della ribellione, o se lo sdegno d’Elisabetta avesse fatto cadere il mio capo, come questa mattina ne udii dal labbro di lei la minaccia, il ricco assegnamento che la legge concede alla vedova d’un Leicester, non sarebbe stato cattivo incerto per quel miserabile di Tressiliano. Il vedi! Ella mi sollecitava ad affrontare un pericolo che poteva esserle utile. Ah! non parlarmi, non parlarmi in favore di costei, o Riccardo. Voglio il suo sangue.»

«Milord, l’eccesso del vostro dolore si palesa al furore che anima questi detti.»

«Te lo replico, cessa dal parlarmi in suo favore. Ella m’ha disonorato. Ella avrebbe voluto il mio esterminio. Non vi è più legame di sorte alcuna fra me e questa femmina. Ella morirà, come s’aspetta morire ad una perfida, ad un’adultera moglie, colpevole innanzi a Dio, e innanzi agli uomini.... Or ch’io penso!... Che si contiene in questa cassetta? Il fanciullo che me la consegnò per farla pervenire ad Amy nominò ancor Tressiliano. Sì: _se non vi riesce darla a lei, datela al sig. Tressiliano_. Furono queste le sue parole... Oh Dio!... E in quell’istante pur mi sorpresero, ma ammaliato dagli ultimi detti di quell’indegna, assorto ne’ gravi divisamenti che concepii sol per essa.... Oh! queste parole mi tornano ora con maggior forza alla mente. Gli è lo scrignetto delle sue gioie. Aprilo, Varney, forzane la cerniera col tuo pugnale.»

«Un giorno ella disdegnò valersene per rompere il nodo che tenea chiusa una lettera[9] (a ciò meditava il Varney nel prestarsi al cenno del suo padrone). Amy Robsart! quest’arme oggi avrà una parte più rilevante nel destino che ti s’appresta.»

Nel tempo stesso che costui facea tali considerazioni, il suo pugnaletto a triangolo fu la leva, cui cedè la cerniera argentea dello scrignetto. Nè appena ciò vide il Leicester, che ne strappò il coperchio, e trattine i gioielli che v’eran racchiusi, li gettò preso da rabbia sul suolo, intantochè i suoi occhi cercavano avidamente qualche lettera o biglietto, che ponesse in evidenza sempre maggiore le colpe immaginarie della sfortunata Contessa. Indi calpestando i diamanti sparsi all’intorno di sè:

«Egli è, sclamava in tal guisa, ch’io anniento questi miserabili pegni, per cui vendesti il tuo corpo e l’anima tua, per cui ti consacrasti ad una morte innanzi tempo, per cui condannasti me ai rimorsi e ad un’eterna disperazione. Non parlarmi di perdono, o Riccardo. La sentenza di costei è già pronunziata!» E replicando ancora questi ultimi fatali accenti, si lanciò entro un contiguo gabinetto, chiudendone a catenaccio la porta.

Varney lo accompagnò cogli sguardi, divenuti allora men atti a quel suo maligno sorriso; solo effetto onde la sopita umanità potea farsi ancora sentire in quell’anima scellerata. «Io ne compiango la debolezza, si dicea costui fra se stesso; l’amore lo ha trasformato in un fanciullo. Egli getta, egli infrange queste gemme. S’affretterà egualmente ad infrangere il gioiello ben più fragile d’esse, ch’egli amò finora con tanto ardore. Ma le sue furie cesseranno, cessata la cagione da cui son mosse. Egli non sa valutare nè le cose, nè il vero lor prezzo. Questa prerogativa, natura la riserbò soltanto a Varney. Leicester, divenuto re, non penserà fra quai procelle di superate passioni sarà giunto sul trono; non penserà a ciò più di quel che un nocchiero mediti, toccato il porto, i pericoli affrontati nella sua corsa. Ma giova che non restino così sul pavimento questi testimoni d’un cieco furore. Sarebbero troppo ricca preda per la ciurma, che rassetta l’appartamento.»

Mentre Varney intendeva a raccogliere le gemme ed a collocarle entro il cassettino segreto d’un armadio che a sorte trovavasi aperto, vide dischiusa una parte d’uscio del gabinetto ov’entrò prima il Conte, nè quel vano era coperto dalla cortina. Leicester pose fuori il capo, e tanto oppresse ne apparivano le pupille, e tanto pallide le labbra, che fremette il Varney, e appena gli occhi dell’uno si scontrarono in quelli dell’altro, abbassò la fronte il Leicester, e di nuovo chiuse quella porta. Per due volte la riaperse, e per due volte vi si affacciò nella medesima guisa senza pronunziare un solo accento, onde il Varney incominciò veramente a credere la ragione del suo signore affatto smarrita. La terza volta però questi fece al confidente un cenno d’avvicinarsi, e Varney entrando seco nel gabinetto potè avvedersi che non da delirio derivava quel turbamento, ma da barbaro disegno che il Conte stava allor meditando, ma da fiera lotta che contrarie passioni moveano nell’animo di chi il concepiva. Passarono un’ora discorrendo insieme, dopo di che il Conte cambiate in tutta fretta le vesti, tornò a fare la sua corte alla Sovrana.

CAPITOLO VII.

Voi avete sbandita la gioia e portato il disordine nella festa.

_Shak._

Nel durar della mensa e delle feste di questa rilevante giornata, i modi di Leicester e di Varney furono ben diversi da quello che per solito si mostravano fino a quel giorno. Riccardo Varney si era fatto conoscere uomo operoso e fornito d’intelligenza, anzichè dedito ai piaceri. Gli affari ne pareano il naturale elemento. In mezzo alle feste e alle gioie ch’ei sapea regolare maestrevolmente, la parte sua riduceasi a quella di semplice spettatore, o se talvolta intendeva l’animo ad esse gli era piuttosto per deridere in guisa caustica e severa i convitati, che per partecipare ai loro sollazzi.

Ma avresti detto che in tal giorno l’indole ne fosse cambiata. Continuo nel mettersi di brigata coi giovani signori, e colle amabili donne di quella Corte, spirava ogni suo atto e detto tal gaiezza vivace e leggiera ad un tempo, che i ganimedi i più leggiadri nol potean superare. Coloro ch’erano avvezzi a riguardarlo siccome uomo sempre immerso ne’ divisamenti i più gravi dell’ambizione, e pronto a lanciar sarcasmi contro coloro, che non sanno usar del tempo se non se per godere d’ogni diletto che lor s’appresenta, vedeano maravigliando, com’egli esternasse uno spirito amabile, una gioia sciolta, una fronte serena al pari di loro. Ma con qual arte potea l’infernale ipocrisia di costui coprir col velo di soave giocondità i più atroci pensamenti ch’uom possa immaginare? Il segreto di un tal palliamento il conoscono solamente quelli, che gli somigliano, se pur avvi chi gli somigli. Varney avea ricevuto altissimo ingegno dalla natura, dono che ad opere malvage egli unicamente converse.

Ben tutt’altro era di Leicester. Comunque usato a comportarsi da cortigiano, a parer gaio, uficioso, libero d’ogn’altra cura oltre quella di promovere i piaceri, quand’anche segretamente il rodeano le angoscie dell’ambizione, dell’odio e della gelosia, allora il suo cuore stavasi in preda ad un più terribile nemico, che non lasciavagli un istante sol di riposo. Ben si leggea nello smarrimento di quegli occhi e nel turbamento di quella fronte come fosse co’ suoi pensieri lunge dal teatro, ove in quell’istante avea parte. Continuo sforzo scorgeasi nel suo parlare, nel suo operare, e sembrava quasi avesse perduto affatto la posseduta consuetudine di comandare ad uno spirito acuto, e pieghevole ad un leggiadrissimo corpo, prerogative, onde cotanto già prevalea. Ma niun atto, niun accento erano più in lui la conseguenza della sua volontà, ma venian da un automa che aspetta per moversi l’impulso d’interna molla. Le parole gli usciano del labbro ad una ad una e sconnesse, sicchè mostravano in lui il bisogno di pensare a ciò che dovea dire, poi di pensare al modo di dirlo; e avresti perfino creduto che quando pronunciava una frase gli volesse molta fatica d’attenzione per non dimenticare l’altra che la precedè.

L’effetto che queste continuate distrazioni operarono sul contegno e sul modo di conversare del cortigiano più leggiadro che vi fosse nell’Inghilterra apparve manifestamente a tutti coloro che gli si appressarono, nè sfuggì del certo al guardo finissimo della principessa la più accorta di quel secolo. Nè si sarebbe taciuta sopra tale stranezza e quasi negligenza dei riguardi dovutile, se non l’avesse attribuita alla vivacità, ond’ella nell’uscire della fatal grotta gli avea dato a conoscere il suo regale scontento. Giudicò adunque che ne durasse ancor l’impressione nell’animo del favorito, e che tal rimembranza gl’impacciasse a malgrado di lui medesimo, quelle grazie e que’ vezzi che sì giocondamente per solito il rendean compagnevole.

Nè sì tosto le si presentò tale idea, cotanto lusinghiera al cuore di femmina, scusò in proprio animo quanto era di sconvenevole verso lei nella condotta di Leicester; ed i circostanti cortigiani stupirono in veggendo, che anzichè trovarsi offesa delle reiterate distrazioni del favorito (colpe ch’ella non era usa a perdonare) studiavasi di offerirgli occasioni a riprendere coraggio, e gliene agevolava i modi con una indulgenza non connaturale ad essa in simili casi. Pure ognun prevedea che sì fatta indulgenza non poteva essere di lunga durata, e che Elisabetta cedendo alla forza primitiva della sua indole, stava già per irritarsi del contegno di Leicester, allorchè venne a questo per parte di Varney un avviso onde volesse trasferirsi nel contiguo appartamento. Dopo essersi lasciato chiamare due volte alzossi, e fece atto di volere uscire in tutta fretta, poi arrestatosi d’improvviso chiese alla Regina la permissione di allontanarsi per affari premurosi.

«Come vi piace, o Milord, le diss’ella. Non ignoriamo che la nostra presenza in questo luogo vi dee cagionare affari non preveduti ed istantanei. Nondimeno se vi è grato che Elisabetta si consideri da voi accolta come noi accoglieremmo un ospite ben veduto nella nostra reggia, vi preghiamo a pensare un poco meno ai nostri piaceri, ed invece a darne a conoscere la vostra giocondità meglio che da alcune ore nol fate. Si ricetti un principe od un contadino, la cordialità è sempre la migliore fra le accoglienze. Andate, Milord; noi speriamo al vostro ritorno di vedervi più serena la fronte, e di scorgere in voi quell’amabile scioltezza, cui avete accostumati i vostri amici.»

Tutta la risposta di Leicester si stette in un rispettoso inchino, indi uscì; e giunto alla porta dell’appartamento, incontrò Varney, che trattolo con grande sollecitudine in disparte gli disse all’orecchio: «Il tutto va a dovere.»

«Masters l’ha egli veduta?» chiese il Conte.

«Sì, Milord, nè avendo ella voluto rispondere alle sue interrogazioni, nè dargli spiegazione sul motivo del suo silenzio, questo medico attesterà esser ella di fatto presa da un’infermità di mente, nè rimanere ad operar miglior cosa del rimetterla fra le mani de’ suoi amici. L’occasione è sicura per allontanarla giusta quanto si risolvè.»

«Ma Tressiliano?» rispose Leicester.

«Gli si terrà per ora occulta la partenza, che debb’essere questa sera, e domani penseremo a lui.»

«No, per l’anima mia! esclamò Leicester, di Tressiliano voglio vendicarmi colle mie mani medesime.»

«Voi, Milord, vendicarvi d’un uomo di sì lieve conto qual è Tressiliano! Oh! no, mio signore. Egli ha sempre mostrato desiderio di correre terre straniere. Prenderommi io cura di lui, e riposatevi sopra di me che non tornerà sì presto a raccontar la storia de’ suoi viaggi.»

«No, giur’al Cielo, Varney! Chiami tu di lieve conto un nemico da cui m’ebbi sì profonda ferita, che il viver mio non sarà d’or innanzi fuorchè una vicenda di rimorsi e di cordogli! No. Anzichè perdere il diletto di vendicarmi colle mie proprie mani di un tale sciagurato, andrò io medesimo a svelare ogni cosa ad Elisabetta, ad implorare la sua vendetta sulla testa dei colpevoli e sulla mia.»

Varney scorse non senza concepirne terrore tanta essere la perturbazione di animo nel Conte, che non giugnendosi a sedarla, egli era ben anco capace di portarsi a quest’atto estremo di disperazione, atto estremo che avrebbe irreparabilmente mandati a vôto gli ambiziosi disegni che così per sè come pel proprio padrone avea divisati costui. Ma il furore del Conte vie più raccoltosi quanto più fu concentrato parea non ammetterebbe argini se straripava; gli fiammeggiavano gli occhi, mal fermo ne era il suon della voce, livida bava gli scendea dalle labbra.

Pure il suo confidente giunse a padroneggiarlo in mezzo a questa estrema tempesta. «Mio signore, gli diss’egli traendolo innanzi ad uno specchio, guardatevi in questo cristallo, e giudicate voi stesso se una così alterata fisonomia sia quella d’uomo capace di prender partito da se medesimo in una circostanza cotanto grave?»

«Che pretendi adunque fare di me? (disse il Leicester, colpito dal cambiamento della propria fisonomia nel tempo stesso che s’adontava della libertà presasi da un suo subordinato). Sono io il tuo suddito, il tuo vassallo? o divenni forse lo schiavo d’un mio servo?»

«No, Milord (disse Varney mostrando una fermezza, che sarebbe stata bella in tutt’altri, e per tutt’altra occasione); ma se vi piace comandare, comandate a voi stesso ed alle vostre passioni. Arrossisco, io che vi servo fin da’ prim’anni di vostra infanzia, al vedere la debolezza che dimostrate in tal punto. Correte ai piedi d’Elisabetta; confessate le contratte nozze. Accusate siccome adulteri la moglie vostra e il suo amante. Promulgate alla presenza di tutta la Corte che foste il trastullo d’una giovinetta di villaggio, e del suo erudito zerbino. Fatelo, Milord; ma ricevete prima le salutazioni di Riccardo Varney, che rinunzia a tutti i beni di cui lo colmaste. Egli potè prestar servitù al grande, al magnanimo Leicester, egli era più orgoglioso d’obbedire a lui che di comandare ad altri; ma questo istesso Leicester che si digrada da se medesimo, che cede al menomo colpo d’avversa fortuna, i cui sublimi divisamenti si dileguano come fumo al più leggier soffio delle passioni, non è questi l’uomo cui acconsentirà Varney di servire. Varney porta un’anima tanto superiore a quella di Leicester, quanto gli è inferiore per ricchezze e per grado.»

E nell’ultimo asserto Varney non era ipocrita, comunque la fermezza d’animo di cui pompeggiava non fosse in esso che crudeltà e profonda dissimulazione; ma ei sentiva veramente in sè le superiorità onde vantavasi; e in tal momento la premura d’assicurare quello ch’ei chiamava _alto destino_ di Leicester, ne animava i gesti e prestava alla costui voce gli accenti d’una insolita commozione.

E fu questo che soggiogò finalmente il Leicester. Parve all’infelice Conte di vedersi già abbandonato fin dal migliore fra’ suoi amici, onde stendendo le mani verso il Varney pronunziò tali parole. «Non abbandonarmi. Che vuoi tu ch’io faccia?»

«Che voi siate voi stesso, mio nobil padrone (disse il Varney, baciando la mano al Conte dopo avergliela stretta con rispettoso affetto) che voi siate voi stesso, e superiore agl’impeti di quelle passioni, che sconvolgono l’anime vulgari. Siete voi il primo che abbia provato tradimenti in amore? Il primo al quale una giovane capricciosa e leggiera abbia inspirato un affetto, di cui ella siasi fatta giuoco in appresso? V’abbandonerete adunque ad una forsennata disperazione, sol perchè non foste più saggio che l’uomo più saggio del mondo nol fu? Ch’ella sia per voi come se non vissuta giammai. Che la ricordanza di lei si cancelli dalla vostra mente come indegna d’avervi mai avuta una sede. Che l’ardimentoso disegno da voi concetto stamane si faccia quasi decreto emesso da un ente supremo, atto di indipendente giustizia. Ella meritò la morte, ella muoia.»

Mentre Varney favellava in tal guisa, la mano del Conte gli premea con forza la sua. Al veder Leicester immoto col labbro superiore stretto all’inferiore e con aggrottate ciglia, sarebbesi detto operasse sforzi onde dal confidente si trasfondesse in lui quella fermezza fredda, atroce, inumana, che i costui detti gli persuadevano. Allorchè tacque il Varney, Leicester gli stringea tuttavia la mano. Finalmente con ricercata tranquillità giunse a pronunziare queste parole: «Acconsento: ella muoia. Ma almeno mi si conceda versar una lagrima.»

«No, mio signore, rispose con forza il Varney, che scorse nel ciglio già inumidito del padrone, come la pietà di leggieri avrebbe ripreso il suo imperio. No, mio signore. Ora sono inopportune le lagrime. È d’uopo pensare a Tressiliano.»

«Oh! questo sol nome basterebbe a cambiar le lagrime in sangue. Varney, vi ho pensato. Ho risoluto, Tressiliano sarà mia vittima.»

«Ella è una follia, Milord; ma voi siete potente troppo ond’io presuma arrestare il braccio della vostra vendetta. Scegliete solamente e il tempo e il destro, e non vi cimentate finchè l’uno e l’altro non vi s’appresentino.»

«Farò quanto vorrai, purchè non ti opponga a questo disegno.»

«Ebbene, o Milord, disse il Varney, incominciate dunque col fare scomparire dal vostro volto quella fisonomia cupa e smarrita, che trae sopra di voi gli sguardi di tutta la Corte, e che la Regina non vi avrebbe mai perdonata se in questo giorno non si facesse ella uno studio d’usarvi ogni sorta di riguardo.»

«Ho dunque dato a scorgere verso lei tanta incuria? soggiunse il Leicester, che pareva uscisse d’un sogno. Io credeva aver composti adattatamente il contegno e la fisonomia; ma non temere di nessuna cosa. Ora è in pace il mio spirito. Io sono tranquillo. Il mio oroscopo sarà compiuto, e tutte le facoltà dell’animo mio si adopreranno a secondare il destino che mi s’appresta. Non temere per me, ti dico. Io torno presso della Regina. Non la cederò a te nel far sì che i miei sguardi o i miei detti non tradiscano il mio interno. Non hai tu null’altro da dirmi?»

«Debbo pregarvi a consegnarmi quell’anello che vi serve ad uso di sigillo. Mi diviene necessario per provare a quei vostri servi del cui ministerio mi sarà d’uopo, che mi valgo d’essi per vostro ordine.»

Trattosi dal dito l’anello, il Leicester lo consegnò con volto cupo e smarrito al Varney, e solamente aggiunse a mezza voce ma con accento terribile, questi detti: «Qualunque cosa tu eseguisca, opera con prontezza.»

Intanto la prolungata assenza del Conte facea nascere ansietà e sorpresa in coloro che si stavano nella sala del trono, ed i Leicesteriani assai s’allegrarono, poichè il videro entrare con tal contegno che facea crederne l’animo sgombro d’ogni molesta cura.

Il Conte di fatto mantenne per tutto quel giorno la promessa data al Varney, che fin d’allora si credè sciolto dalla necessità di sostenere una parte brillante che alla sua indole repugnava, e riprese a mano a mano le consuetudini gravi e severe, e quello spirito satirico ed indagatore a lui famigliare.

Il Leicester si comportò presso Elisabetta com’uomo il quale profondamente ne conoscea e la forza d’animo, e le fralezze, che sotto due o tre aspetti adombravano i pregi di questa Regina. Troppo avveduto per non dare a divedere istantaneo salto dal contegno che serbava prima di ritrarsi col Varney al contegno presente, compose fin sulle prime dell’avvicinarsi ad Elisabetta e gli atteggiamenti e le parole ad una dolce malinconia, da cui trapelava tenero affetto in ver la Sovrana. E questo sentimento pareva aumentarsi vie più in proporzione de’ contrassegni di favore ch’egli ne ricevea, e il trasse a proteste amorevoli le più fervorose, le più assidue, le più delicate e persuasive e ad un tempo le più rispettose, che mai suddito abbia indiritte a Sovrana. L’udiva siccome estatica Elisabetta, in cui avresti detto addormirsi la gelosia del potere, e venir meno la risoluzione fermata in prima d’evitare ogni vincolo domestico per darsi unicamente alle cure del regno. In fine la stella di Dudley dominò anche una volta sull’orizzonte della corte Inglese.

Ma tale trionfo che sulla natura e sulla propria coscienza andava riportando il Leicester, fu avvelenato per più riprese, non solamente dalle rampogne di un interno sentimento mal tollerante dello sforzo cui colpevoli divisamenti lo costrigneano, ma ben anche da altre circostanze che nel durare del banchetto e delle feste svegliavano nell’animo del Conte un’idea divenutagli tremendo supplizio.

La prima di tali circostanze fu la seguente. Terminata la mensa, stavano i cortigiani aspettando nella gran sala una sontuosa mascherata che dovea contribuire ai passatempi di quella sera, ed intanto il Leicester adoperava l’amenità del suo ingegno nel dir leggiadri motti intorno il lord Wellonghby, Raleigh, e molt’altri cortigiani, allorchè la Regina prese a dirgli con brio: «Milord, noi ordineremo vi si tratti come reo d’alto tradimento, se continuate in tal guisa a farci morire dal ridere. Ma giunge in tempo l’uomo che ha la prerogativa di rendervi serio a suo talento. Ecco il bravo medico Masters, che non v’ha dubbio ne arreca notizie della nostra povera supplicante lady Varney. Spero, signore, che non ci abbandonerete or che si discute una querela di sposi, argomento sul quale non abbiamo esperienza per poter pronunziare senza il soccorso d’un buon consiglio. Ebbene, Masters, che pensate voi di questa povera delirante?»

Il sorriso onde si avvivarono fino a quel punto le labbra di Leicester, a tai detti della Regina vi si fermò, come se lo avesse sovr’esse scolpito lo scarpello di Michel Angelo, o del Chauntry, immobilità che durogli tutto il tempo speso dal medico nel suo riferto.

«Lady Varney, graziosa Sovrana, si mantiene in un cupo silenzio, nè vuol meco spiegarsi sullo stato di sua salute; ferma inoltre nel non voler rispondere alle interrogazioni d’alcun altra persona, ella chiede di perorare la propria causa dinanzi alla Maestà vostra.»

«Il Cielo me ne liberi! sclamò la Regina; abbiam già sofferto abbastanza delle turbolenze e delle discordie, che sembrano seguire questa donna infelice ovunque ella si trae. Non siete voi del mio parere, o signore?» soggiunse Elisabetta volgendo a Leicester tal guardo, ove pigneasi il rincrescimento delle cose accadute nel _luogo di delizia_ alla presenza d’Amy. Il Leicester rispose con profondo inchino, poichè gli tornò vano ogni sforzo inteso ad esprimere con parole che _tale era parimente il suo avviso_.

«Voi siete vendicativo, o signore, disse allor la Regina, ma sapremo punirvene a tempo e luogo opportuno. Torniamo alla nostra guastafeste, a lady Varney. Che vi pare o Masters, dello stato suo di salute?»

«Maestà, ella è immersa in una nera malinconia, come vel dissi, rispose il Masters; ella non vuol sottomettersi ad alcuna prescrizione medica più che rispondere alle mie inchieste. La credo invasata da un delirio, che mi sembra del genere _ipocondriaco_ anzichè del _frenetico_ e stimerei opportuno, che il marito la facesse curare in propria casa lontano da tutto questo tumulto, che ne turba vie più la debole mente, e le mostra immaginari fantasmi. Ella si lascia sfuggire parole per cui un estraneo la giudicherebbe qualche gran personaggio travestito, qualche contessa, o che so io? principessa!... Il Cielo l’aiuti. Son queste le solite _allucinazioni_ degli sfortunati soprappresi da morbi di tal natura.»

«Ebbene, disse la Regina, si faccia tosto partire, e venga affidata alle cure di Varney; ma ch’ella abbandoni senza indugio il castello. Se tal è il suo delirio, in fede mia! ella potrebbe anche immaginarsi d’essere qui la padrona. Ella è però una grande sventura che così avvenente donzella abbia perduta la ragione in sì fatta guisa. Che ne dite, Milord?»

«Ella è veramente una grande sventura,» replicò il Conte lasciando scorgere il contraggenio di chi risponde per obbligo sol di rispondere.

«Ma che? soggiunse Elisabetta, non la pensate siccome noi intorno l’avvenenza di questa giovinetta? Per vero dire ho veduto uomini preferire l’occhio maschile e maestoso di Giunone a queste bellezze delicate, che chinano il capo siccome giglio se il gambo n’è infranto. Sì, Milord: gli uomini sono tai nemici del nostro sesso che la pugna li diletta più della vittoria, e simili a vigorosi atleti, amano le donne in proporzione della resistenza che da queste si vedono opporre. Mi unisco a voi, mia Rutland, nel giudicare che se si potesse costrignere Leicester a sposare una figurina di cera qual è la giovane Robsart, ciò tornerebbe allo stesso col fare ch’ei si augurasse la morte dopo il primo mese di matrimonio.»

Nel profferire tali accenti, volse ella uno sguardo cotanto espressivo al Conte, che a malgrado dei rimproveri d’odiosa doppiezza mossigli dalla coscienza, trovò forza bastante per dire ad Elisabetta, essere l’amor di Leicester un amor sottomesso più di quanto ella il credea, poichè volto a persona, cui obbedirebbe sempre, non comanderebbe giammai.

Fattasi rossa in volto la Regina, impose silenzio al Conte, e intanto gli occhi di lei manifestavano la speranza che ella avea di non essere obbedita.

In tale momento il suono delle trombe e il romor dei tamburi che si fece udir da un balcone annunziò l’arrivo della mascherata; onde per allora il Leicester fu libero dallo stato orribile di sforzo, e di simulazione in cui l’avea posto la sua politica tenebrosa.

La mascherata che tosto entrò dividevasi in quattro separate bande, composte ciascuna di sei personaggi principali, e di altri sei che a qualche distanza portavano fiaccole. Tai gruppi rappresentavano le diverse nazioni che a mano a mano avevano occupata l’Inghilterra.

I Bretoni aborigeni che entrarono i primi, venivano condotti da due druidi, i cui bianchi capelli andavano coronati di quercia, e che portavano in mano un ramo di vischio. Il drappello che seguiva i venerandi vegliardi, era accompagnato da due Bardi in bianca veste, che per intervalli toccavano le loro arpe ed intonavano cantici ad onore di Belo o del Sole. Furono scelti a rappresentare i Bretoni quelli fra i gentiluomini della Corte che prevalevano agli altri per altezza di statura e per robustezza; la loro maschera vedeasi fregiata di lunga barba e lunga capigliatura; pelli di volpe e d’orso vestianli. Tutta la parte superiore del loro corpo mostravasi coperta d’un drappo serico color di carne, su di cui scorgeansi bizzarramente delineate varie figure di corpi celesti, e d’animali e d’altre cose allegoriche, per lo che rassembravano al giusto que’ nostri maggiori, contro la cui independenza i Romani attentarono.

I figli del Lazio che portarono la civiltà all’Inghilterra venivano dopo i Bretoni. Chi vestiva le maschere nel loro carattere aveva con tutta verità imitati i grandi elmi, gli abiti guerreschi usati da quell’illustre nazione, i suoi scudi fitti ed angusti, e quella corta spada a due tagli, che la fece trionfatrice del mondo. L’aquila Romana precedea quel drappello, mentre i due porta stendardi cantavano un inno in lode del Dio della guerra; li seguivano i combattenti col portamento grave e sicuro d’uomini che aspiravano alla conquista dell’Universo.

Il terzo gruppo rappresentava i Sassoni, coperti delle pelli d’orso che portavano seco dalle foreste della Germania. Armati il braccio di quella terribile lor picozza di punta e taglio che fece tanta strage de’ primitivi Bretoni, li precedeano due Scaldi, cantori che intonavano le lodi di Odino.

Venivano finalmente i cavalieri Normanni, vestiti della lor ferrea maglia, e coperti dai loro elmi d’acciaio. Due _menestrelli_[10] che cantavano le guerre, e le donne si presentavano i primi di questa schiera.

Tutti i ridetti personaggi entrarono serbando il massimo ordine nella sala, dopo essersi arrestati prima alcun tempo alla soglia, affinchè gli spettatori potessero innanzi contemplarli a lor agio; indi fecero il giro della sala per dispiegare le loro file. I personaggi principali posero dietro a sè gli altri, incaricati delle fiaccole, e si collocarono dalle due bande della sala in guisa, che i Romani stessero rimpetto ai Bretoni, ed i Sassoni ai Normanni. Parve allora che una parte guardasse con occhio sorpreso l’opposta; alla sorpresa succedè lo sdegno, espresso con gesti minaccevoli, indi ad un segnale dato dalle bande di musica militare poste in orchestra, questi finti nemici sguainarono le loro spade, e marciarono gli uni contro degli altri in cadenza, ed eseguendo una specie di danza militare; batteano coi loro acciari l’armatura degli avversari ogni volta che si scontravano insieme secondo le norme di quella danza. Fu spettacolo bizzarro a vedersi il buon ordine onde quelle diverse truppe a malgrado delle loro fazioni che apparivano sì irregolari, serbavano sempre il tempo, e si mescolavano, si disgiugnevano, tornavano ai loro posti, come il voleano i vari tuoni di musica.

Tali danze allegoriche rappresentavano i combattimenti che accaddero fra i diversi popoli, che occuparono altra volta il territorio della Gran Brettagna.

Finalmente dopo molte fazioni che assai dilettosamente intertennero gli astanti, s’udì uno di quegli squilli di tromba nunzi soliti d’una battaglia, o d’una vittoria; ed a questo le persone immascherate interruppero le loro danze, e raunatesi ognuna presso i loro capi, parve dividessero l’attenzione degli spettatori, conversi ad osservare qual cosa a questo suono di tromba dovesse succedere.

Spalancatisi entrambi i battitoi della porta, apparve un incantatore. Era egli il celebre mago Merlino, messo in abito strano e misterioso, che indicava la sua doppia nascita, e l’arte magica ch’ei possedea. Dinanzi e dietro a lui folleggiavano e facevano scambietti per aria molti personaggi stravaganti, che rappresentavano gli spiriti pronti ad ubbidire i comandamenti del mago, parte di festa sì gradevole ai servi ed agli altri vassalli, che parecchi d’essi dimenticando il rispetto dovuto alla Regina penetrarono fin nella sala.

Il conte di Leicester accorgendosi, che i suoi uficiali avrebbero durato fatica ad allontanar questa ciurma, senza che accadesse qualche disordine alla presenza di Elisabetta, si alzò egli stesso trasferendosi in mezzo al salone; ma la Regina con tratto di bontà non nuovo in lei, mostrò desiderio che si permettesse al popolo di assistere a quel passatempo. Per vero, il Leicester aveva anche colto volentieri tale pretesto per allontanarsi dalla Regina, e per sollevarsi alcuni istanti dal penoso incarico di nascondere sotto velo di giocondità e di galanteria lo strazio che faceano del suo animo il rimorso, la vergogna, lo sdegno e la sete della vendetta. D’un gesto e d’un guardo impose silenzio a quella moltitudine; ma in vece di tornarsene presso la Sovrana, s’avvolse nel suo mantello, e mescolandosi alla folla, rimase in tal qual modo un oscuro spettatore dell’ultima parte di quel divertimento. Avanzatosi Merlino in mezzo alla sala, colla sua bacchetta magica fe’ un cenno alle bande rivali, onde si assembrassero attorno di lui; indi con un discorso in versi annunziò ad esse, come l’isola della Gran Brettagna fosse allor governata da una vergine regale, cui per voler del destino tutte le

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