Il giorno dopo era un tempo bellissimo. Per tutta la lunga catena, rotta in mille punte, di quelle aspre montagne, le nevi splendevano come marmo carrarese nell’aria azzurra e sfolgorante di sole. Era una vera festa invernale.

Il dottor Fabio aveva ripreso a leggere quella traduzione d’Omero. Avendo custodito per tanto tempo i capelli della morta, ella gli dava come un senso d’affettuoso legame che ancora esistesse tra lui e donna Angioliera.

A un certo punto, visto dall’orologio che era trascorsa l’ora d’andare al suo ufizio di medico provinciale, chiuse il libro, e uscì frettoloso.

Incontrò per via i soliti cavalieri e i soliti poveri, che non avevano altra croce che quella visibilissima della loro orrenda miseria. Uno di loro gli si accostò zoppicando, per domandargli timidamente, non l’elemosina, ma soltanto se stava bene.

— Benissimo, amico mio! — gli rispose il dottore, ma non ebbe cuore di rivolgergli il medesimo complimento.

Quei miseri, con quel bel sereno a 10 gradi e più sotto zero, frescheggiavano vestiti dei medesimi stracci dell’estate. Non possedendo che quei luridi cenci, che portavano sempre addosso come la pelle, nè avendo nulla da custodire, avevano il gran vantaggio, che non abbiamo noi, di risparmiarsi la pigione di casa, bastando loro la stalla, il fienile, quando trovavano quel ricovero presso qualche pio contadino, che sperava d’esserne ripagato da Dio. Così avevano la bella comodità di passar la notte al coperto senza spendere un soldo, e il giorno, con lentezza sgomenta, col viso terreo, impresso dall’agonia di tutti gli stenti, e di tutti gli avvilimenti, erravano, e guardavano con l’ansietà della speranza, o della disperazione, se da quella casa, o da quella via appariva il tale atteso benefattore. Quante lunghe ore di fame, di freddo, e di stanchezza pazienti per ricevere, e non sempre, l’elemosina stentata, d’un soldo!... Anche stando in casa s’udiva quando a quando il loro lento zoccolìo per la strada. Erano sempre i medesimi vecchi decrepiti, i medesimi zoppi, ciechi, cretini, giocondi o malinconici, della città e del contado; quasi fossero deputati a rappresentare stabilmente a Villapluvia la loro onoratissima casta con tutte quelle insegne del destino e della tribolazione, per cui ella apparisce così chiara e così distinta fra le altre classi sociali. Ogni tanto ne spariva qualcuno, morto di fame, di freddo, d’avvilimento, o, più allegramente, briaco, essendovene di quelli che si sfamavano più con l’acquavite che con la sciocca polenda; perchè l’acquavite dava forza alle loro esauste vene, e quasi un’allegria da signore: cantavano allora, ridevano, e cadevano. Ma il giorno dopo si vedeva subito un nuovo rappresentante occupare il posto rimasto vuoto; un buon posto: per esempio il comodo scalino di quella chiesa, di quell’ufizio pubblico, o lo sbocco di quella strada ove il passo dei benefattori era più frequente.

Quei cavalieri della miseria (ordine non cavalleresco, ma il più antico di tutti, essendo stato istituito dall’Eterno Padre subito dopo la cacciata dal paradiso terrestre), facevano tutti un sincero buon viso al dottore, che lo gradiva, in mezzo a tanta superbia e musoneria. Egli sperimentava come vi sia un’ostilità che nulla può dissipare, nè la cortesia, nè la benevolenza, nè il benefizio, ed è quella a cui non si dà alcun motivo, ma che dipende solo dal malanimo altrui. E di questa non ne mancava il dottor Fabio, sia da parte di alcuni suoi dipendenti, sia da parte delle autorità locali, e dei burocratici abilissimi.