L’orologio del prossimo campanile suonò lentamente le nove. Il dottore contò quei tocchi a uno a uno, e gli parvero più lenti, più fiochi del consueto.
«Par che si risenta del tempo anche l’orologio» egli disse, alzandosi da sedere. «Non suona, ma sbadiglia, nell’aria noiosa le ore eterne... Ma su via, rallegriamoci! pare che un mutamento sia avvenuto nell’universo; vedo laggiù luccicare e scorrere un po’ di luna nel fiume...»
Benchè fosse freddo (nove o dieci gradi sotto zero) egli aprì la finestra, e un’aria gelata entrò nello studio. Camuffi si riparò subito nella camera accanto; Speranza rimase a tremare al suo posto.
La notte oscurava la valle, dove la curva ampia del fiume trascorre in più rivi per un letto arido e largo come quello d’un lago, tra balze sfuggenti all’orizzonte in linee di neve lontana, e sopra le balze gli erti, continui picchi delle montagne così variamente dipinte, durante la luce diurna o dalle nubi passeggere e dal sole.
Ora invece, essendosi un poco rasserenato, la popolosa solitudine delle stelle tra foschi veli di nebbia, la luna piena e velata, simile all’ombra del sole spento, versavano sulla valle una luce buia, o poco più viva delle ombre; ma, mista a quell’albore che gettava la neve, pur sufficiente a cambiare la notte quasi in un crepuscolo moribondo. Un incanto di morte estendevasi sulla terra inerte, tacita, oscura, dove ogni pianta, ogni cosa che vi sorgesse, aveva un’apparenza spettrale. Un grande abete e diritto, co’ suoi immobili rami spanti, pareva un immenso ragno dormente che allargasse nell’oscurità le branche pelose. Il fiume, indicato da un fiochissimo luccichìo bruno, sussurrava come un transito di persone che si allontanassero sempre sempre, senza mai dileguarsi. All’orecchio del dottore suonava quel mormorìo siccome un cantico eterno seguitato di valle in valle fino al seno di tutte le armonie, fino al mare...
«Allegri dunque! allegri!» egli disse «domani sarà bel tempo,» e richiuse la finestra.
Un’allegria che durò poco. Dopo il lavoro angustioso reso più duro dalla malevolenza e dalla scempiaggine altrui, dopo la solitudine di tutta quella triste giornata d’inverno (solitudine interrotta da ombre antipatiche e ripugnanti), lo tormentava un desiderio d’aprirsi a qualche anima che lo potesse comprendere, e non infida; e a lei comunicare quella parte di sè, oscura anche a lui, ma più intima, più geniale, che gli pesava, come una vena compressa e inquieta e gemebonda, nel fondo della coscienza.
Mancando d’una simile compagnia, pensò di ricorrere alla lettura d’un poeta. Prese il lume e incominciò a scorrerlo innanzi alle lunghe file dei molti volumi allineati sugli scaffali.
Gli passavano sotto gli occhi i libri che da fanciullo aveva visti nella biblioteca paterna, desiderandoli avidamente, rubandone anche qualcuno, e parendogli un’immensa felicità il possederlo. Altri libri laceri, vecchi, gli ricordavano la scuola, la gioventù, tante cose, tanti compagni smarriti; e tutto gli pareva buono, ingenuo, sincero in quel tempo giovanile così lontano, a paragone di ciò che aveva sentito e sperimentato più tardi.
Finalmente posò la mano sopra un libro quasi nascosto tra ponderosi volumi, lassù nel palchetto più alto dello scaffale. Lo trasse fuori con mano impaziente, e soffiò via la polvere che cuopriva il filo delle pagine tinte d’un bel colore di sinopia come voleva lo stile antico della bella rilegatura in pergamena dorata. Così riccamente legato, quel libro eragli stato reso dopo un lungo trattenimento. Egli non solo non l’aveva più riaperto, ma, quasi disamandolo, l’aveva allontanato da sè, forse per non ridestare una memoria incresciosa.
Era l’_Iliade_ di Omero tradotta in prosa fedele, semplice, ritraente la schiettezza, talora quasi rozza, del testo; per cui pareva inferiore ad altre celebri traduzioni che ingentiliscono, con le eleganze di scuola, e insieme scemano quel poema, sorto, per sola spontaneità di natura, come albero gigantesco e selvaggio.
Egli l’aveva letta da giovane, standosene seduto ad una finestra, sul vespro, e l’incanto della poesia omerica, pareva, in quei giorni, comunicarsi alla placida luce del sole che illuminava i monti lontani. Ora, seduto al tavolino, e sfogliando il libro, si compiaceva di risentire in sè quel fascino di poesia e di natura compenetrate in quel suo ricordo di gioventù. Si compiaceva pure di non avere mutato gusto, perchè i passi allora segnati, erano ancora quelli che gli piacevano di più; ed erano non le note fulgenti al gran sole olimpio, nè recanti l’eco delle vaste carneficine, ma quelle ove l’eterna verità del destino umano esce talora, come lamento di flauto, dal petto dell’eroe favoloso.
Rileggeva e ammirava quei passi, finchè, svoltando una pagina, vide rifulgere ad un tratto, come se gioissero di rivedere la luce, alcuni pochi capelli biondi rimasti tra quelle carte dimenticati o ignorati... A quella vista tutta l’epopea omerica gli fuggì dal pensiero. Elena bella e serena anche nel tempo reo delle stragi, Andromaca piangente la patria e la famiglia distrutte, la varietà dei fati eroici e dei numi, tutto a un tratto dimenticò per non pensare che a una debole donna di questo mondo.
Gli pareva di vedersela innanzi alta e snella come _naiade_ natante nelle scorrevoli onde, d’un vivo pallore, coi capelli fulgidissimi, finissimi, ondanti e avvolti sul suo largo seno materno, mobili e lievi come il riso fatuo dell’amore, e della sua piccola bocca.
Una bocca che, con un lieve accenno sensuale, pareva amorevole e pura, come i suoi occhi mantenevano la loro amabile mestizia anche nel brio delle risa, alle quali s’abbandonava sì volentieri! Ma nulla era più insinuante della sua voce: una voce dolce e fortemente acuta come uno strale, e più mite quando ella più ardeva. Ella sapeva adescare con la sua stessa freddezza di donna insensibile, lasciandosi poi trasportare dalla passione come da una violenza divina: un gran fuoco che poi si spense. La lunga e delirante soavità de’ suoi baci non lo consunse, non gli fu così dolce, come dipoi gli fu amaro il lento dolore della vigilia e dell’abbandono...
Il dottore percosse il pugno sul libro, e lo respinse da sè. S’alzò per aprir la finestra, e disperdere al vento della notte il fantasma di quella donna fascinatrice, e que’ suoi capelli, ultima reliquia di lei... Se non che si arrestò perchè gli parve quell’atto uno sfogo misero, ingeneroso, e quasi una spietata profanazione.
«Come l’amor proprio è sempre duro e villano! egli disse. Angioliera mi nascose, quasi presaga, questi suoi capelli in questo libro, che ella tenne sì lungo tempo presso il suo letto... me li nascose perchè io, nel silenzio di questa notte e di questa casa, mi ricordassi di lei, che pure mi amò... e io la respingo villanamente, quando invece dovrei compiacermi di questo suo pensiero gentile, io che nessuno ormai più ricorda! io che son solo!...»
E l’uomo sensuale e superstizioso, e bisognoso ancora d’un culto in quel vuoto orribile del suo cuore, in quella dispersione sua d’ogni fede, ricadde ancora a guardare, con riverenza d’adoratore, quei pochi capelli fulgidi ancora, e lunghi e fini e alianti al suo respiro su quelle carte... allorchè vide a piè di pagina, solcate dall’unghia, queste parole d’un senso sì funebre e sì pietoso:
«Achille, tu mi dimentichi... più non ti ricordi di me... Dammi la mano, io te ne supplico piangendo, perchè non tornerò più dall’Ade... non ci confideremo mai più l’uno all’altro...»
«Oh illusione!» esclamò il dottore «questa voce dell’ombra di Patroclo mi risuona ora nel cuore come se Angioliera me la inviasse!... E mi sembra averla vicina, e che un’aura di lei mi sospiri intorno... Ma io sospiro; non lei, fredda e muta! Così viene il giorno, indicibilmente penoso, della cessazione, della separazione inevitabile anche per quelli che si sentirono con il vincolo più forte, e più spontaneo, congiunti; e più non rimane che il suono terribile di quelle tre sillabe inesorabili, fredde, brevi: Mai più!... Ma dopo che la morte le ha pronunziate, come tutto diviene pio, religioso, silenzioso!... Divengono candide, o soltanto compassionevoli, tutte le anime umane, e tutte le colpe. Quale universale perdono, significato dal più alto silenzio, si diffonderà un giorno sull’immenso campo ove saranno adunate tutte le ceneri di questo enorme vulcano di passioni, d’insidie, di bassezze, di cupidigie: triste vulcano su cui impera la Morte... E però taccia il rancore, e parli solo l’affetto buono e pio. Io ti perdono, Angioliera: il tuo impuro fuoco ti spense. Ti perdono, o fiore caduto, se concedesti anche ad altri le grazie del tuo profumo, e poi lo strazio de’ tuoi tradimenti!... Ti perdono il male, per il bene che mi volesti; te lo perdono per Maria, l’innocente e pura Maria, che non ho più riveduto... buona Maria, di cui non ho avuto più nuova...»
Donna Angioliera era morta da molti anni.
PARTE SECONDA.
All’Ufizio.