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dall’Inghilterra, e questa era la medicina che ci voleva per vostra moglie: e l’avrebbe salvata, non gliel’ha ordinata...

— Birbaccione! — sclamò l’Eufemia.

— Assassino! — gridò il contadino — o dargliela ora a mia moglie?

— Ora è troppo tardi, e poi io senza la ricetta del dottore non posso darla.

— Ma dove sarà?

— Mah... sarà andato a caccia.

— Oppure da qualche donna — aggiunse l’Eufemia.

— Pensare che rimango con tre creature!

— Pover uomo, meritate tutta la compassione! — disse l’Eufemia — tutta colpa sua, del medico nero! è tanto ingannatore! tanto traditore! tanto canaglia!...

Il contadino fuggì disperato dalla bottega.

— Mi ha ammazzato la moglie! mi ha ammazzato la moglie, quel medico infame! — egli ripeteva, empiendo de’ suoi lamenti il paese, e poi la camera della morta, dove vagiva una culla.

Il sor Telemaco si fregava le mani e diceva: — Eh perdio! non mi morse lupo che io non mi rifacessi col suo pelo: mi hai impedito di vendere il mio piccolo chinino ai contadini, non m’hai sposato la figliuola, o prendi canaglia!...

Più tardi capitò in farmacia il giovane medico di Gaggiano, un comunello poco distante da Riva, e ne dissero corna insieme. Quella di Gaggiano era la prima condotta del giovinotto, ma essendo nativo di Riva, e volendoci ritornare, cercava di scalzarne il medico nero. Anche lui dunque ripeteva con sicumera agl’imbecilli del paese, che erano un numero rispettabile, che la contadina, con certi espedienti, poteva esser salvata; ma il medico nero o gli ignorava, o non ci aveva pensato. Era innegabile, egli soggiungeva, che il medico nero disprezzava troppo scetticamente gli immensi sussidi della farmacopea. E lo stesso press’a poco ripeteva il veterinario, tristo individuo, che si sentiva troppo soggetto anche lui all’occhio severo e vigile del dottore.

Il rispettabile numero, così facilmente aizzabile, s’indignava, e già s’agitava con quel vagante e torbido mormorìo che precede lo scoppio della procella. Il sindaco temeva una rivolta di popolo, e ne aveva scritto alla prefettura. La prefettura aveva scritto al capitano dei reali carabinieri perchè il comandante della stazione più prossima a Riva, si recasse con due uomini sul luogo, immediatamente. Il furore del maggior numero lampeggiò la sera stessa che fu seppellita la contadina: volarono dei sassi a fracassare i vetri al dottore. Egli si precipitò giù in istrada. Nessuno era stato. Lo salutarono rispettosi e si dispersero nell’oscurità del crepuscolo, sibilando.

I carabinieri passeggiarono a lungo su e giù... Ma quel malanimo del numero rispettabile, essendo stato impedito dai carabinieri di sfogarsi coi sassi, le fucilate, le bombe, il petrolio, la dinamite, ricorse a un giornaluccio della provincia come al suo esòfago naturale.

E dall’esòfago uscì il giorno dopo un’accusa tuonante come appunto il grido d’una moltitudine. Il dottore aveva mancato al proprio dovere col sacrifizio d’una vita: la vita d’una povera madre di tre figliuoli!... E qui l’esòfago rivolgeva due lunghissime apostrofi funebri l’una ai figliuoli, e l’altra alla madre, che riuscirono d’un effetto lacrimatorio grandissimo: il giornale andò a ruba, e raddoppiò gli abbonati. Il dottore si degnò di rispondere.

Disse che egli adempiva sempre con scrupolosa coscienza ai doveri serî della sua professione, non curandosi di quegli apparenti o di falso zelo, i quali non servono a nulla, o soltanto a soddisfare la vanità propria, o ad evitare il biasimo degli ipocriti e degli sciocchi. Fece quindi la storia scientificamente esatta del male; espose i resultati dell’autopsia cadaverica, dimostrando che nessun potere umano avrebbe potuto salvare la contadina.

Queste luminose prove del vero gettate contro quei tristi, interessati o ciechi, non valsero che a invelenirli e accecarli di più.

L’esòfago sostenne di nuovo l’accusa, dimostrando con un gergo molto oscuro e confuso, ma altrettanto scientifico, che il dottore Stellini aveva trascurato quei mezzi _farmaceutici_ e _teraupetici_ che erano, in quel caso, indicati dalla più elementare dottrina medica.

Il dottore rispose ancora: ma questa volta con minacciosa ironia e arte sottile come una lama temprata, toccò sì addentro le catoniane coscienze de’ suoi accusatori, che l’esòfago tacque. Certi fattarelli che dovevano aggirarsi come le nottole nelle tenebre, paventarono che sorgesse da quelle parole del dottore un’alba importuna; il paese, non più istigato dalla pubblica stampa, si calmò, e il sindaco telegrafò al prefetto d’aver soffocato l’insurrezione.

Il dottore ebbe ancora gli onori del luogo; ma dovè visitare più brevemente o occultamente donna Angioliera, il cui nome eragli troppo caro per tollerarne la censura e l’irriverenza. Nei giorni di questa lotta, sì perversamente misera e scempia, egli aveva trepidato solo per lei. Egli pensava che forse, per obbligo vano d’ufficio, avrebbe fatto quella visita alla contadina morente, se i capelli biondi di donna Angioliera non gli avessero infuso, quella mattina, un soave oblìo delle inesorabili esigenze della vita reale. Questo era sempre il suo torto, il suo peccato, ed il suo gastigo: abbandonarsi troppo alle seduzioni della donna, dell’immaginazione e del cuore.

Egli dunque in quei giorni aveva temuto che, col suo, fosse vituperato anche il nome della signora. Ma tutt’e due avevano messo tanto studio e tanto ingegno nel nascondere il loro amore, che, per allora, potè sfuggire alla malignità, la quale, per buona fortuna, non è sempre accorta e veggente, ma qualche rara volta dorme anche lei.

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