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Abbiamo sentito la contessa Grossoni accusare anche lei il dott. Stellini per la disgrazia della povera contadina. Il dottore invece non l’aveva abbandonata se non quando i progressi rapidissimi d’una febbre infettiva, causatale da un parto infelice, soverchiavano ogni rimedio ed ogni speranza di poterla salvare. Egli dunque se n’era andato la sera da quel tugurio, intendendo di non ripetervi un’altra visita oziosa.

Ma il giorno dopo il marito della contadina ricorse disperato al dottore, quando già ella era per morire. Non lo trovò a casa, non lo trovò in farmacia, ma in farmacia ci trovò l’Eufemia, e suo padre, il sor Telemaco Figurini.

— Pover uomo! — sclamò l’Eufemia — che cosa ci si può fare noi? la colpa è di quella canaglia del medico: andate al Municipio a fare il vostro ricorso: non è la prima donna che fa morire il medico!... per lui la vita dei poveri e dei contadini, non conta nulla!

— Eppure siamo carne di cristiani anche noi! — gridò il contadino.

— Non scrive mai una ricetta: — disse il sor Telemaco, tenendo in mano, con sicumera, uno specifico che aveva preso dalla scansia riservata ai medicamenti esteri — io faccio venire le medicine da tutte le

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