In mezzo all’urto continuo, e spesso troppo violento, di tali ottusità, e di tali contrarietà, il dottore non faceva una bella vita, e, come ho detto, doveva spesso ambulare.

Così verso i 35 anni, capitò, dopo lungo vagabondaggio, a Riva di Lago, grosso paese in riva a un laghetto verdastro: bello il luogo, ma triste per la sua angustia tra le montagne, e inospitale se altro mai.

Que’ paesani erano la più parte possidenti e mercanti arricchiti in America, attaccati all’interesse come i denti d’un cane famelico alla fortuna d’un osso, ma ambiziosi di sfoggiare talora nelle loro aristocratiche mogli un lusso vistoso. Gente furba e taccagna, non aprivano mai al forestiero l’uscio di casa, e al dottore soltanto quando ci avevan qualche malato. Non c’era verso dunque ch’egli trovasse a Riva una qualche cura geniale, e questa mancanza, quegli usci chiusi, quella diffidenza scortese, quelle montagne così a ridosso gli facevano sentire vie più il peso della solitudine, con la conseguenza diretta d’una brama più frequente e più intensa d’affidarsi a una buona moglie, la quale lo circondasse d’una cura domestica fedele, affettuosa e gentile. A Riva non mancavano certo le ragazze da marito, ma la loro aria così uniforme d’innocenti e di buone, lo metteva in forte sospetto. Non pretendeva di trovare in quel piccolissimo mondo annegato nell’interesse e nella volgarità, le grazie delle amabili donne viventi nel poetico olimpo della sua mente; ma sospirava una qualche influenza alta e benefica che lo salvasse, in quelle solitudini, dalle aride febbri, e dalle paludose tempeste. La pianta resisteva fieramente agli aquiloni avversi, ma rimaneva sterile, e spesso accasciata da una specie di scirocco morale che lo scoraggiava, e lo disponeva a tutt’altro che ad elevare il cuore e il pensiero. Egli non aveva distrazioni contro il suo nemico interiore: fatte le solite visite o in tuguri pestilenziali, o in case fastose, da cui monna Superbia villana allontanava ogni gentilezza, passate più ore a studiare, ripetute sempre, in quel medesimo giro di monti, le solite passeggiate, sempre solo e sempre per le medesime vie, non gli restava che sedersi nella farmacia del signor Telemaco Figurini.

Anzi, dopo qualche mese, come uno che prenda una buona abitudine di provincia, cominciò ad andarvi ogni giorno, e proprio nell’ora in cui il sor Telemaco, occupato in altre faccende, lasciava in farmacia la figliuola, la bruna Eufemia.

Gli occhi della fanciulla spiavano il buon dottore con una serietà conoscente, e intanto ella o lavorava all’uncinetto una qualche trina, o attendeva a cose poco poetiche; ma c’era differenza vederle fare da lei invece che da suo padre. I suoi modi eran sempre vaghi e graziosi, sia che ella facesse cadere, con lievi colpettini di fila, nella piccola scatolina, le pillole arrotondate dalle sue brune dita; sia che versasse nella boccetta gli olii color topazio o ambra lucente; ovvero che là nella retrostanza oscura, ma ben visibile ad uscio aperto, ella arrostisse le mandorle, o badasse alla bollitura di qualche decotto, o giulebbe. Questa faccenda l’obbligava, non necessariamente, a rimboccarsi le maniche molto in su, e scoprire le belle braccia; e rimestando col mestolo la fumante caldaia, pareva quasi una maga che operasse un filtro, un incanto. Il dottore lasciava di leggere l’_Etoile Médicale_, e trovava distratti anche gli occhi della ragazza. Questo nei primi giorni; ma poi, siccome il dottore non poteva fare a meno della compagnia d’una donna, e non la trovava altrove a Riva di Lago, i genitori d’Eufemia ebbero tanto cuore, tanta bontà da permettergli di conversare a lungo con l’unica loro figlia, non solo nelle ore oziose di farmacia, ma su in casa, in quella saletta dalle persiane socchiuse, ornata di volatili e di fiori di stame, e tutta profumata d’aromi e di _patchoulì_.

L’Eufemia dopo essere rimasta molto tempo in città con le zie modiste, n’era tornata ragazza fatta (aveva ormai ventott’anni) e molto esperta nel modulare, benchè grossolanamente, tutti i fischietti della civetteria. Il dottore dunque, esposto, nella gran solitudine di quel luogo, a quell’unica corrente, dirò così, di aliti femminili, incominciò a sentirsene preso.

«Strano e terribile potere della donna! — egli diceva tra sè. — Costei mi parve tanto brutta la prima volta che la vidi, e ora quasi m’alletta più d’una bella! La docilità amorevole de’ suoi modi, la mansuetudine de’ suoi sguardi e della sua voce, la sua obbedienza passiva come di cera che vi si pieghi sotto le dita, sono artifizi bugiardi, come que’ suoi cerfuglioni troppo arricciati che le piovono dalla criniera nera sulle gote spaziose e bronzine. Nessuno ha una sola fisonomia: costei ne ha diverse. In certi momenti, le sue ciglia folte e nere come il carbone, un po’ spostate verso le tempie, i suoi occhi, non più mansueti, ma fatui, insaziabili, la sua bocca schiusa a un sorriso èbete e godereccio, me la fanno apparire orrenda come un’immagine dionisiaca esprimente una strana potenza di mistero irrazionale, bestiale. Altre volte invece i suoi lineamenti così plebei e così irregolari, compongono non so quale accordo d’espressione soave, quasi raffaellesca, che ne asconde la profonda volgarità. Ella mentisce: colano inavvertite e perenni le bugie dalle sue labbra bacianti e giuranti. Ieri la colsi in un momento d’ilarità licenziosa, e mi parve allora sì libera come subito dopo mi parve finta quando ritornò seria e composta. Il raggiro metodico della madre trescante, la disonestà del padre usuraio, (il quale, se non impedito da me con minacce, avrebbe seguitato a vendere ai miserabili contadini il chinino mescolato al calomelanos); fecero di costei una volgare, per quanto occulta, tessitrice d’inganni. Dicono che la scorsa estate si trattenesse nei boschi, di notte, e non era sola. I contadini la videro verso l’alba ritornare affannata alla villa che suo padre si comperò, usureggiando. Non lo credo, il fattarello somiglia troppo agli amori dell’antica mitologia, ma per altro questa predilezione per l’orrore dei boschi risponderebbe ai suoi lineamenti che rammentano il tipo faunesco. Sotto questo riguardo è un bel tipo: per esempio, sarebbe un bellissimo modello per una Napea: una Napea convertita, tolta alle violenze dei boschi, e portata in chiesa. Io l’ho vista qui alla parrocchia, il venerdì santo, chinarsi tutta su i piedi del Gesù morto, e baciarli; l’ho sentita cantare con voce flebile e supplicante le litanie e il _tantummergo_. Mi dice poi d’avere una speciale devozione per Sant’Antonio, raccomandatale dalla madre, fino da piccoletta, e non basta!... Che cosa diverrebbe dunque questa Napea, questa Amadriade, se non potesse ricorrere spesso agli aiuti spirituali: il confessionale, la predica, e l’acqua santa? Ritornerebbe certamente alla vita selvaggia e delittuosa delle foreste.»

Una simile riflessione così severa mentre era fatta per liberarsi dal fascino dell’Eufemia, dimostrava invece che egli tal fascino lo temeva, senza poterlo o volerlo impedire. Di tutte le insidie che fanno da siepe traditrice alla vita, non erano certo fra le meno pericolose queste d’Eufemia per il dottore che, assetato di fede, respingeva tutte le fedi da sè, mentre poi il suo scetticismo, rendendogli amaro anche il dolce frutto, non lo salvava dall’essere talora credulo e confidente come un fanciullo. Sapeva bene d’andare incontro a un pericolo, ma non poteva più fare a meno, con la sua indole sensuale, e in quella solitudine, di vedere ogni giorno l’Eufemia. Non l’amava, non la stimava, e nonostante non si poteva più sciogliere da una specie di torpida propensione, a cui ella cercava sempre più d’inclinarlo, e che si potrebbe paragonare all’effetto di chi respiri, in un luogo troppo chiuso ed angusto, gli atomi effusi da un fiore letale. Ella era molto corta di mente, e nondimeno acutissima nel notare i progressi di questa sua segreta influenza; tanto che potè dipoi più francamente manifestarglisi senza che il dottore percepisse più con l’acutezza di prima, la sua volgarità, la sua falsità, e quella sua malizia istintiva che operava quasi in luogo dell’intelletto, e che era sempre rivolta in basso a ghermire, indovinare, e ingannare.

Ella già lo ingannava. Standogli assiduamente vicina, dimostrando d’averlo caro e desiderato, pareva quasi che l’adorasse; mentre il suo cuore era per un altro, e il dottore le ispirava non di rado l’antipatia che prova una creatura bassa ed ottusa verso un animo a lei superiore, e talora intollerante e sdegnoso. E quando il dottore perdeva la pazienza, e le diceva un po’ duramente la verità, ella l’odiava, e sentiva più vive allora le sue relazioni d’affinità con Palmiro; un pacifico e giovane salumaio, dalle mascelle quadrate, le mani rosse e polpute, e il piglio neroniano e freddo acquistato forse affettando il salame. Sentiva che era proprio quello lo sposo che ci voleva per lei, ma, troppo povero garzone, i suoi genitori, lei stessa, e anche Palmiro, vedevano quale ostacolo si opponeva alla loro felicità coniugale. C’era il pericolo dunque che l’Eufemia, non più ragazzina, restasse senza marito e senza quella difesa che poteva proteggerla come moglie. In quelle distrette la povera zitella aveva pensato di provvedere, nel miglior modo possibile, ai casi suoi: assicurarsi una comoda condizione sposando l’irascibile dottor nero, e tenersi, segreto amante, Palmiro pacifico: bassi pensieri, ma erano i soli che infatuassero allora l’Eufemia. Ella s’era già tanto impadronita del solitario dottore, da alterargli quasi il giudizio e mutargli gli occhi.

«L’Eufemia finalmente — egli diceva — è, come siamo tutti, un misto di bene e di male. Come posso pretendere che una donna sia più virtuosa di me che non credo, che ho una coscienza, è vero, ma senza Dio, senza fede; una coscienza che non s’astiene dal male, se non per le sue ripugnanze oneste; debole freno alle passioni violente, e agli appetiti dell’egoismo. Io lo sento; l’uomo non può vivere così senza essere o perverso o infelicissimo, o l’uno e l’altro insieme. E dunque, io che la seguo sì poco, pretenderò che la donna abbia, in vece mia, tutta la virtù; e si assoggetti a tutte le prove del sacrifizio per me; lei così costituita organicamente da essere assai più debole e meno atta di me all’elevatezza del senso morale, e a sentire le voci e i divieti severi della coscienza! Da ragazzo ero un povero orfano senza madre, e provando l’incuria e i maltrattamenti crudeli delle donne di casa, non sapevo perchè non mi volessero bene, e fossero così dure e cattive; poi più tardi ho capito che le perversità e le stramberie irragionevoli delle donne dipendono in molta parte dalla lotta che quei delicati e torturati organismi devono sostenere fra quello che la natura e la vecchia corruzione le ha fatte, e quello che le leggi religiose e sociali vogliono invece che si dimostrino. Perchè dunque il mio giudizio su questa ragazza non è più umano e indulgente? Perchè non le sono grato del grande amore che mi dimostra?... È civetta, è vero, ma la civetteria è pure in natura, come si vede anche negli animali; e infine ella non mira, con le sue grossolane civetterie, che a farsi amare sempre di più. È molto stupida, è vero, ma potrò meglio guidarla. È una sempliciona che crede tutto come sua madre Eva prima della caduta. La credulità d’Eva, ecco, non la perversità, fu la cagione di tutte le nostre sventure. E l’Eufemia crede tutto con un certo viso come se proprio in lei avvenisse un ritorno alla primitiva innocenza della povera Eva così insidiata, così accusata, e così punita! Quanto, o Eufemia, tu sia innocente lo dimostrano ancora que’ canarini, que’ pappagalli, que’ limoni e aranci di lana che ornano la saletta, e che sono il lavoro ingenuo e grazioso delle tue mani. È l’inconsapevole genio della famiglia che si compiace in te d’ornare così innocentemente la casa. E non m’hai tu regalato una borsa ricamata per poterci tenere la mia camicia da notte? Non m’hai regalato anche un par di pantofole con una testina di cane effigiatavi sopra a margheritine, emblema della tua fedeltà di moglie? Doni che mi fanno pensare te ogni sera ed ogni mattina. Sei ritrosetta, e se non t’accompagna la vecchia madre, non entri nella mia stanza, e ne parti dopo avere scritto in più luoghi Eufemia, Eufemia: nome che ormai incomincia a suonarmi più grato, più familiare di quello di tutte le altre donne che dimorano a Riva. Io non posso ripeterlo, senza che quasi io lo veda infuso della cupezza delle tue ciglia, e di quel mongibello nero de’ tuoi capelli arruffati. Que’ tuoi cerfuglioni neri che ti pendono per le gote a guisa di scacciamosche, e ti danno quasi un aspetto da dottoressa presuntuosa, mi sono antipatici e brutti; nondimeno sono anch’essi d’una procacità seducente, ma tu non lo sai. Come pure non sai d’essere esagerata nel consumo del _patchoulì_: ma io saprò moderarti anche in questo, e saprò farti cambiare pettinatura. Quale pettinatura potrà meglio convenire al tuo viso di Napea? Questo poi lo vedremo insieme. Intanto consolati che io ora son più disposto a stimarti per i tuoi pregi, che a condannarti pe’ tuoi difetti. Ecco: sei placida, silenziosa, obbediente, assestata. Tieni in ordine tutto, la casa, i conti, la farmacia: sai molto bene l’aritmetica, hai molta cura del risparmio, e del custodire la roba. Inclini un po’ all’indolenza, ma la sai vincere quando occorre fare l’interesse tuo e del pappà. Le qualità che fanno, l’ottima massaia e la madre amorosa tu le hai tutte, o Eufemia! Io poi saprò rifare la tua educazione, o Napea, e trasformarti quasi in un’altra donna.»