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Non dispiacque alle donne di quel luogo, le quali vedendolo bruno di carnagione, con occhi, barba e capelli nerissimi, incominciarono a chiamarlo il _medico nero_. Quella sua aria così tra l’incredulo e l’indovino, irradiata spesso da un sorriso accorto e sincero, muoveva in alcune quella immaginazione muliebre che s’esalta sì facilmente, si pasce di cauti progetti, e che par sempre così sorpresa, e irresponsabile! Si dolevano di vedere un medico nero così solo nel mondo; ed egli, anche per non esserne troppo obbligato, corrispondeva loro assai generosamente. Ma dall’altro canto non poteva salvare quelle pietose donne dalla viltà accusatrice di quei luoghi angusti ed occhiuti, e viveva una vita d’inferno tra l’odio e l’amore: lettere anonime, gelosie, agguati, minacce, pugni, pistolettate, finchè era costretto a lasciare in lagrime qualche bella, e mutar paese.
Un altro guaio era la difficoltà grandissima di mantenere in quei luoghi almeno l’onestà e la dignità della professione. Non sapeva, prima d’averlo provato, fino a qual punto, e in quali e quante forme diverse, si rivelino, nelle relazioni che si hanno con la gente, l’egoismo, l’avarizia, l’invidia, la vanità, la testardaggine mulesca, la sete di guadagno, l’ipocrisia, la menzogna; e come le conseguenze di cotali passioni, che sono le bassezze della frode, e gli accanimenti dell’odio, riempiano quasi tutta la vita, che d’altronde sarebbe vuota, d’ogni più piccolo luogo, dove gli uomini hanno comune dimora. Una simile ridda di spiriti tristi, che gli s’agitavano intorno in ámbiti così rozzi ed ottusi, teneva in continua e misera lotta il dottore, il quale nulla abborriva come le risse stolte e triviali della gente che quasi se ne compiace per vanità, e per non aver altro da fare.
I grossolani signori di que’ luogucci desideravano invano che egli avesse una coscienza e una verità adattata alle loro pretese, o all’utile del Comune soltanto; nè potevano confidargli, per esempio, certi casi d’un’estrema delicatezza che qualche volta occorrono, e che si celano, per quanto si può, nel santuario delle famiglie. La loro pelle era in buone mani affidata a lui, ma anteponevano gl’interessi alla pelle, e volendosi provvedere un collega medico con cui andare più per le lisce, scaduto il termine, non riconfermavano più il dottor nero. Ben presto dunque egli s’abituò a fare il medico errante, trovando in ogni luogo le stesse cattive bestie di diversi colori, e l’inimicizia dello speziale che, con quel medico, spediva poche ricette. E in verità, facendo risparmiare ai suoi infermi le medicine, e specie le più decantate dalla _réclame_, egli portava un gran danno ai chimici farmacisti.
Quella parsimonia di ricette non piaceva neppure ai contadini, i quali avevano sempre molta fede nelle medicine dello speziale, come l’avevano nelle immagini miracolose, nelle reliquie dei santi, nelle fattucchiere, nei ferri di cavallo raccattati per via, e in tante altre cose promettenti fortuna, e che gli lasciavano sempre nell’indigenza.
Il dottore, entrando in quei tuguri dispersi, vedeva ora, meglio che nelle _Georgiche_, in Tibullo, o nel Poliziano, quale sia infine la felicità dei coloni, cioè vedeva da quale contrapposto d’orrende miserie sorga e si spieghi ai nostri occhi la bella vita dei campi, nella veste varia delle stagioni; le quattro cantiche dell’eterno poema annuale.
Vedeva quei cultori, non vispi e rubizzi, ma presto sopraggiunti da una precoce vecchiaia, nè aventi altro conforto che le preci cantate in comune, e le sbornie domenicali. A primavera, coi pochi quattrini avuti, a frutto più o meno avaro, dal prete o da altri, emigravano. Non di rado l’uomo duro come la sua fortuna, non dava più notizia di sè nè ai vecchi genitori, nè alla donna lasciata incinta, e capace talora (se non ricorreva all’infanticidio) della più eroica virtù. Vedeva donne lasciate sole dal marito, le quali senza maledire nessuno, con quella fede nel soccorso di Dio che infonde nei miseri la mitezza della rassegnazione, bastavano a nutrire due o tre bambini con poche lire mensili strappate da mano avara col più ingrato sudore. Ma i disagi sempre sofferti sformavano il corpo anche delle più belle, l’aria lungamente invernale della stalla, la continua fatica, il cibo scarso della polenda sciocca e anche guasta, riducevano non poche di quelle fanciulle e di quelle spose simili a immagini esangui di cera, anemiche, pellagrose, dementi. Allora ascrivevano a fortuna il non essere rigettate dai poveri spedali di quei luogucci, e vi morivano, dopo aver sognato anche loro la costante affezione d’un uomo, e il loro tepido nido. Il nido era deserto, e il dottore qualche volta non vi trovava neppure un panno per riparare dalla prim’aura rigida della vita il nuovo affamato che veniva alla luce, erede della disperazione paterna.
A tanta miseria s’accompagnava naturalmente il più florido sudiciume, generatore di bolle, pùstole, rogna, vespai, e altri mali schifosi, che poi il medico nero doveva vedere e curare. Quelle ammorbate villane non si tuffavano mai tutte quante in un copioso lavacro come invano raccomandava il medico nero, ma preferivano di mantenere, quasi religiosamente, la loro immondezza dalla culla al sepolcro. Il dottore, che non entrava in quelle casupole, nè si tratteneva a quei luridissimi letti, senza superare una grandissima ripugnanza, ammirava poi quanta sia la forza dell’abitudine, che può rendere sì domestico e familiare anche il sudiciume! Quei poveri contadini abituati a portarlo addosso, non ne ricevevano alcuna molestia, nè avvertivano le pestifere esalazioni della spazzatura avariata o stantìa, nè del concime fermentante di cui circondavano, quasi con amore, la loro orrida tana. Quel putridume lì intorno all’uscio, rappresentava ai loro occhi un tesoro, perciò, non potendoselo chiudere nel cassetto, o nella cassa forte, non se lo volevano allontanare da casa, come raccomandava il medico nero; e morivan di tifo.
Era impossibile persuaderli. — Oh! — dicevano — è troppo delicato il medico nero! dice che la salute è l’unico nostro patrimonio, ma ci si può badare noi poveri, che ne facciamo continuo getto in tanti stenti e tante fatiche? Che c’importa a noi di questa vitaccia, quando la morte sola può darci il riposo, e il premio promesso dalla nostra santa religione!
Per questa speranza consolatrice, in quelle campagne solinghe, il prete era più ascoltato del medico.
Quell’uomo tonsurato, vestito tutto di nero, che portava, con umiltà e dignità, i paramenti sacerdotali, assolveva dai peccati, che benediva le case e le terre, custodiva il corpo del Signore e i misteri della rivelazione, non parlava mai invano a quelle plebi rurali, dove non erano ancora apparse, ai tempi della gioventù del dottore, certe anomalìe di emigranti ritornati al paese increduli, beffardi, riottosi. Allora invece ascoltavano tutti con fede e con suggezione la parola del parroco bandita dal pergamo o dall’altare. Allora tutti gli davano il loro obolo volentieri, o per ornare di nuove immagini i poveri altari, o per erigere un campanile più alto di quello dei villaggi vicini, o per acquistare nuove e grandi campane perchè ne giungesse il suono lontano: grandi si volevano, se no l’obolo si negava.
— Ve le farò venire grandissime — diceva il parroco allargando la braccia — e benedette dal Papa.
Essi eran contenti, e dimostravano con tale zelo per le cose del culto un bisogno spirituale non meno imperioso di quello della polenda: perciò quegli agricoltori ascoltavano e riverivano il prete assai più del medico nero.
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