Advertisement

gli Argivi andarono con delle scale ad Epidauro, che credevano abbandonata a cagion della guerra, volendo occuparla a forza; ma la cosa non riuscì; e qui finiva l’inverno, e l’anno tredicesimo di questa guerra.

57. A mezzo la state seguente i Lacedemoni, vedendo giunti a mal termine gli Epidaurii loro alleati, e gli altri popoli del Peloponneso parte ribellati, parte vacillanti, pensarono che se non si ovviasse per tempo a questi mali, diverrebbero anche maggiori. E però essi e gl’Iloti a stormo, accompagnati anche da’ Tegeati e dagli altri Arcadi che erano in lega con Sparta, marciarono sopra Argo, guidati dal loro re Agide di Archidamo. I confederati del resto del Peloponneso e di fuori si raccolsero a Fliunte, ove trovaronsi de’ Beozii cinquemila di grave armatura, e cinquemila di leggera, con più cinquecento a cavallo ed altrettanti amippi[59]; dei Corintii duemila soldati gravi, e degli altri secondo il poter di ciascuno; se non che i Fliasii vi avevano tutte le soldatesche, perchè questo esercito era nel loro territorio.

58. Gli Argivi che aveano da primo presentito quest’apparecchio de’ Lacedemoni, quando li videro avviarsi verso Fliunte per riunirsi con gli altri, allora anch’essi uscirono in campagna rinforzati dai Mantineesi con gli alleati, e da tremila Elei di grave armatura. Nell’avanzarsi incontrano i Lacedemoni a Metridio dell’Arcadia, ed ambi gli eserciti occupano un colle. Gli Argivi si disponevano a battagliare coi Lacedemoni che erano ancor soli; ma Agide mosso di notte celatamente il campo, marciava verso Fliunte per raggiungere gli altri alleati. Di che accortisi gli Argivi, al sorgere dell’aurora si mossero prima verso Argo, poi per la strada di Nemea, dove aspettavansi che scenderebbero i Lacedemoni con gli alleati. Agide però non si voltò per la strada ch’ei credevano; anzi avvisati i Lacedemoni, gli Arcadi e gli Epidaurii prese un’altra via scoscesa, e calò nella pianura degli Argivi, mentre i Corintii coi Pellenesi e i Fliasii marciavano da altra parte su per un’erta. I Beozii poi, i Megaresi e gli Sicionesi avevano avuto l’ordine di scendere per la strada di Nemea ove si erano fermati gli Argivi; affinchè se mai e’ si avanzassero ad assalirli nella pianura, gli assaltassero alle spalle colla cavalleria. Ordinate così le sue genti, entrò Agide nella pianura dando il guasto a Saminto ed agli altri luoghi.

59. Appena gli Argivi seppero ciò, sul far del giorno accorsero colà da Nemea, ed incontratisi nell’esercito dei Corintii e de’ Fliasii, pochi uccisero de’ Fliasii, e pochi più dei loro furono morti dai Corintii. Frattanto i Beozii, i Megaresi e i Sicionesi marciavano alla volta di Nemea, ove non trovarono più gli Argivi; i quali al vedersi guastare le loro terre, calati al piano si schierarono a battaglia, con a fronte i Lacedemoni che vi si apparecchiavano. Erano gli Argivi attorniati dai nemici; poichè i Lacedemoni e le altre genti che avean seco impedivano loro dalla pianura il passaggio per Argo; i Corintii, i Fliasii e i Pellenesi dalla parte superiore; ed i Beozii, i Sicionesi e i Megaresi dal lato di Nemea. Mancavano inoltre di cavalli; perocchè della loro lega i soli Ateniesi non erano peranche arrivati. Contuttociò essi e i loro alleati in generale non credevano il caso presente pericoloso come lo era, e piuttosto stimavano di essere in sito opportuno per la battaglia, e di avere nel propio paese e vicino ad Argo tagliato la strada ai Lacedemoni. Ma quando gli eserciti erano in punto di azzuffarsi, due argivi, Trasilio ch’era dei cinque capitani ed Alcifrone ospite dei Lacedemoni, furono ad Agide, e dissero che non doveasi far battaglia; che gli Argivi eran pronti a dare e ricevere soddisfazione con perfetta egualità di dritto, circa quello di che i Lacedemoni li accusavano, e fatta tregua a mantenere in seguito la pace.

60. Essi però parlarono in tal modo di suo, senza la commissione del popolo. Agide da se solo accettate le proposte, non stette neanch’egli a deliberare coi più; ma conferita la cosa con uno degli ufficiali dell’esercito[60] pattuì tregua per quattro mesi, infra i quali gli Argivi manderebbero ad effetto la promessa; e subito levò il campo senza fiatarne con veruno de’ confederati. I Lacedemoni e gli alleati lo seguivano per riguardo alla legge, perocchè egli era il duce. Ma tra sè gl’imputavano a grave mancanza che presentatasi loro bella occasione di battaglia, ed accerchiato il nemico per ogni lato da cavalli e fanti, dovessero ritirarsi, non fatta impresa alcuna degna di tanto apparecchio. E veramente questo esercito greco fu bellissimo oltre ogni altro che fino allora si fosse riunito, e bellissimo fu a vedere sinchè stette accolto in Nemea, ove trovavansi i Lacedemoni con tutte le forze loro, e gli Arcadi e i Beozii e i Corintii e i Sicionesi e i Pellenesi e i Fliasii e i Megaresi, tutte genti scelte da ciascun Comune, che si credevano abili a stare a petto non solamente della lega argiva, ma ancora di chiunqu’altro vi si aggiungesse. Cotanto adunque indispettito l’esercito contro Agide, retrocedeva e poi si sciolse, tornando ciascuno alla sua patria. E dal canto loro gli Argivi molto più tenevano per colpevoli coloro che senza la saputa del popolo avevano pattuita la tregua; stimando essi pure che i Lacedemoni fossero loro fuggiti di mano, quando si era presentata una occasione sì bella; imperocchè il combattimento sarebbe accaduto presso la loro città, e col braccio di molti e valorosi alleati. Però nella ritirata presero a lapidare Trasillo nel Caradro[61], ove prima di entrare in città sogliono giudicare le cause militari. Ed egli ricovratosi ai piè dell’altare potè salvarsi; nondimeno però pubblicarono i beni di lui[62].

61. Dopo di che essendo arrivato il rinforzo ateniese di mille soldati gravi e di trecento cavalli sotto il comando di Lachete e Nicostrato, gli Argivi, che contuttociò non avean voglia di rompere la tregua co’ Lacedemoni, li pregavano a ritornarsene, e non li presentavano al popolo col quale e’ bramavano di negoziare, finchè non vi furono astretti dalle istanze de’ Mantineesi e degli Elei che tuttora si trovavano in Argo. Allora gli Ateniesi, presente Alcibiade loro legato, dissero agli Argivi ed ai confederati: «Che siccome le tregue non erano state fatte rettamente senza il consenso degli altri alleati, così ora essendo essi opportunamente arrivati, bisognava intraprendere la guerra.» Persuasi gli alleati da queste parole tosto marciavano tutti verso Orcomeno dell’Arcadia, tranne gli Argivi, i quali sebbene persuasi di ciò, da primo restarono indietro; ma poi finalmente vi andarono anch’essi. Piantato il campo ad Orcomeno tutti d’accordo l’assediavano; e vi davano assalti, desiderosi d’impadronirsene principalmente perchè vi erano gli statichi di Arcadia, lasciativi dai Lacedemoni. E gli Orcomeni, tra per la debolezza delle mura e per la moltitudine di quell’oste temendo di doversi veder perduti prima che alcuno li soccorresse, capitolarono a condizione di esser compresi nella lega, e di consegnare per istatichi alcuni di loro, e di rendere ai Mantineesi quelli depositativi da’ Lacedemoni.

62. Appresso i confederati già padroni di Orcomeno deliberavano quale delle altre terre fosse da assaltare la prima. Gli Elei insistevano per Lepreo, per Tegea i Mantineesi, e con essi gli Argivi e gli Ateniesi. E gli Elei, sdegnati perchè gli altri non avevano risoluto di andare contro Lepreo, tornarono a casa. Il rimanente poi degli alleati si preparava in Mantinea per andar contro Tegea, ove alcuni degli stessi Tegeati trattavano di render loro la terra.

63. Ma i Lacedemoni tornati da Argo, dopo la tregua fatta per quattro mesi, attribuivano in gran delitto ad Agide il non aver loro sottomessa Argo in una occasione sì bella, che prima stimavano non essersi mai presentata; poichè non era facile mettere insieme tanti e tanto valorosi confederati. E quando poi udirono della presa di Orcomeno, allora maggiormente esacerbaronsi gli animi, e tosto deliberarono per la rabbia (cosa contraria alla loro indole)[63] doversi spianare la casa di Agide, e multarlo in centomila dramme. Pregavali Agide a non far nulla di questo, che in un’altra spedizione egli avrebbe con qualche bel fatto emendato quel fallo; od altrimenti lo trattassero allora come volevano. Ritirarono i Lacedemoni la condanna della multa e della casa, e di presente posero una legge non mai prima stata tra loro, colla quale gli aggiunsero a consiglieri dieci cittadini di Sparta, senza i quali e’ non poteva condurre l’esercito fuori di città.

64. In questo viene loro avviso da parte de’ suoi fautori di Tegea che s’e’ non si portassero colà prontamente, quella città si recherebbe dalla parte degli Argivi e loro alleati, e che la ribellione era poco meno che seguita. Allora vi traggono a stormo Lacedemoni ed Iloti con inusitata prestezza. Marciavano per Orestio della Menalia; e facevano intendere agli Arcadi della lega di riunirsi e venire sulle orme loro a Tegea: e intanto giunti essi tutti ad Orestio, rimandarono di là a casa la sesta parte di loro genti composta dei più vecchi e de’ troppo giovani, i quali presidiassero la città; e con le altre giungono a Tegea, ove poco dopo comparvero gli alleati di Arcadia. Spediscono altresì ai Corintii, ai Beozii, ai Focesi ed ai Locrii, ordinando di accorrere sollecitamente a Mantinea. I quali con tuttochè procurassero di affrettarsi, nondimeno la cosa camminava lentamente, perchè non essendo riuniti ed aspettandosi l’un l’altro, si mostrava difficile il traversare il territorio nemico che tagliava loro di mezzo la strada. Ed i Lacedemoni, presi seco gli alleati di Arcadia che erano arrivati, entrarono in su quel di Mantinea: ed accampatisi presso al tempio di Ercole davano il guasto alla campagna.

65. Gli Argivi e i loro alleati quando gli ebbero veduti occuparono un luogo forte e disagevole, e si ordinarono a battaglia; e i Lacedemoni andarono subito contro di essi, e si avanzarono alla distanza di un tiro di sasso o di strale. Allora uno de’ più vecchi vedendo che essi si avanzavano contro un luogo sì forte, gridò ad Agide che egli intendeva di medicare un male con un altro male: significando che colla presente sua inopportuna prontezza ei volesse compensare la rimprocciatagli ritirata d’Argo. Ed egli, o che fosse mosso da quel grido, o che a un tratto gli si affacciasse alla mente un altro pensiero, ritirò sollecitamente l’esercito prima di azzuffarsi. E arrivato in su quel di Tegea, voltava nelle terre di Mantinea la corrente d’acqua per cui si fanno guerra i Mantineesi ed i Tegeati, a cagione del grave danno che arreca in qual dei due paesi ella si getti[64]. Voleva egli che gli Argivi e loro alleati udendo ciò corressero giù da quell’altura ad impedire il deviamento della corrente (per cui consumò tutta la giornata), e così venissero a battaglia nella pianura. Gli Argivi con gli alleati stupefatti in principio che i Lacedemoni presentatisi appena si fossero ritirati, non sapevano che pensare: se non che quando furono fuori di vista, ed essi tuttavia stavano fermi senza inseguirli, allora di bel nuovo incolpavano i loro generali che avessero la prima volta lasciati andare i Lacedemoni per sorte colti vicino ad Argo, e che ora niuno inseguisse loro fuggenti; anzi a suo bell’agio si salvavano, mentre essi Argivi venivano traditi. Turbaronsi in quell’istante i generali, ma poi gli conducono via dal colle; ed avanzatisi nella pianura, vi presero campo per andar contro il nemico.

66. Il dì seguente gli Argivi e gli alleati si misero in quella ordinanza che doveano tenere nella battaglia se l’occasione si presentasse; e i Lacedemoni nel tornare dalla corrente verso il tempio di Ercole al medesimo accampamento, scorgono a poca distanza i nemici già tutti in ordine e molto dilungati dal colle. Non si ricordavano di essersi mai trovati tanto sbigottiti, come lo furono allora; avendo poco tempo per prepararsi, e dovendo subito in tanta fretta prendere il loro posto secondo gli ordini dati minutamente dal re Agide in forza della legge, la quale portava che quando il re conduce da sè l’esercito, tutto è comandato da lui[65], ed egli dichiara l’occorrente ai colonnelli[66], questi ai capitani, essi ai tenenti, questi ai sergenti, ed eglino alla compagnia. In questo modo passano speditamente gli ordini di ciò che vogliono i re; perciocchè nell’esercito dei Lacedemoni, tutti sono (tranne pochi) comandanti di altri comandanti, e la cura dell’esecuzione spetta a molti.

67. Stavano adunque allora sul corno loro sinistro gli Sciriti[67], che soli tra’ Lacedemoni tengono da per sè cotesto posto. Presso di questi i soldati brasidiani di Tracia, e con loro i Neodamodi. Seguivano poi i Lacedemoni propio colle compagnie poste per ordine, e appresso loro gli Ereesi di Arcadia[68]: quindi i Menalii, e sul corno destro i Tegeati con pochi Lacedemoni che occupavano l’estremità; e ai due lati la cavalleria. Tale era l’ordinanza de’ Lacedemoni. Nell’esercito opposto tenevano l’ala destra i Mantineesi, perchè la battaglia era sul loro territorio: appresso venivano gli alleati di Arcadia, di poi mille Argivi di scelta milizia, che da molto tempo la città a pubbliche spese faceva esercitare nella guerra. Accosto ad essi gli altri Argivi; e dopo questi i Cleonesi e gli Orneati, loro alleati: finalmente sull’estremità gli Ateniesi che tenevano il corno sinistro con la propria cavalleria.

68. Questo era lo schieramento e l’apparecchio dei due campi. Quello però dei Lacedemoni compariva più grande; ma qual fosse il numero delle truppe di ciascun Comune, o di tutte insieme, non posso esattamente scriverlo, perchè s’ignorava quanta fosse la moltitudine de’ Lacedemoni, a cagione del loro segreto governo: e quella di questi altri non era creduta per l’inclinazione che hanno i popoli di magnificare sempre il numero delle proprie soldatesche. Ciò non pertanto dal seguente computo può chicchessia dedurre quanti fossero i Lacedemoni che si trovarono a questa battaglia. Oltre agli Sciriti, che erano seicento, combattevano sette coorti; in ogni coorte erano quattro compagnie; e in ogni compagnia quattro squadriglie; e in ogni squadriglia quattro soldati combattevano nella prima linea. Bene è vero che non tutti erano schierati egualmente in profondità, ma come voleva ciascun condottiere delle coorti; nondimeno ordinariamente stavano otto di fronte: e in tutto la prima fila era di quattrocento quarantotto uomini, senza gli Sciriti.

69. Ma poichè già stavano per azzuffarsi, allora le genti di ciascun Comune erano rincorate in questo modo dai loro capitani. Dicevano ai Mantineesi che combatterebbero per la patria, e del dominio insieme e della schiavitù; per non venire spogliati di quello dopo averne provato i vantaggi, e per non trovarsi a sperimentar questa nuovamente: agli Argivi che si trattava del loro antico principato, e della uguaglianza sociale goduta una volta da essi nel Peloponneso[69]; che non soffrissero di vedersela tolta per sempre, e vendicassero le molte ingiurie ricevute da popoli nemici e confinanti: agli Ateniesi, che siccome pugnavano insieme con molti e valorosi alleati però non dovevano mostrarsi da meno di chiccheffosse; che vincendo i Lacedemoni nel Peloponneso renderebbero maggiore e più fermo l’impero, nè mai più alcun altro invaderebbe le loro terre. Tali erano gl’incoraggiamenti, dati agli Argivi e agli alleati. Dall’altra parte i Lacedemoni, ora l’un l’altro da per sè, ora colle canzoni militari, usavano a sprone di lor valenzia la ricordanza delle gesta di che erano testimoni a se stessi: sapendo esser più profittevole a salvezza il lungo esercizio nelle cose di guerra, che non le brevi esortazioni abbellite dalle parole.

70. Dopo di questo andavano i due campi ad azzuffarsi; gli Argivi e gli alleati con passo forzato spiranti furore, i Lacedemoni posatamente e a tempo coi molti trombettieri che per legge sono fra loro, non per pratica religiosa ma per muoversi uniformemente a battuta, acciò l’ordinanza loro non si rompesse, come suole accadere nei grandi eserciti nel venire alle mani.

71. Ora mentre che si muovevano all’affronto il re Agide pensò di far questo. Tutti gli eserciti nell’azzuffarsi si spingono principalmente sul corno destro prolungandolo; e sì l’una parte che l’altra tenta di sopravanzare col corno destro la fronte opposta del corno sinistro del nemico; perchè tutti per la paura cercano di proteggere al più possibile la parte sua scoperta collo scudo di chi gli sta accanto a destra, e credono che il serrarsi fitti insieme sia il miglior modo di ripararsi. Quegli che dà motivo di far questo è il soldato primo del corno destro, il quale studiandosi di sottrar sempre al nemico il fianco inerme fa sì che gli altri per la medesima paura lo seguono[70]. Allora pertanto i Mantineesi col corno loro sopravanzavano d’assai gli Sciriti; e i Lacedemoni e i Tegeati sopravanzavano anche più gli Ateniesi in quanto avevano più numeroso esercito. Laonde Agide, parendogli che i Mantineesi si fossero troppo slungati, e temendo che il corno de’ suoi non ne venisse circondato, ordinò agli Sciriti ed ai brasidiani di partirsi dal loro posto, e pareggiare di fronte i Mantineesi. E quanto allo spazio che restava vuoto, comandò ai due capitani Ipponoida e Aristocle che venissero avanti dal corno destro con due squadriglie ed ivi accorressero per riempirlo; credendo che nondimeno sul suo corno destro resterebbero genti d’avanzo; e che la parte opposta ai Mantineesi starebbe più ferma nella sua ordinanza.

72. Dato egli quest’ordine repentinamente nel momento stesso dell’affronto, trovossi al caso che nè Aristocle nè Ipponoida vollero venire avanti; onde furono appresso per questa causa banditi da Sparta con la taccia di averla fatta da codardi. Avvenne inoltre che il nemico fu il primo a menar le mani; e non essendo venute avanti quelle squadriglie, sebbene Agide ordinasse agli Sciriti di ricongiungersi con esse, questi non poterono eseguir l’ordine nè chiudere in mezzo il nemico. Nonostante fu daddovero in tal giornata principalmente che i Lacedemoni, quantunque inferiori in tutto ciò che è perizia del mestiere, si mostrarono nulladimeno superiori in coraggio. Conciossiachè venuti appena alle mani col nemico, l’ala destra de’ Mantineesi caccia in fuga i loro Sciriti e brasidiani; ed i Mantineesi con gli alleati e co’ mille scelti degli Argivi, piombando nello spazio suddetto non ancora ripieno trucidavano i Lacedemoni; e circondatili li sbarattavano, e gli incalzavano fino ai carriaggi, ove uccidevano alcuni dei più vecchi schierativi a guardia. Certamente su questo punto avevano la peggio i Lacedemoni; nel resto però dell’esercito, e specialmente nel mezzo, ove era il re Agide, con intorno a sè la cavalleria chiamata dei trecento, avendo assaltati i più vecchi degli Argivi e le così dette cinque squadriglie, ed i Cleonesi e gli Orneati e gli Ateniesi schierati presso a loro, li misero in volta; talchè i più nemmeno aspettarono di venire alle mani; ma vistisi venire addosso i Lacedemoni subito cederono; ed alcuni eziandio rimasero calpestati, per essere stati sorpresi prima di poter fuggire.

73. Avendo da questa parte ceduto le genti degli Argivi e degli alleati, era già al tempo stesso rotto l’esercito anche dall’altra; e insieme il destro corno dei Lacedemoni e dei Tegeati circondava col sopravanzo della sua gente gli Ateniesi, i quali si trovavano in mezzo a doppio pericolo perchè accerchiati da un lato, e sconfitti oramai dall’altro. Ed avrebbero sofferto più di tutto il resto dell’esercito, se la cavalleria che avevano seco non li aiutava, e se non avveniva che Agide (sentendo essere travagliato il corno sinistro de’ suoi di faccia ai Mantineesi e ai mille Argivi) desse ordine a tutto l’esercito di marciare a soccorso di quella parte che veniva vinta. Eseguito quest’ordine, e le genti dei Lacedemoni nel portarsi colà essendosi cansate dagli Ateniesi, ebbero questi tutto l’agio di salvarsi; e con loro quelli Argivi che erano stati vinti. Dall’altro canto i Mantineesi, gli alleati e la scelta degli Argivi non più attendevano ad incalzare i nemici; anzi al veder vinti i suoi e sopravvenire i Lacedemoni si volsero alla fuga, e la maggior parte de’ Mantineesi fu tagliata a pezzi, laddove il grosso della scelta argiva potè salvarsi. Nè già la fuga di questi nè la ritirata degli Ateniesi fu precipitosa o lunga; perchè i Lacedemoni rimanendo al loro posto, fanno diuturni e fermi combattimenti, finchè non abbiano fugato il nemico: ma quando l’hanno fugato, lo inseguono brevemente e poco lungi.

74. Tale a un dipresso fu questa battaglia, la più grande fra le greche da moltissimo tempo in qua, e combattuta da città ragguardevolissime. E i Lacedemoni con pomposa mostra delle armi dei nemici uccisi ersero subitamente il trofeo, spogliarono i morti, e ritolsero i loro, che trasportarono a Tegea ove furono sepolti; e con salvocondotto resero quei de’ nemici. Morirono tra degli Argivi, degli Orneati e de’ Cleonesi settecento; de’ Mantineesi dugento, e dugento pure tra Ateniesi ed Egineti co’ due capitani[71]. Quanto ai Lacedemoni, gli alleati non soffrirono tanto che valga la pena d’esser narrato: e di loro propio era difficile sapere il vero; ma si diceva esservene morti circa trecento.

75. Prima che seguisse questa battaglia Plistoanatte l’altro re di Sparta si era mosso in soccorso de’ suoi, coi più vecchi e co’ giovanetti; ed era giunto fino a Tegea ove intesa la vittoria tornò indietro. I Lacedemoni per messaggi rimandarono i Corintii e gli alleati di fuori dell’istmo, ed essi stessi tornati a casa accomiatarono i confederati, e celebrarono le feste carnee che tra loro ricorrevano. E con questo solo fatto purgarono la taccia sì di viltà onde allora gl’imputavano i Greci per le sciagure della Sfatteria, sì di sconsigliatezza e tardità nel resto; eglino che avviliti, come pareva, dalla fortuna erano per quanto all’animo sempre gli stessi. Il giorno precedente a questa battaglia gli Epidaurii con tutte le forze loro aveano assaltato il territorio argivo che sapevano trovarsi abbandonato, essendo gli Argivi usciti per la guerra; e uccisero molta della gente lasciatavi a guardarlo. E dopo la battaglia venuti in aiuto ai Mantineesi tremila Elei di grave armatura, e altri mille Ateniesi oltre quei di prima, tutti questi confederati andarono ad oste contro Epidauro (duranti ancora presso i Lacedemoni le feste carnee), e presero a cingerlo di mura scompartendosi il lavoro. Gli altri cessarono da quell’opera; ma gli Ateniesi, come era loro toccato, condussero prontamente a fine la rocca del tempio di Giunone, ove tutti concorsero a lasciare presidio; e quindi tornò ciascuno alla sua città; e finiva l’estate.

76. Al cominciare del seguente inverno subito i Lacedemoni celebrate le Carnee mossero l’esercito: e arrivati a Tegea facevano precorrere proposizioni di accomodamento ad Argo, nella qual città erano ad essi per l’innanzi dei fautori bramosi di abbattere il reggimento popolare, i quali, dopo seguita la battaglia, viemeglio riuscivano ad indurre a concordia la maggior parte dei popolani. Ma la loro intenzione era che prima si facesse tregua co’ Lacedemoni, e poi anche alleanza; e che allora subito si desse addosso alla fazione popolare. Intanto da parte de’ Lacedemoni arriva ad Argo Lica di Arcesilao ospite degli Argivi con due proposizioni; l’una pel caso ch’essi vogliano guerra; l’altra qualora vogliano aver pace: circa le quali, perchè vi si trovava presente Alcibiade, fuvvi grande altercazione: contuttociò quei che parteggiavano pei Lacedemoni, fattisi omai arditi alla scoperta persuasero gli Argivi ad accettare quella di accomodamento che è la seguente:

77. «Piace al consiglio de’ Lacedemoni di convenire con gli Argivi a questi patti; che gli Argivi rendano[72] i fanciulli agli Orcomenii, gli uomini ai Menalii, e quelli detenuti in Mantinea ai Lacedemoni[73]; che escano da Epidauro e ne distruggano le fortificazioni; che qualora gli Ateniesi non escano da Epidauro, si tengano per nemici degli Argivi, de’ Lacedemoni, e degli alleati di questi e di quelli. Se i Lacedemoni ritengano qualche fanciullo, lo rendano a tutte le città. Quanto alla vittima negata al Nume volere i Lacedemoni che se ne proponga giuramento agli Epidaurii, i quali giureranno di offrirla[74]. Le città del Peloponneso, piccole e grandi, sieno tutte indipendenti secondo le patrie usanze. Entrando alcuno di fuori con male intenzioni nel Peloponneso, gli Argivi si accorderanno unanimemente a respingerlo nel modo che paia il più giusto ai Peloponnesi. Per gli alleati dei Lacedemoni fuori del Peloponneso si avranno gli stessi riguardi, che per quelli dei Lacedemoni e degli Argivi, ritenendo le cose loro. Il concordato si concluderà dopo avere esposte queste condizioni agli alleati, quando ad essi piacciano: se in qualche punto pensino diversamente, ne sarà spedito avviso a Sparta.»

78. Gli Argivi accettarono da prima queste proposizioni, e l’esercito de’ Lacedemoni da Tegea tornò a casa. Ma poi avendo omai pratica scambievole fra loro, non molto dopo, quei medesimi che si adopravano per Sparta, operarono sì che gli Argivi, rinunziando alla lega co’ Mantineesi, Elei ed Ateniesi, facesser pace e alleanza coi Lacedemoni; e ne fu fatta la stipulazione in questi termini:

79. «È piaciuto ai Lacedemoni ed agli Argivi che sia tra loro pace e alleanza per cinquant’anni a questi patti: si renderà giustizia con perfetta uguaglianza di diritto, senza distinzione, secondo gli statuti della patria: le altre città del Peloponneso, essendo comune il concordato e l’alleanza, manterranno le proprie leggi e la indipendenza, ritenendo le loro terre, e rendendo giustizia con perfetta uguaglianza di diritto senza distinzione, secondo gli statuti della patria. Gli alleati dei Lacedemoni fuori del Peloponneso avranno i diritti stessi dei Lacedemoni: e quei degli Argivi li stessi degli Argivi, ritenendo le loro terre. Dovunque occorra esercito da formarsi in comune, deliberino i Lacedemoni e gli Argivi, e decidano nel modo più giusto per gli alleati. Se alcuna città dentro o fuori del Peloponneso abbia controversia pei confini o per altra cagione, si decida per via di giudizio. Se tra le città dei confederati alcuna sia in contesa con un’altra, ricorra a qualche città imparziale per tutte due: ai propri cittadini si amministri la giustizia a forma degli statuti della patria.»

80. Così fermarono il concordato e l’alleanza, e così accomodaronsi su ciò che gli uni degli altri avevano preso in guerra, e su qualunque altra differenza. E fin d’allora disponendo di concordia le cose loro, decretarono di non ammettere nè araldo nè ambasceria degli Ateniesi, se non uscissero dal Peloponneso e abbandonassero le fortificazioni; e di non fare convenzione o guerra con veruno, fuor che unitamente. E adirati ancora per le altre cose, spediscono entrambi ambasciatori alle terre di Tracia ed a Perdicca, il quale persuasero ad unirsi con loro. Ei non volle però staccarsi subito dagli Ateniesi, ma ne aveva bensì il pensiero, al vedere che Argo, d’onde egli pure veniva ab antico avea fatto lo stesso. Di più rinnovarono co’ Calcidesi gli antichi giuramenti[75], e ne aggiunsero degli altri. Gli Argivi spedirono ancora ambasciatori agli Ateniesi, ordinando che abbandonassero le fortificazioni di Epidauro: i quali vedendosi pochi al paragone di quei più che erano alla difesa del forte, mandarono Demostene a condur via la gente loro. Arrivato egli colà prese il pretesto di voler dare un certame ginnico fuori del forte; e quando le altre truppe di guarnigione furono uscite, serrò le porte. Quindi gli Ateniesi da se soli rinnuovata la tregua con gli Epidaurii fecero la resa del castello.

81. Avendo gli Argivi abbandonata la confederazione di Atene, i Mantineesi, tuttochè in principio si mostrassero renitenti, nondimeno poi vedendosi mal atti a resistere senza gli Argivi, si fecero anch’essi alleati dei Lacedemoni e abbandonarono il governo popolare[76]. I Lacedemoni e gli Argivi entrambi con mille soldati uscirono ad oste, ed i Lacedemoni stessi pervenuti a Sicione ordinarono con più fermezza reggimento di pochi. Acconciate in questo modo le cose di Mantinea e Sicione, abolirono il governo del popolo anco in Argo, e vi stabilirono quello degli ottimati in congruenza allo stato dei Lacedemoni. Questi fatti succedevano sul cader dell’inverno, e già verso primavera; e finiva l’anno quattordicesimo della guerra.

82. Sopravvenendo l’estate i Dittidiesi del monte Atto si staccarono da Atene per unirsi ai Calcidesi, e i Lacedemoni davano sesto alle cose di Acaia che prima non erano loro a grado. Ad Argo i popolani appoco appoco fatta conspirazione e preso animo, colsero il tempo che a Sparta celebravansi i giochi dei fanciulli[77]; assalirono la parte dei pochi, e venuti a battaglia con essi in città li vinsero, e parte ne uccisero, parte ne bandirono. I Lacedemoni, i quali mentre i loro fautori ve li chiamavano avevano lungamente differito l’andarvi, sospesero allora i giochi dei fanciulli, e si mossero per soccorrerli. Giunti che furono a Tegea, e saputa la vittoria riportata sui pochi, non vollero venire più innanzi, con tutto che ne li pregassero alcuni di quelli che si erano salvati; ma ritornati a casa ripresero i giochi dei fanciulli. Vennero di poi a Sparta per dar contezza del fatto[78] i legati sì degli Argivi restati in città, che dei banditi: e dopo molte cose dette dalle due parti, presenti pure gli alleati, i Lacedemoni sentenziarono il torto essere di quelli di città, e risolvettero di marciare contro Argo. Ma si frapponevano degl’indugi e si procrastinava. Frattanto il popolo di Argo, perchè temeva dei Lacedemoni, e perchè voleva di nuovo procacciarsi la confederazione di Atene che credeva dovergli essere vantaggiosissima, prende a fabbricare le mura lunghe sino al mare, a fine che nel caso di esser serrati dalla parte di terra, potessero aiutarsi colle vettovaglie introdotte da quella di mare, mediante l’aiuto degli Ateniesi. Gli Argivi adunque erano tutti affollati a costruir quelle mura, uomini, donne e servi, ed alcuni delle città peloponnesie vi prestavano l’opera loro; e fino da Atene erano loro venuti muratori e scarpellini: e finiva l’estate.

83. Nel seguente inverno i Lacedemoni come seppero che si fabbricavano le mura ad Argo (ove tenevano segrete pratiche con alcuni) marciarono contro essa insieme con gli alleati, tranne i Corintii, sotto la condotta di Archidamo re di Sparta. E quantunque le pratiche, che credevano già preparate in città, andassero a vuoto, nondimeno espugnarono e demolirono le mura che si andavano fabbricando, ed occuparono Isia[79] castello del territorio argivo; ed uccisa tutta la gente libera che avevano presa retrocederono, e si divisero per tornare ciascuno alla sua città. Gli Argivi anch’essi dopo questo fatto portarono le armi contro la Fliasia, nè si ritirarono se non dopo averla saccheggiata; perchè vi erano stati ricevuti i loro banditi; la maggior parte de’ quali si era stanziata colà. In questo medesimo inverno gli Ateniesi bloccarono in Macedonia Perdicca, accusandolo d’aver giurato lega con gli Argivi e co’ Lacedemoni; e di aver mentito l’alleanza quando ebbero apparecchiato l’esercito sotto la condotta di Nicia di Nicerato per andar contro i Calcidesi di Tracia, e contro Amfipoli, ove a motivo della sua ritirata principalmente erasi quell’esercito sbandato. E però era egli loro nemico. E in questo stato di cose fluiva l’inverno, e l’anno decimoquinto della guerra.

84. Al principio della nuova estate Alcibiade navigò con venti navi ad Argo, ed arrestò trecento Argivi creduti sospetti e parteggianti dei Lacedemoni, e gli Ateniesi li depositarono nelle vicine isole di loro dominio. Quindi gli Ateniesi andarono contro l’isola di Melo, con trenta delle loro navi, sei di Chio e due di Lesbo, mille dugento soldati di grave armatura, trecento arcieri e venti saettatori a cavallo, più mille cinquecento di grave armatura, tra de’ confederati e degli isolani. Quei di Melo, perchè colonia dei Lacedemoni, non volevano obbedire agli Ateniesi come gli altri isolani: e però sulle prime stavano tranquilli nella loro neutralità; sino a che col guasto delle terre furono dagli Ateniesi costretti a pigliare scopertamente le armi. Adunque Cleomede di Licomede, e Tisia di Tisimaco capitani ateniesi, che col detto apparecchio si erano messi ad oste nel territorio di Melo, prima di danneggiarlo cominciarono ad inviare a parlamento dei legati, cui i Melii non condussero innanzi al popolo; ma pregavanli ad esporre il motivo di loro venuta dinanzi ai magistrati ed ai magnati. Onde i legati ateniesi parlarono così:

85. _Ateniesi._ «Siccome non si ha da favellare al popolo, acciò la moltitudine anche una sola volta sentendo certamente da noi in un continovato discorso ragioni attrattive e irrefragabili, non resti ingannata (che questo vostro conducimento innanzi a pochi veggiam bene tendere a ciò), voi medesimi che state a consesso assicurate anche meglio questo vostro proponimento. Non decidete neppur voi di ciascuna cosa che diremo per un solo discorso continovato, ma ripigliate subito la parola a ciò che non vi sembri detto convenientemente. E prima di tutto diteci se vi piace il modo che diciamo.» E gli assessori de’ Melii risposero:

86. _Melii._ «Da noi non si biasima l’amichevol maniera di chiarirsi quetamente l’un l’altro; ma pare che non s’accordi con essa una guerra già presente e non in forse. Perocchè vediamo voi stessi venir giudici delle cose che si diranno; e vi è da aspettarsi che vincendovi in ragione e per conseguente non cedendo, l’esito di questo colloquio ci apporti guerra; e rimanendo noi convinti da voi, schiavitù.»

87 _Aten._ «Se dunque siete venuti a consesso per iscandagliare i sospetti del futuro, o per tutt’altro che per deliberare della salvezza della patria nel modo che vogliono le presenti cose che avete sott’occhio, ci taceremo: se poi vi siete adunati per quest’ultimo fine, parleremo.»

88. _Melii._ «Egli è naturale e da compatire se ridotti a tal termine ci rivolgiamo a molti oggetti colle parole e col pensiero. Nondimeno quest’assemblea è qui presente per la salvezza della patria; e, se vi piace, tengasi parola nel modo che c’invitate.»

89. _Aten._ «Noi pertanto non produrremo lunga diceria, alla quale non aggiustereste fede, per mostrarvi con speciosi nomi che giustamente abbiamo impero perchè distruggitori del Medo, o che cerchiamo vendetta perchè ingiuriati. Nè vi crediamo tali da pensare che colle vostre parole ci persuaderete, di non aver unite con noi le armi vostre per esser colonia de’ Lacedemoni; ovvero di non averci ingiuriati: ma vogliamo che da entrambi si esiga quel che più si può, secondo la vera opinione che abbiamo delle forze nostre; sapendo bene, come voi il sapete, che nelle contese umane si giudica a termini di giustizia quando le forze coattive sono eguali, laddove i più forti fanno tutto quello che possono, e i deboli menan buono ogni cosa.»

90. _Melii._ «Noi certamente crediamo vantaggioso (giacchè è forza rifarsi di qui, mentre lasciando da parte la giustizia vi siete proposti di parlar solo di utilità) che non si abolisca da voi un principio generalmente buono; e che anzi, per chi si trovi in qualche occasione in pericolo, vi sia equità e giustizia; e così ciascuno, quantunque non riesca a persuadere altri di qualche cosa colla più rigorosa evidenza, pure ne risenta vantaggio. E ciò stimiamo essere, più che altro, a pro vostro in quanto che, in caso di qualche sinistro, soffrireste più grave vendetta da essere di esempio agli altri.»

91. _Aten._ «Ma quand’anche il nostro impero venisse abbattuto, il suo fine non ci sgomenta; imperciocchè quelli che, come i Lacedemoni, sono usi a comandare altrui, non sono formidabili ai vinti. Ora però non abbiamo a fare coi Lacedemoni; ci duole bensì che i soggetti abbiano ad assalire e vincere chi ha il comando. Ma lasciamo stare nell’incertezza questo caso. Noi vogliamo solo dimostrarvi che siamo qui per procurare il vantaggio del nostro impero, e che ora parleremo per bene della vostra città, desiderando di avere impero su voi senza vostro incomodo, e di vedervi salvi con vantaggio di tutti e due.»

92. _Melii._ «Ma come può stare insieme l’utilità per noi del servaggio, con quella per voi del comandare?»

93. _Aten._ «Perchè vi verrà fatto di restar sudditi prima di aver sofferto gli estremi disastri; e noi troveremo guadagno del non avervi distrutti.»

94. _Melii._ «Ma a condizione di restar noi in pace e di esservi amici anzi che nemici, senza entrare in lega con voi nè con altri, non ci accettereste?»

95. _Aten._ «No; perchè c’è men dannosa la vostra nimicizia; in quanto che l’amicizia vostra sarebbe pei nostri sudditi una riprova della nostra debolezza, e l’odio lo sarebbe della nostra potenza.»

96. _Melii._ «Ed hanno poi i vostri sudditi tale opinione di ciò che è equità, da metter tutti alla pari tanto i popoli che in nulla vi appartengono, quanto gli altri molti, vostre colonie, alcuni dei quali ribellatisi sono stati soggiogati?»

97. _Aten._ «Sì; perchè delle giustificazioni credono che non ne manchi a nissun de’ due, e che però quei che si reggono lo debbano alla forza, e che noi non gli assaltiamo per paura. Onde, essendoci voi sottomessi, oltre al dar nuovi sudditi all’impero ci procurerete anche sicurezza; tanto più se voi isolani, e non già più deboli degli altri, non riusciate a vincere noi padroni del mare.»

98. _Melii._ «E fia vero che non troviate sicurezza in quell’altra nostra proposizione? Poichè anche qui bisogna che, siccome voi impedendoci di parlare con titolo di ragione, ci persuadete ad obbedire al vostro interesse, così dal canto nostro dichiarandovi quel che è utile per noi, ci proviamo a persuadervi che quel medesimo lo sia anco per voi. E vaglia il vero: come potrete non inimicarvi tutti quei che sono fuori della lega di entrambi, ogni volta che, vedendo questo vostro procedere con noi, dovranno credere che prima o poi anderete pure contro di loro? E che altro fate in questo modo se non ingrandire i presenti vostri nemici, e indurre a malgrado loro a divenirlo quei che forse non lo sarebbero stati?»

99. _Aten._ «Ragioni meschine: Non abbiam paura dei popoli di terraferma che godendosi la loro libertà non avranno punto fretta a mettersi in guardia contro di noi; ma temiamo principalmente degl’isolani, o liberi come voi, o esacerbati già dal governo nostro a cui soggiacciono per forza. Imperocchè, costoro, abbandonandosi d’ordinario alle più grandi sconsigliatezze, potrebbero mettere sè e noi in pericoli che pur troppo prevediamo.»

100. _Melii._ «Certamente adunque se tanti pericoli francamente affrontate, e voi per non perdere l’impero, e i già servi per sottrarsene, sarebbe per noi tuttavia liberi gran viltà e dappocaggine non passare per ogni trafila prima di vederci schiavi.»

101. _Aten._ «No; se pur deliberate con senno: non si tratta per voi di combattimento a forze eguali in prova di valore per non ricevere scorno. Dovete anzi deliberare sulla vostra salvezza, per non opporvi a chi di gran lunga è più potente di voi.»

102. _Melii._ «Sappiamo però che le guerre talora soggiacciono ad eventualità più inaspettate di quel che porterebbe la differenza del numero dei due eserciti. Per noi il ceder subito cessa ogni speranza; dove col far di fatti vi è speranza di seguitare a sostenersi.»

103. _Aten._ «Ma la speranza, la quale suol essere di conforto nel pericolo, può disastrare, non già spiantare quelli che di lei usano nella sovrabbondanza delle cose: all’opposto chi temerario rischia tutto il suo (essendo la speranza prodiga per natura), la conosce per quello che ella è al punto di sua rovina; ed essa non gli dà più luogo di guardarsi da lei già conosciuta. Lo che non vogliate che accada anche a voi che siete deboli e propio in sul bilico; e non vi rendete simili ai molti, i quali potendo umanamente salvarsi, poichè le chiare speranze gli abbandonano nella stretta, si voltano a quelle oscure degli astrologi e degli oracoli, e all’altre siffatte che coll’esca della speranza ti rovinano.»

104. _Melii._ «Siate certi che noi crediamo ardua cosa quella di combattere contro le vostre forze, e contro la fortuna, se non potremo farlo alla pari. Tuttavia quanto alla fortuna speriamo con l’aiuto degli Dei che non vi saremo inferiori; perchè noi gente dabbene ci opponiamo alla vostra ingiustizia. Al difetto poi delle forze supplirà l’unione di quelle dei Lacedemoni, obbligati a soccorrerci, se non altro per parentela e per sentimento di onore: onde per queste ragioni non è affatto temeraria la nostra fiducia.»

105. _Aten._ «Ma la protezione degli Dei pensiamo che neanche a noi mancherà, non esigendo o facendo noi nulla al di là di quello che gli uomini professano nel culto degli Dei, o vogliono per sè: poichè degli Dei dalla opinione comune, e degli uomini dalla evidenza siam condotti a credere che per istinto necessario di natura stendono senza eccezione il comando sin dove giungono le forze. Noi pure usiamo di questa legge, non come autori di quella o come primi a praticarla dacchè è stata posta; ma perchè l’abbiamo ereditata già in vigore, e perchè siamo per lasciarla sussistere per sempre, essendo certi che voi pure e qualunque altro, giungendo in potenza uguale alla nostra, farebbe lo stesso. Ragione dunque vuole che non temiamo di dovere esser da meno quanto alla protezione degli Dei. Quanto poi alla opinione che avete dei Lacedemoni, per la quale confidate che essi vi aiuteranno per sentimento d’onore, beata la vostra semplicità, ma non invidiamo la stoltezza. Conciossiachè i Lacedemoni, in quel che riguarda loro stessi e la legislazione del paese, fanno prodezze di virtù: quanto poi al modo onde trattano gli altri, lasciando stare quel molto che si avrebbe a dire, dichiareremo in una parola sola colla massima precisione, che più apertamente di quanti ne conosciamo, tengono per onesto quel che piace, e per giusto quel che è di loro vantaggio. Or tai sentimenti non fanno al caso vostro per quella salvezza di che stoltamente vi lusingate.»

106. _Melii._ «E noi appunto per questo confidiamo soprattutto che i Lacedemoni per interesse non vogliano abbandonare i Melii, colonia loro, e rendersi così sospetti di poca fede ai Greci loro amici, ed utili ai nemici.»

107. _Aten._ «Dunque voi credete che il proprio interesse si trovi nella sicurezza, e che solo tra i pericoli si eseguiscano i doveri di giustizia e di onestà? ma ciò d’ordinario non sono punto disposti a fare i Lacedemoni.»

108. _Melii._ «Anzi crediamo che per noi tanto più prontamente affronteranno i pericoli, e ci riguarderanno come amici più fermi per loro che per gli altri, in quanto che per i bisogni di guerra risediamo vicini al Peloponneso, e pel sentimento che nasce dalla parentela, meritiamo più confidenza degli altri.»

109. _Aten._ «Bene! ma quei che sieno per prender parte ai cimenti non contano certamente sulla benevolenza di chi l’invita, ma ognuno guarda se è manifestamente superiore di forze per riuscire negl’impegni: e a questo più degli altri badano i Lacedemoni. Ed invero non per altro si uniscono con molti alleati ad assaltare i vicini se non perchè si fidano poco delle proprie milizie; talchè non è certamente da credere che padroni noi del mare, vogliano essi tragittare in un’isola.»

110. _Melii._ «Potranno però spedirvi altri: vasto è il mar Cretico, nel quale è più difficile a chi vi signoreggia sorprendere quei che cercano tenersi nascosti, di quello che a questi trovar modo di scansarsi. Se neanco per questa via riescano, si volgeranno contro il paese vostro, e contro il resto degli alleati, ove Brasida non è penetrato. E voi dovrete travagliarvi non per un territorio che non v’appartiene, ma pel vostro proprio, e per quello della lega.»

111. _Aten._ «Quanto a queste minacce, forse forse potrebbe toccar pure a voi a conoscer per prova che gli Ateniesi non si sono mai levati nemmeno da un solo assedio per paura di altri. Riflettiamo poi che dopo esservi protestati di voler deliberare della vostra salvezza, non avete in sì lungo parlare detto nulla che possa umanamente indurre fiducia di restar salvi. I vostri più validi appoggi sono nel futuro della speranza; quelli che ora avete sono piccoli per superare le forze che vi stanno a fronte. Ond’è che mostrate grande irragionevolezza dell’animo se, allontanati noi dall’assemblea, non vi appigliate ad un partito più saggio di questo. Voi per certo non vi volterete a quel puntiglio d’onore che ne’ pericoli più manifesti e vergognosi rovina d’ordinario gli uomini; avvegnachè questo così detto puntiglio d’onore colla forza del suo nome attrattivo, molti che pure aveano innanzi agli occhi i precipizi ove correvano, e che si erano lasciati vincere da quel vocabolo, gli ha bel bello tirati di fatto in calamità immedicabili, coll’aggiunta di più vergognosa vergogna, perchè causata da stoltezza e non da caso. Lo che voi schiverete, qualora deliberiate bene. E non crediate sconvenevole il cedere a città potentissima che vi chiama alla sua lega con patti discreti, restando padroni del paese vostro gravato solo di tributo; e non vogliate perfidiare nel partito peggiore quando v’è data l’eletta tra la guerra e la sicurezza. Conciossiachè coloro che non cedono agli uguali, e si portano acconciamente coi più forti, e sono discreti coi più deboli; questi assicurano più fermamente lo stato. Laonde pensateci anche dopo che ci saremo ritirati, e considerate molte volte che deliberate intorno alla patria, la quale in questo e per questo solo consiglio vostro sarà o fortunata o depressa.»

112. Quindi gli Ateniesi uscirono dal consesso, e i Melii rimasti soli tra loro persistettero presso appoco nella opinione manifestata colle repliche agli Ateniesi, e risposero così: «Ateniesi, il consiglio nostro non è niente diverso da quel di prima, nè vogliamo in picciol tempo torre la libertà a questa patria nostra abitata omai da settecento anni. Anzi confidando nella fortuna che per favore divino la sostenne fino ad ora, e nel soccorso umano dei Lacedemoni, faremo ogni sforzo per salvarci. Nondimeno v’invitiamo ad averci per amici, senza che siamo nemici d’alcuna parte; e a ritirarvi dalla nostra terra fermando quell’accordo che più sembri opportuno per entrambi.»

113. Questa risposta diedero i Melii; e gli Ateniesi, sciogliendosi dall’abboccamento, dissero: «Voi siete adunque i soli, per quanto ci pare con queste vostre deliberazioni, che giudicate più evidenti le cose future di quelle sott’occhio, e risguardate come successe quelle incerte, solo perchè le bramate. E nel vostro, a dir vero, troppo franco abbandono in braccio ai Lacedemoni, alla fortuna, alle speranze, troverete pure la più gran rovina.»

114. Tornarono i legati ateniesi al campo, ove i loro generali sentendo che i Melii non cedevano in nulla, si volsero subito alla guerra; ed assegnata alla soldatesca di ciascuna città una parte del lavoro, presero a cingere i Melii con muraglia. Finalmente vi lasciarono guardia di loro e dei confederati dalla parte di terra e di mare, e col più dell’esercito partirono. Le genti lasciatevi stavano ferme all’assedio della città.

115. Al tempo medesimo gli Argivi assaltarono la Fliasia: ma colti per imboscata dai Fliasii e dai fuorusciti d’Argo ne morirono circa ottanta. Gli Ateniesi di Pilo fecero gran bottino sui Lacedemoni, i quali per riscatto, senza però rinunziare al concordato, commettevano contr’essi delle ostilità; e bandirono che a chiunque dei loro piacesse, usasse rappresaglie su gli Ateniesi. Anche i Corintii ebbero guerra con gli Ateniesi, per private differenze; il resto del Peloponneso era in calma. I Melii assalirono ed espugnarono di notte il muro fatto dagli Ateniesi dirimpetto al mercato, uccisero alcune guardie, introdussero frumento e quante più robe poterono in città; ove rientrati stavano quieti. A ciò provvidero in seguito gli Ateniesi con guardia migliore; e finiva l’estate.

116. Al venir dell’inverno essendo i Lacedemoni in procinto di marciare sul territorio argivo, poichè le vittime offerte sulla frontiera pel passaggio non erano propizie, tornarono indietro. E gli Argivi, che avean preso in sospetto alcuni dei loro cittadini, valendosi di questa dilazione dei Lacedemoni, ne arrestarono una parte; e gli altri fuggirono loro di mano. Quasi al tempo stesso i Melii presero di nuovo un’altra porzione del muro degli Ateniesi difesa da poche guardie: se non che per questi successi venne finalmente da Atene altra gente comandata da Filocrate di Demea, ed allora assediati vigorosamente, e traditi pure da alcuni dei loro si resero alla discrizione degli Ateniesi, i quali uccisero quanti dei Melii erano giunti alla pubertà, fecero schiavi i fanciulli e le donne, e presero ad abitare da sè stessi quella terra, dove poi spedirono cinquecento coloni.

FINE DEL LIBRO QUINTO.

LIBRO SESTO

SOMMARIO.

La Sicilia. — Legati di Egesta. — Varii avvenimenti. — Guerra di Sicilia. — Erme mutilate. — La flotta fa vela. — Siracusa in agitazione. — La flotta rade l’Italia. — I Siracusani preparansi alla difesa. — Armodio ed Aristogitone. — I Siracusani vinti. — Deputati a Camarina. — Sparta si collega con Siracusa. — Altri avvenimenti. — Assedio di Siracusa. — La flotta salpa da Corinto. — Atene e Sparta vengono in aperta rottura.

1. In questo medesimo inverno gli Ateniesi avevano in animo di navigare in Sicilia con apparecchiamento maggiore di quello di Lachete e di Eurimedonte, per tentare di soggiogarla. I più di loro ignoravano la grandezza di quell’isola, e la moltitudine de’ Greci e barbari che l’abitavano; e non vedevano che così imprenderebbero una guerra non molto inferiore a quella contro i Peloponnesi. Imperciocchè ci vogliono poco meno che otto giorni per girar la Sicilia con una nave da carico; e sebbene sia tanto vasta, appena venti stadii di mare vi si attraversano perchè non sia terraferma.

2. Ora dirò come ella fosse da primo abitata, e quanti popoli avesse in tutti. Gli abitatori più antichi di una parte di quel paese dicesi essere stati i Ciclopi e i Lestrigoni; dei quali non saprei dire la stirpe, nè il luogo onde vennero, nè dove andarono. Contentiamoci adunque di ciò che ne hanno detto i poeti, e di quello che ognuno in qualche modo ne sa. Primi ad abitarvi dopo di questi paiono i Sicani, i quali piuttosto al dir loro vi erano già d’innanzi perchè nati di lì: ma il vero è che sono Iberi cacciati dai Ligii di sul Sicano, fiume in Iberia; e che da essi l’isola chiamata prima Trinacria, fu allora detta Sicania; ed abitano anche adesso il ponente di Sicilia. Preso poi Ilio alcuni Troiani scampati dagli Achei giungono su delle barche in Sicilia, ove acconciatisi a confine dei Sicani furono tutti insieme chiamati Elimi, e le città loro Erice ed Egesta. Si unirono di più ad abitar con essi alcuni dei Focesi di ritorno da Troia, in quel tempo dalla tempesta primieramente sbalzati sulla Libia, e quindi di là passati in Sicilia. Ed è fama che i Siculi fuggendo, come pare, gli Opicii, dall’Italia ove avevano la sede passassero su dei foderi in Sicilia, colto un vento favorevole nello stretto; e forse anche vi tragittarono in altro modo. Sonovi poi ancora dei Siculi in Italia, la quale trasse questo nome da un tale chiamato Italo re degli Arcadi. Venuti adunque costoro in Sicilia con molta gente, e superati i Sicani in battaglia, li cacciarono verso le parti meridionali e occidentali dell’isola, la quale di Sicania fecero che fosse chiamata Sicilia; ed abitarono le campagne più fertili, che dopo il loro tragitto riteneano per quasi trecento anni, prima che vi venissero i Greci; ed anch’oggi ne posseggono i luoghi mediterranei e quelli verso tramontana. I Fenicii per negoziare coi Siculi abitarono tutte all’intorno le costiere della Sicilia, occupati i promontori che sporgono in su quel mare, e le isolette adiacenti. Ma poichè vi approdarono molti Greci, quelli, abbandonata la maggior parte di quei luoghi, si riunirono insieme, e fermarono le sedie loro in Motia, in Soloente e in Palermo, vicino agli Elimi; tra perchè confidavano nella confederazione di questi, e perchè Cartagine è di là distante un tragitto cortissimo. Ed ecco come e quanti barbari abitarono la Sicilia.

3. Fra i Greci poi primi a navigarvi furono i Calcidesi di Eubea, con Teucle capo di quella colonia; e fondarono Nasso[80] ed eressero ad Apollo Archegeta l’altare che ora è fuori di città[81], sul quale i Teori, ogni volta che hanno a partire di Sicilia, fanno prima sacrifizio. L’anno seguente Archia, uno degli Eraclidi di Corinto, fabbricò Siracusa, cacciati prima i Siculi da quell’isoletta che, non più oggi cinta dal mare, forma l’interno della città. Quella parte di città che ne resta fuori in terraferma, dopo qualche tempo le fu aggiunta con un muro, e divenne assai popolosa. Cinque anni dopo fondata Siracusa, Teucle e i Calcidesi usciti di Nasso, e scacciati colla guerra i Siculi, fondarono Leontini, e quindi Catana: e i Catanesi presero da sè per capo della colonia Evarco.

4. Nel medesimo tempo anche Lamide da Megara arrivò con una colonia in Sicilia, e fabbricò sul fiume Pantacio un castello per nome Trotilo[82]. Di là passò poi a Leontini, e per poco tempo ebbe parte nel governo coi Calcidesi, dai quali cacciato via, fondò la colonia di Taso ove morì. Da Taso furono parimenti banditi i suoi compagni, i quali condotti da Iblone re dei Siculi, che avea tradito quella terra, fondarono la colonia dei Megaresi, chiamati Iblei: e dopo avervi abitato quarantacinque e dugent’anni furono mandati via della città e del territorio da Gelone tiranno di Siracusa. Ma prima di questa cacciata, cioè cent’anni dopo la fondazione della colonia, fabbricarono Selinunte speditovi a tal uopo Pammilo, il quale partito di Megara, che era la città madre, insieme con altra gente fornì quell’impresa. Quarantacinque anni dopo la fondazione di Siracusa, Antifemo ed Entimo fabbricarono in società Gela, conducendovi Coloni l’uno da Rodi, l’altro da Creta; e la città prese nome dal fiume Gela. Il luogo però ove è ora la città, e che fu il primo ad esser murato, si chiama Lindii; e vi furono stabilite le leggi doriche[83]. I Geloi, a un bel circa cent’otto anni dopo che ivi abitavano, fabbricarono la città d’Acragante, che così la chiamarono dal fiume Acragante, destinati Aristoneo e Pistilo a conduttori della colonia, e le diedero le leggi stesse dei Geloi. Zancle fu in principio fondata da’ ladroni andativi da Cuma città calcidica nella campagna opica: ma in seguito dalla Calcide e dal resto dell’Eubea vi andò gran gente, che ne possedette in comune il territorio; e capi di quella colonia furono Periere e Cratemene, l’uno di Cuma, l’altro di Calcide. Da principio i Siculi la chiamavano Zancle, perchè il castello ha la figura di una falce, e i Siculi chiamavano appunto _zanclo_ la falce. Dipoi coloro furono cacciati via dai Samii e da altri Ionii che fuggendo i Medii approdarono in Sicilia.

5. Ma poco appresso Anassila, tiranno di Reggio, cacciati i Samii, e fermatosi in quella città con della gente mescolata con la rimastavi, le mutò il nome in quello di Messene tolto dall’antica sua patria. Dopo Zancle, Euclide, Simo e Sacone fondarono Imera; ed i più che andarono in questa colonia furono Calcidesi: ma si unirono ad abitare con essi anche i così detti Miletidi esuli da Siracusa, ove erano stati vinti dalla fazione contraria. La lingua di cui usavano era un po’ calcidese, un po’ dorica; quanto alle leggi vinsero le calcidesi. Acra e Casmene furono fondate dai Siracusani; Acra settant’anni dopo Siracusa, e Casmene quasi venti dopo Acra, o in quel torno. Parimenti i Siracusani fondarono la prima volta Camarina quasi cento trentacinque anni dopo la fabbricazione di Siracusa; e capi della colonia furono Dascone e Menecolo: se non che i Camarinesi essendo stati scacciati come ribelli dalle armi dei Siracusani, poco dopo Ippocrate, tiranno di Gela, in riscatto di alcuni prigionieri siracusani ebbe il territorio camarinese; e fattosi capo della colonia riacconciò Camarina, la quale, resa deserta nuovamente da Gelone, fu poi da lui medesimo per la terza volta ripopolata.

6. Tanti erano i popoli fra Greci e barbari che abitavano la Sicilia; contro alla quale (che pure era sì vasta) gli Ateniesi con grande animo voltavano le armi, veramente perchè ardevano del desiderio di dominarla tutta: il qual desiderio volevano ad un tempo ricoprire col pretesto di soccorrere i loro consanguinei, e gli altri che si erano collegati con questi. Ma a ciò soprattutto li spinsero, e con gran calore li confortarono gli ambasciadori di Egesta venuti ad Atene; avvegnachè gli Egestei confinanti de’ Selinunti si trovavano in guerra con essi per causa di diritti nuziali, e per controversie di territorio: ed i Selinunti, essendosi aggiunti in alleanza i Siracusani, li stringevano colla guerra per terra e per mare. Il perchè gli Egestei ricordavano agli Ateniesi la lega fatta al tempo di Lachete, e della precedente guerra de’ Leontini, e li pregavano a soccorrerli collo spedir loro delle navi. E tra le molte ragioni che adducevano, la principale era, che se i Siracusani, dopo aver disertato i Leontini, restassero impuniti, e seguitando a guastare anche gli altri alleati s’impadronissero di tutte le forze di Sicilia, vi era pericolo che, come Dorici, volessero, attesa la parentela, soccorrere con grandi apparecchi i Dorici, ed insieme i Peloponnesi come colonia loro, e dar mano ad abbattere la potenza d’Atene. Esser dunque saggia cosa che insieme con gli alleati che vi restavano si opponessero ai Siracusani; tanto più che e’ somministrerebbero denari a sufficienza per la guerra. Queste ragioni ripetute più volte nelle assemblee dagli Egestei e dagli oratori che patrocinavano la loro causa, mossero gli Ateniesi a decretare, che si spedissero prima dei legati ad Egesta a vedere se vi fossero nel pubblico erario e nei templi le ricchezze ch’e’ dicevano, ed insieme ad informarsi dello stato della guerra contro i Selinunti.

7. Furono infatti spediti in Sicilia i legati. Nel medesimo inverno i Lacedemoni e i confederati, tranne i Corintii, portarono guerra sul territorio argivo, ne devastarono una piccola porzione, e dopo aver portato via del frumento su dei carri che avevano condotti, diedero stanza in Ornea a’ fuorusciti d’Argo, ai quali lasciarono del resto dell’esercito poche genti. Quindi per un certo tempo fermata tregua, per la quale gli Orneati e gli Argivi non si molesterebbero, tornarono coll’esercito a casa. Ma poco dipoi venuti gli Ateniesi con trenta navi e seicento soldati di grave armatura, gli Argivi insieme con essi uscirono ad oste con tutte le milizie; e per un intero giorno stettero assaltando quelli che erano in Ornea: e sulla notte avendo discostato l’esercito per trovare alloggiamento, quei di Ornea fuggirono. Il dì seguente gli Argivi visto ciò spianarono Ornea e si ritirarono; e gli Ateniesi anch’essi tornarono poi colle navi a casa. In Metona, sulle frontiere di Macedonia, furono per mare spediti dagli Ateniesi alcuni dei propri soldati a cavallo, insieme coi fuorusciti macedoni che si erano rifugiati tra loro; e di là danneggiavano gli stati di Perdicca. E i Lacedemoni mandarono ai Calcidesi di Tracia, che avevano tregua per dieci giorni con gli Ateniesi, che unissero le loro armi con Perdicca, lo che non vollero fare. Finiva intanto l’inverno, e con esso il sedicesimo anno di questa guerra che ha descritta Tucidide.

9. Nella seguente estate al cominciar di primavera tornarono di Sicilia i legati degli Ateniesi, e con essi quelli degli Egestei, recando sessanta talenti d’argento non coniato, da servire per la paga di un mese alle sessanta navi di che voleano domandare la spedizione. Gli Ateniesi tennero adunanza, ove tra le molte cose persuasive, ma non vere, riferite dagli Egestei dai propri ambasciatori, intesero esservi in pronto molto denaro nei templi e nel pubblico erario, laonde fermarono di spedire in Sicilia le sessanta navi capitanate con assoluto comando da Alcibiade di Clinia, Nicia di Nicerato, e Lamaco di Xenofane, i quali dovessero soccorrere gli Egestei contro i Selinunti, riunire in patria i Leontini (se pure, quella guerra lasciasse loro il modo di farlo), e governare le altre cose di Sicilia in quella guisa che stimassero più profittevole ad Atene. Cinque giorni dopo fuvvi di nuovo adunanza per trattare del come si potesse il più prontamente preparare il bisognevole alle navi, e per decretare quel di più che potesse occorrere ai capitani per quella spedizione. Ma Nicia, che contro sua voglia era stato scelto a quel comando, tenendo per cattiva quella risoluzione della città, la quale con piccola e colorata cagione aspirava a conquistare tutta la Sicilia, impresa veramente grande, presentatosi agli Ateniesi cercava di distorli da ciò, e gli ammoniva con tali parole:

9. «Quest’assemblea, che ha per oggetto i nostri apparecchiamenti, si è qui raccolta, come che bisogni navigare in Sicilia. A me però sembra doversi appunto intorno a ciò discutere ancora se sia meglio o no spedire la flotta, e guardarsi dall’imprendere con sì breve consiglio una guerra che non ci appartiene, dando retta a gente estranea in cose rilevantissime. Eppure io in questa spedizione trovo il mio onore, e meno degli altri ho paura della mia vita; quantunque io stimi cittadino egualmente buono chi provvede al suo corpo e alla sua roba, perciocchè questi, anche per riguardo suo, sommamente bramerà prospera la Repubblica. Contuttociò, non avendo mai nel tempo innanzi parlato contro la mia opinione per cagione di distinti onori, neanche adesso vo’ farlo; ma dirò quello che tengo per migliore. Bene io veggo che negli animi vostri non arebbe forza il mio discorso se vi esortassi a salvare quel che avete, e a non arrischiare il presente per cose incerte e future. Il perchè intendo mostrarvi che vi affannate fuor di tempo, e che non è facile ad ottenere quello a cui correte.

10. «Dico adunque che navigando in Sicilia, voi, lasciati qua molti nemici, volete attirarne degli altri. E credete voi forse che la tregua successa abbia qualche fermezza? Ma sappiate che ella manterrà questo nome fino a che voi state quieti (che tale l’hanno resa alcuni dei nostri e degli avversari), e che a una sconfitta di qualche parte considerevole del nostro esercito, i nemici ci saranno subito addosso; primo perchè (attese le loro calamità) quella convenzione fu per essi forzata, e più disonorevole che per noi; dipoi perchè in essa abbiamo molti articoli in controversia. Anzi vi sono di quelli (nè già de’ più deboli) che quest’accordo non approvarono, e che apertamente ci guerreggiano; altri, siccome i Lacedemoni non si muovono, così anch’essi sono ritenuti dalla tregua dei dieci giorni. Ma forse, e senza forse, se troveranno divise le forze nostre (lo che noi affrettiamo), ci assalteranno animosamente insieme coi Siciliani, l’alleanza de’ quali avrebbero per l’innanzi avuta cara sopra molte cose. Laonde questo è ciò che dobbiamo osservare, invece di volere arrischiarci mentre la Repubblica tentenna, ed ambire nuovo impero prima d’aver fermato quello che abbiamo. I Calcidesi di Tracia, ribelli nostri da tant’anni, non sono ancora soggiogati; alcuni altri di terraferma sono instabili nell’obbedienza: e noi ci affrettiamo a soccorrere gli Egestei come oppressi, che al più ci sono alleati, e tranquilliamo ancora a vendicarci delle ingiurie di coloro che da gran tempo ci sono ribelli?

11. «Eppure abbattendo questi ultimi potremo tenerli in dovere; dove ancorchè vinciamo i Siciliani difficilmente potremo dominarli a cagione della lontananza e moltitudine. Ora è stoltezza andar contro gente, vincendo la quale tu non possa ritenerla; e non vincendola, tu t’abbi a trovar peggio che prima d’averla assaltata. E parmi che i Siciliani, nel loro stato presente, sieno per noi vie meno da temere, di quello che se i Siracusani gli sottomettano; di che principalmente gli Egestei ci fanno temere. Conciossiachè, divisi come or sono, potrebbe ciascun popolo venir contro di noi per gratuirsi i Lacedemoni: ma in quell’altro modo non è presumibile che un impero vada contro un altro impero; sendo che, siccome costoro coi Peloponnesi torrebbero a noi il nostro, così per l’istessa ragione i Peloponnesi probabilmente torrebbero ad essi il loro. A volere sbigottir veramente i Greci di Sicilia, o bisogna non andar colà, o almeno ritornarsene ben presto dopo aver mostrato le forze nostre; perciocchè tutti sappiamo che le cose lontane e che non hanno dato riprova dell’opinione che se ne ha, mettono di sè maraviglia. Che se avessimo una sconfitta ci piglierebbero subito in disprezzo, e co’ Greci di là ci assalirebbero. E tale è appunto ora il caso vostro, o Ateniesi, rispetto ai Lacedemoni e loro alleati: perchè siccome gli avete superati contro l’espettativa in quel genere di guerra nel quale innanzi gli temevate, così ora gli dispregiate ed aspirate anche alla Sicilia. Badate però che non bisogna inorgoglire per le disgrazie de’ nemici, ma prender fiducia quando si abbia depresso il loro animo, e stimare che i Lacedemoni mossi dalla vergogna non altro facciano che speculare in che modo possano, abbassati noi, trovare un bel compenso al proprio disdoro; tanto più che con moltissima cura e da moltissimo tempo van facendo procaccio di opinione di valore. Per lo che, se abbiamo senno, non dobbiamo pigliar gara per genti barbare, quali sono gli Egestei di Sicilia, ma guardarci animosamente da una città che per la sua oligarchia c’insidia.

12. «Oltre di che vuolsi rammentare che di recente ci siamo un poco riavuti e dal fiero morbo e dalla guerra, e però siamo cresciuti in denaro e in popolazione; le quali cose è giusto che si spendano qui per noi, e non per gente bandita chiedente soccorso, gente cui torna in vantaggio il mentir contamente, e che quand’altri è in pericolo va pascendolo sol di parole; e se ella vince non te ne sa grado condegnamente, e se mai perde avvolge nella sua rovina anche gli amici. E se vi ha chi gongolando per essere scelto a capitano, vi conforta alla spedizione solo perchè mira al proprio vantaggio, tanto più che essendo ancor troppo giovine per il comando vuol farsi ammirare per la sua cavallerizza, e giovarsi della carica per mantenere la sua sontuosità; non date in mano neppure a costui di che brillare in privato con pericolo della Repubblica. Siate anzi persuasi che sì fatti cittadini danneggiano il pubblico, e rifiniscono il suo; che l’affare di cui si tratta è grande, e non tale da esser consigliato da un giovincello, nè da governarsi così spacciatamente.

13. «Ed io, al veder in questo consesso gente di tal tempera che parteggiano per lui, vengo in timore, e dal canto mio esorto i più attempati che, se ad alcuno di loro seggano accanto, non si rechino a vergogna di passar per infingardi, ove non dieno il voto per la guerra, e che (siccome accade nei giovani) non sieno perdutamente innamorati delle cose lontane, sapendo che pochissimi affari si conducono a buon fine pel desiderio, moltissimi per la previdenza. Ed invece li prego che per amore di questa patria, che va a gettarsi in un pericolo grandissimo oltre ogni altro di pria, vogliano in ciò dar contrario il loro voto, e decretare che i Siciliani tengano le loro cose usando i confini di adesso (su di che non abbiam nulla da ridire), cioè il seno ionico per chi navighi radendo la spiaggia, e quello di Sicilia per chi va in alto mare; che quanto alle differenze l’accomodin tra loro: che agli Egestei in diviso si risponda, che siccome attaccarono la guerra co’ Selinunti, senza gli Ateniesi, così da sè la sciolgano; e che in seguito non ci facciamo alleati (come siam soliti) di popoli, i quali ci convenga soccorrere quando si trovano male, e bisognando noi di aiuto, non possiamo ottenerlo.

14. «E tu, o Pritane, se credi tuo debito aver cura della patria, e vuoi essere buon cittadino, riproponi la cosa e mandala nuovamente a partito, persuadendoti (qualora tu tema di rimetterla un’altra volta a’ voti) che il trasgredire alle leggi fra tanti testimoni non ti sarà apposto a delitto, e che piuttosto tu sarai il medico della Repubblica che avea malamente deliberato, e che ottimo magistrato è quegli che più giova alla patria, e che meno la danneggia volontariamente.»

15. Così parlò Nicia, e la maggior parte degli Ateniesi che dopo lui si presentarono a parlare consigliavano si facesse la spedizione e non si cassasse il decreto: alcuni poi dicevano il contrario. Tra quelli che più caldamente insistevano per la spedizione, era Alcibiade di Clinia bramoso di opporsi a Nicia, dal quale d’altronde discordava in materia di politica, e dal quale era stato punto con parole, e desideroso principalmente di condurre quell’impresa, come quegli che sperava che gli Ateniesi terrebbero da lui il conquisto di Sicilia e di Cartagine; le quali cose riuscendo prosperamente, anch’egli in privato avanzerebbe in ricchezze e in gloria. Ed invero essendo tenuto in gran conto dai concittadini avea voglie troppo maggiori de’ suoi averi sì rispetto alla cavallerizza che all’altre spese, lo che poi tornò in grandissimo abbassamento della Repubblica d’Atene. Conciossiachè la maggior parte impauriti per la smodata lautezza di sua persona, e per la vastità de’ disegni in ogni cosa che intraprendeva, gli divennero nemici come affettasse tirannia. Onde sebbene quanto al pubblico avesse vigorosamente disposte le cose di guerra, nondimeno in particolare pesando a ciascuno le sue maniere, ne commisero il carico ad altri, e così in poco tempo rovinarono la Repubblica. Egli adunque allora fattosi innanzi disse agli Ateniesi queste parole:

16. «Ateniesi, a me più che ad altri spetta il comando (giacchè è forza cominciar di qui perchè Nicia ha toccato me), e credo ancora di meritarlo. Quelle cose infatti ond’io sono celebrato apportano onore a’ miei antenati ed a me, e vantaggio alla patria. Imperciocchè i Greci, che prima credevano abbattuta la città nostra, sono venuti nella opinione che ella sia più potente di quel che invero non è per la mia splendidezza ai giochi d’Olimpia, ove corsi con sette cocchi e vinsi, ed ebbi il secondo e quarto premio, e gli altri apparati ordinai condegnamente alla vittoria. Queste cose sono per legge in onore; e la magnificenza nell’eseguirle desta insieme l’idea del potere della Repubblica; e le mie larghezze e tutto quello ond’io son chiaro in città muovono naturalmente ad invidia i cittadini, ma mostrano ai forestieri la potenza di lei. Onde siccome non è disutile questa follìa di uno che a proprie spese giova non solo a se stesso, ma eziandio alla patria; così non è ingiusto che chi sente altamente di sè non voglia stare alla pari cogli altri, dappoichè se egli si trova in disgrazia nessuno va di pari con esso nella sventura. Anzi in quella guisa che quando siamo disgraziati nessuno pur ci saluta, per egual modo soffra ciascuno in pace d’esser trascurato da chi è felice, o tratti alla pari col miserabile, ed allora esiga altrettanto. Io so che le persone di questo calibro e tutti quelli che avanzano altrui di chiarezza in checchessia, sono incomodi durante la loro vita agli uguali principalmente, e poi anche agli altri coi quali usano: ma con tutto questo lasciano ad alcuni che vengono dopo, la gara di appropriarsene la parentela (sebbene non gli attengano per nulla), e alla patria in che nacquero danno materia di vanto, non quasi fossero gente straniera o dappoco, ma cittadini suoi propri e facitori di belle gesta. Queste sono le glorie che bramo; e quantunque io venga diffamato per questo mio privato contegno, osservate se governo gli affari pubblici peggio di verun altro: avvegnachè vi so dire che io mi son quegli che, riunite a voi senza vostra grande spesa o pericolo le città più potenti del Peloponneso, ridussi i Lacedemoni a combattere in un sol giorno per la somma delle cose a Mantinea, ove sebbene vincessero la battaglia, pure da indi innanzi non si sono più sinora rassicurati stabilmente.

17. «Inoltre questa mia giovanile follìa che sembra eccedere oltre l’età fu quella che con acconcie parole trattò colla potenza dei Peloponnesi, e che siccome col suo impeto ispirò loro fiducia, così persuase voi anche adesso a non temerla. Anzi mentre io sono nel vigore di essa, e Nicia sembra fortunato, valetevi pure di amendue in quello a che siamo utili, e non mutate consiglio sulla spedizione di Sicilia, quasi che dovesse farsi contro a paese potente. Vero è che le città di quei luoghi sono assai popolate, ma di un miscuglio di gente, e però facili a cambiar di governo e a ricever chiunque. Ond’è che nissuno, come si farebbe per la propria patria, è fornito delle armi per difendere il suo corpo, o degli apparati che si richieggono in quel paese; ma quello che ciascuno spera di dover ottenere con persuasive parole, od anche di rapire dal comune erario nel bollor delle parti, e poi mutar suolo se la sua non vinca, questo è ciò che tutti si vanno procacciando. E non ci è pericolo che turba siffatta voglia udire d’un animo chi le favelli, o voltarsi di comun concordia ad operare; ma invece ciascun di loro aderirà a quello che sia detto a suo genio; tanto più se, come udiamo, sono in sedizione. Nè già hanno essi tanti soldati quanti ne vantano, nè gli altri Greci compariscono tanti quanti ciascuna provincia ne novera; anzi quella Grecia, che ha grandemente ingannato costoro, si dura fatica a credere che abbia milizie sufficienti a questa guerra. Tali pertanto, per quello che io ne so d’udita, sono le cose di là, e forse anche più agevoli. Infatti vi troveremo molti barbari che per odio de’ Siracusani si uniranno con noi ad assalirli, nè le cose di qua potranno impedirci, ove drittamente deliberiate. Imperciocchè i padri nostri oltre i nemici, che al dir di costoro ci lascerem dietro navigando in Sicilia, avevano nemico anche il Medo; e pure si acquistarono l’imperio non con altro che colla sovrabbondanza delle forze marittime. Ora i Peloponnesi tuttochè si trovino nel più vigoroso stato, sono disperati più di prima di poterci opprimere: e dato anche che la spedizione non si faccia, sono certo in forze da assaltar le nostre terre: ma non potranno danneggiarci colla flotta, perchè altra ce ne resta, e tale da fronteggiarli.

18. «Laonde quale addurremo giusta ragione del nostro inritrosire, o scusa agli alleati del non aiutarli? Noi dobbiamo soccorrerli per via de’ giuramenti, e non opporre che essi non ci soccorrono; avvegnachè non gli abbiamo aggiunti alla nostra lega perchè dal canto loro venissero qua in nostro aiuto, ma perchè inquietassero i nemici nostri di là, e impedissero loro venir qua contro noi. E noi e qualunqu’altri abbiamo impero, lo abbiamo acquistato in questo modo; cioè col soccorrere sollecitamente chi ci chiamasse fosse greco o fosse barbaro. Imperocchè se tutti stieno quieti, o facciano rigorosa scelta di quelli che per ragione debbano aiutarsi, certo quand’anche volessimo accrescere d’un poco il nostro Stato, correremmo maggior pericolo per quello stesso che abbiamo: perchè nessuno aspetta a difendersi dal più forte quando è da quello assalito, ma tenta furargli le mosse acciò non gli venga contro. Senza di che non sta in noi di contemperare l’impero nostro alla foggia de’ nostri desiderii: ma poichè siamo in questo stato ci è forza tendere insidie ad alcuni, ad alcuni poi non allentare la briglia, essendovi pericolo di soggiacer noi stessi all’altrui dominio se non sappiamo dominare sugli altri; tanto più che come gli altri non possiamo brigarci della tranquillità, ove non vogliate del pari con loro cambiar di maniere. Per lo che considerando che coll’andare colà accresceremo vie più lo stato nostro, facciamo la spedizione per abbassare la superbia de’ Peloponnesi, mostrando che pieni di disprezzo per loro sappiamo preferire alla presente quiete anche la navigazione in Sicilia. Confido inoltre che coll’aggiunta delle forze di colà probabilmente ci assoggetteremo tutta la Grecia, o almeno danneggeremo i Siracusani; nel che avvantaggeremo noi stessi e gli alleati. La sicurezza poi o di restarvi, se alcuno si aggiunga a noi, o di tornare indietro, l’avremo dalle navi: avvegnachè ne potremo più di tutti i Siciliani insieme. E però l’inazione e la discordia fra giovani e vecchi, accennate dai discorsi di Nicia, non vi smuovano: anzi con quel solito buon ordine, la cui mercè i padri nostri tutti d’accordo e giovani e vecchi, avanzarono a questo grado lo Stato, nell’istesso modo ora anche voi sforzatevi di aggrandire la Repubblica. E siate persuasi che la gioventù e la vecchiezza disgiunte tra loro non posson nulla; ma che ove sieno unite, venendo a mescolarsi insieme tutto ciò che è debole, mediocre e buonissimo, sono sufficienti a tutto; che la città stando in ozio si consumerà da se stessa, siccome avviene dell’altre cose, ed ogni maniera di sapere v’invecchierà; mentre esercitandosi in guerra acquisterà sempre nuova perizia, e si avvezzerà a difendersi non colle parole, ma coi fatti. Insomma io quanto a me penso che una città operosa dovrà ben presto corrompersi passando ad una vita d’ozio; e che i più sicuri nel loro stato sono coloro, che di comune concordia si governano colle costumanze e leggi presenti, tuttochè non perfettissime.»

19. Con tanto calore parlò Alcibiade; e gli Ateniesi udito lui e le domande degli Egestei e de’ fuorusciti leontini, che fattisi avanti rammentavano loro le giurate convenzioni ed imploravano soccorso, molto più di prima s’invogliarono della spedizione. Di che Nicia avvistosi che con quelle sue medesime ragioni non li potrebbe più distorre, ma che forse, se ordinasse molti apparecchi, la grandiosità di questi farebbe loro mutar pensiero, di nuovo presentatosi ad essi parlò così:

20. «Poichè, o Ateniesi, vi vedo al tutto infiammati per la spedizione, riescano pur le cose come bramiamo; ma io voglio al presente esporvi la mente mia. Le città contro le quali siamo per andare, a quel che io ne so d’udita, sono grandi e tra loro indipendenti, nè cercano mutazione onde ciascuna da violenta servitù possa volenterosa passare a più mite governo; ed essendo molte per un’isola sola, e molte di queste greche, non vorranno probabilmente gradire il nostro impero invece della libertà. E senza parlare di Nasso e Catana (che per la parentela de’ Leontini spero saranno con noi), ve ne sono altre sette di tutto fornite colla massima conformità al nostro esercito, e tra queste non ultime sono Selinunte e Siracusa, contro le quali principalmente navighiamo. Imperocchè hanno esse molti soldati gravi, ed arcieri e saettatori, e molte triremi, e numerose ciurme da empirle; hanno denari parte in proprio, parte nei templi di Selinunte; e i Siracusani riscuotono tributo in generi da alcuni barbari. E quello in che di gran lunga elle ci avanzano, sono provviste di molti cavalli, ed usano frumento proprio non portato di fuori.

21. «Contro tante forze adunque non basta solo un navale e debole esercito, ma ci vogliono eziandio sulle navi molti soldati da sbarco, se vogliamo eseguire alcun chè degno del nostro concetto, e non essere impediti di pigliar terra da grossa cavalleria, specialmente nel caso che le città impaurite si colleghino insieme, o che noi non troviamo altri amici (dagli Egestei in fuori) che ci somministrino cavalli da opporre al nemico. Sarebbe certo vergogna l’essere astretti a tornarcene, o chiedere dipoi nuove truppe per aver deliberato inconsideratamente da primo; ond’è che conviene partir di qua con sufficiente apparecchio, sapendo che dobbiamo navigare molto di lungi dal paese nostro. Voi non uscite ora alla guerra siccome quando portate le armi contro alcuno fra genti a voi soggette, e però cavate facilmente i viveri da paese amico: ma andate a gettarvi lontani in terra straniera, donde non è facile aver qua nuove neppure in quattro mesi d’inverno.

22. «Il perchè pare che dobbiamo traghettarvi molte milizie gravi delle nostre, degli alleati, dei vassalli (e potendo, cavarne alcune dal Peloponneso, o colle persuasioni o col soldo) e molti arcieri e frombolieri per far testa alla loro cavalleria, e molto maggior numero di navi per trasportare più facilmente i viveri, e condurre di qua sulle barche da carico grano e orzo tostato, e panattieri salariati tolti ripartitamente dai mulini, acciocchè, ovunque ci troviamo sorpresi da qualche fortuna di mare, il bisognevole non manchi all’armata, alla quale essendo sì grande non potrà ogni città dar ricovero. Insomma bisogna non fidarsi agli altri, e provvedersi per quanto si può d’ogni altra cosa, e sopratutto portar di qua moltissimo denaro; perchè quel degli Egestei che si dice esser colà pronto, siate certi che è pronto più che altro in parole.

23. «Che se noi di qua vi anderemo con apparecchio non solo equivalente, ma anche superiore in ogni cosa (io eccettuo i loro soldati gravi che son bene agguerriti) difficilmente anche così potremo vincere i nemici e salvare gli amici. Vuolsi poi far ragione che coloro che vanno ad impadronirsi di città posta in mezzo a gente straniera e contraria, bisogna nel primo giorno in che approdano si rechino in poter loro il territorio, o si aspettino al primo fallo di trovar nemici da per tutto. Lo che temendo e sapendo aver noi spesse volte bisogno di retto consiglio, e più anche di buona ventura (che agli uomini tocca difficilmente), voglio, nel mettermi in mare, darmi in balìa della fortuna il men possibile, e navigar con apparecchio che ragionevolmente mi offra sicurezza. Queste, a mio avviso, sono le cose che più fanno sperare fermezza alla Repubblica intera, e salute a noi che dobbiamo militare: e se pur v’ha cui sembri altramente, io gli cedo il comando.»

24. Tutte queste cose disse Nicia sperando o di rimuovere gli Ateniesi dall’impresa colla moltiplicità degli ostacoli, o se fosse costretto alla spedizione di potere in quel modo navigare più sicuramente. Essi però con tutta quella farragine di apparecchiamenti non scemarono la brama della spedizione, ma s’infiammarono viemaggiormente; cosicchè la cosa gli andò al contrario: perocchè fu creduto che egli consigliasse bene, e che l’impresa nel modo detto da lui riuscirebbe prosperamente. E il desiderio di navigare entrò in tutti egualmente; nei vecchi perchè speravano di soggiogare i luoghi contro i quali andavano, o almeno di non dovere esser battuti con sì grossa armata; in quei di fresca età per la brama di vedere ed osservare un paese lontano, e per la fiducia di aver a tornar sani e salvi; e la numerosa moltitudine e i soldati ripromettevansene denaro a presente, e nuovo acquisto di potenza, onde otterrebbero gli stipendi a vita. Tanto che per quella viva general bramosia, se alcuno v’era cui ciò non piacesse, se ne stava tranquillo, temendo di passare per malaffetto alla Repubblica ove col suo voto si opponesse.

25. Finalmente un Ateniese fattosi avanti e confortato Nicia, disse che non bisognava tergiversare nè indugiare, ma dire in faccia a tutti quali preparamenti dovessero gli Ateniesi decretarli. E Nicia, benchè malvolentieri, rispose che ne terrebbe posatamente più serio consiglio co’ suoi colleghi: nondimeno parergli fin d’allora non doversi navigare con meno di cento triremi; che quelle destinate al trasporto delle truppe dovevano esser proprio degli Ateniesi in quel numero che e’ credessero, le altre si facessero venire dagli alleati; che i soldati gravi tra degli Ateniesi e degli alleati dovevano essere in tutti non meno di cinque migliaia, e più se si potesse; e che bisognava allestire e condurvi tutti gli altri fornimenti in proporzione dell’esercito, e arcieri d’Atene e di Creta, e frombolieri e ogni cosa che giudicassero opportuna.

26. Gli Ateniesi udito ciò, subito decretarono che i capitani avessero illimitato comando, e che quanto al numero delle soldatesche ed a tutta la navigazione facessero in quel modo che credessero il meglio per Atene. Dopo di che cominciarono gli apparecchi, e mandarono per le truppe degli alleati, e facevano il ruolo di quelle di lì: e siccome la città si era da qualche tempo riavuta dalla pestilenza e dalla continua guerra, così vi era molta fresca gioventù, e copia di denaro stante la tregua; onde tutto somministravasi più agevolmente.

27. Ma frattanto che davano opera agli apparecchiamenti, quanti Mercuri di pietra erano in Atene ebbero la maggior parte smozzicata la faccia in una sola notte. Sono essi un lavoro di figura quadrangolare, e secondo l’usanza del paese trovansene di molti negli atrii delle case e nei luoghi sacri. Nissuno sapeva i rei di tal misfatto, ma erano essi inquisiti, proposti pubblicamente grandi premii a chi li scoprisse[84]; e di più fu fatto un decreto col quale davasi l’impunità a chiunque cittadino, forestiero o servo, manifestasse qualsivoglia altro sacrilegio che sapesse essere stato commesso. E davano maggior peso a questa cosa perchè pareva un malaugurio per la spedizione, ed insieme fatta per congiura di tentar cose nuove ed abolire lo stato popolare.

28. Pertanto alcuni inquilini e servi diedero degli indizi non già riguardo a’ Mercuri, ma ad alcuni guasti di altre statue fatti per ischerzo da dei giovani avvinazzati, ed insieme riguardo a de’ misteri che per disprezzo si facevano nelle case; di che accusavano ancora Alcibiade. E quei principalmente che non lo potean patire, perchè se lo vedevano d’impaccio a primeggiar sicuramente nel popolo, e che stimavano che cacciato lui rimarrebbono essi i primi, raccoglievano tali accuse, e le ingrandivano, e vociferavano che le mistiche cerimonie e il guasto de’ Mercuri avean per iscopo il disfacimento della democrazia, e che nessuna di quelle cose erasi fatta senza di lui; adducendo in prova la sregolatezza nel resto di sua condotta non punto popolare.

29. Egli di presente si difendeva di tali indizi, e se nulla di ciò avesse commesso mostravasi pronto a sostenere il giudizio e pagar la pena prima di partir colla flotta (e già gli apparecchi erano stati fatti), ed a prendere il comando se venisse prosciolto. Li scongiurava a rigettar le accuse quando fosse assente, e se lo credessero reo ad ucciderlo subito; e diceva esser miglior consiglio il non mandarlo alla testa di sì grande armata con quelle imputazioni prima del giudizio. Ma i suoi nemici temendo che forse combattendo egli la propria causa arebbe benevolo l’esercito, e il popolo a suo riguardo si ammollirebbe, perchè aveva operato che gli Argivi ed i Mantineesi si unissero a questa spedizione, dissuadevano e sconsigliavano i cittadini da quelle sue dimande, mettendo innanzi altri oratori, che dicevano dovere imbarcarsi allora e non prolungare la mossa dell’armata; che poi ritornato se ne farebbe giudizio in certi giorni. Volevano essi che richiamato tornasse a dire la sua causa contro imputazioni maggiori, che, lui assente; avrebber trovate più agevolmente; e fu risoluto che allora partisse.

30. Dopo queste cose, essendo già a mezzo la state, facevano partenza per Sicilia. Prima però era stato intimato che il più degli alleati, e le navi annonarie e le barche e tutto il fornimento che seguiva la flotta dovessero ridursi a Corfù, a fine di tragittare di là tutti insieme pel seno ionico al promontorio Iapigio. E gli Ateniesi, e se alcuni degli alleati si trovavano ad Atene, nel giorno stabilito scesero sull’aurora nel Pireo, e montarono sulle navi per far vela, e con essi scese tutta, per così dire, l’altra moltitudine della città, cittadini e forestieri, e quelli del paese, per accompagnare ciascuno chi gli amici, chi i parenti, chi i figlioli: e in andando erano in preda alla speranza ed al pianto; quella per le conquiste che essi potrebbero fare; questo, perchè forse non gli avrebbono a rivedere mai più, considerando il lungo viaggio a che erano spediti lontano dalla patria.

31. E fu allora appunto che dovendo darsi lo scambievole addio, col pensiero dei pericoli provarono raccapriccio maggiore che quando decretarono la spedizione. Contuttociò osservando particolarmente la grandezza degli apparati, ripigliavano cuore alla vista delle presenti forze. I forestieri poi e l’altra turba vi andò per godere di uno spettacolo quanto sublime, altrettanto maggiore d’ogni pensiero. Infatti quest’armata di soldatesca greca la prima a mettersi in mare da una città sola, fu sontuosissima e magnificentissima oltre ogni altra fino a quel tempo. Bene è vero che per il numero delle navi e delle milizie greche non fu ad essa inferiore quella che con Pericle andò ad Epidauro, e poi con Agnone a Potidea: poichè vi si unirono quattromila soldati gravi, e trecento cavalli, e cento triremi degli Ateniesi, e cinquanta di quelle de’ Lesbii e Chii, con più molti confederati. Ma quelli si mossero a breve navigazione e con piccolo equipaggio: dove questo stuolo che dovea durare del tempo, e servire per terra e per mare (qual che si fosse il bisogno) era completamente fornito di navi e di truppe da sbarco. La flotta fu messa all’ordine con grandi spese de’ trierarchi e della Repubblica. Il Comune dava una dramma il giorno per marinaro[85], e somministrava le navi vuote, sessanta leggere, quaranta per il trasporto de’ soldati gravi, ed ottime barche a servigio di questi. I trierarchi oltre al soldo del Comune davano un aumento di paga ai marinari traniti[86], o vogliam dire remiganti da poppa, ed a quelli delle barche; ed usavano anche nel resto di assise ed acconciamenti di gran pregio, e ciascuno studiavasi sommamente che la sua nave primeggiasse di gran lunga o per qualche bella fregiatura o per velocità. I soldati poi da sbarco erano stati scelti con ottime leve, e gareggiavano tra loro con gran cura della bellezza delle armi e delle altre cose che riguardavano la persona. A ciò aggiugnevasi ancora gran competenza scambievolmente negli uffici assegnati a ciascuno, di qualità che pareva quella piuttosto una mostra di potenza e di forza a petto agli altri Greci, che un apparecchio contro a’ nemici. Ed in vero se alcuno vorrà computare le pubbliche spese della città e quelle private dei soldati; cioè quanto alla città le spese già fatte di prima e l’equipaggio con che spediva i generali; quanto ai particolari, quel che ognuno aveva speso per la sua persona, e i trierarchi per la propria nave, e quel che erano ancora per ispendere; e di più ciò che oltre al soldo del Comune ciascuno naturalmente si procurava pel viatico, trattandosi di lunga spedizione, e ciò che ogni soldato o altro navigante portava seco per farne commercio; troverà molti talenti in tutti essersi portati fuori di patria. Così questa armata più che per la maggioranza dell’esercito, a confronto de’ nemici contro i quali andava, fu famigerata per lo stupendo ardimento e per la splendida comparsa, ed eziandio perchè quello era il tragitto più lontano dal proprio paese, ed intrapreso con speranza troppo grande delle cose avvenire, avute riguardo alle forze presenti.

32. E poichè le navi furono piene di soldati con entro tutto ciò che partendo doveano portar seco, fu dalla tromba intimato il silenzio; e le consuete preghiere prima di salpare non si facevano da ciascuna nave in particolare, ma da tutta insieme la flotta all’intonazione dell’araldo. Poi con tazze d’oro e d’argento i soprassaglienti e i capitani libavano il vino mesciuto in grandi vasi per tutta l’armata, e di sul lido si univa alle loro preci l’altra moltitudine di cittadini e di quanti erano loro benevoli. Cantato quindi il Peana diedero le vele ai venti; e da prima movendo le navi in fila presero subito a gareggiar nel corso sino ad Egina, e si affrettavano di giungere a Corfù, ove doveano far capo le altre truppe alleate. Intanto a Siracusa venivano nuove da molte parti della mossa della flotta, e con tutto questo per un pezzo non ne credevano nulla. Ma tenutasi adunanza, varii parlarono secondo il loro avviso, stimando alcuni vera la spedizione degli Ateniesi, altri contradicendo: ed Ermocrate di Ermone persuaso di esser bene informato di tali cose, orò facendo queste esortazioni.

33. «Parrà forse che io, siccome alcuni altri, dica cose incredibili, se vi do per vera la mossa della flotta nemica. So che chi dice ed annunzia ciò che non ha faccia di credibile, non solo non persuade, ma passa ancora per dissennato: nientedimeno, pericolando la Repubblica, non vo’ per questo timore rimanermi, essendo io convinto di parlare con più chiare notizie degli altri. Sì, gli Ateniesi (di che voi grandemente maravigliate) vengono contro noi con grosso esercito marittimo e terrestre, sotto colore di soccorrer come alleati gli Egestei, e di far rimpatriare i Leontini; ma nel vero perchè bramano la Sicilia, e principalmente la città nostra, presa la quale credon facile occupare il rimanente. Per lo che aspettateveli qui ben presto, e vedete qual sia il modo più decoroso per resister loro, e non vogliate, dispregiandoli, lasciarvi cogliere alla sprovvista; o non credendo a me trascurare l’universale. Se poi vi ha chi mi creda, costui non si sgomenti dell’audacia e potenza loro; perchè e’ non potranno più danneggiar noi che toccarne. La loro stessa venuta con numerosa flotta non è senza nostro vantaggio; anzi tanto meglio rispetto agli altri Siciliani, che impauriti di quella vorranno con più prontezza collegarsi con noi. E se noi potremo o disfarli o respingerli colle mani vuote di ciò che bramano (nè io temo perdio che abbiano a conseguire quel che si aspettano) ci verrà fatta la più bella delle imprese, che quanto a me non dispero. Poche sono le armate o di Greci o di barbari che andate molto di lungi dal proprio paese abbiano avuto buon successo: perchè esse non vanno colà in maggior numero degli abitanti e de’ vicini, che tutti per la paura si riuniscono. E se per mancanza di viveri rovinano in paese straniero, tutto che per lo più cadano per propria colpa, pure lasciano rinomanza ai popoli insidiati. Così questi stessi Ateniesi nei molti e non presumibili tracolli del Medo, crebbero per la fama che egli andasse sol contro Atene: e noi non dobbiam disperare che possa accaderci altrettanto.

34. «Laonde facciam cuore e prepariamo qui le cose nostre; mandiamo ai Siculi per confermar meglio alcuni e per procurarci l’amicizia e la lega di altri; inviamo legati al resto di Sicilia mostrando che il pericolo è comune, ed in Italia acciò facciano alleanza con noi, o almeno non ricevano gli Ateniesi. Credo anche ben fatto spedire a Cartagine, perchè anche là pur troppo si aspettano e sono sempre in timore che gli Ateniesi o prima o poi non assaltino la loro città: talchè forse, al riflettere che non dandosi cura di queste cose potrebber trovarsi anch’essi in travaglio, vorranno soccorrerci o di furto o alla scoperta, o in qualunque altro modo. E certo, volendo, possono farlo più di tutti i popoli d’ora, perchè hanno molto oro ed argento, che come sono l’anima delle altre cose, così lo sono della guerra. Mandiamo eziandio a Sparta e a Corinto pregandoli di pronto soccorso per qua, e di mover la guerra nell’Attica. Ma non voglio tacervi qual io mi tenga miglior partito; benchè voi non l’approverete tostamente per la vostra solita infingardia; cioè che noi Siciliani tutti insieme, se vorremo, o almeno moltissimi con esso noi, messo in mare quel che abbiamo di flotte andiamo col foraggio per due mesi ad incontrar gli Ateniesi a Taranto e al capo Iapigio, ed a far loro chiaro che non avranno prima a combattere per la Sicilia, ma per aprirsi il passaggio dell’Ionico. In questo modo gli sbigottiremo sommamente, e li ridurremo a pensare che noi difensori della patria avremo un ridotto, onde muoverci, in terra amica quale è Taranto ove saremo ricevuti; che essi dovranno valicar molto mare con tutti gli apparecchi: che difficilmente la loro flotta potrà mantener l’ordine per la lunghezza del tragitto, e che movendosi lentamente ed assaltandoci alla spartita, noi potremo con vantaggio assalirla. Nel caso poi che votate le navi leggere vengano con queste più serrate ad assalirci, allora se useranno dei remi, gl’investiremo già stanchi; e dove non ci piaccia, potremo ritirarci a Taranto. Ed essi intanto che avranno fatto quel tragitto con iscarse provvisioni, quasi si trattasse di una battaglia navale, saranno sorpresi dalla carestia in luoghi deserti, ove rimanendo saranno assediati; tentando di proseguire il corso dovranno abbandonare gli altri apparecchi e perdersi d’animo, non avendo la sicurezza che le città vogliano riceverli. Laonde io stimo che ristretti da questi pensieri, neanche sciorranno da Corfù: ma mentre deliberano e vanno spiando quanti e dove siamo, si troveranno dalla stagione spinti nell’inverno; e attoniti del nostro inaspettato ardimento porranno fine alla navigazione. E ciò tanto più quanto che (come sento) il più esperto de’ loro generali li conduce a malgrado, e volentieri piglierebbe il pretesto di veder per parte nostra che noi abbiamo di che stargli a petto. Io son certo che di noi avranno nuove maggiori di nostre forze: or le opinioni degli uomini vanno dietro alla fama, e più si teme chi primo assale, che chi per tempo mostrasi pronto a ributtar l’assalitore; perchè lo crediamo pari a noi nel cimento. E tal sarà ora degli Ateniesi: conciossiachè dispregiandoci giustamente perchè non ci siamo uniti co’ Lacedemoni a distruggerli, ci vengono contro come a gente che non sappia difendersi. Ma se vedranno l’inaspettato nostro ardire, saranno più atterriti da questo impensato coraggio, che dal vero ragguaglio di nostre forze. Seguite adunque il mio consiglio soprattutto di mostrar questo ardire, o almeno di apparecchiar prontamente le altre cose per la guerra; richiamatevi tutti alla mente che il disprezzo per l’assalitore si mostra dal vigere dei fatti, e che sarà nostro grandissimo bene se per quanto stimiamo sicurissimi i preparamenti fatti per paura, nondimeno opereremo come se fossero mal sicuri. Ma già i nemici ci muovono incontro, già, lo so bene, sono in corso, già già son presenti.»

35. Con tanta forza parlò Ermocrate, e nel popolo siracusano fuvvi gran repetìo, dicendo alcuni che gli Ateniesi non verrebbero in nessun modo, e che false erano le cose recitate da Ermocrate; altri che quand’anche venissero sarebbe più il danno che riceverebbero di quello che farebbero; altri poi dispregiavano affatto e volgevano in riso la cosa. Pochi vi erano che credessero ad Ermocrate, e temessero del futuro. Ma Atenagora, capo del popolo ed allora per la sua facondia accettissimo alla moltitudine, fattosi fra loro innanzi disse queste parole:

36. «Chi non desidera che gli Ateniesi sieno giunti a tanto di stoltezza da venir qua per mettersi nelle nostre mani, o è un vile, o non vuol bene alla patria. Di quelli poi che vi annunziano tali cose e vi sbigottiscono, io ammiro non l’audacia, ma la dabbenaggine, se credono non manifestarsi quali sono. Imperciocchè quei che temono di qualche cosa in particolare, vogliono mettere in costernazione la città, per abbuiare la propria colla paura comune. Ed or tali nuove vanno a parare a questo: esse non si spargono da per sè, ma sono composte da gente che siffatti movimenti di continuo rimugina. Voi però, se avrete senno, farete ragione di quel che può avvenire, considerandolo non dalle novelle che costoro vi arrecano, ma da ciò che dovran fare uomini sottili e di molte cose esperti, quali io tengo gli Ateniesi. E vinca il vero, non è credibile che vogliano lasciarsi dietro i Peloponnesi, e senza aver per anche acconciata stabilmente la guerra di là, venire spontaneamente ad un’altra non minore; e si contenteranno, a mio avviso, che noi con tante e sì grandi città non andiamo contro di loro.

37. «Se poi, siccome è fama, ci verranno, credo che la Sicilia tanto più del Peloponneso sia sufficiente a debellarli, in quanto è meglio fornita di tutto; e che la città nostra da sè sia molto più potente dell’armata che ora, siccome dicono, c’invade, foss’ella due cotanti. Io so infatti che non avranno seco cavalli (e non potranno procacciarli di qui tranne pochi dagli Egestei), nè soldatesca grave numerosa al par della nostra, dovendo essi venire sulle navi. Imperciocchè è di per se stesso gran cosa il condursi qua per sì lungo tragitto colle sole navi leggere, e trasportare tutti gli altri apparati che abbisognano contro sì fatta città; i quali certo non denno esser pochi. Laonde tanto discordo dagli altri colla mia opinione, da pensare anzi, che qualora pure venissero qua possedendo città di egual potenza con Siracusa, e ci facessero guerra abitando a confine, appena potrebbero non esser totalmente disfatti. Quanto più poi lo saranno trovando nemica tutta Sicilia che si unirà contro loro, i quali dovranno usare solo di accampamenti piantati colle navi e di meschine trabacche e del solo necessario apparecchio, donde non potranno molto scostarsi, perchè impediti dai nostri cavalli. Insomma io stimo che non potranno nemmeno pigliar terra, tanta è, a mio credere, la superiorità di nostre forze.

38. «Ma gli Ateniesi che pensano su di ciò come io dico, son certo che vogliono conservare il loro stato; e tali cose che non hanno nè aver possono consistenza vengono spacciate da alcuni di qui, i quali non ora per la prima volta, ma sempre li ho veduti desiderosi di occupare il dominio della Repubblica collo spaventarvi o mediante tali ciance e di più maligne ancora, o col terrore dei fatti; e, perdio, temo non abbia una volta a seguir l’effetto dei loro replicati sforzi; e noi non siamo da tanto per guardarci innanzi di patir ciò, nè per punirli quando scuopriamo le loro trame. Però poco riposa la città nostra, ed è soggetta a molte sedizioni e contrasti più contro se medesima che contro i nemici, e talora contro a tirannidi e ingiuste signorie. Delle quali malvagità, ove vogliate assecondarmi, mi sforzerò che neppur una intervenga a’ tempi nostri; userò con voi popolo le persuasioni, e coi macchinatori di tali scelleratezze il castigo, non solo quando sien colti in sul fatto, (che è difficile coglierveli), ma eziandio quando meditino qualche cosa, e non possano eseguirlo. Conciossiachè non si vuol punire il nemico solo di quel che commette, ma ancora preoccuparne i pensieri, ove pur con tutta la precauzione ti riesca non essere offeso. Scuoprirò poi all’occorrenza i fautori dell’oligarchia; veglierò sopra loro, li istruirò; parendomi queste le maniere più profittevoli al rimuoverli dal misfare. Ed in fè vostra, o giovani (cosa che spesso ho tra me considerato), dite che mai volete? forse aver subito parte al governo? Ma il vieta la legge, e tal legge è stabilita piuttosto in riguardo alla vostra insufficienza che per farvi disonore. O volete forse non stare alla pari col popolo? Ma come è egli giusto che uomini tra sè eguali non abbiano eguali diritti?

39. «Dirà taluno che la democrazia manca di accorgimento e di giustezza, e che i denarosi sono i più idonei a comandare ottimamente: ed io rispondo, primo che il nome popolo comprende tutto lo Stato, quello d’oligarchia una parte; di poi che i migliori custodi del denaro sono i ricchi, consiglieri ottimi i saggi, ed ottimo giudice il popolo, inteso che abbia le cose. E tutte queste classi di cittadini, sì in diviso sì in comune, trovano eguaglianza nella democrazia; laddove l’oligarchia fa parte de’ pericoli al popolo; quanto però ai vantaggi, non solo la maggior parte, ma anche tutti glieli toglie e gli usurpa per sè. Ecco quello di che si brigano tra voi i potenti ed i giovani, ma che è impossibile ad ottenere in città grande. Anzi, o gente dissennata sopra tutte, voi fin d’ora vi mostrate o i più imbecilli di quanti Greci conosco, se non vi accorgete che così correte alla rovina; o i più ingiusti se sapendolo, nondimeno l’osate.

40. «Laonde istruiti dalle mie parole, ovvero mutando proponimento, aumenterete il bene della Repubblica comune a tutti, se andrete convinti che i buoni tra voi ne avranno eguale anzi maggior frutto che non la moltitudine; dove pensando altramente risicherete di restar privi di tutto. E cessate da tali nuove, persuasi che noi presentiamo la mente vostra, e che lasceremo che ne segua l’effetto. Imperciocchè ove pur vengano gli Ateniesi, questa città saprà respingerli in modo degno di lei; ed a noi sono capitani che a ciò provvederanno. Che se nessuna di tali cose è vera (com’io non dubito), la città non vorrà mica sbigottire delle vostre novelle, nè scegliendo voi a capitani imporsi spontanea schiavitù. Che anzi consultando da per sè, punirà i discorsi vostri come equivalenti ai fatti, nè si lascerà torre la libertà presente coll’udir voi, ma guardandosi di fatto coll’impedire i disegni vostri, procaccierà di conservarla.»

41. Così parlò Atenagora; ed alzatosi uno de’ generali non volle che alcun’altro si facesse avanti, e nel caso presente disse egli stesso: «non esser prudenza che alcuni si dicano de’ motti scambievolmente, e che gli uditori vi acconsentano; ma quanto alle cose annunziate ciascuno in particolare e la città tutta insieme dover vedere come prepararsi condegnamente a respingere il nemico assalitore. E se nulla verrà a bisogno non tornerà in danno che il Comune si sia provvisto di cavalli e di armi e d’ogni altra cosa di che si allegra la guerra. Noi generali avremo cura di queste forze, e ne faremo il novero, e procureremo di spedir gente ad osservare le città, e quant’altro sembri opportuno. E già in parte vi abbiamo pensato, e tutto ciò che sapremo lo riferiremo a voi.» Avendo così parlato il generale, i Siracusani si sciolsero dall’adunanza.

42. E già gli Ateniesi con gli alleati erano tutti a Corfù, ove i capitani fecero primieramente la rassegna dell’armata, e l’ordinarono nel modo col quale dovea far porto e pigliar campo. La divisero in tre squadre, per ognuna delle quali gittarono le sorti, affinchè assegnata ciascuna squadra ad un capitano, tenendo l’alto non avessero a mancare di acqua e di porti e di provvisioni nei luoghi di fermata, ed affinchè nel restante serbassero più esatta disciplina, e più facilmente obbedissero ai comandi. Dipoi spedirono innanzi tre navi in Italia e in Sicilia ad intendere quali città vorrebbero riceverli; ed ordinarono ad esse di tornar per tempo a raggiungerli per approdare secondo gli avvisi che riceverebbero.

43. Dopo le quali cose finalmente gli Ateniesi sciolsero da Corfù per tragittare in Sicilia con apparato sì grande, cioè con cento trentaquattro triremi in tutte, e due navi di Rodi a cinquanta remi. Di queste triremi cento erano da Atene, sessanta leggere, e quaranta per trasportar le truppe: il restante della flotta parte era de’ Chii, parte degli altri alleati; ed avevano a bordo cinquemila cento soldati gravi fra tutti. Mille cinquecento di questi erano proprio del ruolo d’Atene, con più settecento servi per combattere di sulle navi. Quanto agli altri alleati che concorsero a questa spedizione, ottocento ne vennero vassalli d’Atene, degli Argivi cinquecento, e dugento cinquanta de’ Mantineesi co’ mercenari. Gli arcieri erano in tutti ottanta e quattrocento, e di questi gli ottanta erano Cretesi; e settecento frombolieri di Rodi, e centoventi banditi di Megara armati alla leggera. Una sola nave conduceva a bordo trenta cavalieri.

44. Cotanta era la prima armata che navigava a questa guerra, e ad essa tenevan dietro trenta barche annonarie con viveri e panattieri e muratori e fabbri, e tutto il necessario a fabbricare, più cento legni astretti a convogliare le barche. Molti altri navigli e barche andavano spontanee di conserva coll’armata per far mercatura, e tutti insieme da Corfù tragittarono il seno ionico. Ed essendo tutta intera l’armata approdata al capo Iapigio, e a Taranto, e ovunque ciascuno potè, costeggiavano l’Italia, non volendo le città riceverli nè dentro le mura nè al mercato, ma solo permettendo loro di fare acqua e stare alla rada; le quali cose non concessero nè Taranto nè i Locresi. Finalmente pervennero a Reggio, promontorio d’Italia, e qui oramai si riunivano; e non essendo accolti in città, acconciarono il campo al di fuori, nel luogo consacrato a Diana, ove fu loro accordato il mercato; e tirate in sull’asciutto le navi stavano quieti. Tennero anche parola, coi Regini che essendo Calcidesi dovevano aiutare i Leontini che pur erano Calcidesi; ed ebbero in risposta ch’e’ volevano starsene di mezzo, e che farebbero tutto quello di che convenissero gli altri Italiani. Frattanto gli Ateniesi pensavano quale fosse il miglior modo da seguitare per le cose di Sicilia, ed aspettavano da Egesta le navi spedite innanzi, volendo chiarirsi se veramente vi erano quelle ricchezze, di che gli ambasciatori parlarono in Atene.

45. In questo i Siracusani da molti luoghi e dagli esploratori avevano già chiare notizie che la flotta era a Reggio; e senza più dubitare attendevano con tutto l’animo a prepararsi siccome è solito in tali urgenze, e spedivano in giro ai Siculi, dove presidi, dove legati, e mettevano guarnigioni nei castelli del paese all’intorno, ed esaminavano se l’interno della città fosse in buon punto, facendo la rivista dell’armi e de’ cavalli; e tutto il restante ordinavano come per pronta guerra, e poco meno che presente.

46. Ma le tre navi spedite anticipatamente, tornano da Egesta a Reggio e riferiscono agli Ateniesi non esistere il denaro promesso, e solo vedervisi trenta talenti. I generali si persero subito d’animo, sì perchè avean trovato quel primo incaglio, sì ancora perchè i Regini, dai quali aveano cominciato il primo invito, non avean voluto unirsi con loro, quantunque ciò dovea grandemente sperarsi per esser consanguinei co’ Leontini, e con essi in amicizia. Tali nuove degli Egestei furono per Nicia quali se le aspettava, ma per gli altri due generali furono fuor dell’opinione. Imperciocchè gli Egestei, quando andarono ad essi i primi ambasciatori ateniesi per osservarne le ricchezze, usarono quest’inganno. Li condussero ad Erice nel tempio di Venere, e mostrarono loro i voti, le tazze, i vasi, gl’incensieri e gli altri molti arredi, che essendo d’argento facevano di sè troppo gran mostra di ricchezza, rispetto a poco valore di essi. E negli inviti ospitali che facevano i particolari a quei delle triremi, riunivano tutti i vasi d’oro e d’argento che erano in Egesta, ed eziandio quelli chiesti alle città vicine fenicie e greche, e li producevano nei conviti, come se appartenessero a ciascuno in privato. Cosicchè usando tutti ordinariamente dei medesimi, e però vedendosene molti da per tutto, indussero grande stupore negli Ateniesi andativi sulle triremi, i quali giunti ad Atene divulgarono aver viste ricchezze inestimabili. In questo modo ingannati costoro, e persuasi gli altri del medesimo inganno, allorchè andò la voce non esservi denari in Egesta, erano vituperati grandemente dai soldati. Ma i generali andavano deliberando del presente stato di cose.

47. La mente di Nicia era doversi navigare con tutta l’armata a Selinunte, ove principalmente erano inviati; e se gli Egestei somministrassero il denaro per tutto l’esercito governarsi secondo quello; altrimenti esiger da loro il foraggio per le sessanta navi richieste, fermarsi a Selinunte, riconciliarla con gli Egestei o per forza o per accordo; e allora scorrere per le costiere delle altre città, e mostrare così la potenza della Repubblica ateniese. Quindi, fatto conoscere il proprio zelo per gli amici e confederati, tornare a casa; salvo che nel caso di potere in breve tempo e per qualche imprevista opportunità recar giovamento ai Leontini, o farsi amica alcuna delle altre città; e così non spendere del suo con pericolo della Repubblica.

48. Alcibiade all’opposto diceva che dopo essersi messi in mare con sì grossa armata, non volevasi partire turpemente e senza effetto, ma si spedissero araldi alle varie città (tranne Selinunte e Siracusa), e si tentassero gli animi dei Siculi, parte per ribellarli ai Siracusani, parte per farseli amici acciò si ottenessero soldati e frumento: si cominciasse dal persuadere Messina situata acconciamente per passare ed approdare in Sicilia, e fornita di porto e di ricovero sufficiente per l’armata; e procacciatisi l’amicizia delle città, e sapendo con chi ciascuna si unirebbe alla guerra, si andasse subito contro Siracusa e Selinunte, ove questa non s’accordi con gli Egestei, e l’altra non permetta ai Leontini di rimpatriare.

49. Lamaco poi diceva apertamente che bisognava navigare a Siracusa, e combatter prontamente la città mentre è tuttora sprovvista e nel massimo sbigottimento: ed ogni esercito essere alla prima formidabile; se poi indugia a mostrarsi, la gente ripiglia cuore, e quando si mostri lo dispregia maggiormente; che se assalissero all’improvviso i Siracusani mentre attoniti ciò si aspettano, affermava che facilmente li vincerebbero, e ad ogni modo gli spaventerebbero coll’aspetto dell’esercito (che certo ora comparirebbe grandissimo), e coll’espettativa de’ danni che avranno a soffrire, e soprattutto col subitaneo pericolo della battaglia. Soggiungeva che senza dubbio avrebbero sorpresa molta gente alla campagna, perchè non si credeva alla loro venuta; e dato anco che si ricovrassero entro le mura, l’esercito, padrone del territorio, non mancherebbe del bisognevole quando si fermasse all’assedio della città. Allora gli altri Siciliani tanto più ricuseranno di unir le armi loro co’ Siracusani, e si accosteranno agli Ateniesi senza aspettar di vedere qual de’ due ottenga vittoria. Finalmente diceva che in caso di doverne partire e mettersi all’ancora, doveasi aver per sicuro ridotto alle navi Megara, luogo abbandonato e poco lontano da Siracusa, sì per mare che per terra.

50. Quantunque Lamaco avesse parlato così, pure si accostò anch’egli al consiglio di Alcibiade, il quale dipoi andò colla sua nave a Messina, e parlò dell’alleanza coi Messinesi. E perchè non gli potè persuadere, ed anzi gli dissero chiaro che non riceverebbero gli Ateniesi in città, e solo al di fuori gli accorderebbero il mercato, ritornò a Reggio. I generali, armate subito tra tutte sessanta navi e preso il bisognevole, passarono a Nasso, lasciando in Reggio uno di loro col resto dell’armata. Accolti in città dai Nassii seguitarono il corso verso Catana, ove dai Catanesi non furono ricevuti, perchè in città vi erano dei fautori di Siracusa, e vennero al fiume Teria e vi pernottarono. Il giorno dopo colle altre navi attelate in una sola fila si avviarono versa Siracusa; e già ne aveano spedite innanzi dieci perchè nel loro corso osservassero se alcun naviglio fosse tirato in mare, e perchè avanzandosi dappresso bandissero da bordo, che arrivavano gli Ateniesi a rimettere nella patria i Leontini per titolo d’alleanza e parentela; e che però quanti Leontini si trovavano a Siracusa si accostassero senza timore agli Ateniesi come ad amici e benefattori. Avendo bandito ciò, esaminarono la città ed i porti ed il paese all’intorno, per vedere donde avessero a muovere le armi, e rinavigarono a Catana.

51. I Catanesi, tenuta adunanza, non vollero dar ricovero all’esercito in città, ma introdotti i generali intimarono loro di dire quel che volessero. Ed essendosi Alcibiade fatto a parlare, tutta la gente di città si rivolse verso l’assemblea; per lo che i soldati furtivamente sfondarono una postierla mal rimurata, ed entrati in città si fermarono nella piazza. Laonde que’ pochi tra’ Catanesi che parteggiavano per Siracusa, impauriti subito oltre modo al veder dentro l’esercito, si trafugarono; e gli altri fermarono alleanza con gli Ateniesi, e gli confortarono di condur là da Reggio il rimanente dell’esercito. Dopo di che gli Ateniesi navigarono a Reggio, donde, con tutto l’esercito si mossero alla volta di Catana, ed arrivati che furono vi piantarono il campo.

52. Ivi avendo avuto nuova da Camarina che se andasser colà quella città si renderebbe, e che i Siracusani allestivano la flotta, andarono prima con tutta l’armata a Siracusa. E non trovandovi veruno apparecchio di navi tornarono indietro a Camarina, fermaronsi al lido e spedirono un araldo che da’ Camarinesi non fu ricevuto, allegando il giuramento di non raccettare gli Ateniesi se non con una sola nave, tranne il caso che ne avessero chiamati di più essi medesimi. E però andata a vuoto la cosa gli Ateniesi partirono, ed approdarono ad una terra del siracusano e vi fecero saccheggio: ma poi sopraggiunta la cavalleria de’ Siracusani, che uccise alcuni soldati leggeri qua e là sparsi, si ricondussero a Catana.

53. Colà trovarono la nave salaminia venuta da Atene per Alcibiade, coll’ordine ch’ei tornasse a difendersi di ciò onde la città lo accusava, e per alcuni altri soldati del suo seguito, parte designati come profanatori de’ misteri, parte come complici nel fatto de’ Mercuri. Imperciocchè, dopo la partita della flotta, gli Ateniesi non si erano rimasti dal far ricerca quanto al delitto de’ misteri e de’ Mercuri; e qualunque fossero gli accusatori in mezzo a quei sospetti, tutti gli udivano. Cosicchè dando fede a gente malvagia, i più onesti cittadini arrestavano e imprigionavano, stimando meglio investigare e chiarirsi di questi fatti, di quello che l’accusato (fosse egli pur creduto dabbene) avesse ad uscirne impunito, considerata la malvagità del delatore. Ed il popolo che sapeva per udita come la tirannide di Pisistrato e de’ suoi figli si era da ultimo resa grave, e di più era stata abbattuta non dai cittadini o da Armodio, ma dagli Spartani, temeva sempre e sospettava di tutto.

54. Ed invero Aristogitone ed Armodio si accinsero a quell’ardito fatto a causa d’un’avventura amorosa, col narrar la quale stesamente, io intendo di mostrare che nè gli altri nè gli stessi Ateniesi nulla raccontano di esatto intorno ai loro tiranni ed a questo avvenimento. Dico adunque, che venuto a morte Pisistrato già vecchio e in possesso della tirannide, gli successe nel comando non Ipparco, come si crede generalmente, ma Ippia fratello maggiore; e che allora essendo Armodio in fiore di bellezza e gioventù, di lui innamorossi un tale Aristogitone, cittadino di mezzana condizione che presso di sè lo teneva. Armodio poi tentato inutilmente da Ipparco di Pisistrato, riferì la cosa ad Aristogitone, il quale fuor di modo punto d’amore, e temendo che Ipparco usando di suo potere non avesse ad indurvelo a forza, con quel credito che godeva disegnò subito di abolir la tirannide. Frattanto Ipparco tentato nuovamente Armodio e sempre senza pro, si preparava ad oltraggiarlo in un modo coperto, senza parer di farlo per quella sua repulsa, siccome quegli che non voleva usar violenza. Conciossiachè nel resto di suo governo non era grave al popolo, ma si diportava senza mal contento de’ cittadini: e certamente tutti quei tiranni esercitarono lungamente virtù e prudenza. E benchè esigessero dagli Ateniesi solo il ventesimo delle rendite, pure adornarono in bel modo la città, ed amministrarono le guerre e i sacrifizi nei templi. Del rimanente la città usava le leggi stabilite di prima, se non che essi si davano cura che fosse sempre in carica qualcuno de’ suoi. E tra gli altri che ebbero in Atene la carica annuale di arconte fu ancora Pisistrato figliolo d’Ippia stato tiranno, e chiamato col nome stesso dell’avolo; il quale, quando era arconte, innalzò nella piazza l’altare de’ dodici Dei e quello d’Apollo nel luogo sacro ad Apollo Pitio. Ed in seguito il popolo d’Atene fatta un’aggiunta con cui estese l’altare della piazza, cancellò l’appostavi iscrizione; ma quella d’Apollo Pitio si scorge ancora, sebbene con caratteri sparuti, e dice così:

Figlio d’Ippia Pisistrato nel luogo Sacro ad Apollo da Piton nomato[87] Di suo governo tal memoria pose.

55. Che poi Ippia come maggiore avesse il comando posso io accertarlo sapendolo anche d’udita più esattamente degli altri; ed ognuno dovrà andarne convinto da questo, che tra’ fratelli legittimi solo egli apparisce aver avuto figlioli, come mostra l’ara e la colonna eretta nella rocca d’Atene in memoria della iniquità de’ tiranni, nella quale non è descritto alcun figlio nè di Tessalo nè d’Ipparco, ma bensì cinque d’Ippia che egli ebbe da Mirrine figliola di Callia d’Iperochida. E certo Ippia come maggiore dovea essere il primo ad ammogliarsi. Inoltre nella prima colonna egli è notato il primo dopo suo padre, nè senza ragione, avvegnachè fosse il maggiore e gli succedesse nella signoria. Anzi per me credo che Ippia non avrebbe potuto in quel frangente ritener con facilità il dominio, se Ipparco fosse morto quando avea nelle mani il comando, ed egli vi si fosse stabilito il giorno medesimo. Ma all’opposto per l’uso che innanzi aveva del comando, e pel timore che di sè metteva nei cittadini, e per la diligente guardia de’ suoi satelliti, avrà con tutta sicurezza ritenuto l’imperio; nè qual fratello minore si sarà trovato avviluppato, come se di prima non fosse stato avvezzo continuamente al governo. Ipparco poi accadde che diventò famoso per la sventura di quel caso, ed ebbe voce tra’ posteri di occupata tirannia.

56. Ipparco adunque, siccome aveva in animo, fece oltraggio ad Armodio, che non aveva aderito alle sue instigazioni, in questo modo. Invitarono una sorella di lui a venire a portare la cestella in una tal pompa, e poi la discacciarono dicendo non averla mai invitata siccome quella che n’era indegna; lo che dispiacque forte ad Armodio, e più di lui ne restò esacerbato Aristogitone per l’amore che gli aveva. E già avevano essi ordinato co’ loro complici ogni altra cosa spettante al fatto; se non che aspettavano le grandi feste Panatenee, nel qual giorno solo la riunione de’ cittadini armati ad accompagnare la pompa non dava materia di sospetto. Armodio ed Aristogitone doveano dar la mossa, e gli altri si sarebbero subito uniti ad aiutarli, per difenderli dai satelliti. Nè i congiurati erano molti per riguardo alla propria sicurezza, imperocchè speravano che anche gli altri i quali non erano a parte della congiura, trovandosi armati, al più piccolo romore si sarebbero subito uniti cupidamente a mettersi in libertà.

57. Venuto il dì della festa, Ippia accompagnato dalle sue guardie disponeva fuori di città, nel così detto Ceramico, il modo col quale dovea procedere ciascuna cosa destinata per la pompa; ed Armodio e Aristogitone con dei pugnali si avanzavano per fare il colpo. Ma vedendo uno dei loro congiurati parlar familiarmente con Ippia, che con tutti era di facile abbordo, impaurirono e si tennero scoperti e poco meno che arrestati. E però prima di esserlo in effetto determinarono, se possibil fosse, di vendicarsi d’Ipparco che gli aveva offesi, e per cui arrischiavano tutto. Onde senza più, corsi dentro la porta s’imbatterono in Ipparco presso il così detto Leocorio, e posto giù ogni riguardo tosto l’assalirono; e spinti entrambi dal più gran furore, questi per gelosia, quegli per l’oltraggio, lo feriscono e l’uccidono. Aristogitone si sottrasse subito alle guardie per essere accorsa gran folla, ma poi fu arrestato e non la passò troppo leggermente: Armodio restò ucciso in sul fatto.

58. Riferita la cosa ad Ippia nel Ceramico, egli, prima che nulla ne traspirasse, essendo il luogo a qualche distanza, si portò subito non dove era seguita la cosa, ma verso i cittadini armati, che dovevano accompagnare la pompa. E compostosi in volto in modo da non dare indizio del misfatto, additò loro un luogo, e ordinò che lasciate le armi vi si recassero. Infatti i cittadini credendo che egli avesse qualche cosa a dire vi andarono; ed allora Ippia fatte prender quelle armi dalle sue guardie, ne arrestò quanti stimava complici della congiura, e quanti vi si trovavano col pugnale, avvegnachè tali pompe si solessero accompagnare solamente collo scudo e coll’asta.

59. In tal maniera questa trama prese cominciamento da un disgusto amoroso, e lo sconsigliato ardire di Armodio ed Aristogitone da quel forte ed improvviso timore. Dopo questo fatto la tirannide si fece più grave agli Ateniesi. Ed Ippia impaurito maggiormente fece morire molti cittadini, e portava il suo sguardo al di fuori per vedere di trovare da qualche parte di che assicurarsi, se mai succedesse una rivoluzione. Però dopo questo caso sposò la sua figliola Archedice con Eantide d’Ippocle tiranno di Lamsaco (egli ateniese con uno di Lamsaco) perchè sapeva tal famiglia essere assai potente presso il re Dario. E vi è in Lamsaco il monumento di lei con questa iscrizione:

Tal polve copre Archedice, la figlia D’Ippia, a’ suoi dì fra tutti i Greci il primo; Che sebbene di regi e figlia e suora E sposa e madre non ne andò superba.

Ippia tenne ancora tre anni la tirannia d’Atene; il quarto anno ne fu spogliato dai Lacedemoni e dai banditi discendenti d’Alcmeone, e con salvocondotto si ritirò a Sigeo, quindi a Lamsaco presso Eantide, e di lì presso il re Dario, donde vent’anni dopo già vecchio partissi, e coi Medi militò a Maratona.

60. Le quali cose considerando il popolo ateniese, e rammemorandone tutte le circostanze che sapeva d’udita, era allora fiero e sospettoso con gl’imputati della profanazione dei misteri, e credeva tutto ciò essersi commesso per cospirazione di stabilire l’oligarchia od anche la tirannide. E adirati come erano per questo appunto, avevano già nelle carceri molti e de’ più reputati cittadini; nè pareva che volessero far sosta; ma ogni giorno montavano in più ferocità, e più gente ancora arrestavano. Frattanto uno dei detenuti creduto colpevolissimo viene indotto da un altro imprigionato insiem con lui a dinunziare i complici (fosse vero o no, che vi sono congetture pro e contro, e nessuno nè allora nè poi può dir nulla di certo intorno ai rei del misfatto), e ve lo induce col dirgli che anche non reo doveva prendere l’impunità e salvarsi, e liberare la città dai presenti sospetti; essendochè più sicuramente egli avrebbe salvezza confessando con l’impunità, di quello che negando subire il giudizio. Allora egli scuopre sè ed altri rei del fatto de’ Mercuri; e il popolo ateniese contento d’aver saputo il vero, come credeva, laddove prima era indispettito del non conoscere gl’insidiatori del governo democratico, mise subito in libertà il delatore e con esso tutti gli altri da lui non accusati. E fatto il giudizio degl’incolpati, uccisero tutti quelli che poterono arrestare, e bandirono una taglia per chi ammazzasse quelli che condannati a morte erano fuggiti. In questo modo restò incerto se i giustiziati furono o no puniti ingiustamente; nulladimeno il rimanente della città ne risentì evidentissimo vantaggio.

61. Ma tornando ad Alcibiade, siccome i medesimi suoi nemici, che prima della spedizione l’avevano attaccata con lui, insistevano, gli Ateniesi la presero fieramente contro esso. E poichè giudicavano di aver certezza del fatto dei Mercuri, molto più pareva che la profanazione de’ misteri onde veniva imputato fosse stata fatta da lui per lo stesso fine, e per cospirazione d’abolire il governo popolare. Imperciocchè mentre essi erano in perturbazione per quei processi un piccolo esercito di Lacedemoni si avanzò per avventura fino all’istmo per trattare di non so che coi Beozii; onde stimavano che fosse venuto non per causa dei Beozii, ma a sommossa d’Alcibiade, il quale gli avesse dato la posta; e che se non avessero sollecitato l’imprigionamento della gente sospetta, secondo gl’indizi, la città sarebbe stata tradita. E però passarono anche una notte sull’armi nel luogo sacro a Teseo in città, e nel medesimo tempo avevano preso ombra che gli ospiti d’Alcibiade in Argo volessero pigliar le armi contro lo stato popolare; ed allora consegnarono al popolo argivo tutti gli statichi depositati nelle isole perchè gli uccidessero. Insomma da ogni parte i sospetti andavano a ferire in Alcibiade. Per lo che volendo gli Ateniesi col citarlo in giudizio dargli la sentenza capitale, spediscono finalmente in Sicilia la nave Salaminia per lui e per gli altri denunziati, alla quale ordinarono di intimargli che tornasse a difendersi; ma che però non fosse arrestato. Intendevano essi con questo ad impedire i tumulti in Sicilia sì tra’ propri soldati che tra’ nemici, e soprattutto volevano che non si partissero dall’esercito i Mantineesi e gli Argivi, che si credevano essersi uniti alla spedizione a riguardo d’Alcibiade. Il quale salito sulla sua nave e accompagnato dagli altri accusati partì di Sicilia insieme con la Salaminia; e poichè giunsero a Turio, non altrimenti le tennero dietro, ma scesi a terra non comparvero più, siccome quei che temevano tra quelle accuse di tornare al giudizio in Atene. Quei della Salaminia celiarono per un poco di Alcibiade e degli altri che erano seco, ma non trovatili in alcun luogo, imbarcaronsi e partirono. Ed Alcibiade oramai esule, non molto dopo dalla costa di Turio tragittò sopra una barca nel Peloponneso, e gli Ateniesi dannarono a morte, come contumaci, lui e gli altri che eran con lui.

62. Dopo di che i generali degli Ateniesi restati in Sicilia, fatte due parti dell’armata, e presa ciascuno quella che gli era toccata in sorte, navigarono con tutta insieme sopra Selinunte ed Egesta, per vedere se gli Egestei somministrerebbero il denaro, e per ispiare le cose de’ Selinunti ed intendere le differenze che avevano con gli Egestei. E costeggiando la Sicilia sulla sinistra da quella banda che guarda il seno tirreno, fermaronsi ad Imera unica città greca in questa parte di Sicilia. Ivi non essendo ricevuti seguitarono il corso, e in tragittando espugnano Iccara cittadella marittima della Sicania e nemica degli Egestei, ai quali la consegnarono dopo averne cattivati gli abitanti. E già la cavalleria d’Egesta era venuta a raggiungerli; ed essi colla fanteria nuovamente passarono a traverso le terre de’ Siculi, finchè pervennero a Catana, ove giunsero anche le navi con i prigionieri girando la costa. Ma Nicia da Iccara navigò tostamente ad Egesta ove trattò di varie cose, ed avuti trenta talenti venne a raggiunger l’esercito. Venderono quindi i prigionieri, e ne cavarono la somma di centoventi talenti[88]; e scorrendo all’intorno vennero ai Siculi confederati, ordinando loro di mandar soldatesche, e con la metà dell’armata recaronsi ad Ibla terra nemica in su quel di Gela, e non poterono espugnarla: e così finiva l’estate.

63. Sopravvenendo l’inverno gli Ateniesi subito preparavansi ad assaltar Siracusa, e i Siracusani anch’essi per andar contro loro. Conciossiachè gli Ateniesi non avendoli stretti colla guerra in quella prima battisoffiola, com’essi s’aspettavano, ad ogni dì che passava ripigliavano cuore maggiormente. E allorquando gli ebbero visti molto lontani da Siracusa navigare oltre sulla costa di Sicilia, e venuti ad Ibla tentare inutilmente di espugnarla, li ebbero anche in dispregio più grande. E siccome suol fare il volgo inanimito pregavano i loro capitani a condurli contro Catana, da che i nemici non muovevano contr’essi, e spingendo innanzi continovamente de’ cavalli ad osservare il campo degli Ateniesi domandavano loro, tra gli altri insulti, se fossero venuti ad accasarsi tra essi in paese straniero, piuttosto che a rimettere nelle proprie sedie i Leontini.

64. Considerandosi queste cose pei generali ateniesi volevano attirarli con tutte le forze il più possibilmente lontano dalla città, ed essi intanto favoriti dalla notte avanzarsi a pigliar campo senza contrasto in luogo vantaggioso. Bene vedevano che essendo scoperti nissuna di queste due cose sarebbe loro riuscita, sia che volessero scendere dalle navi in faccia al nemico preparato, sia che volessero tenere la via di terra. Attesochè, mancando essi di cavalli, quelli de’ Siracusani, che erano in gran numero, danneggerebbero assai i loro soldati leggeri e la moltitudine leggera; laddove in quest’altra maniera occuperebbero un posto tale da non poter essere molto offesi dalla cavalleria nemica. E gli usciti siracusani che li seguivano, gli aveano avvertiti di un luogo presso l’Olimpico[89] che occuparono di fatto. Per recar dunque ad effetto le loro intenzioni i generali ateniesi macchinarono quest’astuzia. Spediscono a Siracusa un tale catanese persona fidata, e creduta non meno amica dai generali siracusani, il quale asseriva di venir da Catana per parte di alcuni cittadini ch’e’ conoscevano per nome, e che sapevano esser de’ loro partigiani rimasti in quella città. Diceva egli che gli Ateniesi lasciato il campo pernottavano in città, e che se i Siracusani con tutto l’esercito volessero sul far dell’alba presentarsi all’accampamento in un certo giorno, i medesimi partigiani terrebbero chiusi in città quegli Ateniesi che vi erano, e brucerebbero le navi; ed essi intanto assalendo la palizzata di leggeri s’impadronirebbero del campo. Aggiugneva inoltre che molti de’ Catanesi darebbero loro mano e che quelli dai quali era spedito erano già all’ordine.

65. I capitani di Siracusa tra perchè nel restante erano pieni di baldanza, e perchè anche senza queste notizie erano nel pensiero di andar contro Catana, troppo inconsideratamente detter fede a quell’uomo; e convenutisi del giorno in che vi anderebbero, lo rimandarono. Dipoi essendo arrivati i Selinunti ed altri alleati, ordinarono che tutti i Siracusani in generale dovessero uscire a quell’impresa; e siccome gli apparecchi erano pronti, ed era vicino il giorno fermato per andarvi, partirono per Catana e pernottarono presso il fiume Simeto in su quel de’ Leontini. Saputosi dagli Ateniesi che i nemici erano in cammino, salirono sulle navi e sulle barche con tutte le loro soldatesche e con tutti i Siculi e gli altri che si erano loro aggiunti, e nella notte si avviarono a Siracusa. Era già l’alba quando gli Ateniesi sbarcarono nel luogo vicino ad Olimpico per prendervi campo; e i cavalli siracusani che primi si erano spinti avanti a Catana, poichè intesero esser partita tutta l’armata, tornarono ad avvisare la fanteria; cosicchè voltato cammino tutti insieme accorrevano in soccorso di Siracusa.

66. Frattanto, siccome aveano da percorrere lunga strada, gli Ateniesi ebbero tutto l’agio di accampar l’esercito in luogo favorevole, ove potevano ingaggiar la battaglia quando volessero, e non aveano a temere d’esser molestati dalla cavalleria siracusana nè prima nè durante il conflitto: imperciocchè per una parte sarebbero d’impedimento al nemico i muri e le case che v’erano, e gli alberi e la palude; per l’altra i dirupati. Tagliarono inoltre i vicini alberi, e portatili giù al mare ne formarono una palizzata presso la flotta e verso Dascone[90]; e nei siti più accessibili al nemico rizzarono prontamente un battifolle con pietre tolte alla rinfusa e legni, e ruppero il ponte dell’Anapo. Mentre attendevano a queste opere, nissuno uscì di città a contrastarli, e la prima ad accorrervi fu la cavalleria siracusana, e poi dopo vi si raccolse tutta la fanteria. E da prima fattisi vicini all’accampamento degli Ateniesi, poichè videro che questi non si movevano contro di loro, tornarono addietro, e andarono ad accamparsi al di là della via Elorina.

67. Il giorno appresso gli Ateniesi con gli alleati preparavansi alla battaglia, e ordinarono le schiere in questo modo. Tenevano l’ala destra gli Argivi ed i Mantineesi, il centro gli Ateniesi, e l’altr’ala il resto degli alleati. La metà dell’esercito posto in avanti era schierata con otto di fronte, e l’altra metà presso le tende schierata anch’essa con otto di fronte formava un rettangolo, ed avea ordine di osservare attentamente dove che l’esercito patisse per accorrervi; e in mezzo a queste genti di riserva collocarono i saccomanni. I Siracusani poi schierarono con sedici sulla fronte le milizie gravi composte di tutte le classi del popolo di Siracusa e degli alleati che v’eran presenti. Tra questi vennero principalmente in loro aiuto i Selinunti, poi anche i cavalli de’ Geloi, in tutti dugento, e venti soli de’ Camarinesi, e circa cinquanta arcieri. Posero sull’ala destra i cavalieri che non eran meno di dodici centinaia, e presso a loro i lanciatori. E poichè gli Ateniesi erano vicini ad attaccare i primi la battaglia, Nicia percorrendo le file ove stavano le genti di ciascun popolo[91], gl’incoraggiava tutti insieme con queste parole:

68. «Che bisogno v’ha egli, prodi soldati, di lunga esortazione per noi che ci troviamo propio al momento della battaglia? Mi pare che questo nostro apparecchio sia più idoneo ad inspirar coraggio, che non le belle parole con esercito debole. Infatti dove siamo insieme e Argivi, e Mantineesi, e Ateniesi, e i primi tra gl’isolani, come non deve ognuno con tanti e siffatti commilitoni aver grande speranza di vittoria? Tanto più con a fronte un ragunaticcio di genti, e non scelte come le nostre; e poi contro i Siciliani che ci dispregiano sì, ma che non resisteranno, perchè più audaci che esperti? Richiamatevi inoltre alla mente che noi siamo assai lontani dal paese nostro e non vicini a veruna terra amica se pur non ce la procacciamo coll’armi. E però vi suggerisco il contrario di quello con che i nemici (ben lo so) s’incoraggiano. Essi dicono che combatteranno per la patria, ed io vi ripeto che non combattiamo nel patrio suolo, ma in tale che bisogna uscirne vincitori, od avere una difficile ritirata; perchè i loro numerosi cavalli ci stringeranno. Laonde memori del vostro decoro assaltate coraggiosamente il nemico, stimando più formidabile di lui la presente necessità ed incertezza.»

69. Fatta questa esortazione Nicia fece avanzar subito il campo. I Siracusani non si aspettavano allora di dover tosto combattere, onde alcuni di loro erano rientrati nella vicina città, altri sebbene si affrettassero correndo di rinforzare i suoi, arrivarono tardi; e ciascuno ponevasi dove incontrava un corpo più numeroso. E certamente nè in questa nè nelle altre battaglie mancavano di prontezza e di ardire; che anzi in coraggio ci erano eguali fin dove giungeva la loro perizia, ma a lor dispetto la volontà era tradita dalla mancanza di quella. Ciò non pertanto benchè non si aspettassero che gli Ateniesi volessero essere i primi ad assalirli, e benchè si trovassero a un tratto nella necessità di resistere, pigliavano le armi e prestamente venivano contro al nemico. Primi ad assaggiar la battaglia furono da ambe le parti i gittatori di pietre e i funditori e gli arcieri, e al solito delle truppe leggere fugavansi scambievolmente. Dipoi gli aruspici offrivano le vittime cerimoniali, e i trombettieri invitavano i soldati gravi al conflitto. Muovevano gli eserciti: da una parte i Siracusani per combattere per la patria, e ciascuno per la propria salvezza di presente, e per la libertà in avvenire: dall’altra, gli Ateniesi per far sua una terra straniera e per non nuocere, perdendo, alla patria; e gli Argivi e i confederati indipendenti per aver parte con essi alle conquiste per cui erano là venuti, e per riveder vittoriosi la patria loro. Gli alleati poi che erano sudditi usavano di tutta la sollecitudine, sì perchè senza la vittoria vedevano disperata la presente loro salvezza, sì eziandio perchè cooperando con gli Ateniesi a nuove conquiste speravano per soprappiù da essi più discreto governo.

70. E già la battaglia era nelle mani, e lungamente entrambi resistevano; quand’ecco sopravvenir de’ tuoni e folgori e copiosa pioggia, talchè anche questo accrebbe la paura in quei che per la prima volta combattevano od erano pochissimo versati di guerra; laddove gli altri che ne erano più pratici riguardavano quei fenomeni come effetti della stagione dell’anno, e piuttosto restavano attoniti che i nemici non cedessero. Finalmente gli Argivi avendo i primi respinto l’ala sinistra de’ Siracusani, e gli Ateniesi dopo di essi quelli che avevano a fronte, allora tutto l’esercito siracusano fu rotto e si diede alla fuga. E gli Ateniesi non l’inseguirono molto lontano, perchè la grossa ed intera cavalleria siracusana vi si opponeva, e scagliandosi su’ loro soldati gravi che cacciassero i fuggitivi li reprimeva. Però tutti riuniti li perseguitarono finchè poterono con sicurezza, poi tornarono indietro ed ersero trofeo. I Siracusani si ridussero sulla strada Elorina, ordinaronsi in quel modo che permettevano le cose presenti, e spedirono nondimeno un presidio di loro all’Olimpico per paura che gli Ateniesi non prendessero i tesori che vi erano. Gli altri tornarono in città.

71. Ma gli Ateniesi non andarono al tempio olimpico; anzi accolti i cadaveri dei loro e postili in sul rogo, passarono ivi la notte. Il dì seguente con salvocondotto resero i morti ai Siracusani (che compresivi gli alleati erano circa dugentosessanta), radunarono le ossa de’ suoi, de’ quali contando gli alleati morirono intorno di cinquanta, e prese le spoglie nemiche rinavigarono a Catana. Conciossiachè era inverno, e non pareva ancor possibile proseguir subito la guerra, prima d’aver fatto venire dei cavalieri da Atene e d’averne radunati dagli alleati di Sicilia (per non esser del tutto inferiori in cavalleria), e prima d’aver raccolti denari di lì oltre quelli che verrebbero d’Atene; e d’essersi aggiunte città che speravano doversi piegare all’obbedienza più facilmente dopo quella battaglia; e finalmente d’avere apparecchiato tutte le altre cose, e frumento e ciò che potesse occorrere per assaltar Siracusa a primavera.

72. Con questa intenzione navigarono a Nasso e Catana per isvernarvi. I Siracusani sepolti i loro morti tennero adunanza, ove presentatosi Ermocrate di Ermone, personaggio che in prudenza non era del resto addietro a nissun altro, e che in guerra si era mostrato per esperienza sufficiente e per valore illustre, li inanimiva e non lasciava che per l’accaduto invilissero. Poichè diceva che non era stato vinto il loro animo ma avea nociuto ad essi il disordine; che sebbene essi rozzi artigiani, per così dire, si fossero messi in lizza co’ primi e più esperti Greci, nondimeno non erano andati al disotto quanto era da aspettarsi; che di gran nocumento era stata loro la moltiplicità de’ duci e comandanti (perchè avevano quindici generali), e la non governabile turba disordinata. Che se pochi, proseguiva, e pratici saranno i generali, e in quest’inverno prepareranno le milizie gravi, e procacceranno le armi a chi non le ha, acciocchè sieno in grandissimo numero, e le astringeranno ad ogni altro guerresco esercizio, certamente e’ potrebbero superare i nemici; attesochè all’attual loro coraggio aggiungeranno il buon ordine che si richiede nelle azioni. Imperocchè queste due cose verranno crescendo: la disciplina perchè praticata tra i pericoli, il coraggio perchè avvalorato dalla fiducia del sapere, da per sè stesso diverrà più animoso. In ultimo poi soggiungeva che bisognava scegliere pochi generali ma con autorità illimitata, e prestare ad essi giuramento di lasciarli comandare comunque sapranno; avvegnachè in questo modo starebbero più coperte le cose che voglionsi celare, e le altre verrebbero con ordine apprestate inescusabilmente.

73. I Siracusani dopo averlo udito decretarono tutto come e’ suggeriva, ed elessero a capitano lo stesso Ermocrate con Eraclide di Lisimaco e Sicano d’Esecesto; essi tre soli. Spedirono ancora legati a Corinto ed a Sparta per averne soccorso secondo l’alleanza, e per indurre i Lacedemoni a far guerra alla scoperta e con più fermezza contro gli Ateniesi; a volere ritirarli dalla Sicilia, o almeno far sì che non vi mandassero nuovi rinforzi.

74. E l’armata ateniese che era a Catana navigò subito a Messina sperando d’averla proditoriamente; ma le pratiche svanirono. Conciossiachè Alcibiade consapevole di quelle, allorchè richiamato ad Atene depose il comando, essendo certo che verrebbe sbandito, le palesa agli amici dei Siracusani in Messina. Onde essi uccisero i colpevoli prima che arrivasse la flotta nemica, e tutti quelli che tenean con loro levato il romore, prese le armi vinsero che non si dovessero ricevere gli Ateniesi. I quali fermativisi da trenta giorni, poichè erano molestati dalla fredda stagione e mancavano di vettovaglia, tornarono a Nasso ove circondarono di un vallo l’alloggiamento, e vi svernarono. Spedirono inoltre una trireme ad Atene per avere a primavera denari e cavalli.

75. E nell’invernata anche i Siracusani aggiunsero alla città una muraglia da tutta quella parte che guarda Epipole, chiudendovi dentro Temenite[92], col fine che se mai fossero sconfitti, il troppo breve circuito non rendesse facile al nemico il cingerli di muro. Misero poi un presidio in Megara ed un altro in Olimpico, e munirono di palizzate tutti quei luoghi in sul mare ove potevasi fare scala. E sapendo che gli Ateniesi vernavano in Nasso, andarono tutti ad oste contro Catana, ne devastarono la campagna, abbruciarono le tende e l’accampamento degli Ateniesi, e partirono per a casa. Inoltre informati che gli Ateniesi, secondo la lega fatta al tempo di Lachete, aveano mandato ambasceria a Camarina per vedere di guadagnarsela, vi mandarono anch’essi. Imperciocchè sospettavano che i Camarinesi avessero mandato loro a mal cuore anche il soccorso inviato alla prima battaglia, e che in seguito non volessero più aiutarli, visti i felici successi degli Ateniesi in quella; ma che piuttosto pensassero di accostarsi con quest’ultimi per impulso della primiera amicizia. Arrivati adunque a Camarina Ermocrate ed altri pei Siracusani, ed Eufemo con altri per gli Ateniesi, vi fu tenuta assemblea, ove Ermocrate, volendo prima mettere in discredito gli Ateniesi, orò in questa sentenza:

76. «Non siamo, o Camarinesi, venuti qua ambasciatori perchè temiamo che voi sbigottiate della presente armata ateniese; ma invece perchè i discorsi che udirete da costoro non abbiano a persuadervi, prima d’aver sentito un poco anche noi. Ed invero vengono essi in Sicilia con quel pretesto che ascoltate, ma infatto con l’intenzione di che tutti sospettiamo: e parmi non che vogliano rimettere in patria i Leontini, ma cacciarne via noi stessi. Perciocchè non sta certo in ragione che e’ sovvertano le cittadi di là, e poi vogliano riacconciare quelle che son qui; nè che per titolo di parentela si sbrighino pei Leontini perchè Calcidesi, mentre tengono schiavi i Calcidesi d’Eubea, donde questi per colonia discendono. E però in quel modo che occuparono le cose di là, con quello stesso tentano di far qua il simigliante. Conciossiachè scelti per duci spontaneamente dagli Ionii e dagli altri confederati discendenti da loro col fine di vendicarsi del Medo, gli hanno poi soggiogati tutti, incolpandone alcuni di abbandonata milizia, altri di guerra scambievole, altri finalmente di quel delitto che secondo lo stato di ciascheduno parea meglio colorato. Talchè nè gli Ateniesi si opposero al Medo per proteggere la libertà de’ Greci, nè i Greci la loro; ma quelli per assoggettarli a se stessi invece del Medo, questi per mutar un padrone in un altro non già meno accorto, ma più furbescamente maligno.

77. «Nondimeno per agevole che sia accusare la Repubblica d’Atene, noi non venimmo qua per dichiarare le ingiustizie di lei a voi che le sapete; ma più presto per incolpare noi stessi che avendo ad esempio i Greci di là fatti schiavi, per aver trascurato la propria difesa, ed ora questi sofismi che ci vengono addotti, cioè il rimpatriamento de’ Leontini come consanguinei, il soccorso agli Egestei come alleati, non sappiamo riunirci tutti a mostrar loro vigorosamente che qui non sono nè Ionii, nè Ellespontii, nè isolani, i quali col mutar sempre padrone, sia il Medo, sia qualunque altro, rimangono servi; ma Doriesi, e liberi, e venuti ad abitar la Sicilia del Peloponneso anch’esso indipendente. O tranquilliamo forse finchè ci vediamo oppressi tutti città per città? Noi che sappiamo esser questa l’unica via ad esser vinti, noi che veggiamo gli Ateniesi voltarsi appunto a questa, parte per dividerci colle ciarle loro, parte per metterci in guerra l’un l’altro colla speranza d’averci alleati, parte per farci quel male che possono col dar pasto a ciascuno? O forse pensiamo che se prima rovini un nostro paesano di lungi, non abbia a piombar la sciagura anche sul capo d’ognun di noi, ma che piuttosto debba essere infelice quello solo che prima di noi sia oppresso?

78. «Se poi alcuno si dà a credere non egli ma il Siracusano esser nemico all’Ateniese, e però gli par grave il cimentarsi per la mia patria, rifletta che non principalmente combatterà per il mio paese, ma sì nel mio, e nel tempo stesso egualmente anche pel suo; e tanto più sicuramente in quanto che, non essendo io stato prima disfatto, mi avrà compagno nell’armi e non si troverà solo alla battaglia. Rifletta ancora che l’Ateniese non vuol già vendicare l’inimicizia del Siracusano, ma col pretesto di me attende piuttosto a confermarsi l’amicizia di lui. E se vi ha chi piglia gelosia e timore di Siracusa (due cose alle quali soggiacciono i maggiori), e però brama che ella venga danneggiata per averci più discreti, e che nondimeno ella si regga per sua sicurezza, costui spera quello che eccede l’umana possibilità. Imperciocchè non v’è modo che un istess’uomo possa prescrivere regola alle sue voglie insieme e alla fortuna. E se mai avvenga ch’ei resti frustrato ne’ suoi desiderii, forse o senza forse lamentando i propri mali vorrà poter invidiar nuovamente le mie prosperità. Lo che è impossibile per chi ci abbia abbandonati, e non abbia voluto partecipar di quei pericoli che sono gli stessi per lui e per noi, non di nome, ma di fatto; conciossiachè egli in nome conserverà la nostra potenza, in fatto, però la sua salvezza. E ragion volea sopra tutto, o Camarinesi, che voi nostri confinanti e secondi nel pericolo prevedeste tali cose, e non ci soccorreste debolmente, siccome ora; ma che di vostro veniste da noi, e vi mostraste anche adesso incoraggiarci con egual calore a far quello a che nel vostro bisogno ci avreste invitati (se gli Ateniesi fossero venuti prima contro Camarina), cioè a non perderci punto d’animo. Finora però nè voi nè gli altri vi siete mossi a questo.

79. «Ma voi forse spinti da timidità pretenderete di rispettar la giustizia dicendo d’essere in alleanza con gli Ateniesi, la quale faceste non a pregiudizio degli amici, ma per difesa contro a’ nemici se alcun vi assalisse, e per soccorrere (credo io) gli Ateniesi, quando da altri fossero offesi, non quando eglino offendessero altrui; dappoichè nemmeno i Regini che son Calcidesi vogliono dar loro mano a rimettere in patria i Leontini anch’essi Calcidesi. E orribil cosa mi sembra che laddove i Regini sospettando di questo fatto onestato con belle giustificazioni, usano prudenza che sembra irragionevole, voi all’incontro nonostante un motivo ragionevolissimo vogliate aiutare gli Ateniesi che vi sono avversi per natura, e rovinare quelli che anche più naturalmente vi appartengono, d’accordo co’ nostri mortali nemici. Ma ciò non è giusto. Dovete invece soccorrer noi, e non temer le forze loro che formidabili non sono ove tutti stiamo uniti, e che tali diventano ove al contrario ci dividiamo, com’essi agognano. Ed invero benchè venissero contro noi soli e vincessero la battaglia, non eseguiron l’intento, ma si ritirarono in furia.

80. «Il perchè ragion vuole che stando tutti uniti non ci perdiamo d’animo, ma che piuttosto ci colleghiamo insieme con tutto l’ardore, tanto più che avremo soccorsi dai Peloponnesi, i quali al postutto sono più valenti in guerra di costoro. Nè lo starvene neutrali, come alleati d’entrambi, vuol credersi prudenza per essere ella imparziale con noi, e sicura per voi; conciossiachè questa neutralità non è tale in fatto quale si mostra in dritto. Infatti se per il vostro rifiuto della lega nostra Siracusa percossa caderà, e gli Ateniesi vincitori trionferanno, che altro avrete fatto colla vostra assenza se non troncato a quella la via di salvezza, e non impedita a questi la via di malvagità? Eppure è per voi più decoroso l’unirvi con noi ingiuriati e insieme parenti vostri, e mantenere così la comune sicurezza di Sicilia, e non permettere agli Ateniesi, vostri amici, salmisia, tali soprusi. In somma noi Siracusani diciamo non esser uopo l’insegnar chiaramente nè a voi nè agli altri cose che non men bene sapete: ma preghiamo e testimoniamo, ove non ci ascoltiate, che siamo insidiati dagli Ionii perpetui nostri nemici, e come Doriesi traditi da voi pur Doriesi. Che se gli Ateniesi ci sottometteranno, si recheranno la vittoria dal vostro modo di pensare, e l’onore verrà ascritto al loro nome, e nessun altro premio avranno di quella, se non il popolo che ad essi la procurò. Se poi la vittoria sarà nostra, dovrete voi stessi portar la pena d’aver causato i nostri pericoli. Riflettete adunque e fin d’ora scegliete, o essere schiavi subito senza cimentarvi, ovvero vincendo insieme con noi, non aver vituperosamente costoro per padroni, e sfuggire la nostra inimicizia che certo lieve non sarebbe.»

81. Così parlò Ermocrate, e dopo lui Eufemo ambasciatore ateniese così:

82. «Noi certamente eravamo venuti qua per rinnovare l’alleanza di prima: ma sentendoci tocchi dal Siracusano, ci è forza parlare anche intorno al nostro impero, mostrando che giustamente lo abbiamo. Egli pertanto ne ha addotta la più gran testimonianza col dire che gli Ionii sono mai sempre nemici ai Doriesi. E, la cosa sta pur così. Imperciocchè noi che siamo Ionii abbiamo sempre studiato il modo di non obbedire in nulla ai Peloponnesi che Doriesi sono, e in più numero di noi e confinanti. E dopo la guerra de’ Medi, essendoci procacciata una flotta, ci liberammo dal dominio e dalla capitaneria de’ Lacedemoni che non avean diritto di comandare a noi, più che noi a loro; se non in quanto erano allora più forti. Divenuti poi duci dei Greci stati prima sotto il re, ne ritenghiamo il governo, perchè credemmo che avendo così forze da resistere, non ci troveremmo in balìa de’ Peloponnesi. E a parlare rigorosamente, non abbiamo soggiogato a torto gli Ionii e gli isolani, cui i Siracusani dicono aver noi assoggettati benchè parenti. No, perchè insiem col Medo eran venuti contro noi, città madre, e non aveano avuto il cuore di ribellarsi a lui, e di disertare le cose domestiche, siccome noi che abbandonammo la città; e non contenti della loro servitù, voleano imporre anco a noi lo stesso giogo.

83. «Laonde meritamente abbiamo imperio, perchè offrimmo grandissimo numero di navi e risoluta sollecitudine a pro de’ Greci; e perchè essi, facendo altrettanto prontamente d’accordo col Medo, operavano a danno nostro, ed insieme perchè cerchiamo forze contro i Peloponnesi. Nè vogliamo recarci sotto gli altrui vessilli, mentre a noi spetta il comando, o come soli distruggitori del barbaro, o come quelli che abbiamo affrontato pericoli maggiori per la libertà di cotesti Ionii ed isolani, che non per quella di tutti i Greci e di noi medesimi. Ora non vuolsi biasimare chiunque si procaccia quella salvezza alla quale ha dritto. E benchè adesso ci troviamo qua per la sicurezza nostra, pure vediamo che in questo si comprende ancora la vostra utilità. Lo che dimostriamo per le calunnie che i Siracusani ci danno, e pei sospetti che di noi avete in mezzo al più gran timore; ben sapendo che quelli i quali nel colmo della paura sono presi da qualche sospetto, restano in sul momento allettati dal piacer d’un’arringa; ma quando poi si viene al fatto operano il convenevole. Conciossiachè abbiamo protestato che per timore ritenghiamo l’impero di là, e pel motivo istesso venghiamo ad assicurare le cose di qua con l’aiuto degli amici; e non a mettervi in servitù, ma più presto ad impedire che non abbiate a soffrir questo giogo.

84. «Nè alcun venga a dire che ci diamo pensiero di voi senza che punto ci appartenghiate, dovendo costui sapere che rimanendo voi salvi, ed essendo anche sufficienti a resistere ai Siracusani, sarebbe minore il danno che soffriremmo da qualche rinforzo che essi mandassero ai Peloponnesi; e per questo motivo appunto voi moltissimo ci appartenete. Però ogni ragion vuole che rimettiamo in patria i Leontini non in qualità di nostri vassalli, siccome i loro consanguinei nell’Eubea, ma nel più vigoroso stato di forze, a volere che dalle loro terre inquietino a pro nostro i Siracusani co’ quali confinano. Imperciocchè quanto alle cose di là noi soli bastiamo contro i nemici: ed i Calcidesi (dopo avere assoggettati i quali dice Ermocrate essere assurdo che vogliamo liberar quest’altri) ci sono utili perchè non hanno militari apparecchi, e solo ci pagano tributo in denaro; laddove per le cose di qua, ci mette bene che i Leontini e gli altri amici godano della massima indipendenza.

85. «Ma pel tiranno o per città sovrana tutto è ragionevole quel che è utile, ed amico quel che è fidato; e in ogni caso convien fare il nemico o l’amico secondo il tempo. E questo appunto giova qui a noi non per danneggiare gli amici, ma per rendere impotenti col braccio loro i nemici. Nè voi dovete diffidar di noi. Imperocchè anche gli alleati di là li governiamo secondo che ciascuno ci è utile; così i Chii ed i Melimnei con indipendenza perchè ci somministrino navi, molti altri più severamente perchè paghino tributo; altri (quantunque isolani e però più facili ad espugnarsi) con piena libertà, col patto che ci aiutino nelle guerre, poichè riseggono vantaggiosamente nei contorni del Peloponneso. Cosicchè è da credere che anche qui vogliamo acconciar le cose in rispetto all’util nostro, e al timore che confessiamo avere dei Siracusani. Poichè essi aspirano a dominarvi, e col farvi sospettare di noi voglion riunirvi dalla parte loro, acciocchè, partiti che siamo a mani vuote, possano signoreggiar tutta la Sicilia, o per forza o mediante il vostro abbandonamento. E ciò è inevitabile ove vi alleghiate con essi, giacchè noi non avremo più in mano facilmente altrettante forze riunite insieme per un solo oggetto, ed essi in nostra assenza non saranno impotenti contro di voi.

86. «Chi poi non pensa così, il fatto stesso lo convince. Voi infatti da prima ci invitaste minacciandoci solo del pericolo a che noi pure ci troveremmo, se trascurassimo che foste assoggettati dai Siracusani. Però ora non è giusto che neghiate fede a quella ragione, della quale credevate importante persuader noi colle vostre parole; nè che vi adombriate perchè siamo qua con armata maggiore di quella che ci vorrebbe contro i Siracusani, dei quali invece dovete molto più diffidare. Noi di sicuro non potremmo senza di voi neppur fermarci in Sicilia, e quand’anche per dislealtà la soggiogassimo, saremmo insufficienti a ritenerla, attesa la lunghezza del tragitto e la difficoltà di presidiare città grandi, per le quali si richieggono apparecchi terrestri. I Siracusani all’opposto che vi stanno quasi a ridosso, non con un campo militare, ma con città più potente di questo nostro esercito, son sempre alle vedette contro di voi; e quand’abbian colta l’occasione di qualche colpo, non se la lasceranno scappare. E ciò, per tacere delle altre cose, hanno dimostrato verso i Leontini; e adesso osano di incitar voi, quasi foste insensati, contro quelli che attraversano tali loro disegni, e che finora sostengono la Sicilia perchè non cada sotto di essi. Ma noi d’altronde vi invitiamo ad assai più vera salvezza, pregandovi a non tradir quella che amendue abbiamo mercè del mutuo soccorso, ed a persuadervi che a costoro anche senza alleati, stante il gran numero, è sempre spianata la strada contro di voi; e che a voi raramente si presenterà il modo di respingerli con soccorsi sì grandi. I quali se per sospetto lascerete partire o senza effetto o vinti, bramerete di poi rivederne anche una menomissima parte, allora quando sebben venga tra voi non potrà più in nulla giovarvi.

87. «Laonde nè voi nè gli altri, o Camarinesi, non vi lasciate svolgere dall’impostura di costoro. Già vi abbiamo parlato la verità intorno ai sospetti addossatici; e nella fiducia di persuadervi vogliamo in succinto ridurvela a memoria. Noi diciamo di avere imperio sulla gente di là per non esser noi stessi soggetti ad un altro; di protegger la libertà di quelli di qui, per non venire offesi da loro; d’esser costretti a metter le mani in molte cose, perchè molte son quelle dalle quali abbiamo a guardarci; infine d’esser venuti e prima e adesso a soccorso degli oppressi qua tra voi, non già spontaneamente, ma invitati. E voi non vogliate farvi giudici del nostro operare, nè provarvi come riformatori a distogliercene (che omai dura cosa sarebbe), ma prendete tutto quello che dalla nostra curiosità e dalle nostre maniere può tornarvi bene, e valetevene. Tenete per certo ancora che questo nostro genio, non che noccia egualmente a tutti, giova piuttosto alla molto maggior parte de’ Greci. Conciossiachè in ogni luogo, anche dove non imperiamo, tanto chi sospetta di vedersi oppresso che chi ha in mira di farlo, per la non manchevole espettativa in che sono, quegli d’aver da noi soccorso da far fronte, questi di non arrischiarsi senza timore andando noi colà, sono entrambi astretti l’uno a metter senno a suo dispetto, l’altro a starsene quetamente in salvo. Anche voi dunque non rigettate questo sicuro refugio comune a chiunque ne abbisogna, ed apparecchiato ora per voi; ma facendo quello che gli altri uomini far sogliono, invece di star sempre in guardia contro i Siracusani, date opera una volta insieme con noi ad opporre del pari macchinazioni a macchinazioni.»

88. Tali cose disse Eufemo, ed i Camarinesi erano così affetti dell’animo: per una parte volevan bene agli Ateniesi, se non in quanto sospettavano che volessero soggiogar la Sicilia; per l’altra erano sempre in discordia coi Siracusani per causa de’ confini. E siccome temevano non di meno che questi co’ quali vicinavano, ottenessero vittoria anche senza loro, così da prima aveano mandato ad essi pochi cavalli, ed erano risoluti d’aiutarli in seguito il più mezzanamente che si potesse coi fatti. Ma nel caso presente per non parere d’essersi raffreddati in benevolenza verso gli Ateniesi, tanto più che erano stati vincitori della battaglia, fermarono di dar le medesime parole di risposta ad entrambi. E secondo questo consiglio risposero, che poichè si dava il caso della guerra fra due alleati loro, al presente credevansi in dovere per giuramento di starsene di mezzo. E gli ambasciatori delle due parti se n’andarono. I Siracusani disponevano le cose loro per la guerra; e gli Ateniesi accampati in Nasso trattavano co’ Siculi per aggiugnerne il più che potessero alla parte loro. Non molti tra essi che più che altro abitavano per la pianura ed erano soggetti a’ Siracusani, si alienarono; quelli poi più dentro terra (ove sempre anche di prima indipendentemente abitavano) di subito, salvo pochi, furono con gli Ateniesi, e portarono all’esercito frumento, ed alcuni eziandio del denaro. E gli Ateniesi guerreggiando coloro che non si unissero con essi, ve ne costringevano alcuni, ad altri impedivano la comunicazione coi Siracusani, che mandavano presidii e soccorsi; e nell’inverno levatisi da Nasso e andati a Catana, rimisero in piedi gli alloggiamenti bruciati già da’ Siracusani, e vi svernarono. Spedirono poi una trireme a Cartagine ricercandone l’amicizia, se possibil fosse cavarne qualche vantaggio; e mandarono in Etruria ove alcune città si esibivano di unirsi anch’esse con loro a questa guerra. Fecero inoltre andare in giro de’ messaggi ai Siculi e ad Egesta ordinando di allestir per loro più cavalli che potessero: e preparavano tutte le altre cose per la circonvallazione, come mattoni e ferro e quanto occorreva, intendendo di ricominciar la guerra alla primavera. Frattanto i legati siracusani inviati a Corinto ed a Sparta nel trascorrere la costa si davano cura di persuadere gli Itali a non voler porre in non cale quello che facevano gli Ateniesi, perchè di sicuro macchinato anche contro loro; e poichè furono a Corinto tennero discorso facendo intendere che doveano soccorrere i Siracusani per titolo di parentela. I Corintii decretarono subito di voler essere i primi a soccorrerli con tutta sollecitudine, e mandarono con loro ambasciatori a Sparta perchè cooperassero a persuadere i Lacedemoni di far guerra più apertamente agli Ateniesi, e di spedire qualche aiuto in Sicilia. E già gli ambasciatori de’ Corintii erano pervenuti a Sparta ove era andato anche Alcibiade, il quale insieme con gli altri usciti era subito da Turio sopra una nave oneraria, tragittato in principio a Cillene, donde ultimamente fu dai Lacedemoni richiamato a Sparta con salvocondotto, perchè temeva di loro a cagione delle cose de’ Mantineesi. E nell’assemblea ivi tenuta accadde che i Corintii, i Siracusani ed Alcibiade persuadevano i Lacedemoni domandando tutti lo stesso. Ma perchè gli efori e gli altri magistrati pensavano di mandare ambasciatori a’ Siracusani per impedire loro di pattuire cogli Ateniesi, e non eran disposti a spedire aiuti; allora Alcibiade fattosi innanzi rinfocolava ed eccitava gli animi dei Lacedemoni con queste parole:

89. «Egli mi è forza parlarvi innanzi tratto del mio discredito, acciò pel sospetto di me conceputo non abbiate ad udire con animo men che benevolo le cose comuni. Dico adunque che volendo io riassumere il dritto di ospitalità presso voi, per non so qual colpa da’ miei maggiori disdetto, vi facevo piacere tra le altre nella sconfitta a Pilo. Contuttociò, benchè io stessi fermo in tal premura, voi nel riacconciarvi con gli Ateniesi, servendovi dell’opra de’ miei nemici procuraste ad essi potenza, e me vestiste d’ignominia. E però giustamente aveste danno da me quando mi volsi alla parte de’ Mantineesi, e degli Argivi, e in tutte le altre cose in che mi vi opposi. Onde se alcuno allora che ebbe a soffrire si adirava con meco, si ricreda adesso, osservando ciò col lume del vero. Se poi vi ha chi mi tenga men buono perchè fui piuttosto dalla parte del popolo, sappia che neppur in questo caso egli è dirittamente sdegnato. Conciossiachè noi siamo mai sempre nemici a’ tiranni. Ora, tutto quel che si oppone al dominio assoluto si chiama popolo; e da ciò mi è rimasta sempre la qualità di protettore della moltitudine. Inoltre siccome la città nostra si governa a comune, così era necessità seguitar la corrente nelle varie bisogne. Nonostante nell’amministrar la Repubblica noi ci sforzavamo d’esser più discreti di quel che permettesse la sfrenatezza che vi regna. Altri però vi furono, e ancor vi sono, che spingevano la plebe al peggio; e di costoro è fattura il mio bando. Ma noi presedemmo sull’universale, reputando dover di giustizia il conservar nello Stato quella forma di governo con che trovavasi grandissimo e liberissimo, e che a ciascuno era stata consegnata. Essendochè quanti abbiano fior di senno sappiamo che sia democrazia, ed io non men bene di verun altro, in quanto avrei più ragion di vituperarla. Ma nulla di nuovo può dirsi intorno a questa riconosciuta scempiaggine. D’altronde il cambiarla non ci parea sicuro con voi nemici alle spalle.

90. «Tali sono le cause concorse a questo mio discredito. Udite ora quello di che voi dovete deliberare, ed io esporvi se pur nulla ne so di più. Primieramente navigammo in Sicilia con animo di soggiogare, potendo, i Siciliani, e dopo loro anche gl’Itali; e quindi per tentare eziandio gli Stati di Cartagine e Cartagine stessa. Riuscendo tutte o la maggior parte di queste imprese, allora volevamo assaltare il Peloponneso conducendovi tutte le forze de’ Greci di Sicilia che si sarebbero aggiunte a noi, e molti barbari presi a soldo, e gl’Iberi[93], ed altri dei barbari di quei luoghi, che oggi sono a confession di tutti i più guerreschi. Dipoi fabbricate molte triremi oltre le nostre (giacchè l’Italia abbonda di legname) volevamo con esse assediare intorno il Peloponneso, e al tempo stesso investirlo colla fanteria dalla parte di terra; e così espugnando a forza alcune città, ed altre serrandone con muro, speravamo di agevolmente debellarlo, ed in ultimo aver impero sull’universale de’ Greci. Quanto al denaro ed ai viveri, perchè più facilmente ci riuscisse ciascuna di queste cose, li avrebbero somministrati abbastanza le città ivi conquistate, senza toccare le entrate che qui abbiamo.

91. «Voi avete inteso per la bocca di tale che ne ha la più minuta contezza quali fossero le nostre intenzioni circa la flotta andata ora in Sicilia; e gli altri capitani restativi le metteranno ad effetto, potendo, come s’io vi fossi. State ora a sentire che senza il vostro soccorso le cose di là non saran salve. I Siciliani certamente, quanto che sieno poco esperti, pure accogliendosi insieme potrebbero anche adesso scamparla. Ma i Siracusani da se soli, e già vinti con tutte le loro genti, e al tempo stesso ristretti dalle navi, saranno inabili a resistere all’armata ateniese di là; e se questa città sarà presa, ecco vinta tutta Sicilia, e subito ancora l’Italia. E quel pericolo, che io testè vi prediceva da quella parte, non starà molto a cadervi addosso. Laonde s’immagini ciascun di voi di deliberare non solo sulla Sicilia, ma anche sul Peloponneso, se non farete prontamente quanto sono per dirvi. Manderete colà sulle navi truppe tali che facendo nel cammino il servizio di remiganti sieno poi atte a far quello di milizia grave; e (quel ch’io credo anche più utile dell’armata stessa) un generale spartano idoneo a ridurre al buon ordine quelle genti che hanno prese le armi, ed a costringervi quelle che si ricusino. In questo modo quei che vi sono amici s’incoraggiranno maggiormente, e gl’irresoluti più francamente vi si accosteranno. Nel medesimo tempo bisogna romper qui la guerra più scopertamente, a volere che i Siracusani veggano che vi date cura di loro, e resistano con più calore; e così gli Ateniesi sieno meno in grado di mandar nuovo soccorso all’esercito loro. Fa d’uopo inoltre fortificare Decelia[94] nell’Attica, di che soprattutto temono sempre gli Ateniesi; e tra i mali della guerra questo solo pensano non avere assaggiato. Ora il mezzo più sicuro per nuocere a’ nemici è questo: che quando uno s’accorga di ciò che principalmente temono, di quello appunto s’informi con certezza, e lo porti loro in sul viso. Imperocchè è da credere che quel timore nasca dal conoscer bene ognuno di essi dove sta il suo male. E per non parlare di tutti i vantaggi che con quella fortificazione procaccerete a voi stessi ed impedirete a’ nemici, io voglio ridurvi insomma i più rilevanti. Primieramente il più di quelle cose onde è fornito il dominio ateniese verrà a voi, parte preso a forza, parte spontaneo. Dipoi saranno loro tolte subito l’entrate delle miniere d’argento che sono in Laureo, e tutti i vantaggi che presentemente ricavano dalla campagna e dai tribunali[95]. In ultimo (e questo è il più importante) riceveranno non esattamente le rendite dagli alleati, i quali stimando che voi vigorosamente guerreggiate gli Ateniesi, metteranno dall’un de’ lati ogni rispetto per essi.

92. «Che poi queste cose si eseguiscano con prestezza ed energia, sta in voi, o Lacedemoni; poichè senza tema d’ingannarmi confido che elle sieno al tutto possibili. E credo aver diritto di non decadere di stima presso veruno di voi, se riputato una volta amator della patria, vado ora gagliardamente contr’essa co’ suoi acerrimi nemici; e di non esser preso in sospetto per le mie parole quasi nascano dalla baldanza propria degli esuli. Perocchè esule io sono dalla scelleratezza di quelli che mi bandirono, ma non dal vostro vantaggio ove vogliate udirmi; nè tengo per nemici maggiori quelli che mi offesero nemico (voglio dir voi) di quelli che constrinsero gli amici a diventar nemici. Ho serbato amore alla patria non in mezzo alle ingiustizie, ma finchè ho vissuto in sicuro da cittadino; e credo non andare ad assalir quella che tuttora è mia patria, ma ben piuttosto a ricuperar quella che più non mi è tale. Amante vero della patria non è già colui che avendola ingiustamente perduta si astiene d’andarle contro; ma bensì quegli che per lo desiderio di lei tenti in ogni modo di riaverla. Per lo che, o Lacedemoni, stimo avere ben donde richiedervi che vi valghiate di me francamente in ogni pericolo ed in ogni travaglio, sapendo voi bene quel discorso che è per le bocche di tutti, che se da nemico grandemente vi nocqui, potrò giovarvi moltissimo da amico, perchè conoscitore delle cose d’Atene argomentavo pur delle vostre; che pensiate che trattate di cose rilevantissime, e però non v’incresca la spedizione in Sicilia e nell’Attica, acciocchè riunendovi là in soccorso con piccola porzione di truppe possiate salvare i grandi interessi dei Siciliani, ed abbatter qua l’attuale e la futura potenza degli Ateniesi, ed abitar poi sicuri nelle vostre sedi, ed esser duci di tutta la Grecia che a voi s’inchinerà non per forza, ma per benevolenza.»

93. Così parlò Alcibiade. E i Lacedemoni che anch’essi di prima aveano il pensier di militar contro Atene, e che per circospezione tuttora indugiavano, viemaggiormente ne restarono confortati per gl’insegnamenti di lui sopra ciascuna cosa, stimando averli uditi da tale che ne era ottimo conoscitore. Cosicchè applicarono subito l’animo a munire Decelia, ed a mandar tostamente qualche soccorso a quei di Sicilia. Ed avendo destinato a capitano de’ Siracusani Gilippo di Cleandrida[96] gli commisero che consigliandosi con essi e co’ Corintii oprasse sì che quelli di là avessero il più vigoroso e sollecito aiuto, secondo che il comportavano i tempi presenti. Chiese Gilippo a’ Corintii che immantinente gli mandassero due navi ad Asine e preparassero tutte le altre che pensavano di spedire, e che all’occasione le avessero pronte a navigare. Ed essi convenutisi di queste cose partirono da Sparta. Intanto giunse di Sicilia in Atene la trireme spedita dai generali per denari e cavalli. Gli Ateniesi, udite le dimande, decretarono di mandar nutrimento e cavalieri all’esercito; e così compievasi l’inverno e l’anno decimosettimo di questa guerra che Tucidide ha descritto.

94. Incominciata appena la primavera della seguente estate, gli Ateniesi di Sicilia salpando da Catana navigarono sopra i Megaresi di Sicilia, le terre dei quali ritengono i Siracusani, fin da quando li ebbero cacciati dalle sedie loro al tempo di Gelone tiranno, siccome per me innanzi è stato detto. Colà scesi a terra diedero il guasto alla campagna, e venuti ad un forte de’ Siracusani senza averlo potuto espugnare, si ricondussero per la via di terra e colle navi al fiume Terea[97]; e recatisi alla pianura la devastavano ed abbruciavano le messi. Uccisero ancora alcuni de’ non molti Siracusani che incontrarono, ed alzato il trofeo ritornarono alle navi, colle quali andarono a Catana; e di là presa vettovaglia marciaron con tutto l’esercito sopra Centoripa[98] cittadella dei Siculi. Ottenuta questa per capitolazione partirono; e in ritornando davano fuoco alle granaglie degli Inessei[99] e degli Iblei. E pervenuti a Catana vi trovano giunti da Atene dugentocinquanta di cavalleria co’ suoi finimenti, ma senza cavalli (credendosi che questi si procaccerebbero di lì) con più trenta arcieri da cavallo, e trecento talenti in moneta[100].

95. Nell’istessa primavera i Lacedemoni si mossero ad oste contr’Argo e vennero sino a Cleone[101], donde, sopravvenuto il terremoto, retrocederono. Dopo di questo gli Argivi entrarono in su quel di Turea col quale confinavano, e presero gran bottino ai Lacedemoni, che fu venduto non meno di venticinque talenti. E non molto appresso, in questa estate, la parte popolare di Tespia assalì i magistrati, ma non potè averli nelle mani: anzi benchè fosse soccorsa dagli Ateniesi, alcuni di essa furono arrestati, altri andarono in bando ad Atene.

96. Nell’estate medesima i Siracusani, poichè intesero che arrivavano cavalli agli Ateniesi, e che già erano per andar contro loro, discorrevano che se il nemico non si impadronisse d’Epipole, luogo scosceso e situato immediatamente a cavaliere della città, non sarebbe facile ch’e’ potessero esser cinti all’intorno dalle fortificazioni, quand’anche perdessero la battaglia. E però intendevano di guardare le strade che ad esso menano, acciocchè i nemici non per queste vi salissero inosservati; che per altra via era impossibile. Imperciocchè tutto il rimanente di quel luogo è ripido ed acclive fino alla città, donde tutta la parte interna di esso è visibile; e dai Siracusani è chiamata Epipole la punta perchè di molto sovrasta al restante. Usciti adunque in sul far del giorno con tutte le genti in una prateria lungo il fiume Anapo (e già Ermocrate e gli altri suoi colleghi poco avanti aveano assunto il comando) fecero la rivista delle genti, e prima di tutto separarono settecento scelti soldati gravi sotto il comando di Diomilo bandito d’Andro perchè stessero a guardia di Epipole, e riuniti accorressero prestamente dovunque abbisognasse.

97. Il giorno dopo questa notte gli Ateniesi fecero la rassegna delle soldatesche; e già di soppiatto al nemico da Catana erano approdati con tutta l’armata ad una terra detta Leone, distante da Epipole sei o sette stadii, ove sbarcarono la fanteria; e colle navi fermaronsi a Tapso che è una penisola in un angusto istmo e sporge verso l’alto, ed è poco lontana da Siracusa sì per la via di terra che di mare. Pertanto l’esercito navale degli Ateniesi in Tapso afforzato l’istmo con palizzata stavasi quieto: ma le genti da piè marciavan subito correndo verso Epipole, e furono in tempo a salirvi dalla parte di Euriclo prima che accortisene i Siracusani vi arrivassero dalla prateria ove facevasi la rivista. E sebbene per arrivare dalla prateria a quel luogo vi fosse uno spazio non minore di venticinque stadii, nondimeno ciascuno vi accorse il più frettolosamente possibile, e in ispecie Diomilo co’ suoi settecento. In questo modo adunque i Siracusani, azzuffatisi disordinatamente o vinti nella battaglia presso Epipole, si ritirarono in città, perduto Diomilo con altri trecento in circa. Dipoi gli Ateniesi ersero trofeo, e con salvocondotto resero i morti ai Siracusani. Il giorno seguente scesi propio sotto la città, poichè i nemici non uscivano loro incontro, tornarono indietro e fabbricarono a Labdalo un battifolle che guardava Megara in cima a quei dirupati, per avere un deposito di bagagli e provvisioni, caso che volessero avanzarsi per combattere o per edificar fortificazioni.

98. E poco dopo arrivarono ad essi trecento cavalieri da Egesta, e cento incirca tra de’ Siculi, de’ Nassii e d’alcuni altri; e dugento cinquanta vi erano degli Ateniesi che aveano ricevuto parte de’ cavalli dagli Egestei e da’ Catanesi, parte gli aveano comprati: talchè ebbero accolti in tutti seicentocinquanta cavalieri. Gli Ateniesi adunque collocato il corpo di guardia in Labdalo andarono verso Sica, ove fermatisi alzarono prontamente il muro all’intorno. La prestezza loro nel fabbricare atterrì i Siracusani, che però uscirono fuori con animo di far battaglia e non lasciar correre la cosa. E già i due eserciti si schieravano di fronte; quando i generali dei Siracusani vedendo sbandate le proprie genti e non facili a potersi riordinare, le ricondussero in città, salvo una parte dei cavalli che ivi rimasero per impedire agli Ateniesi di trasportare i sassi e di spargersi più lontano. E gli Ateniesi con una squadra di soldati gravi e insieme con tutta la cavalleria, azzuffatisi coi cavalli siracusani li misero in fuga ed alcuni ne uccisero; ed alzarono il trofeo per questo equestre conflitto.

99. Il dì seguente alcuni degli Ateniesi lavoravano al muro circolare dalla parte di tramontana, altri unitisi a portare sassi e legnami li deponevano nel luogo chiamato Trogilo, di mano in mano dove mostravasi più corta la linea del muro dal porto grande all’altro mare. E i Siracusani, per le persuasioni d’Ermocrate più che degli altri capitani, non altrimenti volevano arrischiarsi con tutto l’esercito contro gli Ateniesi, ma determinarono per lo migliore di edificare un contrammuro più al basso, dove i nemici condurrebbero il suo; poichè se si potessero prevenire, e’ rimarrebbon serrati fuori. E se in questo mentre gli Ateniesi accorressero ad inquietarli, essi spedirebbero loro incontro parte dell’esercito, e sarebbero in tempo a preoccupare e munir con palificate gli sbocchi: se poi si voltassero tutti a contrastarli, dovrebbero allora cessare dal cominciato lavoro. Uscirono dunque i Siracusani, e principiando dalla loro città tiravano un muro obliquo sotto a quello circolare degli Ateniesi, e tagliavano gli olivi del sacro recinto per piantarvi delle torri di legno. Le navi ateniesi non ancora da Tapso avevan fatto il giro per entrare nel porto grande; che anzi i Siracusani eran tuttora padroni del mare all’intorno; e però gli Ateniesi facevano da Tapso venire per terra il bisognevole.

100. Ma i Siracusani, poichè credettero bastantemente assicurata la palizzata e la fabbrica del contrammuro, e poichè gli Ateniesi, parte per timore di esser con troppa facilità assaltati se si dividessero, parte per la premura che si davano del loro muro circolare, non erano andati a disturbarli; lasciata una sola compagnia a guardia del fabbricato ritornarono in città. Gli Ateniesi guastarono ad essi i condotti che sotterra portavano in città l’acqua da bere: ed avendo osservato che alcuni degli altri Siracusani in sul mezzogiorno tenevansi entro le tende, che alcuni poi erano rientrati in città, e che quelli della palizzata la guardavano negligentemente, misero nella prima schiera trecento de’ loro scelti soldati, e pochi altri parimente scelti di grave armatura, con ordine di lanciarsi improvvisamente di corsa sul contrammuro. E intanto, fatte due parti del rimanente dell’esercito, la prima marciava con uno de’ due capitani verso la città, caso che ne uscisse qualche soccorso; l’altra con l’altro capitano andava contro la palizzata presso la postierla. I trecento, dato l’assalto, espugnano il vallo cui le guardie nemiche abbandonarono, rifugiandosi dentro l’antemurale che cingeva il Temenite, e con esse vi si precipitarono gl’inseguitori: ma entrati dentro furono a forza ricacciati dai Siracusani. Alcuni degli Argivi e non molti degli Ateniesi vi rimasero morti; e l’esercito tutto insieme nel retrocedere rovinarono il contrammuro, svelsero la palizzata, ne portarono seco i pali ed alzarono trofeo.

101. Il giorno appresso gli Ateniesi ripigliando il muro circolare lo conducevano sul dirupato che sovrasta al padule, e che da questo lato dell’Epipole guarda il porto grande, e per dove calando a traverso la pianura e il padule riesciva loro brevissimo il giro fino al detto porto. Frattanto i Siracusani usciti fuori anch’essi, presero a rifare la palizzata cominciando dalla città, e conducendola per mezzo il padule; ed insieme accanto ad essa scavavano una fossa, perchè gli Ateniesi non potessero tirare il muro sino al mare. Ma questi fornito il lavoro dinanzi al dirupato, e volendo nuovamente assaltare la palizzata e la fossa dei Siracusani, ordinarono alle navi di girare da Tapso fino al porto grande de’ Siracusani; e a bruzzolo scesi da Epipole nel piano gittarono a traverso il padule, ove era melmoso e più consistente, delle imposte ed assi larghe, e valicati su queste prendono in sull’aurora la palizzata quasi tutta, e la fossa: e poi si impadronirono anco del restante. E qui si commise battaglia nella quale vinsero gli Ateniesi; e i Siracusani che tenevano l’ala destra fuggirono alla città; quei della sinistra al fiume. I trecento soldati scelti ateniesi, volendo precludere a questi il tragitto, s’affrettavano correndo alla volta del ponte; di che impauriti i Siracusani, siccome avean lì presenti molti cavalli gl’investono, e li mettono in fuga, e sboccano sul corno destro degli Ateniesi. A quest’urto impetuoso rimase spaventata la prima squadra di quel corno; e Lamaco a tal vista accorreva colà dalla sua ala sinistra con non molti arcieri e con gli Argivi che prese seco. Ma varcata una fossa e rimasto isolato con altri pochi che l’avean varcata insiem con lui, cade morto egli e cinque o sei di quelli che eran seco; e subito i Siracusani furono in tempo a trascinarli in sicuro al di là del fiume. E vedendosi omai venire addosso il resto dell’esercito ateniese facevano la ritirata.

102. Frattanto quei che da prima erano rifuggiti alla città, alla vista di tali cose ripresero animo, e schieraronsi di fronte agli Ateniesi che contro loro si avanzavano. Spediscono inoltre una mano di loro genti ad occupare il ricinto d’Epipole che credevano abbandonato. Infatti prendono e guastano il muro esterno ch’era della misura di dieci jugeri, e furono impediti di pigliare anche lo stesso ricinto da Nicia ivi rimasto casualmente per malattia. Il quale vedendo che per mancanza di uomini non potrebbono salvarsi per altra via ordinò ai servi di metter fuoco a quanto vi era di macchine e di legnami dinanzi al muro. E la cosa riuscì come Nicia s’aspettava; essendochè i Siracusani a cagione del fuoco non seguitarono più innanzi, ma retrocederono, tanto più che gli Ateniesi dalla pianura ove avean dato la caccia al nemico risalivano al soccorso del ricinto, mentrechè le navi, secondo l’ordine avuto, da Tapso, entravano nel porto grande. Alla vista delle quali cose quei Siracusani che erano in sull’altura e con essi tutto il resto dell’esercito si avviarono a gran passi alla città, credendosi inabili colle presenti loro forze a contrastare al nemico di condurre il muro insino al mare.

103. Dopo di che gli Ateniesi ersero il trofeo e con salvocondotto restituirono i morti ai Siracusani, e riebbero Lamaco e gli altri uccisi con lui. E già trovandosi loro presente tutto l’esercito e navale e terrestre, fatto cominciamento da Epipole e da quel dirupato, serrarono i Siracusani con doppio muro fino al mare[102]. I viveri erano portati all’oste da ogni parte d’Italia; e molti de’ Siculi, che innanzi se ne stavano a vedere, vennero alleati agli Ateniesi, e dall’Etruria tre navi a cinquanta remi. Parimente tutte le altre cose procedevano ad essi in modo da dare speranza, imperocchè i Siracusani giudicavano di non più potere restar vittoriosi nella guerra, da che non veniva pur loro aiuto veruno dal Peloponneso. E tenevano discorsi d’accomodamento tra loro stessi, ed anche con Nicia, che solo dopo la morte di Lamaco aveva in mano il comando. Ma non si veniva con fermezza a capo di nulla; e come doveva aspettarsi da gente sconcertata e assediata più strettamente di prima, molte cose si dicevano a Nicia, e più ancora in città. Inoltre per le presenti calamità era entrato tra loro il sospetto; e però rimossero i generali sotto i quali erano esse accadute, attribuendo il proprio danno alla disgrazia e al tradimento di quelli, ed altri ne sostituirono, cioè, Eraclide, Eucle e Tellia.

104. Frattanto Gilippo lacedemone e le navi di Corinto erano già nelle acque di Leucade con animo di recar pronto soccorso in Sicilia. E perchè spesseggiavano ad essi le cattive novelle e tutto false in questo stesso che già Siracusa era al tutto cinta da muro, Gilippo non avea più veruna speranza di salvar la Sicilia. Se non che volendo conservare l’Italia, egli e Pitene corintio con due navi laconiche e due corintie tragittarono l’Ionio colla massima sollecitudine, e vennero e Taranto. I Corintii poi armate due navi leucadie e tre ambraciote, oltre le loro dieci, dovevano mettersi in mare più tardi. Gilippo prima di tutto da Taranto andò come ambasciatore a Turio, stante il dritto di cittadinanza godutavi una volta dal padre[103]. E non avendo potuto recare a sè gli animi degli abitanti, partì di là e andava radendo la costa d’Italia; quando nel golfo Terineo[104] sorpreso dal vento che alzandosi verso tramontana vi soffia impetuosamente, è trasportato in alto mare; donde, sbalzato da grandissima tempesta torna ad approdare a Taranto; e tirate in sull’asciutto quelle navi che avean sofferto nella burrasca le rabberciava. Nicia avuto lingua che Gilippo era in corso, non facea nissun conto della pochezza di quelle navi (e il simigliante fecero i Turii) e gli parve che navigasse con apparecchio, anzi che no corsalesco, e però non se ne prendeva nissuna guardia.

105. Ne’ medesimi tempi di questa estate i Lacedemoni con gli alleati invasero il territorio d’Argo, e ne guastarono buona parte. Gli Ateniesi soccorsero gli Argivi con trenta navi, le quali manifestissimamente ruppero la tregua che avevano co’ Lacedemoni. Conciossiachè per l’innanzi invece di sbarcare nella Laconia e farvi la guerra insieme cogli Argivi e co’ Mantineesi, si ristringevano ad uscir di Pilo ed infestare coi ladronecci le costiere del Peloponneso. E sebbene gli Argivi li avessero spesse volte confortati almeno ad approdare armati nella Laconia, a patto anche di partirne dopo avervi dato il guasto insiem con loro a menomissima parte, aveano sempre ricusato di farlo. Ma allora con gli sbarchi fatti in Epidauro Limera, e in Prasia, sotto il comando di Pitoro, di Lespodio e di Demarato, e negli altri luoghi ove devastarono il territorio, operarono sì che i Lacedemoni avessero più onesto motivo di difendersi contro gli Ateniesi. Partiti i quali da Argo colla flotta, e dopo loro i Lacedemoni, gli Argivi entrarono in su quel di Fliasia, diedero il guasto a porzione di quelle terre, uccisero alcuni abitanti, e ritornarono a casa.

FINE DEL LIBRO SESTO.

LIBRO SETTIMO

SOMMARIO.

Gilippo. — Nicia si fa forte. — Combattimenti. — Lettera di Nicia. — Eserciti nella Sicilia e nell’Attica. — Battaglia navale. — Diversi fatti. — Presa di Micalesso. — Imprese di Demostene. — Zuffa navale a Siracusa. — Giunge la flotta ateniese. — Epipole assalita. — Altro combattimento in mare. — Schiere dei belligeranti. — I duci fan cuore alle soldatesche. — Si combatte pure in mare. — Avvilimento dell’esercito ateniese. — Tenta di ritirarsi, ed è sconfitto. — I suoi duci sono spenti, ed i prigioni maltrattati.

1. Ma Gilippo e Pitene poichè ebbero racconciate le navi, da Taranto passarono ai Locrii Epizefirii[105], ove inteso più chiaramente che Siracusa non era del tutto cinta di muro, e che anzi recandosi là coll’esercito potrebbero ancora penetrarvi dalla parte d’Epipole, stavano deliberando se dovessero tentar d’entrarvi per mare prendendo la Sicilia in sulla destra, ovvero tenendosi in sulla sinistra andarvi per terra, dopo aver prima navigato ad Imera ed essersi aggiunti gli abitanti di questa città, e le altre milizie di quei popoli che a ciò indurrebbero. Risolvettero alfine di navigare ad Imera, tanto più che non ancora erano arrivate in Reggio le quattro navi attiche, le quali Nicia vi avea spedite appena seppe della venuta dei Lacedemoni presso i Locrii, quantunque per l’innanzi ne avesse dispregiato il piccolo numero. Prevenendo adunque queste navi che ivi doveano fermarsi in guardia, Gilippo e Pitene traversano lo stretto, e dopo aver fatto scala in Reggio e Messina giungono ad Imera. Nell’esser quivi persuasero gl’Imerei ad unirsi con loro in questa guerra, ed a seguitarli, ed a somministrare le armi a quanti delle loro ciurme non le avevano (giacchè le navi vi erano state tratte a terra); e mandarono poi ordinando ai Selinunti che con tutte le loro forze dovessero venire ad incontrarli in un luogo assegnato. I Geloi promisero di mandar loro una mano di soldati, e lo stesso fecero alcuni dei Siculi, che con più ardore di prima si mostravano pronti ad accostarvisi, perchè di recente era venuto a morte Arconida principe non debole che regnava sopra alcuni Siculi di quelle vicinanze, ed amico degli Ateniesi; e perchè parea che baldanzoso venisse da Sparta Gilippo. Il quale tolti seco settecento di grave armatura tra delle proprie ciurme e de’ soprassaglienti, e mille Imerei tra soldati gravi e leggeri, e cento cavalli, ed alcuni de’ Selinunti armati alla leggera, e pochi cavalli de’ Geloi e mille Siculi in tutti, addirizzava alla volta di Siracusa.

2. I Corintii poi partiti da Leucade col resto delle navi venivano in soccorso il più prestamente potevano. E Gongilo, uno de’ capitani corintii, che con una sola nave erasi mosso l’ultimo, arriva il primo a Siracusa poco avanti di Gilippo. Trovati egli i Siracusani in sul punto di adunarsi per vedere di liberarsi da quella guerra, li rattenne e li rincorò, dicendo che altre navi erano in corso, e con esse Gilippo di Cleandrida speditovi a capitano dai Lacedemoni; di che i Siracusani presero cuore, e subito uscirono con tutto l’esercito ad incontrare Gilippo che omai sapevano dover esser vicino. Il quale preso per istrada un forte de’ Siculi chiamato Iega arriva ad Epipole aringato in battaglia; e salitovi dalla parte d’Eurielo donde erano innanzi saliti gli Ateniesi, marciava coi Siracusani contro le fortificazioni nemiche. E per avventura vi giunse quando appunto gli Ateniesi aveano per sette o otto stadii compito il doppio muro verso il porto grande, e solo ne restava una piccola porzione verso il mare, ed anche questa si fabbricava. Pel resto del muro circolare da Trogilo all’altro mare stavanvi già per la maggior parte ammassati vicini i sassi, e in alcuni punti il lavoro era mezzo fatto, ed in altri era rimasto interamente fornito. A tanto di pericolo venne Siracusa.

3. Per l’improvvisa venuta di Gilippo e dei Siracusani rimasero da primo perturbati gli Ateniesi; poi si misero in ordinanza. Ed egli fermato il campo d’appresso manda un araldo a dir loro che se dentro cinque giorni volessero pigliar quel che avevano ed uscir di Sicilia, sarebbe pronto a pattuire. Non fecero gli Ateniesi verun conto di tal proposizione e rimandarono l’araldo senza risposta; e dopo ciò si apparecchiava l’un campo contro l’altro per la battaglia. Gilippo vedendo del turbamento tra i Siracusani, e della difficoltà per ridurli al buon ordine, ritirò il campo in luogo più aperto; e Nicia stava fermo presso le sue fortificazioni, e non fece muovere gli Ateniesi. Poichè Gilippo ebbe osservato che non gli venivano incontro, ritirò l’esercito sopra l’altura chiamata Temenite ove passò la notte. Il giorno dipoi condusse seco e schierò la maggior parte dell’esercito presso le mura degli Ateniesi, affinchè non potessero accorrere altrove; e un’altra parte ne spedì al forte di Labdalo che rimaneva fuor della vista del nemico, e lo espugnò ed uccise quanti trovò in quello. Nel medesimo giorno fu dai Siracusani presa una trireme ateniese mentre che entrava nel porto grande.

4. Dopo questi fatti i Siracusani e gli alleati, incominciando dalla città, tiravano su per l’Epipole a riscontro del primo obliquo un altro muro scempio, acciocchè gli Ateniesi, se non potessero impedirlo, restassero omai nell’impossibilità di serrare affatto Siracusa. Avevano già gli Ateniesi riguadagnate le alture e compiuto il muro verso il mare, la debolezza del quale in alcuni punti mosse Gilippo a prender l’esercito, e ad andare di notte ad assaltarlo. Ma gli Ateniesi, che per avventura pernottavano al sereno, sentita la cosa gli andarono incontro, e lo Spartano a quella vista ritirò prestamente i suoi. Allora gli Ateniesi aumentata l’altezza del muro, in quella parte lo guardavano da per sè, e sul rimanente della fortificazione assegnarono agli altri alleati il luogo ove ciascuno dovea stare di guardia. E Nicia stabilì di munire il così detto Plemmirio, che è un rilevato di faccia alla città, e che stendendosi dinanzi al porto grande ne ristrigne l’imboccatura; munito il quale stimava che più agevolmente si potrebbero trasportare i viveri alle sue navi, perchè là più da vicino minaccerebbero il porto piccolo, di cui erano padroni i Siracusani; e ad una qualche mossa della flotta nemica non avrebbe dovuto condurvele, siccome allora, dal fondo stesso del porto. Senza di che avea già maggiormente l’animo alla guerra per mare, vedendo che dopo l’arrivo di Gilippo poca o nissuna speranza rimaneva per essi nelle cose di terra. Pertanto fatto passare colà l’esercito e le navi, vi fabbricò tre bastite ove si riponevano la maggior parte delle bagaglie; e le barche grandi e le navi sparvierate d’ora in avanti aveano ivi stazione. E da ciò ebbero principio i gravi malanni delle ciurme, poichè avevano scarsità d’acqua e questa non vicina, e di più quando uscivano a far legna restavano uccisi dalla cavalleria de’ Siracusani, padroni della campagna, i quali avevano collocato nel castello d’Olimpico la terza parte dei loro cavalli, perchè quei nemici che erano in Plemmirio non venissero fuori a fare del guasto. Inoltre Nicia sentiva dire che si avanzavan le altre navi de’ Corintii, e però spedì in osservazione venti delle sue, con ordine di stare alle vedette nelle vicinanze dei Locrii e di Reggio, e nei luoghi di facile sbarco in Sicilia.

5. Gilippo intanto edificava il muro a traverso l’Epipole, usando dei sassi che gli Ateniesi avevano ammassati per sè, e al tempo stesso conduceva fuori di quando in quando i Siracusani e gli alleati, e gli attelava dinanzi alle fortificazioni nemiche: e gli Ateniesi anch’essi si schieravano loro di fronte. Or Gilippo quando gli parve opportuno, incominciò l’assalto; e venuti alle mani combattevano nell’intervallo de’ muri, ove non era di alcun uso la cavalleria de’ Siracusani e degli alleati, che però rimasero vinti e ripresero con salvocondotto i cadaveri; e gli Ateniesi ersero trofeo. E Gilippo convocato l’esercito disse che la colpa non era stata di loro, ma sua, perchè coll’ordinare la battaglia troppo dentro ai muri[106], avea operato che restassero privati del vantaggio della cavalleria e de’ lanciatori; volerli ora ricondurre contro al nemico; pensassero, li confortava, che in apparecchi non sarebbero inferiori; ma che incomportabil cosa sarebbe se essi Peloponnesi e Doriesi non presumessero ne’ loro animi di dover vincere un ragunaticcio di Ionii e d’isolani, e cacciarli di quel paese.

6. Dopo di che, venuta l’opportunità, li condusse nuovamente alla battaglia. Nicia poi e gli Ateniesi uscirono incontro ai Siracusani, perchè giudicavano che quand’anche il nemico non volesse essere il primo ad attaccare il combattimento, era per loro necessario il non permettere la continovazione del muro opposto. Conciossiachè il muro dei Siracusani era vicino ad oltrepassare l’estremità di quello degli Ateniesi, e se fosse andato innanzi procurava fin d’allora ai primi questo doppio vantaggio, di vincer sempre combattendo, e d’esser padroni di non combattere. Gilippo adunque condotti i soldati gravi fuori de’ muri molto più della prima volta, si azzuffò con gli Ateniesi, sul fianco dei quali avea schierato i cavalli e i lanciatori in luogo aperto, ove andava a finire la fabbrica de’ due muri. Nel calor della pugna i cavalli dettero dentro al corno sinistro ateniese che aveano di contro e lo volsero in fuga; per lo che anche il resto dell’esercito vinto dai Siracusani dovette ripararsi precipitosamente nelle fortificazioni. E nella seguente notte i Siracusani furono in tempo a continovare il loro muro, ed a condurlo oltre quello edificato dagli Ateniesi, dai quali non potevano esser più impediti; laddove essi avevano loro tolto affatto il modo di cingerli con muraglia, anche nel caso che riportassero vittoria.

7. Appresso le altre navi de’ Corintii, degli Ambracioti e de’ Leucadii in numero di dodici, capitanate da Erasinide corintio, approdarono a Siracusa senza essere state scoperte da quelli Ateniesi che erano in osservazione, ed aiutavano i Siracusani a condurre il resto della fabbrica sino al muro trasversale. E Gilippo andava agli altri luoghi di Sicilia raccogliendo genti da mare e da terra, e recando a sè quelle città che non si mostravano disposte, e quelle ancora che del tutto si erano tratte indietro da questa guerra. Furono parimente spediti nuovi ambasciatori siracusani e corintii a Sparta e Corinto, acciò tragittasse in Sicilia un altro esercito in quel modo che più convenisse, o sulle navi da carico, o sulle barche, o altrimenti, poichè anche gli Ateniesi aveano da capo mandato per soccorso. E i Siracusani armavano la flotta e si andavano esercitando, risoluti di assaggiare il nemico anco con questa: e con gran calore si applicavano alle altre cose.

8. Nicia, sentendo ciò, e vedendo giornalmente crescere la forza del nemico ed il proprio intrigamento, benchè spesso anche per l’innanzi spedisse ad Atene per dar ragguaglio d’ogni fatto in particolare, tanto più il fece allora, essendochè credevasi ridotto in grave fortuna, e se nol richiamassero senza aspetto colle sue genti, o non ne mandassero dell’altre in buon numero, non ci vedeva scampo veruno. E perchè temeva che i mandatari, o per insufficienza nel parlare, o per mancanza di spirito, od anche per dir qualche cosa a grado della moltitudine, non riferissero il vero, scrisse una lettera, stimando che così gli Ateniesi, informati con esattezza della mente sua, non travisata dal relatore, delibererebbero intorno al vero. Pertanto gli spediti da lui partirono colla lettera e colle commissioni che doveano esporre a bocca; ed egli, tenendo ormai il campo sotto guardia, vegliava contro i non cerchi pericoli[107].

9. All’uscita di questa medesima estate Euzione generale ateniese unito a Perdicca andò ad oste con molti Traci sopra la città d’Amfipoli, e non potè espugnarla. Per lo che, partito da Imereo e fatte girare le triremi nello Strimone, l’assediava di sul fiume: e così compievasi questa estate.

10. All’entrata del verno arrivarono in Atene gli spediti da Nicia, dissero quanto a voce era stato loro ordinato, risposero a quello di che ciascuno gl’interrogava, e consegnarono la lettera che il cancelliere della città, fattosi avanti, lesse agli Ateniesi; e diceva così:

11. «Ateniesi, voi avete contezza per molte altre mie lettere delle cose passate: ora poi è tempo che non men bene conosciate a che termine siamo, per poter deliberare. Dopo aver noi vinti in più battaglie i Siracusani contro i quali ci mandaste, e dopo aver fabbricato le mura dentro cui ci troviamo, è venuto Gilippo lacedemone con esercito accolto dal Peloponneso e da alcune città di Sicilia. Nella prima battaglia ei restò superato da noi; ma nella seconda, stretti da molti cavalli e lanciatori, dovemmo ripararci dentro le mura. Laonde al presente sospeso il lavoro della circonvallazione, stante la moltitudine de’ nemici, siamo inoperosi; essendochè non possiamo pur valerci di tutto l’esercito, mentre non piccola parte delle genti gravi si spendono alla guardia delle nostre fortificazioni, lungo le quali hanno i nemici alzato un semplice muro, che ci toglie il modo di poterli circonvallare, a meno che con molto esercito non si assalga, e si espugni questo muro oppostoci. Ed è avvenuto che dove credevamo di assediare gli altri, noi piuttosto ci troviamo a patir ciò, almeno per la parte di terra; imperocchè a causa della loro cavalleria non possiamo neppure allargarci molto per la campagna.

12. «Hanno inoltre spedito ambasciatori nel Peloponneso per nuovo esercito, e Gilippo scorre per le città di Sicilia, per muovere ad unirsi seco in questa guerra quelle che ora stanno quiete, e per cavare di bel nuovo dalle altre, se gli riuscirà, genti da piè e fornimento per la flotta. Poichè, a quel ch’io sento, intendono di tentare le nostre fortificazioni con la fanteria ad un tempo e colle navi dal mare. Nè paia strano ad alcuni di voi, che vogliano assalirci anche per mare; conciossiachè la nostra flotta (lo che essi ben sanno) da primo vigeva sì per l’asciuttezza delle navi che per la sanità delle ciurme; ma ora le navi che da tanto tempo stanno in mare sono marcite, e le ciurme mal concie. Attesochè non possiamo tirare a terra le navi per asciugarle, mentre quelle dei nemici pari alle nostre di numero, ed anche più, ci fanno sempre temere che ci vogliano assalire. Infatti si veggono essi farne le prove, e di più sta in loro di assalirci, ed hanno maggior potere di seccare le loro navi, perchè non stanno come noi in osservazione contro altri.

13. «All’incontro noi appena saremmo in grado di far ciò se sovrabbondassimo di navi, e non fossimo costretti, siccome adesso, a stare in guardia con tutte. Imperciocchè per poco che ci togliessimo dal tal vigilanza, ci mancherebbono i viveri che pur ora difficilmente s’introducono, dovendo rasentare la loro città. Le nostre ciurme sono state rifinite e lo sono tuttora, per questo perchè dovendo i marinari allontanarsi a far legna, preda ed acqua, vengono uccisi dai cavalli nemici; i servi poi, da che le due armate sono a fronte, disertano. Quanto agli altri che non sono nostri distrettuali, quelli che s’imbarcarono per forza si spargono subito per le città di Sicilia; quelli poi che ci seguirono, mossi in primo dalla grandezza del soldo, e credendo piuttosto di far denari che combattere, poichè fuor dell’espettativa han veduto la flotta e le altre forze del nemico schierarcisi contro, parte trovata l’occasione di disertare se ne vanno, parte fanno il simigliante in quel modo che possono, giacchè la Sicilia è grande. Ve ne sono anche di quelli che datisi quivi a mercanteggiare comprano degli schiavi d’Iccara, ed han persuaso i capitani delle triremi ad imbarcarli invece loro; e così han guastato l’esattezza della marinaresca disciplina.

14. «E vi scrivo cosa che ben sapete, cioè, che il vigor delle ciurme è di breve durata, e pochi sono tra i marinari che mossa una volta la nave continovino il remeggio. Ed il peggio è, che io con tutta la mia capitaneria non valgo ad impedir tali disordini, perchè i vostri naturali son difficili ad esser comandati, e perchè non abbiamo onde riempire le navi (lo che posson fare i nemici da molti luoghi); ma è giuocoforza che quel che ci resta e quel che si va spendendo, tutto esca dall’apparecchio con cui qua venimmo: avvegnachè le città ora nostre alleate, Nesso e Catana, non possono sovvenirci. E se i nemici potranno ancora ottener quest’uno, che le terre d’Italia le quali ci nutricano, vedendo lo stato nostro e non soccorrendoci voi, si aggiungano a loro, avranno essi vinta la guerra senza trar colpo, perchè noi resteremo espugnati come per assedio. Certo avrei potuto scrivervi cose più gradite, non già più utili, se pure è vero che dovete deliberare colla piena cognizione delle cose di qua. Inoltre siccome io conosco qual sia la natura di voi, che volete sentire ragguagli piacevolissimi, ma che poi da ultimo, se dissimile ne segue l’effetto, ce l’apponete a delitto, così ho creduto più sicuro il mostrarvi la verità.

15. «Ora voglio che andiate persuasi che tanto soldati che capitani, in quello per cui da primo venimmo qua, ci siamo portati in modo da non meritare i vostri rimproveri. Ma dappoichè la Sicilia tutta ha cospirato insieme, e vi si attende un altro esercito dal Peloponneso, tenete omai fermo nelle vostre deliberazioni che le forze di qui non bastano nemmeno per le urgenze presenti, ma che bisogna o richiamar questo esercito, o rimandarvene un altro non minore marittimo e terrestre, e non pochi denari; e dare lo scambio a me che più non posso rimanere, perchè malato di nefritide. Ed in ciò credo giusto di ottenere il vostro compatimento, perchè mentre sono stato sano molti utili servigi vi ho prestati nella mia carica di generale. Quello poi che volete fare, fatelo subito a primavera, e non mandate la cosa d’oggi in domani; considerando che le forze di Sicilia si allestiranno da’ nemici in poco tempo, quelle del Peloponneso più lentamente sì, ma tuttavia se non vi applicherete l’animo, parte si trafugheranno come per l’innanzi, parte vi preverranno.»

16. Di tanta importanza erano le cose dichiarate nella lettera di Nicia; udita la quale gli Ateniesi non lo disposero del comando, ma finchè non vi arrivassero altri che volevano eleggere per suoi colleghi, gli aggiunsero due di là, Menandro ed Eutidemo, acciocchè malato com’era non fosse solo nelle fatiche. Decretarono ancora di spedire un nuovo esercito marittimo e terrestre, composto di Ateniesi tolti dal ruolo della città, e di confederati; ed elessero a comandanti con Nicia, Demostene di Alcistene ed Eurimedonte di Teucle; e subito circa il solstizio d’inverno spediscono quest’ultimo in Sicilia con dieci navi e con venti talenti di argento[108], e con la nuova all’armata di là che verrebbe il soccorso, e che in Atene si avrà pensiero di loro.

17. Demostene poi rimase ad allestire la flotta che dovea partire a primavera, e mandava gli ordini ai confederati, per aver pronti anche da quei luoghi denari e soldatesca grave. Gli Ateniesi spediscono venti navi intorno al Peloponneso, perchè badassero che di là e da Corinto nissuno tragittasse in Sicilia; avvegnachè i Corintii, dopo il ritorno de’ legati che recavano migliori novelle delle cose siciliane, persuasi non essere stata inopportuna quella prima spedizione del loro naviglio, si erano viemaggiormente inanimiti; e però si allestivano a mandare soldati gravi in Sicilia su navi da carico, e lo stesso facevano i Lacedemoni cavando genti dal restante del Peloponneso. Di più i Corinti armavano venticinque navi, disposti di provarsi a battaglia navale colla guarnigione di Naupatto, affinchè gli Ateniesi da quel luogo avessero manco modo d’impedire la partenza delle loro navi da carico; dovendo stare in guardia ad un tempo e sulle difese contro queste triremi che loro si opporrebbero.

18. Ed i Lacedemoni, siccome innanzi avevano risoluto, si preparavano ad invader l’Attica, confortati a ciò da’ Siracusani e da’ Corintii fin da quando ebbero nuova del soccorso ateniese per la Sicilia, perchè appunto venisse frastornato da quella invasione. Medesimamente Alcibiade anch’egli insisteva e gli avvertiva che munissero Decelia, e non rallentassero la guerra. Ma principalmente si rinvigorirono i Lacedemoni riflettendo che gli Ateniesi inquietati da doppia guerra contro loro e contro i Siciliani, più facilmente potrebbero opprimersi, e stimando che fossero essi stati i primi a rompere la tregua. Laddove nella precedente guerra la trasgressione era stata piuttosto di Sparta, essendochè i Tebani erano andati contro Platea stante la tregua: e sebbene nelle prime convenzioni fosse detto che non si portassero le armi contro chi volesse starsene al giudicio, essi non avean dato retta agli Ateniesi che a quell’articolo li richiamavano. E per questo pensavano che meritamente avessero avuta contraria la fortuna, e si recavano a coscienza la disgrazia di Pilo e tutte le altre che erano loro incontrate. Da che però gli Ateniesi fatto vela con trenta navi aveano dato il guasto ad alcune terre di Epidauro e di Prasia e ad altri luoghi, ed uscendo da Pilo praticavano il ladroneccio; e da che, ogni qual volta sorgevano delle differenze sopra alcuni articoli controversi nelle tregue, non avean voluto rimettersi nel giudizio a che i Lacedemoni li invitavano, allora questi stimando esser al contrario ricaduta negli Ateniesi la trasgressione onde prima erano essi rei, si inanimirono per la guerra. E in quest’inverno richiedevano ferramenti a tutti gli alleati, ed apparecchiavano gli altri strumenti per munire Decelia, ed insieme procacciavano da se stessi soccorsi da mandarsi in Sicilia sulle navi da carico, ed astringevano gli altri Peloponnesi a fare altrettanto. Così finiva l’inverno e l’anno diciottesimo di questa guerra descritta da Tucidide.

19. Al cominciamento della seguente primavera i Lacedemoni e gli alleati guidati da Agide di Archidamo, re dei Lacedemoni, prestissimo invasero l’Attica. E primieramente guastarono il territorio per la pianura; dipoi spartendo il lavoro città per città, presero a munire Decelia che è distante da Atene circa centoventi stadii, e non molto più che altrettanto dalla Beozia. Questa munizione visibile sino dalla città d’Atene si costruiva nel piano, e nei luoghi più acconci di quel paese per farvi guasto. I Peloponnesi adunque e gli alleati che erano nell’Attica lavoravano alle fortificazioni, e gli altri rimasti nel Peloponneso spedivano circa il medesimo tempo le soldatesche gravi in Sicilia sulle navi da carico. Le quali, fatto vela da Tenaro della Laconia, presero l’alto con a bordo secento di grave armatura, parte Iloti de’ migliori scelti da’ Lacedemoni, parte ascritti di recente alla cittadinanza[109], sotto il comando di Eccrito spartano; e con trecento Beozii pur di grave armatura capitanati da Xenone e Nicone tebani, e da Egesandro tespiese. E dietro ad essi non molto dopo i Corintii ne mandarono cinquecento di grave milizia parte propio di Corinto, parte presi a soldo dagli Arcadi, sotto la condotta di Alessarco corintio; e insieme con essi dugento soldati gravi inviarono i Sicionii, de’ quali era duce Sargeo di Sicione. Le venticinque navi poi dei Corinti armate già nell’inverno stavano in osservazione contro le venti ateniesi che erano in Naupatto, fino a che non fossero partite dal Peloponneso (ciò che loro premeva) le milizie gravi sulle navi da carico; ed appunto a quest’oggetto le avevano da prima equipaggiate, affinchè gli Ateniesi non tanto avessero l’animo alle navi da carico, quanto alle triremi.

20. In questo, mentre si fortificava Decelia, gli Ateniesi subito al principio di primavera spedirono trenta navi intorno al Peloponneso con Caricle di Apollodoro ammiraglio, al quale commisero, che venuto ad Argo richiedesse, secondo i patti della confederazione, soldati gravi per la flotta. Spedirono ancora, conforme aveano disposto, Demostene in Sicilia con sessanta navi ateniesi e cinque chie, e mille dugento soldati gravi ateniesi del ruolo, e quanti Isolani da ogni parte poterono adunare; e si procacciarono dai confederati e dai sudditi tutto ciò che avessero di opportuno per la guerra. Aveano già ordinato a Demostene che prima unitosi con Caricle circuisse ed infestasse la Laconia: ed egli andato ad Egina aspettava che venisse a raggiungerlo il rimanente dell’esercito che fosse rimasto addietro, e che Caricle avesse preso seco gli Argivi.

21. Ma in Sicilia, verso i medesimi tempi di questa primavera, tornò Gilippo a Siracusa conducendo quel maggiore esercito che potè accogliere da ciascuna delle città da lui persuase; e convocati i Siracusani disse che doveansi armare più navi che fosse possibile, e tentare una battaglia per mare; dalla quale sperava dover seguitare qualche gran fatto degno di tal cimento, da metter fine a questa guerra. E moltissimo insiem con lui si adoprava Ermocrate confortando i Siracusani perchè non dubitassero di assalire con le navi gli Ateniesi, dicendo non avere essi ereditaria e sempiterna la perizia del mare, ma essere gente di terraferma più dei Siracusani, e diventati marittimi perchè costretti dai Medi; e contro ad uomini audaci come gli Ateniesi comparire terribilissimi quelli che loro si opponessero con eguale ardire; perciocchè in quella guisa che atterriscono talvolta gli altri non con la maggioranza delle forze, ma con l’audacia nell’assaltarli, in quella medesima sarebbero essi pure esposti a tal caso egualmente che i nemici: saper lui bene, proseguiva, che i Siracusani coll’inaspettato ardimento di opporsi alla flotta degli Ateniesi costernati di sì fatta novità, riporterebbero su loro vantaggi più grandi de’ danni che essi col loro sapere potrebbero recare all’imperizia siracusana; però andassero, li animava, a far prova delle forze marittime, e non isbigottissero. Persuasi i Siracusani da Gilippo, da Ermocrate e da qualcun altro, voltaronsi con tutto l’animo alla battaglia per mare ed armarono le navi.

22. E poichè la flotta fu in concio, Gilippo mosse di notte tutte le genti da piè per assalire in persona le fortificazioni di Plemmirio dalla parte di terra; mentre data la posta alle triremi siracusane, venticinque di esse mossero dal porto grande, e quarantacinque dal piccolo ove avevano l’arsenale, e volteggiavano per accozzarsi con quelle di dentro al porto grande, e per navigare insieme sopra Plemmirio, affinchè gli Ateniesi restassero da due parti scompigliati. Ma questi dal canto loro misero prestamente all’ordine sessanta navi, e con venticinque di esse combattevano contro le trentacinque siracusane che erano nel porto grande; e con le altre andavano incontro a quelle che uscite dall’arsenale volteggiavano. Commisero subito la battaglia in sulla bocca del porto grande, e lungamente entrambi resisterono, volendo gli uni penetrar dentro a forza, gli altri impedirli.

23. In questo, essendo gli Ateniesi di Plemmirio calati al lido coll’animo rivolto alla battaglia navale, Gilippo in sul far dell’aurora giunge improvvisamente ad assaltare i muri, espugna da prima il più grande, poi anche i due minori; ove le guardie che videro preso agevolmente il più grande, non tennero il fermo. Tutti quelli che dal primo muro espugnato si erano rifugiati ai navigli e ad una barca da carico, a gran pena si riconducevano nell’accampamento, avvegnachè i Siracusani colle navi nel porto grande vincitori della battaglia, li facessero inseguire da una trireme velocissima: se non che, quando seguiva la presa di due muri, poterono i fuggitivi più facilmente tragittare, avendo allora i Siracusani la peggio. Conciossiachè le loro navi che combattevano sulla bocca del porto, cacciate a forza quelle degli Ateniesi, vi entrarono senza ordine veruno; e così confondendosi tra loro dettero la vittoria agli Ateniesi, che fugarono queste e le altre dalle quali in principio erano stati vinti dentro il porto. Ebbero i Siracusani undici triremi colate a fondo, e molte persone uccise, senza contar quelle che furono prese vive in tre navi. Gli Ateniesi perderono tre navi: e dopo aver rimorchiato i rottami delle triremi nemiche ed eretto il trofeo nell’isoletta di faccia a Plemmirio, ritornarono ai loro alloggiamenti.

24. Tale fu pei Siracusani l’esito di questa battaglia navale; ma erano padroni dei muri di Plemmirio, e vi ersero tre trofei. Demolirono uno di quei muri ultimamente espugnati, racconciarono gli altri due e vi misero presidio. Molti furono i morti e molti i prigioni nell’espugnare quelle fortificazioni, e fu tutto preso il denaro che vi era in abbondanza. Imperciocchè siccome gli Ateniesi servivansi di esse per magazzino, così vi era gran quantità di frumento e ricchezze appartenenti ai mercatanti, e molte cose dei trierarchi, essendovi state lasciate le vele per quaranta triremi ed altri attrezzi, con più tre triremi tirate a secco. La presa di Plemmirio afflisse allora principalmente l’esercito ateniese, avvegnachè l’accesso alle navi per introdurre i viveri non era più sicuro, perchè i Siracusani stando ivi sull’ancora lo impedivano, e le introduzioni non seguivano omai senza battaglia; ed anche nel restante causò la costernazione e lo sbigottimento nel campo.

25. Dopo questi fatti i Siracusani spediscono dodici triremi sotto il comando di Agatarco siracusano. Una di esse andava nel Peloponneso conducendo ambasciatori che doveano dar conto come le cose loro piegavano a buona speranza, e sollecitare che con più calore si facesse la guerra ad Atene. Le altre undici, sentito che per gli Ateniesi erano in corso de’ navigli carichi di roba, si indirizzarono alla volta d’Italia; ed incontrati quei navigli ne rovinarono la maggior parte, e quindi nella campagna di Caulonia[110] abbruciarono il legname da costruzione che era in pronto per i nemici. Dipoi passarono ai Locrii; e mentre erano alla rada vi approdò una nave oneraria recando dal Peloponneso i soldati gravi dei Tespiesi, che dai Siracusani furono fatti salire sulle triremi, e marina marina tornavano a casa. Gli Ateniesi che presso Megara stavano in osservazione con venti navi, si impadroniscono d’una di queste triremi nemiche e della gente che vi era sopra; ma non poteron prender le altre che scapparono a Siracusa. Colà successe un leggero combattimento nel porto per conto delle palizzate che i Siracusani aveano ficcate nel mare dinanzi agli antichi arsenali, acciocchè dentro a quelle le navi loro avessero stazione, e gli Ateniesi, qualora navigassero contro queste, non potessero assalendole danneggiarle. La cosa pertanto andò così. Gli Ateniesi accostarono a quelle palizzate una grossissima nave fornita di torri di legno e di castelli; e di sulle chiatte allacciavano i pali e con gli argani li tiravano e li troncavano, e notando sott’acqua li segavano. I Siracusani dagli arsenali scagliavano dardi, e quelli della nave facevano altrettanto; e finalmente gli Ateniesi tolsero la maggior parte dei pali. Il più difficile era il levar quelli della palizzata coperta dall’acqua, poichè aveano ficcato alcuni pali che non sporgevano sopra il mare; e l’innoltrarsi non potendo vederli innanzi, portava pericolo di urtarvi colla nave come in uno scoglio: ma alcuni palombari presi a soldo entravano sotto e segavano anche questi. Nonostante i Siracusani ve li ficcarono di nuovo. E di più (come era da aspettarsi tra due eserciti vicini e schierati di fronte) molti nuovi artifizi inventavano gli uni contro gli altri, e facevano scaramucce ed ogni maniera di tentativi. I Siracusani poi spedirono alle città di Sicilia un’ambasceria di Corintii, Ambracioti e Lacedemoni annunziando la presa di Plemmirio, e la battaglia navale, circa la quale dicessero che non tanto erano stati vinti per forza de’ nemici, quanto pel proprio disordine; e dichiarassero che quanto al rimanente aveano buone speranze, e le pregassero a voler recar loro soccorso con navi e genti da piè, attesochè vi si aspettasse un altro esercito ateniese, l’arrivo del quale se si potesse prevenire con la disfatta di quello che attualmente vi era, sarebbe finita la guerra. Tale era lo stato delle soldatesche di Sicilia.

26. Ma Demostene poichè ebbe accolto l’esercito col quale doveva andare a soccorrer la Sicilia, salpò da Egina, e rivolto il corso verso il Peloponneso si riunì a Caricle ed alle trenta navi ateniesi. E presi su le navi pochi soldati gravi degli Argivi, navigarono entrambi alla volta della Laconia; e primieramente scorrazzarono parte del territorio d’Epidauro Limera, quindi approdarono su le coste della Laconia di faccia a Citera, dove è il tempio d’Apollo, saccheggiarono alcuni luoghi di quelle terre, e presero a munire un posto fatto a forma d’istmo, acciocchè gli Iloti che disertassero da’ Lacedemoni vi avessero un ridotto; e a modo di ladroni uscendo da quello, come da Pilo, vi praticassero il ladroneccio. Demostene, gettate che vi furono le fondamenta, partì subito per Corfù, volendo al più presto possibile proseguire la sua gita in Sicilia, dopo aver presi seco anche gli alleati di quei luoghi. E Caricle trattenutosi finchè non ebbe condotto a fine le fortificazioni di quel luogo, vi lasciò un presidio, e poi anche egli ritornò a casa con le trenta navi, e con esso gli Argivi.

27. In questa medesima estate arrivarono ad Atene mille trecento palvesari dei Traci armati di coltella, della razza Diaca, che doveano navigare con Demostene in Sicilia. Ma gli Ateniesi, poichè costoro arrivarono troppo tardi, pensarono di rimandarli indietro in Tracia donde erano venuti, parendo loro troppo dispendioso il ritenere questi che dovevano avere ogni giorno una dramma a testa, e il sostenere a un tempo la guerra di Decelia. La quale munita in principio da tutto l’esercito lacedemone in questa stessa estate, poichè fu col tempo occupata dai presidii spediti dalle diverse città che successivamente entravano nel territorio degli Ateniesi, era cagione ad essi di molti danni; e guastò principalmente le cose loro colla dilapidazione delle ricchezze e colla morte delle persone. Conciossiachè per l’innanzi brevi erano le invasioni dei Lacedemoni, e non impedivano agli Ateniesi di godere dei frutti della campagna nel resto dell’anno; laddove allora gravi erano i danni che pativano, perchè i nemici vi stavano fermi continuamente, e talvolta sopravvenivano in maggior numero di essi; tal altra la guarnigione ordinaria stretta dalla necessità scorrazzava la campagna e commetteva ladronecci; e per di più vi era presente Agide, re de’ Lacedemoni che certo non facea la guerra alla leggera. Ond’è che erano rimasti privi di tutta la campagna, e più di ventimila servi erano disertati, e di questi la maggior parte manifattori, ed era perìto tutto il bestiame sì minuto che da soma; ed i cavalli giornalmente esercitati dalla gente d’arme che facevano scorrerie contro Decelia e stavano alla guardia del territorio, parte erano divenuti zoppi perchè oppressi da continua fatica in quel suolo aspro, parte erano feriti.

28. Inoltre il trasporto dei viveri che prima da Oropo traversando Decelia, era per terra più sollecito, riusciva assai dispendioso per mare dovendosi girar Sunio; e la città era mancante affatto di tutte le cose che vengono di fuori, e piuttosto che città era diventata una fortezza. Imperciocchè gli Ateniesi di giorno facevano a vicenda la guardia su gli spaldi, e la notte tutti, eccetto la cavalleria, erano in fazione, chi ai corpi di guardia, chi sulle mura; onde erano travagliati di state e di verno. Principalmente poi gli opprimeva l’aver due guerre ad un tempo: ed eran venuti a tal pertinacia che chi l’avesse sentita raccontare senza vederla in fatto, non l’avrebbe creduta. Ed invero che altro potea dirsi se non pertinacia il non voler partire di Sicilia mentre erano assediati dalle fortificazioni dei Peloponnesi, e lo stringere per egual modo con altro assedio Siracusa, città di per se sola non inferiore ad Atene, e l’aver fatto maravigliare i Greci delle loro forze e del loro ardire (in quanto che al cominciamento della guerra alcuni credevano che gli Ateniesi avrebbero potuto resistere un anno, qualora i Peloponnesi invadessero il loro territorio, altri dicevano due, altri tre al più, e nissuno un maggior tempo), a tal segno che diciassett’anni dopo la prima invasione andarono in Sicilia logorati omai in tutto dalla guerra; e per giunta un’altra ne impresero non minore di quella che già avevano col Peloponneso? E per ciò, e pei gravi disastri che soffrivano da Decelia, e per le altre grandi spese che occorrevano, trovaronsi scarsi di denaro; ed in questo tempo, in luogo del tributo, tassarono i loro sudditi della vigesima parte delle merci che venissero per mare, sperando che così accrescerebbero l’entrate del comune. Imperciocchè le spese non eran più le stesse di prima, ma eran diventate assai maggiori, perchè maggiore era la guerra; e l’entrate venivano mancando.

29. Gli Ateniesi adunque non volendo fare spese in quella penuria di denaro, rimandarono subitamente i Traci giunti troppo tardi per Demostene, e ordinarono a Diitrefe di ricondurli, al quale dissero che siccome doveano attraversare l’Euripo, così nel trascorrer le coste de’ nemici vi facesse fare il maggior guasto possibile. E Diitrefe fece loro pigliar terra a Tanagra ove prestamente accolse del bottino, e sulla sera da Calcide dell’Eubea tragittò l’Euripo, sbarcò i Traci nella Beozia, e li condusse contro Micalesso, e pernottò inosservato presso il tempio di Mercurio, distante da Micalesso circa sedici stadii. Spuntava appena il giorno quando venuto sopra la città che era grande la espugna, perocchè i cittadini non erano preparati a quell’assalto, e non si aspettavano che veruno a tanta distanza dal mare volesse venire ad attaccarli; e le mura eran deboli ed in qualche punto rovinate, e basse in qualche altro; e le porte stavano aperte perchè di nulla si temeva. I Traci adunque precipitatisi in Micalesso, saccheggiavano le case ed i templi, facevano strage delle persone, non risparmiando nè la più vecchia, nè la più giovine età, e chiunque di mano in mano incontravano tutti uccidevano, fanciulli e donne, e persino i giumenti ed ogni altro animale che scorgessero; conciossiachè la razza de’ Traci (come sogliono fare tutte le genti più barbare) quando ha preso ardire è micidialissima. Laonde fuvvi allora ogni sorta di grave scompiglio, ed ogni maniera di morte; perchè gettatisi dentro una scuola che ivi era vastissima, e dove erano entrati di poco i fanciulli, tutti li fecero in pezzi; talchè l’intera città fu assalita da imprevista e terribile sciagura non minore di qualunqu’altra.

30. Come i Tebani sentirono la cosa accorsero in aiuto, e trovati i Traci non molto dilungati dalla città, ritolsero ad essi il bottino, e spaventatili gl’inseguirono fino ad Euripo ed al mare ove stavano le navi che li aveano condotti, ed uccisero moltissimi tra loro non avvezzi al nuoto mentre volevano risalirvi sopra, avvegnachè quelli rimasti sui navigli, quando videro quel che accadeva in terra, si erano allargati oltre il tiro dell’arco. Del rimanente, nella ritirata da Micalesso sino al mare i Traci scorrendo innanzi rannodati si difesero bravamente dalla cavalleria tebana serbando la loro usata ordinanza, e pochi allora ne furono uccisi, se si eccettuino quelli che perirono propio in città sorpresi per la cupidigia del saccheggio. Morirono in tutti dugento cinquanta Traci di mille trecento che erano; dei Tebani e degli altri accorsi in aiuto ne mancarono venti tra cavalieri e soldati gravi, e con essi Scirfonda tebano beotarco[111]; e restò pure uccisa una parte dei Micalessi. Tale fu la calamità di Micalesso, certamente non meno deplorabile di verun’altra nel corso di questa guerra, se si voglia riguardare alla grandezza di quella città.

31. In quel tempo Demostene, dopo la costruzione del forte della Laconia partendo per Corfù, incontra a Fia degli Elei una nave da carico che stava all’ancora, con a bordo i soldati gravi de’ Corintii che aveano a tragittare in Sicilia, e la fracassa; ma le persone scamparono; e trovata poi un’altra nave proseguirono il corso. Quindi arrivato egli a Zacinto ed a Cefallenia prese seco i soldati di grave armatura, fece venire da Naupatto alcuni Messenii, e passato in terraferma di faccia all’Acarnania venne ad Alizia e ad Anactorio occupato dagli Ateniesi. E mentre era in questi luoghi gli viene incontro Eurimedonte di ritorno dalla Sicilia, ove nell’inverno era stato mandato a portar denari all’esercito, come dicemmo, e gli dà conto tra l’altre della presa di Plemmirio eseguita dai Siracusani, e da lui intesa durante la sua navigazione. Giunge poi da loro Conone, comandante a Naupatto, annunziando come le venticinque navi dei Corintii che contr’essi stavano alle vedette, non solo non desistevano dalla guerra, ma erano anzi in procinto di venire a battaglia, e però li pregava a spedirvi altre navi, stante che le loro diciotto non erano sufficienti a combattere le venticinque corintie. Il perchè Demostene ed Eurimedonte spediscono con Conone dieci navi delle più veloci che seco avevano, le quali doveano aggiungersi a quelle di Naupatto; e davano ordine a fare l’accolta delle genti. E per questo Eurimedonte (che voltato indietro il cammino esercitava omai con Demostene il comando al quale era stato eletto) navigò a Corfù, ordinando ai Corfuotti di armare quindici navi ed arruolare soldati gravi; e Demostene adunava frombolieri e saettatori dai dintorni dell’Acarnania.

32. Ma poichè i legati de’ Siracusani andati dopo la presa di Plemmirio alle diverse città, le ebbero persuase; e poichè già erano sul punto di condur via l’esercito radunatovi, Nicia che ciò avea presentito spedisce ai Siculi padroni dei passi ed agli alleati Centoripii ed Alicicei e agli altri, acciò non lasciassero traversare i nemici, ma riunitisi insieme contrastassero loro il passaggio, che per altra via nemmeno lo tenterebbero, da che gli Agrigentini avean ad essi disdetto di trapassare pel loro territorio. E già i Siciliani erano in cammino, quando i Siculi che a petizione degli Ateniesi aveano teso loro una triplice imboscata; assaltarono all’improvviso gl’incauti, ne uccisero da ottocento e tutti i legati, salvo quello di Corinto, che condusse a Siracusa quei che la scamparono, i quali furono intorno di mille cinquecento.

33. Verso questi medesimi giorni arrivano in soccorso ai Siracusani anche i Camarinei con cinquecento soldati gravi, trecento lanciatori ed altrettanti arcieri; ed i Geloi mandarono un’armatetta di cinque navi, quattrocento lanciatori e dugento cavalli; perocchè omai quasi tutta la Sicilia teneva con loro, tranne gli Acragantini che restavano neutrali: e gli altri che prima erano stati a vedere si unirono d’accordo con essi contro gli Ateniesi. Contuttociò i Siracusani si tennero dall’assalire subito gli Ateniesi per la perdita sofferta nel territorio dei Siculi. Tornando ora a Demostene ed Eurimedonte, non sì tosto ebbero in concio le genti riunite da Corfù, e dalla terraferma, che valicarono con tutto l’esercito il mare Ionico fino al promontorio Iapigio[112]; e partiti di là dettero fondo nelle isole Cheradi della Iapigia[113]. Ivi tolsero su le navi circa centocinquanta lanciatori iapigii della razza messapia; e rinnuovata un’antica amicizia con Arta (il quale come signore dei luogo avea somministrato loro i lanciatori) vengono a Metaponto dell’Italia[114]. E persuasi gli abitanti di questa città per titolo d’alleanza a mandar con loro trecento lanciatori e due triremi, proseguirono il corso fino a Turio, ove trovano sbanditi di recente per sedizione quei della parte contraria agli Ateniesi. E siccome volevano farvi la massa di tutto l’esercito, per vedere nella rassegna se alcuno fosse rimasto indietro, e persuadere i Turii ad unirsi di buon animo con loro, e ad avere gli stessi amici e nemici con gli Ateniesi, da che si offriva loro una sì bella congiuntura; così soprastavano in Turia e si davano cura di queste cose.

34. Intanto i Peloponnesi e quelli che circa questo tempo colle venticinque navi stavano aringati di faccia alla flotta di Naupatto per proteggere il passaggio delle onerarie in Sicilia, si preparavano a combattere. E avendo armate delle altre navi, tanto che erano poco meno di quelle ateniesi, presero stazione ad Erineo di Acaia nel distretto di Ripe, in un luogo falcato a guisa di luna. La fanteria de’ Corintii e degli alleati venuti in rinforzo era schierata ai due lati su le due punte che sporgono in mare; e le navi sotto il comando di Poliante corintio tramezzavano serrandone l’ingresso. Gli Ateniesi vogarono sopra loro da Naupatto con trentatre navi capitanate da Difilo; ed i Corintii che da primo stavano fermi, quando parve lor tempo, alzato il segnale, mossero impetuosamente contro gli Ateniesi, ed appiccarono la battaglia. Lunga fu da ambe le parti la resistenza; tre navi dei Corintii vi furono sfragellate; gli Ateniesi non ne ebbero veruna del tutto sommersa, ma sette furono ridotte inservibili, perchè, urtate di fronte nella prora dalle navi corintie (che per questo appunto erano fornite di più grossi orecchioni), rimasero sfasciate nella parte anteriore ove non sono remi. E per quanto combattessero con egual vigore, talchè entrambi si attribuirono la vittoria, nondimeno gli Ateniesi s’impadronirono dei rottami delle navi, e poi spinti dal vento nell’alto, ed i Corintii non movendo più contro loro, le due armate si separarono, senza inseguirsi e senza far prigionieri. Imperciocchè i Corintii ed i Peloponnesi che combattevano dalla parte di terra agevolmente si salvarono, e nessuna nave fu colata a fondo dalla parte degli Ateniesi. E tornati questi a Naupatto, i Corintii ersero subito il trofeo come vincitori perchè aveano rese inservibili un maggior numero di navi nemiche; giudicando di non essere stati vinti per quella medesima ragione che gli altri di non aver vinto: attesochè i Corintii reputavano vittoria il non essere stati battuti vistosamente, e gli Ateniesi stimavano perdita la vittoria non completa. Partiti che furono i Peloponnesi e sbandatasi la loro fanteria, gli Ateniesi anch’essi, come vincitori, alzarono nell’Acaia un trofeo distante circa venti stadii da Erineo, ove aveano preso stazione i Corintii. Tale fu l’esito di questa battaglia navale.

35. Demostene poi ed Eurimedonte, tostochè i Turii furono in ordine per unirsi a loro con settecento soldati gravi e trecento lanciatori, comandarono alle navi di avanzarsi lungo la costa fino alla spiaggia crotoniaca; mentre essi, fatta prima la rassegna delle genti da piè presso il fiume Sibari, le conducevano attraverso il territorio di Turia. E giunti che furono sul fiume Ilia, i Crotoniati mandarono ad essi significando che non sarebbe di loro volontà il passaggio dell’esercito per le loro terre; e però calarono al piano e pernottarono presso al mare alla foce del fiume Ilia, ove furono incontrati dalle navi. Il dì seguente imbarcatisi costeggiavano, fermandosi alle diverse città (tranne i Locri) finchè pervennero a Petra del contado di Reggio.

36. In questo i Siracusani informati che l’armata nemica era in corso contro loro, pensavano di provarsi da capo a combattere con le navi e con le forze di terra che a quest’oggetto adunavano, per prevenire l’arrivo di quella. Apparecchiavano tutto il bisognevole per la flotta nel modo che dal passato combattimento aveano compreso dover riuscire più utile, scorciavano le prore alle navi per renderle più ferme, e vi applicavano dei grossi orecchioni, dai quali partivano dei puntelli di circa sei cubiti all’interno e all’esterno del bordo, in quella guisa medesima che i Corintii fornirono le loro navi da prora, e combatterono contro la flotta di Naupatto. Discorrevano essi che siccome le navi nemiche non erano costruite in quella foggia, ma aveano deboli le prore, avvegnachè usassero non di assalire con queste di fronte, ma facendo le volte; così e’ non sarebbero in peggior condizione. Senza di che la battaglia che non con molte navi seguirebbe nel porto grande (spazio non troppo ampio) tornerebbe a loro vantaggio; perchè andando all’assalto colla fronte delle navi, sfascerebbero le prore nemiche col dar dentro con saldi e grossi rostri, ad esse vuote e deboli. All’opposto gli Ateniesi in quel luogo stretto non potrebbero nè volteggiare nè tramezzare (due manovre nelle quali soprattutto confidano), stantechè essi a tutta possa non permetterebbero loro di tramezzare, e la ristrettezza del luogo gl’impedirebbe dal volteggiare. Il modo da tenersi nella battaglia sarebbe più che altro quello attribuito primo all’imperizia de’ piloti, cioè, l’urtarsi di fronte prora contro prora; imperciocchè i nemici, venendo respinti, non avranno altra ritirata che verso terra; e questa a breve distanza e in luogo angusto, propio presso l’accampamento. Del rimanente del porto sarebbero padroni essi Siracusani; e qualora i nemici fossero incalzati a forza, col loro riunirsi in un medesimo luogo e ristretto, urtandosi tra loro saranno in iscompiglio. Ed in fine (ciò che principalmente nocque agli Ateniesi in tutte le battaglie navali, non potendo essi retrocedere in tutto il porto come i Siracusani) se volteggiando volessero trarsi al largo, non potrebbero farlo, essendo essi padroni di vogar contro loro dall’alto e di cacciarli indietro; tanto più che sarebbero infestati anche da Plemmirio, e la bocca del porto non era grande.

37. Con questi nuovi disegni aggiunti alla perizia e forza loro, i Siracusani inanimiti omai maggiormente dalla passata battaglia andavano ad assalire gli Ateniesi dalla parte di terra e al tempo stesso colle navi. Gilippo poco prima condusse fuori di città le genti da piè, e le avvicinò al muro degli Ateniesi dalla parte che guardava Siracusa, e i soldati gravi e leggeri ed i cavalli siracusani che erano nell’Olimpico vi si appressarono dall’altra parte. Dopo questo le navi de’ Siracusani e degli alleati usciron subito fuori; e gli Ateniesi, i quali in principio credevano che i nemici volessero solo cimentarsi colle genti di terra, vedendo improvvisamente venirsi incontro anche le navi, rimasero perturbati. Ed alcuni si schieravano sulle mura e fuor delle mura a fronte del nemico che si appressava; altri uscivano ad opporsi ai numerosi cavalli e lanciatori che dall’Olimpico e da altri luoghi al di fuori si avanzavano a gran passi; altri finalmente armavano le navi ed insieme scendeano in soccorso alla spiaggia. E poichè ebbero armate le navi presero l’alto con settantacinque, contro quelle de’ Siracusani che erano ottanta.

38. E dopo essersi investiti e respinti scambievolmente con la flotta per buona pezza del giorno, e dopo mutui sforzi, senza che veruna delle parti potesse ottenere nulla che valga la pena d’esser narrato (se non fosse che i Siracusani affondarono una o due navi ateniesi), si separarono; e le genti da piè partirono dai muri. Il giorno dopo i Siracusani stavano quieti non volendo dare a divedere quello che meditavano di fare. Ma Nicia, che avea visto bilanciato l’esito della battaglia, e che si aspettava che i nemici vorrebbero tentarla nuovamente, costringeva i trierarchi a racconciare le navi, se alcuna avesse in qualche cosa sofferto, e dinanzi alla propria palizzata piantata nel mare per servire alle navi a guisa di porto serrato, metteva all’ancora le onerarie, e le collocava alla distanza di dugento piedi tra loro; acciocchè qualunque nave venisse incalzata avesse un sicuro ricovero, e di bel nuovo potesse poi a bell’agio ritornare alla battaglia. Gli Ateniesi impiegarono tutto il giorno fino a notte perseverando in questi apparecchiamenti.

39. Il dì seguente i Siracusani a più buon’ora, ma con l’istessa disposizione dell’assalto dalla parte di terra e di mare si azzuffarono con gli Ateniesi. E stando le due flotte l’una contro l’altra, passarono da capo nell’istesso modo gran parte del giorno badaluccando; finchè Aristone di Pirrico corintio, il miglior timoniere di quanti erano co’ Siracusani, persuade i comandanti della sua flotta che dovessero mandare ai reggenti della città, confortandoli a trasmutare il mercato delle cose vendevoli portandolo lungo il mare, ed astrignere chiunque avesse robe mangerecce a trasferirle in vendita colà, affinchè sbarcate ivi le truppe potessero desinar subito presso le navi, e nuovamente dopo breve ora in quel giorno stesso assalire gli Ateniesi che non se l’aspetterebbero.

40. E i capitani da lui persuasi spedirono l’avviso, e fu preparato il mercato; onde i Siracusani repentinamente remigando da poppa senza girar di bordo, si avviarono verso la città, e sbarcati tosto a terra vi desinarono. Gli Ateniesi pensarono che si fossero ritirati verso la loro città come sconfitti; e scesi tranquillamente dalle navi apprestavano tra le altre cose il pranzo, credendo che in quel giorno non seguirebbe più la battaglia. Quand’ecco che i Siracusani risaliti a un tratto sulle navi muovevano un’altra volta verso loro; ed essi in mezzo a gran tumulto, digiuni la maggior parte, montavano nelle triremi senza ordine veruno, e finalmente a gran pena vogavano contro al nemico. Si tennero qualche tempo le due armate in guardia l’una dell’altra; ma poi gli Ateniesi, innanzi di trovarsi ivi sorpresi da spossamento coll’indugiare per propria colpa, risolsero di assalire prestissimamente i Siracusani, e spintisi loro incontro tra le grida di incoraggiamento appiccarono la battaglia. Ma i Siracusani reggevano a quella furia, ed opponendo le prore, siccome aveano disegnato, con quel fornimento di rostri ne sfracellavano le navi nella parte dinanzi ove non son remi, ed i lanciatori di sulla coverta faceano agli Ateniesi gran danno, e maggiore di essi quei Siracusani che sopra snelle chiatte volteggiando entravano sotto ai palamenti delle triremi nemiche, e ne rasentavano i fianchi, e saettavano da quelle i marinari.

41. Alla fine i Siracusani combattendo in questa guisa vigorosamente furono vincitori, e gli Ateniesi volti alla fuga, cercavano rifugio nella loro stazione di mezzo alle onerarie fin dove furono inseguiti dall’armata nemica: la quale fu impedita di procedere più oltre dalle antenne che ritte sulle onerarie stesse, ed armate di un ordigno di piombo fatto a modo di delfino, difendevano gli spazi onde si andava all’alloggiamento. E due navi siracusane, che gonfie della vittoria si appressarono a quelle, furono spezzate, ed un’altra presa con la ciurma. I Siracusani colarono a fondo sette navi ateniesi, e molte ne guastarono; e fatti molti prigioni ed uccisa molta gente si ritirarono; alzarono i trofei delle due battaglie navali, ed avevano omai ferma speranza di essere superiori nella flotta, e stimavano che vincerebbero ancora l’esercito di terra. Però si preparavano ad assalire nuovamente il nemico da amendue le parti.

42. In questo arrivano Demostene ed Eurimedonte col rinforzo degli Ateniesi, cioè, settantatre navi incirca contando anche quelle forestiere, e cinque migliaia o in quel torno di soldatesca grave, tra di loro e degli alleati, e non pochi lanciatori barbari e greci, e frombolieri e arcieri, e sufficiente apparecchio d’ogni maniera. Grande fu di presente lo sbigottimento de’ Siracusani, quasi che non avessero mai a venire a capo di liberarsi da quel pericolo, vedendo che sebbene Decelia fosse stata munita, era giunto un altro esercito poco men che eguale al precedente, e le forze ateniesi per ogni lato comparivano molte. Ma l’oste degli Ateniesi che ivi era di prima riprese un po’ coraggio, secondo che il permettevano le sue disgrazie. E Demostene visto lo stato delle cose credè non essere da indugiare, per non trovarsi al caso a che s’era trovato Nicia: il quale in principio venuto colà formidabile ai nemici poichè non assaltò subito Siracusa, ma andò a svernare in Catana, era caduto in dispregio, ed era stato prevenuto da Gilippo arrivato colà colle forze del Peloponneso, le quali i Siracusani non avrebbero pur chiamate se egli tosto li avesse assaliti. Essendochè i Siracusani con tutta l’opinione della propria sufficienza avrebbero imparato che eran da meno, e sarebbono stati riserrati dalle fortificazioni; onde sebbene avessero fatto venire un rinforzo, non poteva più esser loro della medesima utilità. Demostene adunque considerando queste cose, e vedendo che anch’egli al presente era di grandissima paura ai nemici nel primo giorno, voleva al più presto valersi di quel loro sbigottimento. E però osservando che il muro trasversale de’ Siracusani, col quale aveano impedito agli Ateniesi di attorniarli, era scempio; e che potendo farsi padroni della montata d’Epipole e poi del campo che ivi era, facilmente si sarebbe espugnato (avvegnachè nissuno avrebbe fatto retta contr’essi), si affrettava di metter mano a quell’impresa, e teneva che prestissimo arebbe fine la guerra. Perciocchè, e riuscendo s’impadronirebbe di Siracusa, o altrimenti ritirerebbe l’esercito, e non si logorerebbero inutilmente gli Ateniesi, e con loro gli altri confederati, e tutta la Repubblica. Pertanto gli Ateniesi primieramente scesi dalle navi guastavano le circostanze dell’Anapo: ed il loro esercito, come la prima volta, fu vincitore in terra e in mare, stante che i Siracusani non uscirono contr’essi da veruna parte, salvo la cavalleria ed i lanciatori dell’Olimpico.

43. Volle poi Demostene tentar prima con le macchine le fortificazioni, ma le macchine appressatevi furono abbruciate dai nemici che di sul muro si difendevano, e il rimanente dell’esercito che dava l’assalto venne retrospinto. Laonde si dispose a non metter più tempo in mezzo, e persuasi Nicia e gli altri colleghi si accingeva ad assalire Epipole conforme avea divisato. Se non che giudicava impossibile l’accostarvisi e salirvi di giorno senza essere scoperto. Però intimato ai soldati di portare i viveri per cinque giorni, prese seco tutti i manovali e muratori ed ogni altro apparato di saettame, e quanto facea bisogno per fabbricare se s’impadronissero del luogo; e in sul primo sonno, seguito da Eurimedonte e Menandro e da tutto l’esercito, marciava verso l’Epipole. Nicia rimase dentro le trincee. Arrivarono presso l’Epipole dalla parte di Eurίelo (per dove salì la prima volta il precedente esercito) senza essere avvertiti dalle sentinelle siracusane; ed accostatisi al muro che ivi era lo espugnano, ed uccidono alcuni della guarnigione. Ma la maggior parte dei nemici rifugiatisi subito negli alloggiamenti[115] che sull’Epipole erano tre, uno de’ Siracusani, uno degli altri Siciliani ed uno degli alleati, annunziano l’assalto, e ne porgono avviso a quei secento Siracusani che da questo lato dell’Epipole erano il primo presidio. Accorrevano questi prontamente: e Demostene e gli Ateniesi incontratisi in loro, nonostante una coraggiosa resistenza, li cacciarono in fuga, e tosto si spingevano innanzi, non volendo in quell’impeto tardare ad eseguir ciò per cui erano venuti. Intanto altri compivano l’espugnazione del muro assaltato al primo arrivo, ove il presidio siracusano non tenne fermo e ne svellevano i merli. Già i Siracusani e gli alleati, e Gilippo con le sue genti dai ripari della città correvano a soccorso, e sbigottiti dall’imprevisto ardimento di quella notte si azzuffarono con gli Ateniesi, e da loro respinti cominciavano a dare indietro. Ma poi gli Ateniesi avanzandosi troppo disordinatamente come vincitori, e volendo senza indugio spingersi contro tutto l’esercito nemico ove non si era combattuto, perchè non potesse rannodarsi se rallentassero quella furia, trovaronsi a fronte i Beozii attestati, dai quali assaliti e rotti furono costretti a fuggire.

44. E già gli Ateniesi trovavansi allora in gran disordine ed imbrigamento, tra cui non era facile sapere gli uni dagli altri i particolari andamenti delle cose. Conciossiachè se di giorno allorchè i fatti sono più appariscenti, nondimeno neanche quelli stessi che vi si son trovati non li sanno tutti, e solo ciascuno sa a fatica quello a che ebbe mano; come mai in una battaglia notturna (che tra due grandi eserciti intervenne solo in questa guerra) poteasi aver certezza di nulla? Splendeva, è vero, la luna; ma come è solito al chiarore di essa vedevansi scambievolmente in modo da scorgere la figura di un corpo, senza però discernere con sicurezza se fosse quel d’un amico. Inoltre grande era la moltitudine de’ soldati gravi d’amendue gli eserciti, che si aggiravano in quel luogo angusto. E già alcuni degli Ateniesi erano vinti, altri marciavano tuttavia interi col primo impeto, e gran parte del rimanente dell’esercito o erano saliti d’allora sull’Epipole, od ancor vi salivano; onde non sapevano dove rivolgersi, perchè le loro genti che prime avean menato le mani erano omai tutte fugate e sbaragliate, e difficile era il riconoscerle in mezzo a quelle grida. Imperciocchè i Siracusani e gli alleati nel bollor della vittoria s’incoraggiavano con alti urli, non potendo di notte darsi altro segnale, ed insieme sostenevano l’incalzante nemico; e gli Ateniesi si cercavano tra loro, e credevano nemici tutti quei che si avanzavano incontro, fossero anche amici, siccome lo erano quelli che già fuggivano addietro. E fitto fitto domandandosi la parola (non v’essendosi altro modo di riconoscersi), causavano a se stessi grave disordine col domandarla tutti ad un tempo: tanto che la resero nota anche ai nemici; senza sapere del pari qual fosse la loro; perchè quelli, come vincitori, combattendo riuniti, più agevolmente si conoscevano. Cosicchè se gli Ateniesi anche superiori di forze s’abbattevano in alcuni dei nemici, questi si salvavano perchè sapevano la parola di loro; all’opposto se essi non rispondevano venivano trucidati. Quello però che più d’ogni altro nocque loro grandissimamente fu la cantilena del Peana, che essendo quasi la stessa da tutte e due le parti, gli metteva nell’incertezza; perciocchè quando gli Argivi ed i Corfuotti, e quanti Dorici eran con gli Ateniesi, cantavano il Peana, incutevano loro timore del pari che i nemici. Onde alla fine poichè una volta si furono disordinati, raffrontandosi insieme in molte parti del campo, amici con amici, cittadini con cittadini, non solo recavansi in paura, ma venuti ancora alle mani tra loro a gran pena si separavano, ed inseguiti dal nemico, molti si precipitavano giù dalle rupi e morivano; essendo angusta la via per ricalare dall’Epipole. La maggior parte di quelli che dall’alto poterono scender nella pianura a salvamento, e tutti quelli che erano del primo esercito, per la pratica che aveano del paese si ricondussero nell’alloggiamento; gli altri però venuti dopo, o smarrite le strade vagavano per la campagna, o venuto il dì erano uccisi dai cavalli siracusani che scorrevano all’intorno.

45. Il giorno appresso i Siracusani ersero due trofei, uno sull’Epipole ove era salito il nemico, l’altro nel luogo ove i Beozii aveano i primi fatto resistenza. Gli Ateniesi riebbero i cadaveri con salvocondotto. Molti furono i morti di loro e degli alleati; e le armi prese furono in maggior quantità de’ cadaveri, perchè di quelli astretti a saltar giù da’ dirupati, scossi degli scudi[116], alcuni perirono, alcuni si salvarono.

46. Dopo ciò i Siracusani rinvigoriti, come la prima volta, da quella inaspettata fortuna, spedirono con quindici navi Sicano ad Acragante che avea levato romore, affinchè tentasse di sottomettere quella città. E Gilippo scorreva nuovamente per terra la Sicilia, per cavarne altre genti; perchè dopo il fatto dell’Epipole, era venuto nella speranza di espugnare anche le fortificazioni degli Ateniesi.

47. Frattanto i generali ateniesi andavano discorrendo della passata sciagura e della presente universal debolezza dell’esercito. Vedevano tornati invano i loro sforzi, ed i soldati gravati di quella stanza, attesochè erano afflitti dalle malattie per due cagioni; sì perchè correva la stagione dell’anno nella quale principalmente gli uomini infermano, sì eziandio perchè il luogo ove erano alloggiati era paludoso ed insalubre; ed a ciò si aggiugneva che tutti gli altri tentativi pareano loro disperati. Per lo che Demostene giudicava non esser più da rimanere; ma da che era fallita l’impresa dell’Epipole da lui disegnata e tentata, proponeva che senza indugio si cercasse una strada di mezzo ai nemici, mentre che potevasi ancora tragittar il mare, e coll’aggiunta almeno delle navi sopravvenute superare l’armata nemica. Diceva esser più vantaggioso alla Repubblica far la guerra contro quelli che edificavano munizioni nelle terre di lei, innanzi che contro i Siracusani, i quali omai non potevano agevolmente sottomettersi; e non esser ragionevole il fermarsi più a lungo in quell’assedio spendendo senza pro gran copia di denaro. Tale era la mente di Demostene.

48. Nicia poi con tutto che egli stimasse giunte a mal termine le proprie cose, pure non voleva allargarsi a parlare della debolezza di quelle; nè col decretare manifestamente la ritirata tra molti, darne sentore ai nemici; avvegnachè così facendo, quando vi si risolvessero avrebbero maggior difficoltà a tenersi celati. E gli porgeva ancora qualche speranza il sapere (per i ragguagli che avea più de’ suoi colleghi) come lo stato de’ nemici diverrebbe peggiore del suo ove si persistesse nell’assedio, perchè dovrebbero rifinirsi per mancanza di denaro; tanto più che gli Ateniesi, colle navi che ora avevano, signoreggiavano più ampiamente sul mare. Oltre di che vi erano in Siracusa alcuni che volevano voltare il governo in mano d’Atene, e a lui mandavano avvisi e lo confortavano a non partire. Le quali cose non ignorando Nicia stava in fatto tuttor con l’animo intra due, e differiva a decidersi, ma colle parole mostrava chiaro che non avrebbe levato il campo. Saper lui bene, diceva, che gli Ateniesi non approverebbero questa partita senza averla essi da per sè decretata, poichè su i capitani sentenzieranno non quelli che com’essi avessero avuto sott’occhio lo stato delle cose, o che non dessero retta alle altrui imputazioni, ma tali che si lasceranno persuadere dalle belle parole di chi voglia metter loro in discredito; gridare ora molti, proseguiva, anzi i più de’ soldati, che si trovano in gravi mali, ma tornati in patria grideranno al contrario che i generali son partiti corrotti dal denaro. Però non voler lui che conosceva la natura degli Ateniesi morire per mano di loro con turpe accusa ed ingiustamente, più presto che per le mani de’ nemici, ove bisogni correr questo rischio, lungi dai clamori d’un giudizio. Aggiungeva che i Siracusani erano anche in peggior condizione di loro, poichè tra le paghe che avevano i soldati forestieri, tra le altre spese per i presidii delle circonvicine cittadelle, e tra il mantenimento di flotta considerabile che già durava da un anno, trovavansi in parte fin d’allora alle strette, in parte non avrebbero poi saputo come trarsi d’impaccio; poichè avevano già speso duemila talenti[117], e molti più ne avevano in debito. Che se venissero a diminuirsi un nonnulla gli apparecchi col non pagare i soldi, le cose loro, consistenti in truppe ausiliarie più presto che stabili come le Ateniesi, erano andate. Laonde egli diceva che doveasi continovare l’assedio, e non levarsene vinti dal pensiero che i nemici fossero di gran lunga superiori in denaro.

49. Stava Nicia fermo nella sua proposta perchè era esattamente informato dello stato di Siracusa e della mancanza del denaro, e perchè ivi erano persone desiderose che il governo venisse in mano degli Ateniesi, le quali gli facevano intendere che non si levasse dall’assedio. Oltre di che si era lasciato vincere dalla fiducia che avea concepita maggiore di prima almeno quanto alle navi. Demostene però non approvava per verun conto il rimanere all’assedio; e se non si voleva ritirare l’esercito senza il decreto degli Ateniesi, ma trattenersi in Sicilia, diceva che bisognava far ciò col passare a Tapso ovvero a Catana, donde colla fanteria potrebbero voltarsi a correre gran parte della campagna, e danneggiare i nemici devastando le cose loro; che colla flotta combatterebbero in alto mare ed all’aperto invece che in luogo angusto (lo che era più vantaggioso al nemico); che allora potrebbero giovarsi della propria perizia; e che non dovendo fare impeto o vogare a terra in breve e circoscritto spazio, sarebbero padroni di ritirarsi e di assalire. Insomma protestava non piacerli in niun modo il rimanervi più a lungo, e voleva che fin d’allora prestissimamente si ritirasse l’esercito senza indugiare, ed Eurimedonte era in ciò d’accordo con lui. Ma contradicendo Nicia, si sparse pel campo una certa indolenza ed irresolutezza; ed insieme l’opinione che egli stesse alla dura perchè ne sapesse più degli altri. In tal guisa gli Ateniesi temporeggiavano senza muoversi da quel luogo.

50. In questo erano venuti di ritorno a Siracusa Gilippo e Sicano; questi fallita l’impresa d’Acragante, perchè mentre era tuttora in Gela la fazione che teneva coi Siracusani si era composta all’amichevole; quegli conducendo molte genti dalla Sicilia ed i soldati di grave armatura dal Peloponneso, spediti nella primavera sulle onerarie, i quali erano arrivati a Selinunte dalla Libia, ove la tempesta li avea gettati. Ed ivi avute dai Cirenei due triremi e guide per la navigazione, nel loro tragitto si unirono agli Evesperiti assediati dai Libii cui vinsero: di là passarono a Napoli, emporio dei Cartaginesi, donde è brevissimo tragitto in Sicilia, alla distanza di due giornate ed una notte; e quindi traversato il mare pervennero a Selinunte. Non sì tosto arrivarono queste genti che i Siracusani si preparavano ad assaltare gli Ateniesi da tutte e due le parti, colle navi e colle truppe di terra. Ma i capitani ateniesi vedendo sopravvenute ai nemici nuove milizie, e al tempo stesso, non che migliorare le proprie cose, farsi giornalmente peggiori per tutti i lati, e specialmente per il travaglio delle infermità de’ soldati, si pentivano di non essersi ritirati prima. E poichè Nicia non si opponeva più come per l’avanti, ma solo voleva che la cosa non si decretasse in pubblico, intimarono a tutti quanto poterono segretamente che dovessero uscir colle navi da quella stazione, e tenersi pronti allorchè fosse dato il segno della partenza. Quando però fu tutto in pronto, ed essi in procinto di partire, la luna che per avventura era in pieno, ecclissò. Di che pigliandosi ubbìa la maggior parte degli Ateniesi, confortavano i generali a soprastare; e Nicia, dedito anche un po’ troppo alle superstizioni e cose di tal fatta, disse che non si dovea pur deliberare di ciò, prima di essersi trattenuti tre volte nove giorni[118] come gli arioli ordinavano. Il perchè quantunque gli Ateniesi fossero già in ordine, soprassedettero.

51. I Siracusani informati eglino pure di questo, tanto meglio si risvegliarono a non lasciar partire gli Ateniesi, sì perchè dalla macchinata partenza deducevano che essi medesimi non si credevano più superiori a loro nè per terra nè per mare, sì eziandio perchè non volevano lasciarli fermare in qualche altro luogo di Sicilia ove fosse più difficile il guerreggiarli, ma costringerli a combatter per mare quanto prima, in quel medesimo alloggiamento favorevole alle proprie armi. Però allestivano le navi e vi si esercitavano per alcuni giorni quanti credevano dover bastare; e quando fu tempo nel primo dì assaltarono i muri degli Ateniesi, donde essendo usciti per una porta non molti fanti gravi e cavalli, i Siracusani interchiudono alcuni dei fanti, e messili in fuga gl’inseguono; e per la strettezza dell’accesso gli Ateniesi vi perdono settanta cavalli, e non molti dei soldati gravi.

52. Per quel giorno i Siracusani ritirarono l’esercito, ma nel seguente escono fuori colle navi in numero di settantasei, e al tempo stesso colle genti di terra marciarono verso i muri. Gli Ateniesi si mossero loro incontro con ottantasei navi, e si azzuffarono a battaglia; ove i Siracusani con gli alleati; vinto prima il centro dell’armata nemica, nella parte concava e più interna del porto colgono Eurimedonte che tenea l’ala destra degli Ateniesi, e che volendo chiudere in mezzo le navi opposte avea slungato la sua ordinanza troppo verso terra, e lo rompono insieme colle navi che lo seguivano. Dipoi davano omai la caccia a tutta la flotta ateniese, e vigorosamente la spingevano a terra.

53. Gilippo al veder vinte le navi de’ nemici, le quali correvano a terra fuori delle palizzate e del suo alloggiamento, accorreva con parte dell’esercito alla costa con animo di trucidar quelli che sbarcassero, e di facilitare ai Siracusani il modo di trarre a sè le navi ateniesi collo spazzar dai nemici quella spiaggia. Ma i Tirreni che ivi erano di guardia per gli Ateniesi vedendo avanzarsi costoro disordinatamente, corrono ad incontrarli, ed avventatisi sui primi gli fugano, e li rispingono verso la palude chiamata Lisimelea. E siccome poi i Siracusani e gli alleati vi tornarono più grossi, così gli Ateniesi accorsero ad opporsi loro; e temendo per le navi, appiccaronsi a battaglia con essi, li vinsero, li perseguitarono, uccisero non molti soldati gravi, salvarono la maggior parte delle navi, e le ridussero all’alloggiamento. Nondimeno diciotto di esse vennero in potere de’ Siracusani e degli alleati, che trucidarono quante persone vi erano. Tentarono ancora di bruciare il rimanente della flotta, avendo a quest’oggetto piena di sarmenti e fiaccole una vecchia barca da carico; e poichè il vento soffiava verso gli Ateniesi, la lasciarono andare acciò vi appiccasse il fuoco. Gli Ateniesi impauriti per le proprie navi, trovarono dal canto loro degli argomenti per ispegnere il fuoco, estinsero la fiamma, provvidero che la barca non potesse avvicinarsi di più, e così liberaronsi da quel pericolo.

54. Dopo di che i Siracusani ersero il trofeo per la battaglia navale e per aver tagliato il ritorno a’ soldati gravi su in terra, ove presero anche alcuni cavalli; e gli Ateniesi per avere i Tirrenii ributtata la fanteria nemica nella palude, e cacciato essi medesimi il rimanente dell’esercito.

55. Ma già per questa insigne vittoria navale de’ Siracusani, che prima temevano delle navi sopraggiunte con Demostene, erano gli Ateniesi del tutto scoraggiati, e grandemente stupiti, ed anche viepiù pentiti di quella spedizione. Imperocchè, quantunque avessero portato le armi contro Siracusa, allegati con quelle città che sole omai, usavano i medesimi istituti di loro, e si reggevano a popolo com’essi, ed aveano navi, cavalli e grandezza; con tutto ciò non essendo riusciti a mettere nissuna discordia tra i Siracusani, o mediante il cambiamento del governo con che speravano di ridurli in poter loro, o mediante gli apparecchi in che erano superiori; ed al contrario essendo rimasti frustrati nella maggior parte de’ loro disegni, trovavansi anche di prima nell’esitanza. E quando poi furono vinti colla flotta (cosa che non si sarebbono aspettata), allor daddovero più che mai si persero d’animo.

56. All’opposto i Siracusani scorrevano subito francamente lunghesso il porto, e pensavano di serrarne l’imboccatura, acciocchè gli Ateniesi, quand’anche il volessero, non potessero uscirne furtivamente. Nè solo si davano premura di procacciar salvezza a se stessi, ma anche di impedirla al nemico; avvisando, come era vero, le loro cose essere al presente in miglior grado di quelle degli avversari; e se potessero vincere gli Ateniesi co’ loro alleati per terra e per mare, dover dare di sè glorioso spettacolo a tutti i Greci, i quali parte tostamente sarebbero messi in libertà, parte disciolti dal timore. Conciossiachè la Repubblica ateniese con le forze che le restavano non più sarebbe in seguito sufficiente a reggere al fascio di una seconda guerra che le fosse portata addosso; laddove essi reputati autori di questo, avrebbero fatto maravigliar molto di sè gli altri popoli ed i posteri. E lasciando stare di ciò, era inoltre glorioso quel certame, perchè non solo avrebbero vinto gli Ateniesi, ma anche molti altri de’ loro confederati, non già essi da sè soli, ma con gli altri che li aveano soccorsi, e si sarebbero fatti duci de’ Lacedemoni e de’ Corintii, ed arebbero esposta innanzi al pericolo la propria città, ed avanzata la loro flotta ad alto grado di potenza. E certo moltissime furono le genti concorse a questa unica città, e solo meno numerose di tutta insieme l’altra moltitudine, che in questa guerra si accolse dalla parte di Atene e di Sparta.

57. E però io voglio numerare tutte quelle genti che da amendue le

Advertisement