Advertisement
seguita da smemoraggine di ogni cosa egualmente, a segno che non riconoscevano nè se stessi, nè gli amici.
50. Questa spezie di morbo superiore ad ogni racconto che far se ne possa, si avventava a ciascuno con acerbità da non reggervi forza umana: e principalmente mostrossi esser bene altra cosa che una delle malattie comuni, da questo; che gli uccelli ed i quadrupedi che mangiano carne umana, bene che molti cadaveri restassero insepolti, o non vi si accostavano, o gustandoli morivano. Argomento ne fu la manifesta mancanza di tali uccelli che non si vedevano intorno a veruno di quei cadaveri nè altrove; e sovrattutto i cani i quali, perchè assuefatti a conversare con gli uomini, rendevano più sensibile tal crudel conseguenza.
51. Del rimanente per tralasciar molte altre stravaganze della pestilenza (secondo che in diverso modo accadeva in ciascuno) questa era in generale la qualità del morbo: nessuna delle altre consuete malattie affliggeva allora la città; e se alcuna ve n’era, andava a finire in questa. Morivano poi alcuni perchè non assistiti, altri benchè perfettamente curati: non fuvvi, per così dire, medicamento alcuno che usato facesse profitto: ciò che avea giovato ad uno nuoceva ad un altro: nè valeva complessione robusta o debole contro la furia del male, il quale uccideva anche i più accuratamente medicati. Ma il più terribile della pestilenza era lo sgomento tosto che uno si sentiva malato; poichè cadendo in disperazione, più di sè in verun modo non curavano, nè alcun riparo prendevano, e, per lo comunicare insieme in servendo agl’infermi, incorporando il contagio, come pecore morivano: lo che accresceva assaissimo la mortalità. Se per paura ricusavano visitarsi scambievolmente, morivano privi d’ogni assistenza, e molte case rimasero vuote per mancanza di serventi: all’incontro se si visitavano contraevano il morbo; ciò che principalmente interveniva a quei che ambivano d’esser tenuti caritatevoli, perchè vergognando di risparmiarsi visitavano gli amici; avvegnachè i parenti stessi, vinti finalmente dalla violenza del male, non valevano a sopportare i lamentevoli gridi dei moribondi. Ciò non pertanto più degli altri compassionavano il moribondo e l’infermo quei che ne erano campati; tra perchè avevano provato il male, e perchè erano omai pieni di coraggio, essendo che la malattia non si appigliava mortalmente una seconda volta; ed erano felicitati dagli altri, mentre la gioia inaspettata della guarigione nutriva in essi speranza e conforto per l’avvenire, quasi non avessero ad esser morti da verun’altra malattia.
52. Ma l’introduzione della gente di campagna in città, oltre al malore che soffrivano, oppresse anche più gli Ateniesi, e principalmente gli ultimi venuti. Conciossiachè per mancanza di case alloggiando questi in tuguri, ove per la stagione che correva restavano soffocati dal caldo, morivano in mezzo alla confusione, e spirando giacevano ammonticati gli uni su gli altri; e per bramosia d’acqua semivivi voltolavansi per le strade e presso tutte le fontane. Gli stessi sacri recinti ove avevano dispiegato le tende erano pieni dei cadaveri di quei che vi morivano. E poichè senza modo cominciò a montare la ferocità della pestilenza, posero in non cale le cose sacre e profane egualmente, non sapendo quello che di sè addiverrebbe; cosicchè le sacre cerimonie usate dianzi nel seppellire erano tutte perturbate, dando ciascuno sepoltura in quel modo che poteva. Molti furono che per le già accadute continue morti dei loro, trovandosi privi dei congiunti si volsero a cercar sepolture senza nissuno onesto riguardo; perciocchè alcuni gettavano il morto sulle pire altrui, prevenendo quelli che le avevano accatastate, e vi appiccavano il fuoco; altri nel mentre si bruciava un cadavere ponevanvi quello avevano in su le spalle e se n’andavano.
53. Questo morbo fu pure nel rimanente quello che originò le più grandi nequizie nella Repubblica. Imperocchè al veder le frequenti mutazioni sì dei ricchi che repentinamente morivano, sì degli altri che per l’avanti stremi essendo di tutto, entravano a possedere le cose di quelli, stimavano doversi affrettare a goderle per far quanto era loro a grado; e riguardando la durata della vita e della ricchezza egualmente d’un giorno solo, trascorrevano più arditamente a quelle cose, la cui passione studiavansi dianzi di celare. La fatica precedente il conseguimento d’un fine reputato onesto non era chi volesse imprenderla, stimando incerto se prima di giugnerlo non avesse ed esser vittima della peste; e solo ciò che apparisse piacevole e per ogni lato vantaggioso si aveva per onesto ed utile. Niuno era raffrenato dal timor degli Dei o da legge d’uomini: non dal primo, perchè vedendo tutti perire, giudicavano tutt’uno avere o no religione; non dall’altra, perchè nessuno si aspettava di viver tanto, che potesse farsi processo de’ suoi delitti e pagar la pena: anzi vedendone sovrastare una più grave già decretata dai fati, avvisavano prima di incontrarvisi doversi godere un poco la vita.
54. In mezzo a sì acerbo trambusto erano gli Ateniesi afflitti dalla morìa della gente in città, e al di fuori dal saccheggiamento delle campagne. Si ricordavano, come è naturale nella disgrazia, anche di questo verso che i più vecchi raccontavano anticamente cantato:
Verrà dorica guerra e loimo insieme.
Fuvvi certamente disputa nel popolo, non essere stata usata dai vecchi la voce _loimo_ (peste) bensì _limo_ (fame). Ma prevalse allora, com’era da aspettarsi, la voce _loimo_. Imperocchè la gente la rammentava interpretandola conforme ai mali presenti: e se mai sarà che altra guerra dorica sopravvenga dopo questa, e vi si combini _limo_, lo canteranno verisimilmente con questo vocabolo. Vi era ancora chi sapeva e rammentava la risposta del nume domandato dai Lacedemoni, se dovessero far guerra; allorquando ei rispose, che facendola con tutte le forze avrebbero vittoria, e che egli stesso vi avrebbe concorso[162]. Riflettendo dunque a quell’oracolo conghietturavano essere il fatto presente in corrispondenza di ciò; perchè subito dopo l’invasione dei Peloponnesi era incominciata la pestilenza[163], la quale non penetrò nel Peloponneso, almeno in modo degno di menzione; ma fece strazio principalmente di Atene e quindi d’altri luoghi i più popolosi. Tali sono le cose che riguardano la pestilenza.
55. Ma i Peloponnesi devastato che ebbero la pianura si avanzarono nella terra chiamata _Paralo_ (maremma) sino al monte Laurio, ove gli Ateniesi hanno le miniere dell’argento. Quivi, diedero primieramente il guasto alla parte che guarda il Peloponneso, e poi all’altra verso Eubea ed Andro. Ciò nonostante Pericle tuttora generale come lo era nella precedente invasione, continovava nella medesima sentenza, che gli Ateniesi non uscissero in campagna.
56. E mentre il nemico era ancora nella pianura, prima di metter piede nella terra paralia, egli apparecchiava una flotta di cento navi per andar contro il Peloponneso; ed ordinato il tutto fece vela. Conduceva sulle navi quattromila Ateniesi di grave armatura, e trecento cavalieri su barche da trasportar cavalli, formate allora per la prima volta co’ materiali delle navi vecchie. Presero parte alla spedizione anche i Chii ed i Lesbii con cinquanta navi. Quest’armata degli Ateniesi quando uscì del porto, lasciò i Peloponnesi tuttora nella maremma dell’Attica. Pervenuti ad Epidauro nel Peloponneso guastarono gran parte della campagna, e dato l’assalto alla città vennero in isperanza di prenderla, ma la cosa non riuscì; onde ritiratisi da Epidauro saccheggiarono la campagna trezeniese, l’aliese e l’ermionese, luoghi tutti sulle coste del Peloponneso. Di là salpando, arrivarono a Prasia cittadella marittima della Laconia[164], saccheggiarono parte della campagna, presero la stessa cittadella e la devastarono. Ciò fatto, ritornarono a casa, e trovarono che i Peloponnesi non erano più nell’Attica, ma s’erano ritirati.
57. Ora tutto quel tempo che i Peloponnesi si trattennero nel territorio ateniese, e mentre gli Ateniesi militavano sulle navi, la pestilenza, tanto nell’armata che in città, rifiniva gli Ateniesi; tal che fu voce avere i Peloponnesi, per paura del morbo, sollecitato la ritirata dall’Attica[165]; poichè ebbero inteso dai disertori essere la peste in Atene, e vedevano dar sepoltura ai morti. Nondimeno in questa spedizione la dimora loro fu lunghissima, essendovisi trattenuti circa quaranta giorni, nei quali diedero il guasto a tutto il territorio.
58. Nella medesima estate Agnone figliolo di Nicia e Cleopompo di Clinia, colleghi di Pericle nel comando, presero l’armata di cui egli aveva usato, e portarono subitamente la guerra contro i Calcidesi della Tracia, e contro Potidea cinta tuttora d’assedio. Giunti a questa città approssimarono le macchine alle mura, e fecero ogni prova per espugnarla: ma nè l’espugnazione della città, nè le altre operazioni riuscivano loro in corrispondenza di tanto apparecchio; essendo che il morbo sopravvenuto costà afflisse per ogni modo gli Ateniesi, e distrusse l’esercito con tanto furore, che i soldati stessi che vi erano di prima mantenutisi sani fino allora, contrassero la malattia per le soldatesche venute con Agnone. Formione coi mille seicento non era più intorno ai Calcidesi; il perchè Agnone tornò con la flotta ad Atene, avendo in circa quaranta giorni perduto per la peste mille cinquanta di quei quattromila. La gente che vi era innanzi restò ferma al suo posto continovando l’assedio di Potidea.
59. Dopo la seconda invasione dei Peloponnesi, vedendosi gli Ateniesi saccheggiata un’altra volta la campagna, e trovandosi oppressi dal morbo e dalla guerra ad un medesimo tempo, mutaronsi d’animo. Davano carico a Pericle di averli confortati alla guerra, e di trovarsi per cagion sua in quelle sciagure: e bramosi di accomodarsi coi Lacedemoni vi mandarono legati, ma senza effetto veruno. Ridotti adunque per ogni lato in gran sospensione d’animo, s’affollavano tutti addosso a Pericle, il quale vedendo che adirati per il presente stato di cose facevano appunto tutto quello che aveva previsto, coll’autorità di generale che ancor riteneva gli adunò a parlamento. Voleva egli inanimirli, e divertendo dai loro animi la collera renderli più trattabili e meno timorosi: onde si fece innanzi e parlò in questi termini.
60. «Il vostro sdegno contro di me non mi giunge inaspettato, poichè non ne ignoro i motivi: ed ho convocato l’adunanza appunto per farvi avvertiti e rimproverarvi, se a buon dritto non siete o adirati contro di ne, o sbigottiti pei disastri. Io per me credo, che una repubblica florida e vigorosa nell’universalità porti ai particolari vantaggi maggiori di quello che, se prosperosa nei privati interessi di ciascun cittadino, ella nel suo insieme vacilli. Imperocchè quantunque un cittadino nel suo particolare si trovi bene, nondimeno se la patria si perde, egli è compreso nella rovina: ma se sia sfortunato in seno a prosperevol repubblica, suole viemeglio trovarvi salvezza. Posto adunque che la repubblica può esser sostegno alle disgrazie dei particolari, e che ognuno di questi non può esserlo a quelle di lei, come non debbon tutti concorrere a soccorrerla? Ah! non vogliate, come fate adesso, sbigottiti ciascuno dalle domestiche sciagure, porre in non cale la salute della Repubblica, incaricar me d’avervi animati alla guerra, e voi stessi insieme, che con meco conveniste. Eppure vi adirate con un uomo, quale io mi sono, che crede di non esser da meno di chicchessia per discernere il bisogno della Repubblica, e per saperlo dichiarare: amante della patria e superiore al denaro. Requisiti importantissimi; perocchè chi conosce quel bisogno, ma non lo sa ben dichiarare, è come se non gli fosse mai caduto in pensiero: se fornito di queste due doti manca d’amore per la patria, medesimamente non parlerà punto da amico: abbia finalmente anche questa amorevolezza, s’ei si lascia vincere dal denaro, venderà per questo solo tutta insieme la Repubblica. Però se vi siete lasciati persuadere da me a far la guerra, credendomi più degli altri fornito mediocremente di queste qualità, ragion non consente che io sia accagionato de’ vostri disastri.
61. «Ed invero per un popolo d’altronde florido, al cui arbitrio fosse rilasciata la scelta, sarebbe stata gran follia prendere il partito di guerra: ma ove fosse inevitabile, o cedendo divenir subito schiavi altrui, o tentando la fortuna della guerra guadagnar la vittoria, chi schiva il pericolo è più vituperevole di chi lo sostenne. Ed io per me sono sempre lo stesso, nè mi rimuovo: voi siete i volubili, ai quali poichè non ancor danneggiati venne fatto di seguire il mio consiglio, ora condotti a mal termine ve ne pentite a segno, che per la imbecillità dell’animo vostro non sembra più giusto il mio parlare: e ciò appunto perchè quel che affligge si fa già sentire a ciascuno, laddove è ancor lontana da tutti la manifestazione dell’utilità del mio consiglio. Nel rovesciamento grande avvenuto ad un tratto, l’animo vostro non vale a durare nelle prese risoluzioni: e bene io so che un accidente repentino, inaspettato ed affatto straordinario avvilisce anche un animo generoso, come oltre a molti altri motivi è accaduto a voi, soprattutto pel morbo che ci affligge. Nondimeno però abitatori di città grande, ed educati coi costumi che le convengono, dovete esser pronti a sostenere le più grandi calamità, e a non oscurare il decoro di quella: poichè il pubblico si fa dritto di rimproverare chi per ignavia si dilunga dalla reputazione che gode, e di aborrire chi temerario ambisce quella che non è fatta per lui. Laonde mettendo a parte il dolore dei privati interessi, intendete alla pubblica salvezza.
62. «Rispetto poi al dubbio che le fatiche della guerra non abbiano ad esser grandi senza però facilitarvi più la vittoria, devono certamente bastarvi quelle ragioni con cui spesse fiate vi ho dimostrato non esser giusto il dubbio vostro. Voglio ora chiarirvi di quest’altro vantaggio, il quale tutto che si trovi nella vastità del vostro impero, non è stato mai avvertito da voi, nè da me nelle precedenti arringhe: nè ora io lo produrrei, perchè avente faccia di millanteria, se non vi vedessi sbigottiti fuori di ogni ragione. Voi credete di comandare solo ai confederati, ed io vi dichiaro che due essendo le parti destinate all’uso umano, cioè terra e mare, d’una siete interamente padroni, non solo in quella misura che or ne godete, ma più oltre eziandio, qualor vogliate: quanto all’altra, non vi è alcuno che, con le forze marittime onde or siete forniti, impedirvi possa di correre il mare, foss’egli il re stesso, od altra nazione che ora si conosca: cosicchè questa potenza non istà punto in comparazione del godimento delle ville e delle campagne, la cui perdita voi stimate un gran chè. Ed invece di adirarvi, ragion vuole che non vi curiate di quelle, risguardandole, al paragone di questa potenza, non altramente che un’acconciatura graziosa della chioma, od altra frivolezza che per ghiribizzo di lusso si usi dai ricchi; e che intendiate bene che ove ci manteniamo la libertà, sostenendola vigorosamente, dessa agevolmente ci ricupererà coteste cose; laddove col soggettarsi ad altri sogliono perdersi anche i beni tutti, che con quella potenza si erano acquistati. Sono questi due oggetti nei quali non dobbiamo mostrarci da meno dei padri nostri, che colle loro fatiche e non con titolo d’eredità possederono quest’impero, e che di più lo seppero conservare e lasciare a noi: ora, è più vergogna lasciarsi tôrre quel che uno ha, che andar fallito nel tentar degli acquisti. Corriamo dunque ad affrontare il nemico, non solo coll’animo altiero, ma eziandio con generoso disprezzo. Conciossiachè il vantamento può allignare anche nell’animo di un codardo per la felicità della sua imperizia; ma il generoso disprezzo è proprio solo di chi pel savio suo accorgimento confida di superare il nemico; pregio che è tutto nostro. Cotesto savio accorgimento col generoso disprezzo assicura viemaggiormente l’ardire anche in fortuna eguale: perchè si fonda non su la speranza, il cui potere è incerto, ma sul consiglio; il quale, derivando da forze che si possegono, più sicuramente antivede.
63. «A voi dunque è richiesto che senza fuggir le fatiche, o cooperiate all’onoranza onde pel suo impero è fregiata la Repubblica (lo che è pur decoro di ognuno di voi), ovvero che nemmeno pretendiate a siffatta onoranza. Nè dovete credere d’avere a combattere soltanto per non cambiare la libertà in servaggio, ma di più per non perder l’impero, e per schifare il pericolo degli odii contratti quando lo tenevate. Nè ora potete altramente receder da quello; sebbene vi sia chi preso da questo timore pel caso presente, fa consistere la virtù di buon cittadino in un inerte riposo. L’impero che tenete è oramai come un’assoluta monarchia; e per quanto paia ingiusto l’averlo preso, è pericoloso il dimetterlo. Or gente di tal fatta, se riuscisse ad insinuare negli altri i propri sentimenti, e se avesse sopra di sè l’intero governo della Repubblica, non ad altro varrebbe che a perderla prontamente: poichè tranquillità non dura se non congiunta con attività; nè conviensi a città dominante, ma a suddita, per vivere in sicura schiavitù.
64. «Per lo che non vi lasciate sedurre da tal gente, nè vogliate adirarvi meco, col qual conveniste doversi far guerra, poniamo che i nemici colle invasioni abbiano fatto quello che era da presumere, non volendo voi ricever legge da loro. La peste, sciagura tra tutte la sola superiore alla nostra espettazione, e però da noi non prevista, ha concitato più che tutt’altro, ben mi accorgo, gli animi vostri contro di me: ma a torto, seppure non vogliate anche attribuirmi ogni buona ventura che inopinatamente vi sopravvenga. Ora quel che viene dai numi vuolsi sopportare di necessità; quel che viene dai nemici con coraggio: e posciachè queste erano di prima le costumanze della nostra Repubblica, così non dovete ora cessarle. Non vi è ignoto aver ella in tutto il mondo grandissima rinomanza, perchè non arrendevole alle sciagure; avere in guerra speso moltissimi cittadini e travagli; essersi procacciata sino al dì d’oggi potenza, la cui memoria (benchè adesso, come tutto naturalmente infievolisce, talvolta ci rilassiamo), rimarrà eterna tra posteri: aver noi, Greci come siamo, dominato gran parte dei Greci, e in guerre sanguinosissime fatto fronte tanto a tutti i nostri nemici insieme, quanto a ciascuno di loro alla spartita; ed abitare città doviziosissima e considerevolissima. Biasimi pur l’inerte a sua posta glorie siffatte; ma chi aspira a qualche laudevole impresa dovrà emularle; e chi non valga ad aggiugnerle, ingelosirne. E quantunque l’essere odiato e grave nel tempo del comando avvenga a tutti quelli ambiscono di comandare egli altri; nondimeno chi si piglia cotesta invidia per cose somme, la pensa bene; perchè l’odio non regge lungamente; e lo splendore presente e la gloria avvenire rimane eterna. Voi adunque imparate a conoscere quel che vi sarà decoroso per l’avvenire, e non vergognoso adesso; e fin d’ora brigatevi animosamente a conseguir l’uno e l’altro. Laonde non mandate araldo ai Lacedemoni, nè vi mostrate oppressi dai presenti disastri; perciocchè coloro che nelle sciagure si dolgono il men possibile nell’animo, e a tutta possa vi resistono col fatto, questi, sia di città, sia di particolari, sono i più compiutamente valorosi.»
65. Con tal ragionamento cercava Pericle di rimuovere da sè la collera degli Ateniesi, e divertirne la mente dalle presenti calamità; essi quanto alle cose importanti al pubblico concorrevano nella sentenza di lui: non più spedivano legati ai Lacedemoni, e con più ardore inchinavano alla guerra, benchè afflitti in privato pei mali che soffrivano. Querelavansi i poveri in vedendosi spogliati anche di quel poco avevano al cominciamento della guerra; i ricchi avendo perdute le belle possessioni di campagna ed i preziosi mobili, e soprattutto perchè avevano guerra in cambio di pace. Nondimeno lo sdegno universale contro Pericle non si calmò, sinchè non lo ebbero condannato ad una multa pecuniaria: ma poco dopo, al solito del popolo, lo elessero nuovamente generale[166], ed a lui commisero gli affari della Repubblica. Erano già divenuti più insensibili pei privati disastri, e d’altronde avevano di lui gran concetto pei bisogni dello stato: poichè mentre in pace ebbe il governo della Repubblica, la reggeva con moderanza, la conservava sicura, e sotto lui ella pervenne all’auge della potenza: e quando poi insorse la guerra, fu palese anche in questa come egli ne avesse preconosciute le forze. Sopravvisse trenta mesi, e dopo la sua morte fu anche meglio riconosciuto il suo antivedimento in fatto di guerra[167]. Ed invero egli prediceva vittoria, solo che standosi quieti attendessero alla marina, senza mettere a repentaglio la città stessa col cercare d’ampliarne il dominio durante la guerra; laddove essi fecer tutto il contrario non solamente in questo, ma anche nelle cose che parevano impertinenti alla guerra; perchè guidati ognuno da privata ambizione e dal proprio guadagno, regolarono malamente per sè e per gli alleati le faccende politiche. Se alcuna cosa avea buon successo, l’onore ed il vantaggio era tutto pei privati; se andava in sinistro, ne pativa la Repubblica rispetto alla guerra che sosteneva. Ciò procedeva da questo, che Pericle potente per dignità e per senno e manifestamente incorruttibile d’animo, conteneva con liberali modi la moltitudine, guidandola più presto che esser guidato da lei; perciocchè non avendo acquistato autorità con pratiche indecenti, non era mai che parlasse per andarle a compiacenza; anzi godeva egli tal reputazione da contradirla animosamente. Di che se vedesse i cittadini imbaldanzire intempestivamente per checchè fosse, sapeva colla parola attutarne l’orgoglio e ridurli a temenza; se per contrario inviliti senza ragione, rilevarli al coraggio: cosicchè il governo era in apparenza democratico, ma in sostanza reggimento di un personaggio primario. Ma i posteriori a lui, essendo più alla pari tra loro, ed aspirando ciascuno al primato, si volsero a secondare il popolo, e a rallentare il governo dello stato. Questi disordini (com’era da aspettarsi in città grande e dominante) oltre molti altri errori, partorirono anche quello della spedizione navale in Sicilia; il quale non vuolsi tanto attribuire al difetto di cognizione delle forze dei popoli contro cui si andava, quanto a colpa dei magistrati che tale spedizione ordinarono; i quali non che brigarsi di conoscere ciò che potesse esser utile alla gente che vi andava, per le loro gare di primeggiare nel popolo, non solo infievolirono le operazioni di quell’armata, ma ancora causarono che lo stato della Repubblica, diviso in varie fazioni, andasse per la prima volta in iscompiglio. Pure nonostante la rotta avuta in Sicilia (ove oltre agli altri apparecchi di guerra, perderono la maggior parte della flotta); nonostante le parti che già regnavano in città, gli Ateniesi resisterono tre anni[168] ai Lacedemoni loro primi nemici, a quei di Sicilia che si unirono con essi, di più agli alleati che si erano per la maggior parte ribellati, e finalmente a Ciro figliolo del re di Persia, venuto in rinforzo dei Peloponnesi, ai quali somministrava il denaro per la flotta. Nè si diedero per vinti sinchè inviluppati tra loro nelle private contese, non ebbero avuto l’ultimo tracollo. Tanto allora ricrebbe a favore di Pericle l’opinione d’aver egli preconosciuto i modi per cui la città d’Atene, senza difficoltà alcuna, avrebbe in questa guerra riportato vittoria su gli stessi Peloponnesi.
66. In questa medesima estate i Lacedemoni in numero di mille soldati di grave armatura, sotto la condotta di Cnemo spartano, andarono con centoventi navi, unitamente agli alleati, contro l’isola di Zacinto, la quale giace dirimpetto ad Elide, i cui abitanti sono coloni degli Achei del Peloponneso, ma alleati degli Ateniesi. Vi presero terra; e ne saccheggiarono gran parte; ma come gli Zacintii non si arrendevano, ritornarono a casa.
67. Sullo scorcio della medesima estate Aristeo corintio, ed Aneristo e Nicolao e Pratodemo ambasciatori degli Spartani, e Timagora di Tegea, e da semplice privato Polli argivo[169], nella loro gita in Asia per presentarsi al re (affine di persuaderlo in qualche modo a somministrar denaro, e unire con loro le sue armi) giungono in Tracia da Sitalce figliolo di Tereo. Era loro intendimento di indurlo, se fosse possibile, a ritirarsi dall’alleanza degli Ateniesi, ed andare con le sue genti a Potidea assediata dall’esercito degli Ateniesi stessi; e così farlo desistere dal portare ad essi soccorso. Volevano anche passare per le sue terre all’altra parte dell’Ellesponto da Farnace figlio di Farnabazzo (per dove erano indirizzati) il quale gli doveva accompagnare dal re. Ma Learco figliolo di Callimaco, ed Ameniade di Filemone, ambasciatori degli Ateniesi, che casualmente erano presso Sitalce, persuadono il figlio di lui Sadoco, ascritto già alla cittadinanza d’Atene, a metterli nelle loro mani, acciò non potessero, tragittando al re, recar danno ad Atene medesima che era in parte anche sua città. Egli vi consentì; e mentre si avviavano per la Tracia verso la nave su cui dovevano tragittare l’Ellesponto, prima che vi montassero gli fa arrestare da gente spedita insieme con Learco ed Ameniade, la quale aveva ordine di consegnarli: ed avuti che li ebbero li condussero in Atene. Al loro arrivo, gli Ateniesi, per paura che Aristeo stato anche prima di questi fatti manifestamente l’autore delle cose accadute a Potidea ed in Tracia, non iscappasse e tornasse a far loro danni più grandi, gli ammazzarono tutti in quell’istesso giorno senza processo, quantunque e’ domandassero di essere uditi, e gli gettarono nei borri; credendo aver dritto di vendicarsi, così per render la pariglia ai Lacedemoni, che avevano ucciso e gettato nei borri i mercatanti degli Ateniesi e de’ loro alleati, i quali avevano presi sulle coste del Peloponneso. Ed invero gli Spartani sul principio della guerra trucidavano come nemici quanti per mare arrestavano collegati con gli Ateniesi, ed anche neutrali.
68. Circa il medesimo tempo, sul cader dell’estate, gli Ambracioti propio, e con essi molti barbari cui avevano sommossi, marciarono contro Argo amfilochio e contro il restante dell’Amfilochia. La loro inimicizia contro gli Argivi ebbe origine di qui. Dopo i fatti troiani Amfiloco figliolo di Amfiarao tornato a casa, non piacendogli lo stato delle cose d’Argo, avea fondato Argo amfilochio ed il rimanente dell’Amfilochia nel seno ambracico, chiamandola Argo, col medesimo nome della sua patria. Fu questa la città principale dell’Amfilochia, ed era abitata dalle famiglie più potenti. Ma questi abitanti molte generazioni dopo stretti da calamità invitarono a far corpo di cittadinanza con loro gli Ambracioti che erano a confine dell’Amfilochia; ed allora per la prima volta furono dagli Ambracioti, che si erano riuniti di abitazione con loro, avvezzati al greco linguaggio che ora usano; mentre il resto degli Amfilochii sono barbari. Questi Ambracioti dunque in progresso di tempo cacciano gli Argivi, e ritengono per sè la città: dopo questa espulsione gli Amfilochii si danno agli Acarnani, ed entrambi chiamarono in soccorso gli Ateniesi, i quali spedirono loro Formione ammiraglio con trenta navi. All’arrivo di Formione, essendo stata presa d’assalto Argo e gli Ambracioti messi in servitù, vi passarono ad abitare in comune gli Amfilochii e gli Acarnani; e fu allora per la prima volta stretta lega tra gli Ateniesi e gli Acarnani. Gli Ambracioti a cagione della schiavitù di quella lor gente avevano da prima preso in odio gli Argivi; e finalmente colgono l’opportunità di guerra per far questa spedizione essi stessi insieme co’ Caoni e pochi altri barbari di quelle circostanze. Andati adunque contro Argo si impadronirono della campagna: ma poichè, dato l’assalto alla città, non venne lor fatto di espugnarla, ritornarono a casa, e popolo per popolo si separarono. Tali sono i fatti accaduti in quest’estate.
69. All’entrare dell’inverno gli Ateniesi spedirono venti navi intorno al Peloponneso con Formione ammiraglio, il quale, facendo massa in Naupatto, stava a riguardo che nessuna nave entrasse od uscisse da Corinto e dal seno criseo. Spedirono medesimamente altre sei navi nella Caria e nella Licia sotto la condotta di Melesandro, per raccoglier denaro da quei luoghi, e non permettere che i pirati dei Peloponnesi uscendo da quelle parti infestassero le barche da carico, che venivano da Faselide e da Fenice, e dalla terraferma di quei dintorni. Melesandro avanzatosi nella Licia colle genti ateniesi ed alleate che erano sulle navi, vinto in battaglia, e perduta una parte dell’esercito, vi rimase ucciso.
70. Nell’istesso inverno i Potideesi non potendo durare nell’assedio, da che le invasioni dei Peloponnesi nell’Attica non valevano punto meglio a distrarre da loro gli Ateniesi, ed era fallito il frumento, e sopravvenuti molti e diversi danni circa le altre grasce, cosicchè alcuni si mangiavano tra loro, allora alla perfine trattano della dedizione con Senofonte figliolo di Euripide, con Estiodoro di Aristoclide e Fanomaco di Callimaco generali degli Ateniesi, destinati ad assediarli, i quali vi si accomodarono, tra perchè vedevano gl’incomodi di lor gente in quel luogo esposto ai rigori dell’inverno, e perchè consideravano che l’assedio costava già alla Repubblica duemila talenti[170]. Capitolarono adunque a condizione d’uscire essi, i figlioli, la mogli e la guarnigione ausiliaria con un sol vestito, ma le donne con due, portando pur seco una determinata somma di denaro pei bisogni del viaggio[171]: uscirono infatti interposta la fede pubblica, e si rifugiarono nella Calcidia, e dove ognuno potè. Ma in Atene, ove si credeva che avrebber potuto prender Potidea a discrezione, incolpavano i comandanti della capitolazione di quella città fatta senza loro saputa, e vi spedirono a ripopolarla colonia propio di Ateniesi[172]. Tali furono gli avvenimenti di quest’inverno, e finiva il secondo anno di questa guerra che ha descritta Tucidide.
71. Venuta l’estate i Peloponnesi con gli alleati, piuttostochè assaltar l’Attica, marciarono contro Platea, guidati da Archidamo figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni, il quale fermatovi il campo, si disponeva a dare il guasto alla campagna. Ma i Plateesi mandarongli tostamente ambasciatori che parlarono così: «Voi, Archidamo e Lacedemoni, portando le armi sul territorio dei Plateesi non operate giustamente, nè come richiede il decoro vostro e quello dei padri dai quali discendete. Imperocchè Pausania lacedemone figlio di Cleombroto, liberata la Grecia dal giogo dei Medi insieme con quei Greci che vollero con esso lui affrontare il pericolo della battaglia accaduta qui tra noi, dopo aver sacrificato nel foro di Platea vittime a Giove vindice della libertà, convocati tutti gli alleati, ritornò i Plateesi al possedimento della propria campagna e città per governarsi colle loro leggi; assicurandoli che nessuno mai senza giusta cagione porterebbe loro la guerra, nè gli ridurrebbe in servitù: altrimenti gli alleati presenti starebbero, quanto potessero, a loro difesa. Tal ricompensa ottenemmo dai padri vostri pel valore e per l’intrepidezza da noi mostrata in quei pericoli. Ma voi adoprate tutto l’opposto; perocchè d’accordo coi Tebani nostri capitali nemici venite per metterci in servitù. Or bene, a nome dei vostri patrii Dei, e di quelli del nostro suolo, testimoni allora dei giuramenti, vi intimiamo di non danneggiare le terre dei Plateesi e non violare la fede: ma anzi permetter loro di vivere nella propria independenza come a buon dritto concesse ad essi Pausania.»
72. Dopo sì grave discorso dei Plateesi, Archidamo di rimando rispose: «Giuste sono le vostre parole, o Plateesi, se pure ad esse rispondano i fatti. Godete pure, come vi concesse Pausania, la vostra independenza; ma concorrete ora a proteggere la libertà di tutti gli altri, i quali ebbero comuni con voi i pericoli ed i giuramenti, ed i quali ora gemono sotto gli Ateniesi. La libertà di costoro e degli altri è l’oggetto dei nostri apparecchi e della guerra che abbiamo intrapresa; nella quale principalmente concorrendo voi terrete il fermo nei giuramenti: se ciò non vi piaccia, almeno, siccome già innanzi vi proponemmo, state tranquilli e neutrali contenti di godere il vostro, ed accogliete come amiche le due parti, senza però mescolarvi nella guerra nè per l’una nè per l’altra: di questo noi ci tenghiamo appagati.» Così parlò Archidamo. Gli ambasciatori dei Plateesi, sentito questo discorso, rientrarono in città, comunicarono al popolo le proposizioni di lui, e recarono per risposta «non potere eseguire le sue richieste senza il consenso degli Ateniesi presso i quali erano i figlioli e le mogli loro; temere per tutta intera la città, poichè, dopo la ritirata dei Peloponnesi, o verrebbero gli Ateniesi e impedirebbero loro di mantener la parola; o i Tebani, col pretesto di esser compresi negli articoli giurati per cui dovea darsi ricetto alle due parti, tenterebbero di occupar nuovamente la città stessa.» Ma Archidamo per incoraggiarli rispose a queste difficoltà: «Ebbene; consegnate a noi Lacedemoni la città e le case, dichiarate i confini del territorio, annoverate i vostri alberi e tutto ciò che può annoverarsi. Voi poi andatevene ove meglio credete sin che duri la guerra, passata la quale vi restituiremo tutto. Frattanto noi riterremo in deposito e coltiveremo il terreno, pagandovi un censo che bastar possa al vostro mantenimento.»
73. Sentito ciò quei di Platea rientrarono in città, e fatta deliberazione col popolo risposero ad Archidamo: volevano prima comunicare agli Ateniesi tali richieste, cui non tarderebbero ad eseguire dopo il loro consenso; e lo pregavano a far tregua in questo mezzo, e a non dare il guasto alla campagna. Pattuì egli tregua per tanti giorni quanti ce ne volevano per far ritorno da Atene, e non guastava le terre. Arrivati gli ambasciatori di Platea presso gli Ateniesi, tennero consiglio con loro e ritornarono con questa risposta alla città: «Cittadini di Platea, gli Ateniesi, da che siamo loro alleati, protestano di non aver mai in verun caso permesso che alcuno ci ingiuriasse, nè ora il permetteranno, ma ci aiuteranno a tutta possa: e pei giuramenti dei padri nostri ci ordinano di non fare rinnovazione di sorta veruna riguardo alla confederazione.»
74. Riferite queste cose per gli ambasciatori, i Plateesi risolvettero di non lasciare gli Ateniesi; tollerare, se bisognasse, di vedersi guastata anche la campagna; soffrire quanto potesse accadere; non lasciare più uscire veruno della città, e di sulle mura rispondere: esser per loro impossibile di eseguire le richieste dei Lacedemoni. Il re Archidamo, udita la risposta, cominciò tostamente a prendere in testimonio gli Dei e gli Eroi tutelari del luogo, così esclamando: «Voi, o Dei ed Eroi tutti, che proteggete il suolo di Platea, siate pienamente testimoni, come essendo essi stati i primi a mancare al giuramento della lega, noi non siamo in principio venuti ingiustamente contro questa terra, in cui i padri nostri, offrendo voti a voi, vinsero i Medi, e la quale rendeste propizia ai Greci per il combattimento: nè ora è ingiusto il nostro procedere se veniamo ai fatti; perocchè, richiesti costoro più volte da noi di oneste condizioni, non otteniamo nulla. Concedete adunque che dell’ingiustizia sia punito chi fu il primo a commetterla, e che ne prendano vendetta coloro che a buon dritto ricorrono all’armi.»
75. Fatte queste preghiere agl’iddii disponeva l’esercito in istato di guerra: e primieramente con gli alberi che fece tagliare cinse di palizzata la città, perchè nissuno uscisse: quindi sotto le mura della medesima alzavano un bastione, confidando di averla presto a prendere, per esser tanta gente impiegata in quel lavoro. E per ogni buon riguardo, affinchè la terra del bastione ammollando non si slargasse di troppo, col legname tagliato dal Citerone alzavano su’ due fianchi palancati in cambio di muraglie, tessuti a guisa di graticcio, portandovi legname, sassi, terra e tutto ciò che gettato dentro potesse render compiuta l’opera. Travagliavano al bastione incessantemente settanta giorni ed altrettante notti, spartendosi il lavoro a riprese, talchè mentre gli uni portavano i materiali, gli altri prendessero sonno e cibo. Quei Lacedemoni che avevano il comando della gente forestiera di ciascuna città presedevano tutti insieme al lavoro, e ne sollecitavano acremente l’esecuzione. Di che i Plateesi, vedendo crescere il bastione, congegnarono del legname a guisa di muraglia, e lo posero sovra le loro mura a rimpetto del bastione che si costruiva, e nello spazio tra legno e legno muravano dei mattoni tratti dalle vicine case che demolivano. Erano i legnami concatenati coi mattoni, perchè non rimanesse debole il crescente edifizio, che era coperto da cuoia e da pelli, a fine che i lavoranti ed i legni non fossero offesi dagli strali infuocati, ma anzi rimanessero al sicuro. L’altezza del muro aumentava grandemente, ed il bastione che sorgeva a rincontro non cresceva più lento: il perchè i Plateesi trovarono l’astuzia di traforare le mura nei siti ove il bastione era a contatto per trasportarne la terra dentro la città.
76. Se ne avvidero i Peloponnesi e rinvoltavano della mota in graticci di canna per buttarla nelle crepature del bastione, la quale, non scorrendo come la terra secca, non si potrebbe sottrarre. I Plateesi impediti per questa via cessarono da ciò, e si volsero a fare dalla parte di città un cuniculo, che, conghietturata la distanza, arrivasse fin sotto il bastione; e così da capo sottraevano furtivamente la mota. La cosa restò per un pezzo nascosta a quei di fuora; talchè, quanto più buttavano mota tanto meno il bastione cresceva, perchè di sotto era tratto al dichino, ed avvallava continovamente nel vuoto che si faceva. Contuttociò i Plateesi temendo, pochi come erano, di non poter pure resistere con questo stratagemma incontro alla moltitudine dei nemici, immaginarono quest’altra cosa. Cessarono di travagliare al gran muro di faccia al bastione; e su i due estremi di quello, cominciando dal punto ove rimanevano più basse le mura, attaccarono un muro lunato che guardava verso l’interno della città; acciocchè, se fosse espugnato il muro grande, questo facesse fronte, ed i nemici fossero costretti di ergere anche contro questo un nuovo bastione; cosicchè il progredire in dentro costasse loro doppia fatica, e trovassersi più vigorosamente infestati in giro. I Peloponnesi intanto che alzavano il bastione accostavano alla città le macchine; una delle quali spinta contro quel gran fabbricato di faccia al bastione, ne crollò gran parte, di che impaurirono i Plateesi: altre poi urtando contro varii luoghi delle mura, i Plateesi vi gettano sopra lacci scorsoi per avvilupparle, e romperne il colpo. Avevano ancora attaccato per le due estremità grosse travi con lunghe catene di ferro; e con due antenne sulle mura, che sporgendo in fuori servivano di leva, le tiravano su trasversalmente; e dovunque fosse per urtar la macchina nemica, allentando essi e lasciando andare di mano le catene, scendeva impetuosamente la trave, e scapezzava il rostro della macchina.
77. D’allora in poi vedendo i Peloponnesi essere inutili le macchine, ed alzarsi un contrammuro a rincontro del bastione, ebbero per d’impossibile riuscimento l’espugnazione della città, atteso le difficoltà presenti, e si allestivano a cingerla di muro, giacchè il circuito non era grande. Vollero però prima tentare, se levandosi il vento, potessero incendiarla, poichè immaginavano ogni maniera di prenderla senza la spesa di un assedio. Portavano adunque delle fastella di legne, e di sul bastione incominciarono dal gettarle nel vano di mezzo tra le mura e il bastione stesso, vano che coll’opra di tante mani fu presto ripieno. Continovarono poi a gettar legne dentro la città, fino alla distanza che potevano arrivare dall’alto; poscia con fuoco, zolfo, pece che vi buttarono sopra, arsero le legne; e tale fu l’incendio che nissuno mai sino allora ne aveva veduto uno simile suscitato a bella posta: perocchè è noto che su i monti gli alberi delle selve, arruotati fra loro per i venti, hanno da per sè suscitato fuoco e fiamma. Grande fu quest’incendio, e pochissimo mancò che i Plateesi, campati dagli altri pericoli, non ne restassero morti; avvegnachè dentro la città non era possibile avvicinarsi per lungo tratto; e se si fosse aggiunto vento favorevole, come confidavano i nemici, non arebbono potuto scamparla. Ora poi si racconta che cadde copiosa pioggia dal cielo, la quale spense l’incendio, e così cessò il pericolo.
78. I Peloponnesi, fallita anche questa prova, lasciata a Platea porzione dell’esercito, licenziarono il resto, ed assegnato particolarmente il suo luogo ai soldati di ciascuna città, cingevano Potidea di muraglia, dalla parte interna ed esterna della quale rimaneva lo scavo fatto per trarne i mattoni. Verso il surger d’autunno compiuto interamente il lavoro[173], lasciaronvi presidio per la metà del muro (guardandosi l’altra metà per i Beozii) e si ritirarono, coll’esercito che si dissolvè, ritornando ciascuno alla propria città. I Plateesi poi che avevano di prima mandato ad Atene i fanciulli e le donne, i più vecchi e la turba inutile, sostenevano l’assedio rimasti soltanto quattrocento, con ottanta Ateniesi e cento dieci donne panicocole[174]. Così pochi erano in tutti quando si ridussero in istato d’assedio, nè alcun altro servo o libero era dentro le mura. Tale era lo stato dell’assedio di Potidea.
79. Questa estate medesima, essendo già maturo il grano, mentre i Lacedemoni erano ad oste contro Platea, gli Ateniesi con due mila dei loro di grave armatura e dugento cavalieri, portarono le armi contro i Calcidesi della Tracia e contro i Bottiesi, sotto il comando di Senofonte figliolo d’Euripide con due colleghi. Arrivati sotto Spartolo città della Bottia[175] diedero il guasto al grano, e credevano, per le pratiche che tenevano con alcuni cittadini, che la città si renderebbe. Ma quei della fazione contraria avevano già spedito alcuni chiedendo soccorso ad Olinto, donde erano venuti soldati di grave armatura ed altra gente per guarnigione. Questa fece una sortita da Spartolo; e gli Ateniesi dovettero ordinarsi in battaglia propio sotto la città. La soldatesca grave dei Calcidesi con alcuni ausiliarii resta vinta dagli Ateniesi, e si ritira in Spartolo: ma la cavalleria e la truppa leggera, sostenuta anche da alcuni pochi armati di rotella venuti dal paese detto Crusi, superò la cavalleria e la truppa leggera degli Ateniesi. Era appena finita la battaglia, quand’ecco sopragiugnere in rinforzo da Olinto altri armati di rotella; cui tosto che le genti di Spartolo ebber veduti, preso coraggio, non solo per questa aggiunta di soldatesca, ma anche perchè non avevano avuta parte alla precedente disfatta, si unirono con la cavalleria calcidica e con cotesto rinforzo, e nuovamente investono gli Ateniesi, che si ritirano presso due squadre da loro lasciate vicino alle bagaglie. Quando gli Ateniesi venivano innanzi, essi cedevano; ma quando e’ si ritiravano, gl’incalzavano e li saettavano. La cavalleria calcidica, accorrendo ovunque ne vedesse il bisogno, si avventava sul nemico, e divenuta lo spavento principale degli Ateniesi gli mise in fuga e gli rincorse per buon tratto. Gli Ateniesi si ricovrano in Potidea, e riavuti poi i cadaveri con salvocondotto, tornano ad Atene coll’avanzo dell’esercito. Morirono in questo fatto quattrocentotrenta Ateniesi con tutti i comandanti. I Calcidesi ed i Bottiesi ersero il trofeo, e ripresi i cadaveri dei loro si separarono per tornare ciascuno alla sua città.
80. Non molto dopo, nella medesima estate, gli Ambracioti ed i Caoni desiderosi di soggiogare tutta l’Acarnania e staccarla dagli Ateniesi, confortano i Lacedemoni ad allestire una flotta raccolta da’ paesi alleati, e a spedire mille soldati di grave armatura nell’Acarnania. Per questo modo, dicevano, concorrendo con loro ad assaltarla per mare e per terra ad un tempo stesso, e non potendo gli Acarnani di sulle coste unirsi a soccorso degli altri, vincerebbero facilmente l’Acarnania, e s’impadronirebbero anche di Zacinto e di Cefallene; così gli Ateniesi non potrebbero con tanta sicurezza correr colle navi attorno al Peloponneso, e di più vi sarebbe speranza di prendere Naupatto. Udirono le loro richieste i Lacedemoni, e tosto su poche navi spediscono la soldatesca grave con Cnemo che era tuttora ammiraglio[176]. Mandavano altresì avviso in giro a tutti gli alleati di trovarsi al più presto possibile a Leucade con quelle navi che avessero in ordine. I Corintii sovra tutti erano in quest’impresa solleciti per gli Ambracioti, perchè loro coloni[177]. La flotta di Corinto, di Sicione e degli altri luoghi di quei dintorni si andava allestendo, intanto che quella di Leucade, di Anattorio e di Ambracia gli aspettava a Leucade, ove ella era di prima arrivata. Ma Cnemo co’ suoi mille di grave armatura traversato il mare, senza ne avesse sentore Formione che comandava le venti navi attiche di presidio sulle coste di Naupatto, ordinava immediatamente una spedizione per terra. Erano sotto i suoi ordini (oltre mille Peloponnesi co’ quali era venuto) gli Ambracioti, i Leucadii, gli Anattorii tra i Greci: tra i barbari, mille Caoni gente senza re, guidati con annual comando da Fozio e Nicanore discendenti dal lignaggio sortito a quella carica; e con essi marciavano anco i Tesproti, gente pur senza re. Sabilinto, tutore del re Taripo ancor giovinetto, conduceva i Molossi e gli Antitani; Oredo i Paravei dei quali era re, e con essi si unirono mille Orestii guidati dallo stesso Oredo per consentimento d’Antioco re loro; e Perdicca, senza la saputa degli Ateniesi, vi spedì mille Macedoni che arrivaron più tardi. Con questo esercito, non aspettata la flotta da Corinto, erasi Cnemo messo in cammino; e marciando per il territorio argivo, e saccheggiato il borgo di Limnea sprovveduto di mura, giungono a Strato città la più considerabile dell’Acarnania; persuasi che prendendo questa la prima, anche gli altri luoghi si sarebbero facilmente resi.
81. Gli Acarnani sentendo che già era entrato nelle loro terre un copioso esercito, e che dalla parte di mare erano per presentarsi i nemici colla flotta, piuttosto che collegarsi a difesa, guardavano ognuno le terre loro: spedirono bensì a Formione ricercandolo di soccorso; ed ebbero in risposta, essergli impossibile abbandonar Naupatto, aspettandosi ad ogn’ora che la flotta nemica uscisse di Corinto. I Peloponnesi poi e gli alleati, divise in tre squadre le loro genti, procedevano verso la città degli Stratii per campeggiarla da vicino, risoluti di venire ai fatti se non giovassero le parole. Marciavano innanzi stando nel centro i Caoni con gli altri barbari; a destra i Leucadii e gli Anattorii con le masnade che avevano seco; a sinistra Cnemo, i Peloponnesi e gli Ambracioti; ma queste tre squadre erano a gran distanza tra loro, e talora non si scorgevano scambievolmente. I Greci procedevano bene ordinati e guardinghi sin che trovassero un vantaggioso alloggiamento: all’opposto i Caoni confidando solo in se stessi, perchè erano avuti in concetto di soldati agguerritissimi dalla gente di quelle contrade, non si fermarono a prendere alloggiamento, ma si avanzavano impetuosamente con gli altri barbari, e reputavano d’avere a prendere la città di punto in bianco, ed ascrivere a se soli l’impresa. Informati gli Stratii che essi proseguivano il cammino, discorsero tra sè, che ove vincessero costoro divisi dagli altri, con minor baldanza sarebbero poi venuti innanzi i Greci: il perchè, innanzi giugnessero, tesero imboscate nelle vicinanze della città; e come li videro presso, usciti dalle mura e dagli agguati corrono ad affrontarli: di che impauriti, molti dei Caoni restano uccisi; e gli altri barbari che li videro piegare disordinaronsi e dieder volta. Nissuna delle due squadre greche seppe del combattimento, per essersi costoro dilungati, e aver fatto credere d’avacciarsi per trovar buono alloggiamento. Quando però si videro cotesti barbari fuggitivi quasi addosso, dieder loro ricetto; e riuniti i due campi si trattennero tutta la giornata. E quantunque gli Stratii, mancanti ancora del rinforzo che doveva arrivare dal resto degli Acarnani, non venissero con loro alle mani (avvegnachè stimassero non doversi arrischiare senza i soldati gravi) pure gli avevano ridotti in gran dubbiezza dell’animo col loro trar di fionda da lontano, atteso che gli Acarnani sono tenuti per ottimi frombolieri.
82. Ma fattosi notte, Cnemo ritirò prestamente l’esercito sul fiume Anapo distante ottanta stadii da Strato; riprese il giorno seguente i cadaveri per salvocondotto, e venuti a raggiugnerlo gli Eniadi per l’amicizia avevano seco, si ritira presso di loro innanzi che venissero agli Acarnani i rinforzi; e di là ciascuno ritornò alla sua patria. Gli Stratii ersero trofeo per il combattimento contro i barbari.
83. La flotta poi dei Corintii e degli altri alleati che uscendo del golfo di Crisa doveva congiugnersi con Cnemo, acciocchè gli Acarnani di dentro terra non accorressero in aiuto, non lo raggiunse; anzi circa i medesimi giorni della zuffa accaduta a Strato, fu obbligata a naval combattimento con Formione e con le venti navi che erano di presidio a Naupatto. Stava Formione osservando mentre ei costeggiavano per uscir fuori del golfo, col fine di assalirli al largo: ed i Corintii e gli alleati navigavano per alla volta dell’Acarnania, non già preparati a naval combattimento, ma più presto all’uso delle navi che portano truppe da sbarco; non si potendo mai aspettare che gli Ateniesi con le venti navi ardirebbero di appiccar battaglia contro le loro quarantasette. Ma poichè avanzandosi marina marina, videro gli Ateniesi costeggiare il lato opposto; e poichè, tragittando da Patra dell’Acaia verso la terraferma dirimpetto all’Acarnania, gli osservarono indirizzarsi contro di loro, movendo da Calcide e dal fiume Eveno (ove gli avevano scoperti quantunque approdati furtivamente) allora trovansi astretti a combattere in mezzo allo stretto. Vi erano i capitani di ciascuna città che disponevansi al combattimento: Macaone, Isocrate ed Agatarchide conducevano i Corintii. Schieraronsi i Peloponnesi formando un cerchio delle navi, il più grande potevano, colle prue volte in fuori e le poppe in dentro, per impedire al nemico di rompere l’ordinanza della loro flotta. Pongono in mezzo, le piccole barche che andavano di conserva, e cinque navi delle più snelle; acciocchè avesser breve spazio a correre per uscir fuori del cerchio, e trovarsi pronte ovunque il nemico gli investisse.
84. Gli Ateniesi ordinate le loro navi una dopo l’altra, volteggiavano attorno all’armata nemica, e ne ristringevano il cerchio scorrendo sempre rasente, ed inducendo credenza nei nemici che or ora gli assalirebbero. Formione però aveva commesso loro di non investirli prima che ne desse egli il segnale: imperocchè sperava che l’ordinanza della flotta nemica, somigliante a quella di fanteria per terra, non reggerebbe; ma le navi urterebbonsi tra loro, e le barche cagionerebbero disordine. Sperava inoltre che al soffiar del vento dal golfo (ciò che soleva accader sull’aurora, e cui aspettando teneva in giro le navi) il nemico non arebbe avuto un momento di posa; che allora sarebbe il tempo più opportuno ad attaccar battaglia; sebbene credeva essere in sua potestà farlo quando che volesse, perchè più spedite erano le sue navi. Ma già levatosi il vento e le navi nemiche essendo state ristrette in più piccol cerchio, erano in iscompiglio, non solo pel vento stesso, ma ancora per le barche di dentro che stavano loro addosso, talchè una cozzava nell’altra e si pigneano coi remi; e tra per gli urli e per le villanie onde mordevansi scambievolmente le ciurme nel ripararsi, non più gli ordini, non più i comiti intendevano. In tal tramazzo appunto dà Formione il segnale: gli Ateniesi al primo assalto affondano una nave capitana, dipoi ovunque si avanzassero, altre ne rovinavano; e ridussero i nemici a tale che in quel trambusto nissun di loro volgevasi a vigorosamente resistere, ma fuggivano a Patra e a Dime dell’Acaia. Gli Ateniesi avendoli incalzati presero dodici navi, uccisero la maggior parte delle ciurme, quindi navigarono a Molicrio: alzato poscia trofeo a Rio, e consacrata una nave a Nettuno, tornarono a Naupatto. Medesimamente i Peloponnesi col resto delle navi proseguirono subito il loro corso da Dime e Patra fino a Cillene arsenale degli Elei, ove da Leucade, dopo la battaglia degli Stratii, arriva anche Cnemo colle navi di là, che dovevano riunirsi con queste.
85. I Lacedemoni intanto spediscono Timocrate, Brasida e Licofrone per consiglieri a Cnemo nel governo della flotta, con ordine di procurar meglior esito ad un secondo combattimento navale, e non lasciarsi da picciol numero di navi toglier l’uso del mare. Conciossiachè quella disfatta pareva loro molto strana (tanto più perchè era la prima volta che avevano sperimentato combattimento navale), e l’attribuivano non tanto alla minoranza della loro flotta, quanto a non so qual poco ardire dei combattenti; nè bilanciavano l’antica perizia degli Ateniesi col loro recente esercitamento. Però adirati spedirono coloro, i quali giunti colà d’accordo con Cnemo con avviso circolare intimavano a ciascuna città di dar le navi, e racconciavano quelle di prima disposti di venire ad una seconda battaglia. Formione anch’egli dal canto suo manda agli Ateniesi gente ad annunziare i preparamenti dei Lacedemoni, e ragguagliarli della riportata vittoria ed instava che gli spedissero sollecitamente più navi potevano, perchè ogni giorno v’era d’aspettarsi di dover combattere per mare. Essi ne mandano venti, ordinando però al capitano che le conduceva di arrivar prima a Creta; perchè Nicia di Gortinia, cretese, pubblico ospite degli Ateniesi, li confortava ad andare colla flotta a Cidonia, assicurandoli che ridurrebbero in potestà loro quella città nemica. Brigavasi egli di ciò per far cosa grata ai Policniti confinanti coi Cidoniati. Il capitano adunque, tolte seco le navi, andò a Creta, ed insieme co’ Policniti saccheggiò le terre dei Cidoniati. I venti poi e la difficoltà di riprender mare lo costrinsero a trattenersi non poco tempo.
86. Intanto che gli Ateniesi erano ritenuti a Creta, i Peloponnesi che stanziavano a Cillene apparecchiati per la battaglia di mare, si spinsero colla flotta sino a Palermo dell’Acaia, ove dalla parte di terra erano già venute in rinforzo le genti del Peloponneso. Similmente Formione passò da Naupatto a Rio di Molicro, e al di fuori di questo promontorio si tenne sull’ancora con venti navi, quelle stesse con le quali aveva combattuto. Era questo Rio amico agli Ateniesi, a differenza dell’altro nel Peloponneso, situato rimpetto al primo, tra loro distanti circa settanta stadii di mare; ed è questa la bocca del seno di Crisa. Adunque i Peloponnesi, visti gli Ateniesi, presero stazione con settantasette navi presso questo Rio dell’Acaia, non molto distante da Palermo, ove era la loro fanteria. Per sei o sette giorni stettero entrambi alle vedette, intesi a prepararsi pel combattimento che disponevano di fare. Discorrevano i Peloponnesi non esser da uscire al largo fuori dei due Rii, temendo ancora della passata sconfitta: gli Ateniesi di non dovere ingolfarsi nello stretto, giudicando che la battaglia in luogo angusto sarebbe in vantaggio dei Peloponnesi. Cnemo poi, Brasida e gli altri comandanti dei Peloponnesi volendo precipitar gl’indugi ed attaccar la zuffa innanzi che da Atene venisse nuovo aiuto, adunarono da prima i soldati; e poichè gli vedevano per la maggior parte paurosi ed inviliti, attesa la precedente sconfitta, presero a rincorarli e parlarono così:
87. «Valorosi Peloponnesi, la passata naval battaglia, se a cagione di quella avvi chi teme della futura, non porge giusto argomento per intimorirvi, ove sappiate come ella non ebbe completo apparecchio, e che la nostra corsa avea per oggetto non combattimento marittimo, ma piuttosto trasporto di truppe. La fortuna stessa ci fu in molti casi contraria, e forse l’inesperienza (essendo quello il primo combattimento per mare) causò il nostro danno, cosicchè non fu per viltà che restammo vinti. Nè quel vigor d’animo a cui vincere non valse la forza, e che trova in se stesso la sua discolpa, dee punto indebolirsi per le conseguenze di sinistra fortuna: anzi tutto che possa addivenire che restino gli uomini sconcertati pel concorso di casuali accidenti, vuolsi ciò non pertanto reputare che, quanto all’animo, sieno gli stessi valorosi e inalterabili; e che serbando in petto cuor generoso, non piglierebbono a pretesto l’inesperienza per aonestar talvolta la loro codardia. Ma voi non siete di tanto inferiori nell’esperienza, quanto per ardimento superiori. La pratica di costoro, che principalmente vi spaventa, se va unita all’intrepidezza ricorderà loro, anche in mezzo al pericolo, di eseguire i precetti appresi; ma senza intrepidezza nissun’arte è buona contro i pericoli; perocchè la paura perturba la memoria, e l’arte senza fortezza a nulla giova. Contrapponete adunque alla loro maggior pratica il vostro maggiore ardimento; al timore per la sconfitta sofferta la considerazione di non essere stati allora ben preparati; e riflettete che adesso voi avete il disopra, non solo pel maggior numero delle navi, ma ancora perchè venite a battaglia lunghesso una piaggia vostra, ove è anche pronta per voi la soldatesca di terra. Ora la vittoria è ordinariamente dei più e dei meglio preparati: ond’è che non abbiamo pure un motivo giusto da temere della sconfitta: anzi gli sbagli stessi da noi prima commessi ci serviranno di nuovo ammaestramento. Su via adunque, nocchieri e marinari, fate ognuno il debito vostro, non abbandonando il posto assegnato a ciascuno, e noi sapremo non meno dei passati capitani prepararvi opportuna l’affrontata, nè lasceremo a chicchessia scusa ad esser codardo: o se pur vi sia chi il voglia, sarà punito colla dovuta pena, dove i valorosi avranno il premio che si compete al valore.»
88. Con queste parole i capitani inanimivano i Peloponnesi. E Formione insospettito anch’egli dello sbigottimento dei soldati, ed avvistosi che nei loro cerchi mostravansi timorosi, per la moltitudine delle navi nemiche, prese consiglio di convocarli per rincorarli con avvertimenti confacevoli all’occasione. Teneva già anche di prima preparati i loro animi, dicendo continovamente non esservi moltitudine di navi per grande che fosse, alla quale, venendo contro di loro, e’ non potessero resistere. Ed i soldati stessi da molto tempo avevano di sè concepita questa dignitosa opinione che, Ateniesi com’erano, non cederebbero a quantunque gran numero di navi peloponnesie. Nondimeno, osservandoli allora scoraggiati al ragguardamento del nemico, voleva rammentar loro avessero coraggio: il perchè, radunati gli Ateniesi, parlò in questa sentenza.
89. «Al vedervi, o prodi soldati, impauriti per la moltitudine dei nemici, vi ho qua radunati; perchè non credo del vostro decoro lo sbigottire per cose non punto formidabili. E primieramente hanno costoro apparecchiato gran numero di navi, non contenti di forze eguali alle nostre, appunto perchè sono stati già vinti, e da se stessi si riconoscono inferiori a noi. In secondo luogo, quella baldanza, alla quale principalmente affidati ci vengono incontro, come se di loro soltanto fosse proprio l’esser valorosi, non da altro procede che dalla pratica delle battaglie terrestri, ove ordinariamente sono vincitori; e però credono di poter far lo stesso anche in quelle di mare. Ma tal ragione di imbaldanzire se l’hanno essi in quell’altro genere di combattimento, molto più a buon dritto l’avremo ora noi. Imperocchè in generosità ei non ci avanzan punto, laddove siamo entrambi più arditi in ciò, in che siamo più esperimentati. Inoltre i Lacedemoni, venendo alla testa degli alleati per ricuperare il proprio decoro, ne conducono al cimento la maggior parte di mala voglia; avvegnachè, se così non fosse, dopo quella grande sconfitta non sarebbono essi venuti mai ad un secondo naval combattimento. Non abbiate no dunque timore della loro audacia; anzi voi mettete in loro più grande e più certa paura, sì perchè gli avete già vinti, sì perchè pensano che or non vi opporreste loro, se non aveste in animo di fare qualche stupenda prova. In fatti di due eserciti a fronte quello che, come il loro è più numeroso, viene all’assalto fidando più nella forza che nel consiglio: ma quello che è molto inferiore di numero, e viene non astretto alla pugna, resiste al nemico confidando solo nella grandezza del proprio animo. Le quali cose essi considerando, temono più del nostro straordinario procedere, che non farebbono d’apparecchio proporzionevole al loro. Molti eserciti sono già stati battuti da minor numero per inesperienza e talora per codardia; noi però da tali difetti siamo immuni: nè per quanto starà in me, attaccherò la battaglia nel golfo, anzi neppure vi entrerò. Conciossiachè vedo, contro molte navi mal pratiche non esser favorevole la ristrettezza del luogo per le poche, che nei loro movimenti han pratica e più speditezza al corso; perchè non avendosi da lungi il prospetto del nemico, niun potrebbe prender le dovute misure per ispignersi contro la nave contraria ed assalirla, nè, messo alle strette, aver modo di ritirarsi all’occasione. Nè possibil sarebbe rompere e traversare le file nemiche, e dare indietro girando di bordo; operazioni tutte proprie delle navi più spedite: ma farebbe allor di mestieri ridurre la battaglia di mare a battaglia di terra, lo che gioverebbe al maggior numero di navi. Ora io, per quanto sta in me, provvederò a tutto questo, e voi tenetevi fermi in buona ordinanza sulle navi, ed eseguite prontamente gli ordini che riceverete, tanto più che ad ogni momento possiam venire all’affronto. Nell’atto stesso poi della pugna badate sovrattutto al buon ordine ed al silenzio (ciò che giova in assai operazioni di guerra, ma principalmente pei combattimenti navali); e rispingete costoro, in maniera che risponda alle passate imprese. Il cimento è per voi rilevantissimo, trattandosi, o di torre ai Peloponnesi ogni speranza di aver flotta, o di rendere agli Ateniesi più imminente il timore di perdere la superiorità del mare. Vi rammento in ultimo che già su la maggior parte dei nemici riportaste vittoria: ora soldati una volta vinti non possono serbare lo stesso animo nell’incontro degli stessi pericoli.»
90. Con queste parole anche Formione rincorava la sua gente. Ma i Peloponnesi, al vedere che gli Ateniesi non venivano verso loro nel golfo, e dove è più angusto, volendo condurveli dentro a loro dispetto, sul far dell’aurora presero il largo, e ordinate le navi con quattro di fronte si avviarono nell’interno del golfo verso il loro territorio. Precedeva l’ala destra con lo stesso ordine che aveva tenuto stando sull’ancora: avevano però in cotest’ala collocato venti delle navi più spedite, affinchè se mai Formione, credendoli dirizzati contro di Naupatto, si avviasse anch’egli colà per soccorrerlo, la flotta Ateniese non potesse spingersi oltre quell’ala destra, e scansare così d’essere investita da loro; anzi quelle venti navi dovesser chiuderla in mezzo, ripiegandosi sopra di lei. Come Formione vide i nemici partire impaurì, conforme ei si aspettavano, per Naupatto rimasto senza presidio, e fatte suo malgrado e frettolosamente montar le navi alla sua gente, scorreva lungo la costa, su la quale lo seguitava la fanteria dei Messeni pronta a soccorrerlo. I Peloponnesi visto gli Ateniesi avanzarsi con le navi schierate una dopo l’altra, ed omai ingolfati (ciò che appuntò bramavano), allora fatto un solo segnale, voltarono improvvisamente di bordo; e con la maggior celerità che ognuno poteva vogavano di fronte addosso agli Ateniesi. Speravano essi di poter prendere tutte le navi, ma undici di esse che erano innanzi all’altra, preso il largo, si sottraggono all’ala dei Peloponnesi, e al ripiegarsi su loro delle venti navi. Raggiungono bensì il restante, e spintele a terra mentre fuggivano, le fracassarono, ed uccisero tutta la gente ateniese che non si era salvata a nuoto. Alcune altre restate vuote le legavano alle loro e le rimorchiavano, ed una ne presero entrovi la ciurma. Allora i Messeni accorsero in aiuto, ed entrando armati nel mare salirono sopra alcune, e combattendo di su i banchi, mentre venivano rimorchiate, le riebbero.
91. I Peloponnesi adunque erano da questa parte vincitori, ed avevano rovinate le navi ateniesi. In questo le loro venti navi poste sull’ala destra correvano dietro alle undici ateniesi, che sottrattesi all’incalzar dei nemici eransi tirate al largo, ed eccetto una, furono le altre in tempo a ricovrarsi a Naupatto. Quinci fermatesi in faccia al tempio d’Apollo colle prue rivolte in fuori si preparavano a ributtarli, s’ei vogassero a terra contro di loro. I Peloponnesi che vi giunsero dopo, navigavano cantando il peana come già vincitori; e una nave leucadia, che sola vogava molto innanzi all’altre, dava la caccia ad una ateniese rimasta indietro. Era casualmente ferma sull’ancora in distanza dal lido una barca mercantile, presso la quale arriva la nave ateniese prima della leucadia, gira di bordo intorno a lei, e riviene ad urtar nel mezzo quella che la inseguiva, e la sommerge. Codesto accidente inaspettato e strano riempie di spavento i Peloponnesi che altresì ebri della vittoria rincorrevano le navi nemiche alla rinfusa; tal che alcune delle navi loro, per aspettare che si riunissero le altre più, abbassarono i remi e fermarono il corso: cosa inopportuna nell’occasione che il nemico aveva breve spazio a trascorrere per lanciarsi contro di loro: altre mal pratiche dei luoghi urtarono in secco.
2. A tal vista ritornò negli Ateniesi il coraggio, e con unanime grido di eccitamento corsero sopra i Peloponnesi, i quali in mezzo al disordine causato dai precedenti sbagli, per breve ora ressero, e poi fuggirono verso Palermo d’onde erano partiti. Gli Ateniesi incalzandogli tolsero loro sei navi che avevano più vicine, riebbero quelle state dapprima rovinate su la costa e rimorchiate, ed uccisero parte delle ciurme, parte fecero prigioni. Timocrate lacedemone che era su la nave leucadia la quale andò a fondo vicino alla barca mercantile, quando ella si perdeva si scannò, e fu poi sbalzato nel porto dei Naupatti. Ritornati gli Ateniesi al sito da cui partitisi ottennero questa vittoria, vi ersero trofeo, ricuperarono i cadaveri ed i rottami delle navi che erano vicini alla loro costa, e con salvocondotto restituirono i loro ai nemici. Parimente i Peloponnesi attribuendo a sè la vittoria, ersero trofeo a Rio dell’Acaia per la sconfitta in cui spezzarono su la costa le navi ateniesi; e quella sola che avevano presa la consacrarono presso al trofeo. Dopo di ciò temendo del soccorso che si aspettava da Atene, sull’imbrunir del giorno, tutti, eccetto i Leucadii, si ridussero nel golfo di Crisa ed a Corinto. Gli Ateniesi che con le venti navi dovevano da Creta raggiunger Formione prima della battaglia navale, arrivarono a Naupatto poco dopo la ritirata delle navi dei Peloponnesi; e finiva l’estate.
93. Cnemo poi, Brasida e gli altri capitani dei Peloponnesi, prima di licenziar la flotta che si era ritirata a Corinto e nel seno di Crisa, cominciando l’inverno, vollero, secondo che erano stati istruiti dai Megaresi, fare un tentativo contro il Pireo porto degli Ateniesi che era senza presidio e senza sbarre; nè ciò rechi meraviglia, atteso la gran superiorità degli Ateniesi nella marina. Risolvettero adunque prendendo ciascuno un remo col suo scarmo e piumacciolo, d’andare per la via di terra da Corinto al mare che guarda Atene; ed arrivati prestamente a Megara varare da Nisea loro arsenale le quaranta navi che vi erano, e navigare direttamente contro il Pireo, non vi essendo navi a guardarlo. Gli Ateniesi non si aspettavano punto di esser così all’improvviso assaliti dalla flotta dei nemici, poichè stimavano ch’e’ non avrebbero osato di farlo neanche scopertamente e con tutto l’agio, e che, se mai ciò corresse loro nell’animo, non sarebbe senza che lo presentissero. Appena risoluto ciò si misero in cammino. Arrivarono di notte a Megara, e varate in mare da Nisea le navi, non andarono più, come avevano disposto, contro al Pireo, impauriti dal pericolo, ed impediti anche, come si racconta, da non so qual vento; ma bensì contro al promontorio di Salamina che guarda Megara, ove era una fortezza e tre navi di guarnigione, per impedire che nulla entrasse in Megara od uscisse. Diedero l’assalto alla fortezza, e menaron via le tre navi abbandonate dalla ciurma, ed assaltando inaspettatamente il resto di Salamina, presero a saccheggiarla.
94. Ma i Salamini alzarono i segnati di fuoco nunziatori del nemico[178], verso Atene, ove non fu mai sbigottimento maggiore di questo durante la guerra. Imperocchè quei della città si immaginavano i nemici già entrati nel Pireo, quelli del Pireo già espugnata Salamina, e che i nemici dal vedere al non vedere entrerebbero da loro: lo che sarebbe senza difficoltà accaduto, se avesser voluto precipitar gl’indugi, nè il vento arebbe potuto impedirneli. Sul far del giorno gli Ateniesi accorsi in bulima al Pireo vararono le navi; e salitivi sopra in fretta e alla rinfusa, andarono con esse a Salamina, e misero la fanteria a guardia del Pireo. Come i Peloponnesi ebbero sentore di questo rinforzo, corsero gran parte di Salamina, prendendo uomini, bottino e le tre navi della fortezza di Budoro: quindi navigarono speditamente a Nisea, giacchè temevano anche delle proprie navi, che varate dopo molto tempo non tenevano punto, ed arrivati a Megara ritornarono per terra a Corinto. Gli Ateniesi non avendoli trovati più intorno a Salamina, tornarono indietro con la flotta; e dopo questo avvenimento più accoratamente guardavano il Pireo col tenerne serrati i porti e con ogni altra sorta di diligenza.
95. Circa i medesimi tempi, sul cominciare di quest’inverno, Sitalce odrisio figliolo di Tereo, re dei Traci, mosse le armi contro Perdicca figliolo di Alessandro, re di Macedonia, e contro i Calcidesi della Tracia, per causa di due promesse, una delle quali voleva gli fosse attenuta, l’altra attenere egli stesso. È da sapere che Perdicca trovandosi alle strette sul principio della guerra aveva fatto a Sitalce delle promissioni, solo che lo riamicasse con gli Ateniesi, e non riconducesse in patria (per farlo re) Filippo suo fratello che gli era pure nemico: ora però non eseguiva quello che aveva promesso. Sitalce poi quanto a sè aveva convenuto, quando fece alleanza con gli Ateniesi, di por fine alla guerra calcidica nella Tracia. Per queste due promesse adunque faceva la spedizione; e conduceva seco Aminto figliolo di Filippo per porlo sul trono dei Macedoni, Agnone come capitano, ed anche gli ambasciatori ateniesi che a quest’oggetto si trovavano presso di lui; conciossiachè gli Ateniesi pure avevano impegnato la parola di concorrere alla guerra contro i Calcidesi con flotta e buon numero di genti.
96. Partito adunque dagli Odrisii sommuove prima tutti i Traci infra il monte Emo e Rodope[179], su’ quali egli imperava sino al mare, dal Ponto Eussino all’Ellesponto; poi i Geti al di là del monte Emo[180], e tutte le altre parti abitate di qua dal fiume Istro più verso il mare detto Ponto Eussino. I Geti e gli altri di questi luoghi confinano con gli Sciti, usano la medesima armatura, e son tutti arcieri a cavallo. Invitava ancor a molti dei Traci montanari che sono liberi, armati di coltella, e chiamansi Dii[181], ed abitano la maggior parte sul Rodope; dei quali alcuni ne guadagnava col soldo, altri lo seguivano volontari. Sollecitava ancora gli Agriani ed i Leei, e gli altri popoli della Peonia soggetti al suo impero. Questi erano gli ultimi del suo dominio che si stendeva sino ai Graei e Leei della Peonia, e sino al fiume Strimone; che dal monte Scornio scorre a traverso dei Graei e dei Leei, ove aveva confine il suo territorio dalla parte che guarda i Peonii, i quali di lì in poi sono liberi. Dalla parte dei Triballi pure liberi lo confinavano i Treri ed i Tilatei. Abitano costoro a Settentrione del monte Scornio, ed a ponente si stendono sino al fiume Oscio che nasce nel monte stesso, come pure il Nesto e l’Ebro. Cotesto monte è disabitato, vasto ed attaccato a Rodope.
97. L’impero degli Odrisii, quanto alla sua grandezza, dalla parte che arriva sino al mare, si stende dalla città di Abdera al Ponto Eussino fin dove imbocca il fiume Istro. Il giro di questa costa per il cammino più corto, se il vento soffi continovamente da poppa, con una nave tonda si fa in quattro giorni ed altrettante notti. Per terra poi la via più corta da Abdera sino all’Istro un uomo spedito la fornisce in undici giornate: tanta è la sua estensione su la parte di mare. Ma verso terraferma da Bizanzio fino ai Leei e allo Strimone (imperocchè in questa linea è la maggior distanza del mare da terra) la gita può compirsi da un uomo spedito in tredici giornate. Il tributo di tutto il paese barbaro e delle città greche, secondo che lo han pagato sotto Seute (che succeduto nel regno a Sitalce lo rese gravissimo) montava alla somma di circa quattrocento talenti d’argento, che si pagavano in oro ed argento. Nè di minor valore erano i doni i quali non al re solamente, ma ai magnati degli Odrisii o potenti presso lui venivano offerti, che in oro e che in argento, senza contare le stoffe a opera e lisce ed altri mobili. Poichè, al contrario di quel che si pratica nel regno di Persia, aveano cotesti signori messa l’usanza, che dura anche presso gli altri Traci, di pigliare piuttosto che dare; ed era maggior vergogna per chi richiesto non dava, che per chi chiedendo non otteneva. Cotale usanza per la potenza di quelli durò lungo tempo; nè era possibile di concluder nulla senza donativi, il perchè il regno venne a gran potenza, sendo che di quei di Europa tra il seno ionico e il Ponto Eussino, esso fu il più considerabile pel provento di denaro e per ogni altra sorta di opulenza. Ma nel valor guerriero e nella moltitudine delle soldatesche fu di gran lunga inferiore a quel degli Sciti; al quale non che siano da agguagliare le nazioni d’Europa, ma neanche in Asia avvi nazione, che da solo a solo possa resistere contro tutti gli Sciti d’accordo. Nondimeno in accorgimento e prudenza per le altre cose concernenti la vita, non sono da mettere alla pari con le altre nazioni[182].
98. Sitalce adunque re di sì vasto paese preparava il suo esercito; e poichè ebbe ordinato il tutto, mosso il campo s’incamminava verso la Macedonia, passando prima pe’ suoi stati, e di poi per Cercina monte disabitato, conterminale dei Sinti e de’ Peonii; tenendo la strada da lui stesso aperta col taglio della foresta quando portò la guerra contro i Peonii. Da Odrise marciando pel monte avevano a destra i Peonii, a sinistra i Sinti e i Maidi; e passato che l’ebbero giunsero a Dobero città della Peonia. Nel cammino non soffrì perdita veruna dell’esercito, salvo che pochi per malattia, anzi lo ebbe accresciuto; imperocchè molti di quei Traci liberi lo seguitarono, benchè non chiamati, per avidità di bottino: talchè si dice l’intero esercito essere stato non meno di cento cinquantamila, per la maggior parte fanti, ed il terzo cavalli. Il grosso della cavalleria lo somministravano principalmente gli Odrisii, e con esso loro i Geti. Della fanteria i più agguerriti erano quei che portavano coltella, gente libera scesa da Rodope. Il resto poi della turba che li seguiva era un miscuglio di ogni sorta di gente, formidabile più che altro pel suo gran numero.
99. Facevano pertanto la massa a Dobero, e disponevano di assaltare dalla parte montuosa la Macedonia inferiore, di cui era padrone Perdicca; poichè sono compresi tra’ Macedoni anche i Lincesti e gli Elimioti ed altri popoli più dilungi dal mare, i quali sebbene confederati dei Macedoni e loro soggetti, pure hanno ognuno il suo regno. Ma quella che di presente si chiama Macedonia marittima l’acquistarono e vi regnarono i primi Alessandro padre di Perdicca e i suoi maggiori discendenti da Temene, che ab antico venivano da Argo in questo modo[183]. Primieramente superarono in battaglia e scacciarono dalla Pieria i Pierii, che poi presero stanza in Fagrete sotto il monte Pangeo al di là dello Strimone, ed in altri luoghi (onde ancora si chiama seno pierico quella terra che dalle falde del Pangeo si stende alla marina), quindi dalla Bottia i Bottiesi che ora abitano ai confini dei Calcidesi. Acquistarono ancora lungo il fiume Axio una lingua di terra della Peonia, che dall’alto della montagna va sino a Pella ed al mare; e di là dall’Axio fino allo Strimone posseggono quella che si chiama Migdonia, d’onde scacciarono gli Edoni. Cacciarono inoltre da quella adesso chiamata Evordia gli Evordi (la maggior parte dei quali restò trucidata, ed una piccola porzione passò a stanziare intorno a Fusca), e dall’Almopia gli Almopi. Finalmente questi nuovi Macedoni ridussero in loro potestà altri popoli, e li ritengono ancora, come Antemunte, Grestonia, Bisaltia, con gran parte del territorio che apparteneva ai veri Macedoni. Tutto questo corpo di stati è compresa sotto il nome di Macedonia, di cui era re Perdicca figliolo di Alessandro, quando Sitalce vi portò le armi.
100. Or questi Macedoni, per l’impossibilità di resistere al numeroso esercito che li assaliva, si ritirarono ai luoghi forti di situazione, e nelle poche castella del paese. Perocchè quelle che ora vi si veggono le edificò poi Archelao figliolo di Perdicca, giunto che fu ad esser re: aperse e dirizzò strade, ordinò acconciamente tutte le altre cose, e particolarmente la milizia, fornendola di Cavalleria e di fanteria grave e di ogni altro corredo, meglio che tutti insieme gli altri otto re prima di lui[184]. L’esercito dei Traci partendo da Dobero, assaltò primieramente gli stati antichi di Filippo, espugnò Edomene, ed ebbe per dedizione Gortinia, Atalanta[185] ed alcuni altri castelli, i quali si resero, atteso l’amicizia avevano per Aminta figliolo di Filippo che si trovava nell’esercito. Assediarono anche Europo, ma non poterono prenderla: allora si avanzarono nel resto della Macedonia su la sinistra di Pella e di Cirro; ma al di qua di queste due città non arrivarono nè alla Bottica nè alla Pieria, anzi davano il guasto alla Migdonia, alla Grestonia e ad Antemunte. I Macedoni poi non avevano neanche il pensiero di far loro resistenza colla fanteria: ma colle genti a cavallo chiamate dagli alleati dell’interno, benchè poche di fronte a molti, dove giudicassero opportuno correvano addosso all’esercito dei Traci; e dovunque gli attaccassero, nessuno sosteneva l’impeto d’uomini a cavallo valorosi ed armati di lorica. Laonde, comecchè accerchiati dalla moltitudine, osavano mettersi a repentaglio con oste tanto più numerosa di loro; ma da ultimo si rimasero anche da ciò, reputandosi inabili a rimeritarsi contro forze sì esorbitanti.
101. Intanto Sitalce dichiarava a Perdicca le cagioni della sua spedizione: ma siccome gli Ateniesi diffidando ch’ei v’anderebbe non erano comparsi colla flotta, e solo gli avevano inviato ambasciatori con dei presenti, prende il partito di distaccare parte di sua gente contro i Calcidesi ed i Bottici, e rinchiusi che li ebbe dentro le castella, ne saccheggiò il territorio. In vedendolo osteggiare intorno a questi luoghi, i Tessali di mezzogiorno, i Magneti e gli altri sudditi dei Tessali, e gli altri Greci fino alle Termopile temettero che l’esercito potesse avanzarsi anche contro di loro, e già si andavano preparando. Impaurirono anche tutti i Traci settentrionali abitatori delle pianure di là dallo Strimone, i Panei, gli Odomanti, i Droi, i Dersei, popoli tutti independenti. Corse pur voce fino tra quei Greci che erano nemici degli Ateniesi, che indotti da questi per titolo di alleanza marcerebbero anche contro di loro. Sitalce però, intanto che si tratteneva, dava il guasto alla Calcidica, alla Bottica ed alla Macedonia. Con tutto ciò non gli riuscendo nulla di quel per cui erasi mosso, tanto più che l’esercito era stremo di vettovaglia e molestato dal verno, si lascia persuadere a sollecitare la ritirata da Seute figliolo di Spardoco, suo nipote, che aveva dopo lui la più grande autorità. Si era Perdicca conciliato segretamente Seute, colla promessa di dargli in isposa la sua sorella con ricca dote. Sitalce pertanto acconsentì e tornò sollecitamente a casa coll’esercito, dopo essersi fermato trenta giorni, otto dei quali presso i Calcidesi. Dipoi Perdicca, secondo che avea promesso, dà a Seute la sua sorella Stratonica. Così andò la spedizione di Sitalce.
102. Nel medesimo inverno, licenziata che fu la flotta dei Peloponnesi, gli Ateniesi di presidio a Naupatto sotto il comando di Formione, procedendo marina marina navigarono contro Astaco; e preso terra, si avviarono nell’interno dell’Acarnania ben quattrocento di loro con grave armatura smontati dalle navi, più quattrocento Messeni; e cacciarono via da Strato, da Coronte e da altri luoghi la gente di cui avevan sospetto: e ricondotto a Coronte Cenete figliolo di Teolito ritornarono sulle navi; non giudicando opportuno, d’inverno com’era, portar la guerra contro gli Eniadi i soli fra gli Acarnani sempre mai loro nemici. Conciossiachè il fiume Acheloo che dal monte Pindo scorre pel paese dei Dolopi, degli Agrai, degli Amfilochi e per le pianure dell’Acarnania, vicino alla città di Strato dalla parte che guarda terra, scaricandosi in mare presso gli Eniadi, impaluda intorno la loro città, e rende impossibile, atteso l’inondazione, il guerreggiarvi d’inverno. Anche la maggior parte dell’isole Echinadi giacciono in faccia agli Eniadi, e non sono punto distanti dalla foce dell’Acheloo; cosicchè questo gran fiume vi posa continuamente del fango, ed alcune di quelle isole son divenute terraferma; e vi è da aspettarsi che in breve tempo accada di tutte l’istesso. Imperocchè la corrente è rapida, grande e limacciosa, e le isole, le quali sono fitte e interriate dal loto che non potendosi spandere vi si aggruppa, vengono a congiugnersi tra loro, perchè non son disposte in fila, ma vanno intersecandosi, e così impediscono all’acque di sgorgare dirittamente in mare. Sono esse disabitate e piccole, ed è fama che quando Alcmeone figliolo d’Amfiarao, uccisa la madre, andava ramingo, avesse in risposta da Apollo di dovere abitare appunto questa terra. E ciò perchè gli aveva misteriosamente significato che non avrebbe scampo da’ suoi terrori prima che avesse trovato un paese il quale, quando ammazzò la madre non fosse visto dal sole e non fosse terra; e che in quello fissasse la sua abitazione, come se tutto il restante della terre fosse stato contaminato per lui. Egli, come narrasi, non sapendo a qual partito appigliarsi, ebbe osservato quell’apponimento di terra alzatovi dall’Acheloo, e giudicò che desso, bastevole a dargli stanza, dovesse essersi formato nel lungo tempo che egli era vagabondo dopo l’uccisione della madre. Però si pose ad abitare nei luoghi circonvicini agli Eniadi, vi si fe’ potente, e dal suo figliolo Acarnano lasciò il cognome del paese. Tale è l’istoria che di Alcmeone si racconta.
103. Ma gli Ateniesi con Formione, che partiti dall’Acarnania erano tornati a Naupatto, nel cominciamento della primavera si ridussero colla flotta ad Atene. Conducevano anche seco, oltre le navi prese, i prigioni fatti nelle battaglie navali, di condizione libera, i quali furono rilasciati col cambio d’uomo per uomo. Così terminava quest’inverno ed il terzo anno della guerra descritta da Tucidide.
FINE DEL LIBRO SECONDO.
LIBRO TERZO
SOMMARIO.
Ribellione dei Lesbiani. — I Legati di Mitilene al congresso del Peloponneso. — Preparativi di guerra. — I Plateesi traversan le trincee e si salvano. — I Peloponnesi invadono l’Attica. — Feroce arringa di Cleone contra quei di Mitilene. — Diodoto perora in loro favore. — I Plateesi si arrendono, e son difesi innanzi ai deputati Lacedemoni. — I Tebani si oppongono, ed ottengono che sian tutti puniti di morte. — Tumulti di Corfù. — Guerra dei Leontini, ed occupazion di Messina. — Demostene è vinto dagli Etolii. — Purificazione di Delo. — Gli Acarnani fan la pace con quei di Ambracia.
1. L’estate seguente, sul maturar del grano, i Peloponnesi co’ loro alleati sotto il comando di Archidamo figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni, assaltarono l’Attica, e fermatovi il campo devastavano il terreno. Ma la cavalleria ateniese, siccome era solita ove ne avesse il destro, si avventava sovr’essi contenendo la moltitudine delle genti leggere, perchè spiccandosi dal campo non precorressero a danneggiare i luoghi vicini ad Atene. Così trattenutisi finchè ebbero vettovaglia, si ritirarono e si divisero per tornare alle loro città.
2. Dopo l’invasione de’ Peloponnesi Lesbo, eccettuata Metimna[186], subito si ribellò dagli Ateniesi. Ciò aveano i Lesbiani disegnato di fare anche prima di questa guerra; ma i Lacedemoni non vollero acconsentirvi: ora poi si trovarono costretti a ribellare più presto di quel che avevano in mente; perchè aspettavano che fosse finito di bastionare i porti, di fabbricare le mura e le navi, e che dal Ponto fosse arrivato il bisognevole, arcieri, grano e quant’altro avevano mandato a prendere. Ma quei di Tenedo loro nemici, i Metimnei, ed alcuni degli stessi Mitilenei, che per ispirito di parte erano privatamente in relazione di ospitalità con gli Ateniesi[187], dichiarano a questi che tutta Lesbo era forzatamente riunita in Mitilene, i cui cittadini d’accordo con gli Spartani e co’ Beozi d’un medesimo sangue[188] sollecitavano ogni maniera di apparecchio per la ribellione; ed essere omai la cosa a tale che senza prevenirli avrebbero perduta Lesbo.
3. Gli Ateniesi pertanto, afflitti e dalla pestilenza e dalla guerra guerriata con tutto l’ardore perchè cominciata recentemente, stimavano gran cosa l’aver nemica anche Lesbo fornita di flotta e nell’auge delle forze[189]. Però sulle prime non porgevano orecchio a tali imputazioni, prevalendo in loro il desiderio che elle non fossero vere: ma poichè, spediti colà ambasciatori, non riuscirono a persuadere i Mitilenesi di dissolvere quella riunione di gente e gli altri apparati, impaurirono, e risolvettero di prevenirli. Laonde spediscono tostamente, sotto il comando di Clippide figliolo di Dinia con due aggiunti, le quaranta navi che erano in ordine per iscorrere le coste del Peloponneso, avvegnachè avessero avuto lingua esservi fuori di Mitilene la solennità di Apollo Maloente che i Mitilenei festeggiavano a piena folla; e potersi sperare, sollecitando la mossa, di assalirli all’improvviso: se la prova riuscisse, bene: se no, s’intimasse a’ Mitilenei di consegnar le navi e demolire le mura; e trovandoli renitenti, si movesse loro la guerra. La flotta adunque partì, e gli Ateniesi ritennero le dieci triremi de’ Mitilenei che per patto di alleanza erano ausiliarie presso di loro; e fecero prigioni le ciurme di quelle. Ma un tale di Atene tragittò nell’Eubea, ed a piedi arrivato a Geresto incontrò una nave da carico sul momento di far vela; cosicchè avuta prospera navigazione in tre giorni giunse da Atene a Mitilene, e dà contezza ai Mitilenei della venuta della flotta. Ed essi non più uscirono alla festa di Maloente, e per ogni altro buon riguardo rafforzarono i ripari delle mura e dei porti che erano mezzi finiti, e vi stavano di guardia.
Arrivò poco dopo la flotta degli Ateniesi, e visti tali preparamenti, i generali comunicarono ai Mitilenei gli ordini ricevuti; e non essendo obbediti incominciarono le ostilità. I Mitilenei sprovvisti ed astretti improvvisamente a guerreggiare, fecero a piccola distanza dal porto una tal qual sortita colle navi, come per venire a battaglia; ma poi incalzati dalla flotta ateniese proponevano di trattare con gli ammiragli di essa; volendo, se era possibile, far subito tornare indietro l’armata con condizioni oneste. I generali degli Ateniesi gradirono la proposizione, perchè temevano essi pure di non avere forze bastanti per far guerra contro tutta Lesbo. Ottenuta la tregua, i Mitilenei spediscono agli Ateniesi uno di quei delatori, che si era già pentito del fatto, con altri, per provare d’indurli a ritirar la flotta, accertandoli non metterebbono più campo a romore. Ma nel medesimo tempo, non isperando verun buon esito in ciò che riguardava gli Ateniesi, di soppiatto alla flotta di questi, ferma sull’ancora a Malea al settentrione della città, spediscono a Sparta ambasciatori sopra una trireme. Arrivati essi a Sparta con infelice navigazione tenevano pratiche per avere qualche soccorso.
5. Rivenuti da Atene i legati senza aver concluso nulla, i Mitilenei col resto di Lesbo, eccetto Metimna, si disposero alla guerra. Anzi i Metimnei, i Lemnii, gl’Imbri ed alcuni pochi degli altri confederati erano in aiuto degli Ateniesi. Fecero i Mitilenei in massa una sortita contro il campo ateniese, e sebbene nella battaglia occorsa non avessero la peggio, pur non si attentarono di passarvi la notte, ma ritornarono indietro. Quindi stavano essi dal canto loro tranquilli, intendendo di tornare al cimento se venisse rinforzo dal Peloponneso, unitamente all’altro apparecchio che allestirebbero. Di fatto arriva Melea spartano con Ermeonda tebano, stati spediti prima della ribellione di Lesbo: ma non avendo potuto prevenire la flotta ateniese, di nascosto dopo la battaglia s’introducono in città sopra una trireme, e consigliavano si spedisse un’altra trireme a Sparta con legati in loro compagnia.
6. Ma gli Ateniesi rincorati grandemente per lo starsi dei Mitilenei, chiamarono confederati, che molto più prontamente comparvero al vedere che nissuna valida resistenza si opponeva dalla parte de’ Lesbii: fermarono in giro la flotta dalla parte meridionale della città, e da’ due lati di lei guarnirono di trincea due accampamenti, ed incrociavano ai due porti; escludendo così dall’uso del mare i Mitilenei. Essi nondimeno dalla parte di terra, insieme con gli altri Lesbii già venuti in soccorso, restavano padroni di tutto il resto del territorio; se non che lo spazio non grande che circondava gli accampamenti lo ritenevano gli Ateniesi. La stazione della loro flotta e il mercato era principalmente Malea. Così faceasi la guerra intorno a Mitilene.
7. Ma nel tempo medesimo di questa estate gli Ateniesi spedirono nel Peloponneso trenta navi sotto la condotta di Asopio figliolo di Formione, seconda che erano stati richiesti dagli Acarnani che mandassero loro per comandante un figliolo o un parente di Formione. Queste navi radendo la spiaggia saccheggiarono le terre marittime della Laconia; dopo di che Asopio ne rimandò a casa la maggior parte, e con sole dodici arriva a Naupatto. Indi sollecitò tutti generalmente gli Acarnani per portar la guerra contro gli Eniadi, risalendo egli colle navi pel fiume Acheloo, mentre le soldatesche di terra guastavano il paese. Ma vedendo ch’e’ non si arrendevano, licenzia la fanteria; e fatto vela verso Leucade, e presa terra a Nerico, nel continuare la sua ritirata viene tagliato a pezzi con parte di sue truppe dalla gente del paese ivi accorsa, e sostenuta da pochi soldati che vi erano di presidio. Finalmente gli Ateniesi partirono colla flotta dopo aver ricevuto sotto salvocondotto i cadaveri da’ Leucadii.
8. Frattanto arrivano ad Olimpia gli ambasciatori dei Mitilenei spediti sulla prima nave, secondo gli ordini avuti dai Lacedemoni di presentarsi ad Olimpia, affinchè gli altri confederati non entrassero in deliberazione prima di aver sentito anche loro. Era l’Olimpiade, nella quale Rodio dorico riportava la seconda volta vittoria. E poichè, finita la festa, furono ammessi all’udienza, parlarono così.
9. «Prestantissimi Spartani ed alleati, ci è al tutto nota la consuetudine fermata tra i Greci, che coloro i quali raccettano i popoli, che all’occasione di guerra ribellansi ed abbandonano la lega di prima, li hanno a grado in quanto che ne risentono utilità; ma reputandoli traditori dei primieri amici, li tengono anche per peggiori. Nè tale estimazione è ingiusta, posto che i ribellanti e que’ dai quali uno si distacca sieno eguali tra loro nelle intenzioni e nella benevolenza, e si contrabbilancino gli apparecchi e le forze di entrambi, nè vi sia alcuna onesta cagione di ribellare: ciò che non è da dire di noi e degli Ateniesi. Nè sia vero che si abbia peggior concetto di noi, se onorati da essi in pace, ce ne alieniamo nei pericoli.
10. «Però (spezialmente perchè vi richiediamo della vostra alleanza), faremo prima parola dei giusti argomenti che guarentiscono il nostro retto operare; avvegnachè ben sappiamo che non si ferma stabilmente amicizia tra i privati, nè società in alcuna cosa tra le repubbliche, ove gli animi non sieno uniti con reciproca opinione di virtù, ed ove la loro indole anche nel resto non si rassomigli; perchè la discordanza delle menti ingenera le controversie nei fatti. Or fuvvi alleanza da prima tra noi e gli Ateniesi, perchè voi vi ritiraste dalla guerra dei Medi, laddove essi rimasero al compimento dell’impresa. Ci legammo però non per soggettare i Greci agli Ateniesi, ma per liberare i Greci dal Medo: e finchè il loro governo serbò l’impronta dell’uguaglianza, noi li seguimmo animosamente: ma come li vedemmo allentar l’inimicizia contro il Medo, e darsi briga del servaggio degli alleati, non fummo più senza timore. E gli alleati a causa della moltiplicità dei suffragi[190] non potendo riunirsi in un sol corpo e far fronte a loro, sono già stati messi in servaggio, salvo noi ed i Chii: e noi independenti (sì perdio!) e liberi di puro nome, proseguimmo ad unir con loro le armi nostre. Ma imparando dai passati esempi non più tenemmo gli Ateniesi per duci fidati; perciocchè non era da presumere che, tiranneggiati gli altri popoli da loro descritti insiem con noi nella lega, non facessero l’istesso dei rimanenti, ove ad essi ne venisse il destro.
11. «Che se tutti godessimo ancor veramente della nostra politica independenza, più sicuramente sarebbero essi da noi creduti non ordir novità: ma da poichè soggettati i più, usano con noi dentro ai termini del giusto, e riscuotendo gli ossequi di quasi tutti, noi soli restiamo a gareggiar con loro, doveano a buon dritto sopportar ciò più adiratamente, specialmente in quanto che essi divenivano più potenti, e noi più deserti. Or la bilancia del timore è l’unica guarentigia per l’alleanza; perciocchè chi voglia punto trasgredire ad essa, si rimuove dall’offendere altrui al non vedersi in nulla da più. Nè per altra cagione noi siam rimasti independenti, se non in quanto si pareva loro che per aggiugnere all’impero volevasi occupare la cosa pubblica col buon garbo di parole, e coll’assalto, direm così, di astuzie, piuttosto che di violenza. Posciachè a testimoniare la loro causa allegavano non esser possibile che noi aventi ugual diritto con essi al suffragio, unissimo, nostro mal grado, con loro le armi nostre, se i popoli contro cui andavano non fossero rei di qualche ingiustizia. E così da primo conducevan seco i più potenti contro i men forti, e lasciando quelli da ultimo erano per trovarli più deboli, tolti di mezzo tutti gli altri: che se avessero incominciato da noi, quando tutti avevan non solo le proprie forze, ma ancora a chi appoggiarsi, non li avrebbon potuti per egual modo soggiogare. Di più dava loro non poco timore la nostra flotta che per avventura riunitasi in aggiunta alla vostra o a qualche altra, non li mettesse in pericolo. In parte ancora dovemmo il nostro scampo ai buoni uffici usati col loro Comune e con quei che di mano in mano vi presedevano: ma nondimeno, prendendo ad esempio l’accaduto agli altri, non credevamo poter durare a lungo, se non insorgeva questa guerra.
12. «Qual mai amicizia o fiduciale libertà era adunque questa, in cui le accoglienze scambievoli erano in contradizione coi sentimenti dell’animo? Ei per paura ci carezzavano in guerra: noi facevamo altrettanto con loro in pace; e dove negli altri la benevolenza conferma la fedeltà, in noi mantenevala la paura; cosicchè restammo nella lega stretti più dal timore che dall’amicizia: ed a qualunque dei due la sicurezza porgesse ardimento, quegli dovea ben essere il primo a trasgredire. Laonde non drittamente riguarda chi, per il loro indugio a’ danni nostri, ci ponga dalla parte del torto, perchè ribellandoci li abbiamo prevenuti, senza aspettare di veder chiaro se alcun di quei mali ci incontrasse. Conciossiachè se fossimo stati bastanti a contrapporre egualmente insidie ad insidie, temporeggiamenti a temporeggiamenti, qual ragion v’era da temere di restar noi, del pari che gli altri, sotto di essi? Ma se stava sempre in loro potestà l’assalirci, deve pure star nella nostra il prevenir le offese.
13. «Queste sono, o Spartani ed alleati, le cause della nostra ribellione, e i motivi di nostre condoglienze sufficienti a chiarir chi gli ascolti dell’onestà del nostro operare, e bastevoli a sbigottir noi, ed a rivolgerci a qualche partito di sicurezza; noi che ciò meditavamo di fare è già buona pezza, quando durante la pace vi spedimmo legati intorno alla ribellione: se non che ne fummo impediti dal vostro rifiuto. Ora però all’invito dei Beozii abbiamo prontamente aderito, e reputiamo che doppiamente ci ribelleremo; primo, da’ Greci per non ci unire cogli Ateniesi a danneggiarli, anzi concorrer con voi a liberarli; secondo dagli Ateniesi per prevenirli, affinchè noi stessi non restiamo alla fine oppressi da loro. Ma la nostra ribellione fu troppo sollecita e sfornita de’ necessari apparecchi: il perchè tanto meglio dovete riceverci nell’alleanza, e spedirci prontamente soccorso, acciò mostriate di aiutare quelli che aiutar si conviene, e ad un’ora stessa danneggiate i vostri nemici. L’opportunità non fu mai più bella: sono gli Ateniesi rifiniti dalla pestilenza e dalle spese; le loro navi, parte sono attorno al vostro territorio, parte sono schierate contro di noi: cosicchè se in questa stessa estate voi gli assaltiate un’altra volta per mare e per terra, non è da credere che essi abbiano navi di soverchio; ma o non potranno resistere alle nostre flotte, o si ritireranno dal Peloponneso e da Lesbo. Nè sia tra voi chi pensi di affrontare un pericolo tutto suo per un paese straniero: perocchè cui sembra Lesbo troppo lontana, sappia che ella gli procaccierà vantaggi dappresso; perchè la guerra non si farà nell’Attica, come taluno avvisa, ma là onde i vantaggi dell’Attica derivano. In fatti hanno gli Ateniesi dagli alleati le loro rendite di denaro, le quali diverranno anche maggiori qualora soggioghino noi; avvegnachè niun altro oserà allora ribellarsi, e là coleranno anche le nostre ricchezze, e più duri ceppi soffriremo dei fatti schiavi di prima. Ma aiutandoci voi prontamente, vi aggiungerete una città fornita di gran flotta, di cui principalmente abbisognate, e più di leggieri fiaccherete gli Ateniesi, sottraendo loro gli alleati, ciascuno dei quali più animosamente ricorrerà a voi. Così sfuggirete la taccia che avete di non soccorrere quei che si staccano dagli Ateniesi; e mostrandovi solleciti della loro libertà potrete meglio confidare della vittoria di questa guerra.
14. «Però, rispettando le speranze che i Greci pongono in voi, e questo Giove Olimpico, nel cui tempio ci troviamo a modo di supplichevoli, aiutateci divenendo alleati di Mitilene: nè abbandonate noi che sebbene ci esponiamo al privato pericolo dei nostri corpi, siamo per arrecare utilità universale se riusciremo felicemente, e danno anche più universale, se, non udendoci voi, soccomberemo. Oprate adunque da uomini di quel credito in che vi tengono i Greci, e quali il timor nostro vi desidera.»
15. Tale fu il discorso de’ Mitilenei; udito il quale i Lacedemoni e gli alleati ne approvarono le proposizioni. Si fecero confederati i Lesbii, e obbligaronsi di assaltar l’Attica: e risoluti di ciò effettuare ordinarono agli alleati che eran presenti di trovarsi senza indugio con due terzi di loro genti sull’istmo, ove arrivati essi i primi allestivano sull’istmo stesso gl’ingegni per trasportar sovr’esso le navi da Corinto nel mare che guarda Atene, e per dar l’assalto a un tempo stesso per mare e per terra. Eglino certamente davano con ardore opera a ciò fare; ma gli altri alleati si adunavano lentamente; mentre occupati nella ricolta delle grasce postergavano le faccende della milizia.
16. Accortisi gli Ateniesi che tali preparamenti erano causati dalla mala opinione di loro insufficienza, vollero far conoscere che e’ non la discorreano dirittamente, ma che essi erano in istato, senza movere la flotta di Lesbo, di resistere facilmente anche ad un’armata che si avanzasse dal Peloponneso. Però armarono cento navi; e le montarono da se stessi, tanto inquilini che cittadini, eccetto quei dell’ordine cavalleresco e i Pentacosiomedimni[191]. Fatto vela e pervenuti alle coste dell’istmo, mettevano in mostra le proprie forze, facendo anche scala nel Peloponneso ovunque paresse loro. Fu questo uno spettacolo di gran sorpresa per i Lacedemoni, che credettero però non vere le relazioni dei Lesbii: e poichè non erano ancora giunti gli altri alleati, e ricevevano avviso che le trenta navi ateniesi intorno al Peloponneso devastavano le campagne dei dintorni di Sparta, ebbero la cosa per intrigata, e se ne tornarono a casa. Dipoi preparavano la flotta da mandarsi a Lesbo; ed intimavano ripartitamente alle città le navi sino al numero di quaranta, prepostovi ammiraglio Alcida, che dovea guidar quella spedizione. Gli Ateniesi poi, vista la loro ritirata, partirono anch’essi colle loro cento navi.
17. Nel tempo di questi fatti quando la flotta degli Ateniesi era in mare, ebbero essi navi daddovero in gran numero, belle del pari ed atte al servizio; ma tante presso a poco, ed anco in maggior numero ne avevano al cominciar della guerra. Infatti cento guardavano l’Attica, l’Eubea e Salamina; altre cento incrociavano intorno al Peloponneso, senza quelle di Potidea e di altri luoghi; di sorte che in una sola estate, erano tutte insieme dugento cinquanta: ciò che, unitamente alle spese di Potidea, diede principalmente fondo al denaro. Imperocchè non solo aveva due dramme al giorno, una per sè l’altra pel fante, ciascuno dei soldati che guarnivano Potidea (che in primo furono tremila nè meno furono quelli che rimasero sino al termine dell’assedio, essendo innanzi partiti i mille seicento con Formione), ma anche tutte le navi ricevevano il medesimo soldo. Così fu insensibilmente speso tanto denaro, e tal fu la moltitudine, a dir vero grandissima, delle navi armate.
16. Intanto che i Lacedemoni erano intorno l’istmo, i Mitilenei da sè e con genti ausiliarie marciavano per terra contro Metimna, confidando che sarebbe resa per tradimento. Ma dato l’assalto alla città, la cosa non riuscì come e’ si aspettavano, onde se ne andarono ad Antissa, a Pirra e ad Ereso, ed assicurate le cose di queste città, e rafforzate le mura, sollecitamente tornarono a casa. Dopo la partita de’ Mitilenei, anche i Metimni portarono le armi contro Antissa[192]; ma in una sortita, battuti gravemente dagli Antissei e da’ loro ausiliari, ne perirono molti, e il rimanente si ritirò frettolosamente. Gli Ateniesi udito che ebbero queste cose, e che i Mitilenei erano padroni della campagna, perchè i loro soldati non erano in forze da tenerli rinchiusi, vi spediscono all’entrata dell’autunno Pachete figliolo di Epicuro, alla testa di mille di grave armatura, tutti Ateniesi. Questi, facendo anche il servizio di rematori, giungono per mare a Mitilene, e la cingono all’intorno di un semplice muro. Furono inoltre edificati battifolli in qualche luogo forte pel suo sito, cosicchè Mitilene era gagliardamente stretta da ambe le parti di mare e di terra; e cominciava a farsi inverno.
19. Gli Ateniesi che avevan bisogno di nuovo denaro per l’assedio, contribuirono del proprio, allora per la prima volta, la tassa di dugento talenti[193], e spedirono agli alleati dodici navi raccogliendo denaro con Lisicle capitano e quattro aggiunti. Andando egli in giro con le navi esigeva il contingente da’ diversi luoghi; ma mentre da Miunte della Caria, traversando la pianura del Meandro, saliva fino al colle Sandio[194], assalito da’ Carii e dagli Aneiti, vi resta ucciso con molti altri del suo esercito.
20. Nello stesso inverno i Plateesi, assediati tuttora dai Peloponnesi e da’ Beozii, trovandosi afflitti per difetto di vettovaglia, senza speranza di soccorso da Atene, e senz’altra via di salvezza, d’accordo con quegli Ateniesi che vi erano insieme assediati deliberarono in principio di uscir tutti, saltando, se possibil fosse, a viva forza il muro nemico: tentativo proposto loro da Teanete di Tolmida indovino di professione, e da Eupolpide di Daimaco, uno dei comandanti. La metà poi di essi, reputando grande quel pericolo, sì si sconfortarono; ma circa dugentoventi perseverarono volenterosi nel disegno di uscire in questo modo. Si fecero scale uguali in altezza al muro de’ nemici: apprendendone la misura per le file de’ mattoni dove il muro di faccia a loro si trovava senza intonaco. Molti a un tempo contavano le file, e benchè alcuni certamente sbagliassero, la maggior parte colpiva nel vero computo, tanto più che ne ripetevano anche molte fiate il contamento, e non erano molto distanti; anzi era il muro facile ad osservare per l’oggetto che si proponevano delle scale, di cui presero la misura corrispondente conghietturandola dalla grossezza del mattone.
21. Ed ecco la struttura della fortificazione fatta dai Peloponnesi. Essa aveva due cerchi di muro: l’uno guardava i Plateesi, l’altro era per opporsi al di fuori se mai alcuno da Atene venisse ad attaccarli: questi due cerchi poi erano distanti fra loro circa sedici piedi. Nell’intervallo dei sedici piedi erano ripartitamente costruite per le sentinelle delle case matte, contigue l’una all’altra in modo da parere un muro tutto sodo avente merli sulle due facce. Ad ogni dieci merli eranvi grandi torri, eguali di larghezza alla muraglia, ed arrivavano ognuna alla faccia sì interna che esterna di lei; talchè lungo le torri non rimaneva davanzale, ma si traversava passando pel mezzo di esse. Le notti, se faceva temporale umido, abbandonavano i merli, e facevano guardia dalle torri fra loro a piccola distanza, e coperte di sopra. Tale era la fortificazione onde erano cinti attorno i Plateesi.
22. I quali ordinato che ebbero il tutto, colta l’opportunità d’una notte burrascosa per pioggia e vento, ed anche senza luna, uscirono condotti da quei medesimi che avevano proposto l’impresa. E primieramente valicarono la fossa interna che li circondava; poi vennero sotto il muro de’ nemici di soppiatto alle sentinelle, le quali attesa l’oscurità non gli avevano scorti, nè sentiti al rumore che mettevano nell’avanzarsi, tra perchè soffiava di rintoppo il vento, e perchè camminavano molto discosto l’uno dall’altro, affinchè le armi urtandosi insieme non ne dessero sentore. Erano inoltre spediti e leggeri di armatura, e per assicurarsi contro il fango calzati solo del piè sinistro[195]. A riscontro adunque degli spazi ond’erano tra loro distanti le torri, si accostarono sotto a’ merli (che e’ sapevano essere senza guardie) primieramente i portatori delle scale e ve le appoggiarono: indi salivano dodici soldati leggeri, armati solo di lorica e pugnale, preceduti da’ Ammea figliolo di Corebo, che primo salì: quei che venivano dopo lui montavano sei ad una, sei all’altra delle due torri. Appresso questi seguivano altri di leggera armatura con lanciuole; ai quali, acciocchè potessero più agevolmente salire, altri dietro portavano gli scudi che dovevano dar loro quando e’ fossero a fronte co’ nemici. Saliti che furono la maggior parte, le sentinelle delle torri se ne accorsero, perchè uno de’ Plateesi nell’attenersi ad una tegola la buttò giù dai merli, la quale caduta fece del rumore. Furono tosto alzate le grida dalle sentinelle, ed i nemici corsero alla volta del muro, non sapendo che mai ciò fosse, stante la notte buia ed il temporale. Nel tempo stesso i Plateesi ch’eran rimasti in città fecero una sortita, ed investirono il muro de’ Peloponnesi dal lato contrario a quello ove le loro genti davano la scalata, affinchè i nemici avessero mente ad esse il men passibile. Grande era il trambusto de’ nemici, ma stavano tutti al suo posto, nissuno avendo coraggio di lasciare la sua guardia; nè sapevano conghietturare che ciò si fosse. La loro truppa di trecento, destinata ad accorrere ove facesse bisogno, marciava dalla parte esterna del muro al luogo ove udivansi le grida. Intanto si alzavano inverso Tebe le fiaccole nunziatrici del nemico, e dal canto loro i Plateesi di città ne alzavano di sulle mura molte preparate innanzi appunto con questo intendimento, che i segnali de’ fuochi fossero incerti per i nemici; sicchè stimando essere la cosa tutt’altro da quello che ella era, non venissero in soccorso prima che la loro gente uscita di città scampasse, e si conducesse a qualche luogo di salvezza.
23. In questo mezzo i Plateesi che erano nell’atto di scalare il muro, quando i primi di loro vi furono già saliti e trucidate le guardie si furono fatti padroni delle due torri, di piè fermo guardavano i passi delle torri stesse, acciò niuno potesse, traversandole, recar soccorso. E di sul muro avendo appoggiate scale alle torri, e fattavi salire molta gente, alcuni dall’alto e dal basso delle torri occupate tenevano coi colpi di frecce indietro chi venisse in aiuto: altri (e questi erano i più) appoggiate ad un tempo molte scale atterravano i merli, e passando di mezzo alle torri traversavano il muro: e di mano in mano chi trapassava fermavasi sull’orlo della fossa, e di lì lanciavano saette e strali contro chiunque lungo il muro accorresse per impedire il tragitto. Quando poi furono tutti passati, quelli che eran montati sulle due torri rimasti essendo gli ultimi a gran pena scendevano, e si avviavano alla fossa. In questo la truppa de’ trecento si scaglia con torce accese sovr’essi: ciò non pertanto i Plateesi che stavano fermi sull’orlo della fossa, trovandosi nell’oscurità meglio vedevano, e scagliavano strali e frecce contro le parti inermi dei nemici, dai quali, a cagione delle fiaccole, con più difficoltà potevano essere osservati, appunto perchè stavano dalla parte del buio: cosicchè anche gli ultimi dei Plateesi furono in tempo a varcare la fossa ma con gran pena e fatica; avvegnachè in essa si fosse rappreso un ghiaccio non solo da passarvi sopra, ma più presto acquidoso come suol essere a vento sussolano e non tramontana. Inoltre la notte al soffiar di quel vento essendo caduto un nevischio, vi aveva resa l’acqua copiosa, talchè appena colla testa fuori poterono passare. Nondimeno, la grandezza di quel temporale facilitò loro lo scampo.
24. I Plateesi ristretti insieme mossero dalla fossa, marciando per la via che mena a Tebe, avendo a destra il tempietto di Androcrate; sì perchè reputavano che a nessuno sarebbe caduto nell’animo che e’ si voltassero per questa strada che menava a’ nemici, sì ancora perchè vedevano che i Peloponnesi gl’inseguivano con fiaccole verso il Citerone ed i Capi-di-Quercia, per la via che mena ad Atene. Proseguirono i Plateesi per sei o sette stadii il cammino verso Tebe: ma poi voltatisi andarono ad Eritrea e Isia per la strada che porta al monte: e guadagnati i monti si condussero a salvamento in Atene dugento dodici soli del gran numero: imperocchè alcuni di loro tornarono in città prima di scalare il muro, ed un arciere fu preso nella fossa esterna. I Peloponnesi poi si tennero dall’inseguirli e si rimisero al loro posto; ed i Plateesi restati in città, che nulla sapevano dell’accaduto, ebbero dai tornati indietro la nuova che non era sopravvissuto nissuno: però appena giorno spedirono un araldo a far tregua per riavere i cadaveri; ma informati poi del vero non si mossero. Così trovaron salvezza quei prodi Plateesi che superarono le fortificazioni.
25. Sul cader dello stesso inverno Saleto lacedemone è spedito da Sparta a Mitilene con una trireme. Approdato egli a Pirra, di là a piedi, per un borro che menava dentro alle fortificazioni nemiche, entra inosservato in Mitilene; dichiara ai magistrati si assalterebbe l’Attica, ed arriverebbero ad un’ora le quaranta navi destinate a loro soccorso: essere egli spedito innanzi a questo fine, ed insieme per provvedere a tutto il resto. Il perchè inanimiti i Mitilenei meno inchinavano ad accordare con gli Ateniesi. Così finiva questo inverno, ed il quarto anno della guerra descritta da Tucidide.
26. Nella seguente estate i Peloponnesi quando ebbero spedito a Mitilene, sotto il comando del loro ammiraglio Alcida, le quarantadue navi imposte agli alleati, entrarono da sè co’ confederati nell’Attica, acciocchè gli Ateniesi, inquietati da ambe le parti, avesser meno possibilità di tener dietro alle navi che andavano a Mitilene. Guidava questa spedizione (a nome di Pausania figlio di Plistoanatte[196], che era il re, ma ancora nella minore età) Cleomene suo zio. Devastarono nell’Attica non solo quel che era stato prima malconcio, ma anche i germogli della campagna, e tutto ciò che era stato tralasciato nelle precedenti invasioni: laonde questa fu per gli Ateniesi, dopo la seconda, la più perniciosa invasione. Imperocchè i Peloponnesi che vi si trattenevano, aspettandosi sempre di udire da Lesbo qualche impresa della flotta che già vi credevano arrivata, facevano scorrerie guastando buona parte delle loro terre. Ma non avvenendo nulla di quel che credevano, e fallita la vettovaglia, si ritirarono e tornarono separatamente ognuno alla propria città.
27. Frattanto i Mitilenei vedendo che non giungevano a loro le navi dal Peloponneso, le quali anzi indugiavano, e mancando di vettovaglia, si trovan costretti a comporsi con gli Ateniesi per le seguenti ragioni. Saleto, che nè anch’esso aspettava più le navi, fornisce di armi il popolo per lo innanzi inerme, coll’intendimento di fare una sortita contro gli Ateniesi. Ma i popolani ricevute appena le armi non più obbedivano ai comandanti, e riunendosi in brigate ordinavano a’ magnati, o producessero il frumento e distribuisserlo a tutti, od essi converrebbero con gli Ateniesi di render la città.
28. Quelli che erano al maneggio del governo vedendosi mal atti a contenerli, ed in pericolo se restassero esclusi dalla capitolazione, ristrettisi insieme, fanno accordo con Pachete e col suo esercito, a patto che gli Ateniesi potessero, come più loro piacesse, risolvere intorno ai Mitilenei: che questi gli ammetterebbero in città, e spedirebbero ad Atene ambasceria per trattar dei propri affari; e che fino al ritorno dell’ambasceria Pachete non dovesse nè incarcerare, nè fare schiavo, nè uccidere veruno dei Mitilenei. Tale fu questa convenzione. Ma quei Mitilenei che più manifestamente si erano intromessi coi Lacedemoni, impauriti oltremisura, all’entrar dell’esercito non patirono di rimanersi; anzi, nonostante la capitolazione, si assidono presso gli altari. Pachete però fattili alzare colla promessa di non far loro alcun male, li deposita in Tenedo fino alla risoluzione degli Ateniesi. Spedì delle triremi anche ad Antissa e se ne impadronì; ed acconciò del rimanente l’esercito in quella guisa che gli sembrò più opportuna.
29. Ma i Peloponnesi colle quaranta navi, che dovevano arrivare prontamente, si intertennero volteggiando attorno al Peloponneso, e si condussero nel restante del corso con tanta lentezza che in Atene non se ne ebbe novella fino a tanto che non approdarono a Delo. Di là poi giunsero ad Icaro e a Micono, ove per la prima volta udirono della presa di Mitilene: e volendo chiarirsene, presero terra ad Embato dell’Eritrea. Erano intorno di sette giorni che Mitilene era stata presa, quando arrivarono ad Embato: laonde ragguagliati di ciò chiaramente deliberavano sul presente stato delle cose, e Teutiaplo di Elea parlò ad essi così:
30. «O Alcida, e quanti de’ Peloponnesi siete qui con meco al comando dell’armata, mio parere si è di navigar subito sopra a Mitilene pria che nulla si sappia del come ci troviamo. Presa dagli Ateniesi non ha guari la terra, li troveremo, come pare, in gran trascurante della difesa, e più che altro dalla parte del mare, donde essi non temono che possa sopravvenire alcun nemico, e dove consiste principalmente la nostra forza. Inoltre il loro esercito di terra vuolsi credere, perchè vincitore, sparso spensieratamente per le case. Se dunque di notte, e all’improvviso daremo l’assalto, spero col favor di quei di dentro, se pur vi resta chi sia per noi, poterci venir fatto di insignorirci di tutto. Però non fia che il cuor non ci basti d’affrontare il pericolo, considerando non esservi in guerra, per procacciare straordinarie imprese, altro caso che questo; nel quale se un capitano guardi di non trovarsi, ed all’opposto, vedendovi il nemico, lo assalga, dovrà nella più parte delle azioni a lieto fine riuscire.»
31. Con tutto che egli avesse sì caldamente parlato e’ non piegò Alcida: ed alcuni altri fuorusciti della Ionia[197], quei dei Lesbii che formavano parte della flotta, lo confortavano (dappoichè ei temeva dell’accennato pericolo) ad occupare o qualche città della Ionia, o Cuma dell’Eolide[198]; per avere una terra donde muoversi a ribellare l’Ionia agli Ateniesi. Affermavano ciò potersi sperare, perchè vi arriverebbero col gradimento di tutti: che se e’ privassero gli Ateniesi di questo ramo di entrata che era per loro il più grande, e se vi tenessero stabilmente guarnigione ad osservarli, ne ricaverebbero per sè le spese necessarie. Aggiugnevano poi che penavano di potere indurre anche Pissutne ad unire con loro le sue armi. Ma Alcida non aderì pure a queste proposte; anzi non essendo stato a tempo a giungere a Mitilene, volgeva soprattutto il pensiero a riprendere terra, al più presto possibile, nel Peloponneso.
32. Pertanto fatto vela da Embato, rasentava la spiaggia[199]; e fermatosi a Mionneso de’ Teii scannò la maggior parte de’ prigionieri presi durante la navigazione. Approdato che fu ad Efeso gli si fecero incontro i legati dei Samii di Anea[200], protestando non esser quello onesto modo di liberare la Grecia, mentre egli uccideva gente non contrastante, nè a lui nemica, ma di necessità legata con gli Ateniesi: se non ristesse di ciò fare pochi nemici attrarrebbe nella sua amicizia, e moltissimi degli amici li arebbe nemici. Queste ragioni mossero Alcida, il quale rilasciò tutti quei prigionieri che aveva di Chio, ed altri presi altrove; essendochè la gente al veder la sua flotta non fuggiva, ma piuttosto le andava incontro credendola ateniese. Infatti non si aveva pure il menomo sospetto che mentre gli Ateniesi erano padroni del mare, navi peloponnesie si attentassero mai di tragittare nella Ionia.
33. Ma Alcida, fino da quando stava sull’ancora a Claro, essendo stato osservato dalle due navi Paralo e Salaminia che casualmente venivano d’Atene, partì frettolosamente da Efeso, e si diede a fuggire. E temendo di essere inseguito, navigava in alto mare, determinato di non approdare, in quanto per lui stesse, altrove che nel Peloponneso. Erano intanto venuti avvisi dall’Eritrea a Pachete ed agli Ateniesi, e continuamente ne venivano da ogni parte, per cui udivasi esservi gran timore (trovandosi sguernita la Ionia) che i Peloponnesi, correndo le costiere non togliessero ad assaltare le città per farvi saccheggio, quantunque e’ non intendessero di fermarvisi. La Paralo istessa e la Salaminia[201] avendo veduto le navi nemiche a Claro, di per se stesse riferironlo a Pachete; ed ei tenne loro dietro con gran sollecitudine, e le perseguitò fino all’isola di Latmo. Ma come vide di non le poter più raggiungere, tornò in dietro; attribuendo a proprio vantaggio il non averle incontrate in alto, o sorprese in verun luogo, dappoichè non erano elleno state costrette a fermarsi, nè avevano ridotto gli Ateniesi alla necessità di mettersi in stato di difesa insieme e di offesa.
34. Nel suo ritorno poi radendo la costa andò a porto in Nozio de’ Colofonii, ove si erano condotti ad abitare i Colofonii, perchè da Itamane e dai barbari introdotti per una fazione, era stata occupata la cittadella, verso quel tempo che avvenne la seconda invasione dei Peloponnesi nell’Attica. Insorta pertanto nuova dissensione in Nozio fra quelli che ci si erano rifugiati e gli altri stanziati di prima, questi chiesero a Pissutne delle genti ausiliarie di Arcadi e di barbari cui ritenevano dentro il riparo che separava le due fazioni, ove quei Colofonii della cittadella già partigiani de’ Medi entrarono con loro, ed avevano il maneggio della cosa pubblica. Gli altri all’opposto che si erano sottratti a cotesta fazione, trovandosi banditi, invitano Pachete. Ed egli chiamò a colloquio Ippia comandante degli Arcadi che stavano dentro al riparo, protestando lo rimetterebbe sano e salvo dentro al muro, ove non gli aggradissero le sue proposizioni. Uscì Ippia a trovar Pachete, ma egli lo tenne prigione, senza per altro gravarlo di ferri: ed improvvisamente dato l’assalto al muro, mentre quei di dentro stavano senza sospetto alcuno, lo espugna; ed uccide gli Arcadi e quanti barbari vi erano. Dipoi, conforme alla fede data, vi ricondusse Ippia, cui appena entrato fa arrestare ed uccidere a furia di dardi, e consegna Nozio ai Colofonii, eccetto quelli che erano stati dalla parte dei Medi. In seguito gli Ateniesi vi spedirono de’ caporani per istabilire in Nozio colonia che si reggesse secondo le loro leggi, e costrinsero tutti i Colofonii, in qualunque città si trovassero, a ritornarvi.
35. Ma Pachete giunto a Mitilene forzò a rendersi Pirra ed Ereso. Indi arrestato Saleto lacedemone che stava nascosto in città, lo spedisce ad Atene con quei Mitilenei che aveva depositati a Tenedo, e con qualunque altro gli pareva complice della ribellione. Rimanda pure il maggior numero dell’esercito, e dimorando egli col rimanente acconciava lo stato di Mitilene e di tutta Lesbo in quel modo che più gli pareva.
36. Gli Ateniesi, arrivati che furono questi prigioni con Saleto, uccisero lui immediatamente, sebbene e’ facesse delle esibizioni; e tra le altre: che rimuoverebbe i Peloponnesi da Platea tuttora assediata. Su gli altri stavan deliberando; ma nel caldo dell’ira risolvettero di uccidere non solo quei che erano presenti, ma tutti quanti i Mitilenei giunti alla pubertà[202]; e di fare schiavi i fanciulli e le donne, incaricandoli di tutte le altre circostanze della ribellione, benchè non fossero, come gli altri alleati, gravati di servitù: nè moveva poco lo sdegno degli Ateniesi il riflettere che le navi peloponnesie per sostenerli avevano osato di tentare arditamente l’impresa dell’Ionia. Insomma e’ non credevano in verun modo tal ribellione fatta con leggero consiglio. Laonde spediscono una trireme a Pachete significandogli le prese risoluzioni, e ordinandogli di tosto trucidare i Mitilenei. Ma il giorno appresso tosto se ne pentirono non poco; e mutato consiglio discorrevano che non era senza nota di crudeltà e mostruosità quel decreto, per cui dannavasi all’esterminio un’intera nazione più presto che i soli colpevoli. Di che fatti accorti i legati de’ Mitilenei che eran presenti, e quegli Ateniesi che si adoperavan per loro, procurarono d’indurre i magistrati[203] a riproporre il partito. Ben di leggieri ve li indussero, atteso che non era ad essi nascosto che il più dei cittadini bramavano che da qualcuno fosse la cosa posta nuovamente in considerazione. E convocata subito radunanza, ciascuno disse il suo parere: ma Cleone figliolo di Cleeneto, la cui sentenza di uccidere i Mitilenei avea vinto il giorno innanzi, cittadino del rimanente il più violento, ed allora reputato presso al popolo dicitore di gran lunga il più valente, fattosi per la seconda volta innanzi parlò così[204]:
37. «Non esser buono a tenere impero su gli altri lo stato popolare bene altre fiate l’ho io conosciuto; ma non mai come in questo vostro cambiamento d’animo riguardo ai Mitilenei. Nè già io mi meraviglio, attesochè la sicurezza e lealtà con cui usate giornalmente fra voi, ingenera nel vostro animo i medesimi sentimenti in ciò che spetta agli alleati. E quantunque volte o andiate errati perchè sedotti dai loro discorsi, o per compassione rimettiate un punto del vostro rigore; voi non avvisate di rilasciarvi con vostro pericolo, senza obbligarvi gli alleati: nè considerate che il vostro impero è tirannico, e sovra genti che vi tramano insidie, e che stanno a lor dispetto soggette; genti che vi obbediscono non pei buoni uffizii che a danno vostro facciate loro, o per benevolenza di animo, ma più presto perchè gli avanzate in potere. Soprattutto però stupisco che nulla debba restar fermo di ciò che è stato risoluto, e che non vogliamo intendere, più valere una città con leggi peggiori ma invariabili, di una che buone le abbia ma senza vigore; più giovare l’imperizia unita alla moderanza, che una sfrenata accortezza; e meglio d’ordinario governare le città i più idioti fra gli uomini a comparazione dei più scienziati. Questi vogliono comparire più sapienti delle leggi e prevalere sulle deliberazioni prese di mano in mano nelle comuni adunanze, quasi che fossero per mancar loro occasioni più importanti da far mostra di loro ingegno, e così per lo più rovinano le repubbliche: gli altri all’incontro, diffidando dalla propria avvedutezza, si pregiano d’esser men dotti delle leggi, e inabili a vituperare chi abbia dirittamente parlato: però operando da giudici di equità, e non da rivali, dirizzano frequenti volte le cose a buon termine. Dobbiamo, adunque anche noi oratori adoperar così; e senza gonfiarci per bravura di eloquenza, o per gara di accorgimento, guardarci dal dare al popolo consigli che non approviamo noi stessi.
38. «Io pertanto sono sempre della medesima sentenza, e mi maraviglio di chi rimette in quistione l’affare dei Mitilenei e vi procura indugi, i quali sono piuttosto a vantaggio dell’ingiuriatore; dappoichè in questo modo l’offeso perseguita l’offensore con men caldo sdegno; dove la vendetta quanto più segue dappresso l’ingiuria, movendo da impeto eguale, ne prende in riscatto il più severo castigo. Mi maraviglio inoltre di chiunque sarà per contradirmi, e pretenderà di dichiarare essere di nostra utilità i torti fattici dai Mitilenei, e ridondare a danno degli alleati i nostri vantaggi: bene è chiaro che costui, o affidato alle sue parole, vorrà ingegnarsi di mostrare ad onta mia che una formale risoluzione non è un decreto, o incitato da guadagno si sforzerà di sedurvi colla speziosità di elaborato discorso. Intanto la Repubblica con questi politici certami dà la palma ad altri, e viene ella stessa in pericolo. Ma la colpa è di voi che guastate di tali gare la forma; voi che solete sedervi spettatori delle parole e uditori dei fatti; voi che le cose avvenire risguardate come possibili ad accadere per i discorsi de’ bei dicitori; e quanto alle passate, più fidanza ponete non in ciò che vedeste co’ propri occhi vostri, ma in ciò che udiste per la bocca di coloro che di buon garbo vi rampognano. Bravissimi a lasciarvi gabbare dalla novità d’un discorso, non a seguir quello che sia universalmente ricevuto; schiavi sempre dello straordinario, e disprezzatori del consueto, smaniosi ognuno d’esser tenuto valente parlatore, se non a segno di gareggiar con chi lo sia, almeno per non parer d’andar dietro al sentimento d’un altro, anticipar la lode a chi sia per dire qualche cosa di ingegnoso; prontissimi a indovinare la mente di chi parla, ma tardi a prevedere le conseguenze; gente che cercate uno stato di cose opposto, per così dire, a quello in che viviamo; discernitori mal atti del presente; insomma, schiavi del diletico dell’orecchio; sembianti a chi segga spettatore di garruli maestruzzi, più presto che a chi deliberi intorno alla salute della patria.
39. «Da’ quali trasandamenti sollecito io di distorvi, protesto essere i Mitilenei rei verso di noi del più atroce misfatto che una sola città commetter possa. Conciossiachè io so perdonare a popoli che non potendo patire il vostro impero, o necessitati da’ nemici hanno fatto ribellione: ma gente che padroni di un’isola afforzata di mura, pei quali non era da temere de’ nemici nostri, salvo che dalla parte del mare, per dove erano ben riparati con l’apparecchio di triremi; gente che, lasciata nella libertà delle proprie leggi, e da noi avuta nel primo grado di onoranza, è giunta a tale eccesso, che altro ha ella fatto se non macchinar contro di noi, ed insorgerci contro piuttosto che ribellarsi (perocchè la ribellione è propria dei popoli angariati), e cercar la nostra rovina mettendosi dalla parte de’ nostri capitali nemici? Cosa invero più stupenda di quello che se, avendo forze bastevoli, ci avessero da se soli mosso contro le armi. Non hanno servito a loro esempio nè le sciagure di tutti gli altri popoli, che ribellatisi da noi furono ben sottomessi; nè la presente loro felicità bastò a svogliarli sì ch’e’ non giugnessero a tanta scelleratezza: ma fatti arditi rispetto all’avvenire, e sperate cose maggiori di lor potere e minori dei loro appetiti, hanno intrapreso la guerra, gloriandosi d’aver preposto al dritto la forza. Però, dappoichè parve loro che potremmo esser vinti, ci assalirono, senza che gli avessimo in nulla ingiuriati. Tanto è vero che un’impensata prosperità suol condurre all’insolenza quelle città su cui ella cada improvvisa; laddove d’ordinario le felicità che avvengono secondo l’umano discorso sono più stabili delle straordinarie per gli uomini, i quali sanno meglio, per così dire, respingere le disgrazie che conservar la fortuna. Egli facea certamente di mestieri che anche di prima i Mitilenei non fossero avuti da noi in maggiore onore che gli altri: così e’ non sarebbono giunti a tanto di arroganza; stante che l’uomo è naturalmente prono per l’ordinario a dispregiar chi l’osserva, e riverir chi tiene il suo grado. Sieno adunque ora puniti condegnamente al loro delitto, nè vogliate attribuir la colpa ai soli fautori dell’oligarchia ed assolvere la plebe; perocchè tutti ci hanno del pari assalito, giacchè potevano ora esser rimessi in città se a noi avessero ricorso, dove stimando più sicuro partito il rischiar co’ pochi, si unirono alla ribellione. Or ponete mente: se imporrete la medesima pena tanto a quei che si ribellino forzati dai nemici, quanto agli altri che ciò facciano di suo capriccio; chi pensate voi non doversi ribellare col più leggero pretesto, ove riuscendo al suo fine consegua la libertà, e non riuscendo, nulla soffra di strano? Anzi noi per ciascuna città dovrem mettere a repentaglio le sostanze e le vite nostre: e vincendo, ne avremo una città manomessa, sarem privi dell’entrate, che in seguito ci sarebbono pervenute, e per le quali siamo potenti; e perdendo, aggiugneremo ai presenti nuovi nemici. Così quel tempo che ci bisogna per ributtare gli avversari di adesso, dovremo spenderlo nel guerreggiare i nostri alleati.
40. «Non si vuol dunque dar nuovo appicco ai Mitilenei che, o coll’eloquenza a cui si affidano, o mediante il denaro, possano conseguir perdono, quasi che abbiano umanamente fallito; perocchè non ci hanno offesi involontariamente, ma ad occhi aperti hanno ordite contro noi le loro trame. Or merita sol perdonanza l’involontario fallire: però, siccome già la prima volta, sostengo anche adesso a spada tratta non dover voi mutar d’animo sulle deliberazioni già prese, nè andare errati per tre cose perniciosissime all’imperio, compassione, allettamento di parole, lenità. La compassione vuole usarsi verso chi ti rassomigli col renderla, non verso chi si sia messo nella necessità d’esserti eternamente nemico: quanto all’allettamento delle parole, avranno i bei dicitori altre occasioni non men belle da sperimentarvisi, e non questa, ove la città per picciol diletto avrebbe a patir grave danno, ed essi trovarsi bene dei loro discorsi. Lenità, in ultimo, vuole aversi con quelli che all’avvenire sieno per esserti benevoli, non con quelli che vorranno esser sempre gli stessi, nè punto rallenteranno di loro nimistà. Però recando in una le molte parole, dico che seguendo il mio consiglio, adoprerete giustamente coi Mitilenei ed utilmente per voi; operando altramente, non vi amicherete costoro, ma condannerete voi stessi. Essendo che, se a dritto ribellaronsi, voi gli avrete dominati ingiustamente: se poi, quantunque ingiustamente, pretendete di dominarli, forza è pure che puniate costoro anche contro ogni dritto, perchè l’utilità vostra il richiede; o che rinunziate all’impero e meniate, immuni così dai pericoli, la vita del galantuomo. Vi muova pertanto l’onor vostro a render loro il contraccambio, per non sembrare (dappoichè avete scampato il pericolo) meno sensitivi di essi che ci insidiarono, pensando del modo onde arebbono trattato noi se vincevano, tanto più che siamo stati preoccupati dalle loro ingiurie. Or coloro che senza giusto motivo oltraggiano altrui, vi insistono sino all’ultimo di lui eccidio, risguardando al pericolo che loro si prepara da un nemico superstite: infatti, chi non ha messo altrui nella necessità di offenderlo, se egli scampa, diviene contro l’offensore nemico più feroce di chi abbia eguali titoli di nimicizia. Non vogliate adunque tradir voi stessi; ma portandovi col pensiero più dappresso che sia possibile al momento dell’oltraggio, e considerando che avreste tolto innanzi tutto di soggiogarli, rendete ora ad essi la pariglia senza punto ammollirvi del loro stato presente; nè dimenticate la sciagura che testè pendea sui capi vostri. Puniteli siccome meritano; ponete a chiaro esempio degli altri alleati, che chiunque si ribelli sarà punito di morte. Se ciò essi intendano, voi vi troverete men di frequente nel caso di trascurare i nemici, per combattere gli stessi vostri alleati.»
41. Così parlò Cleone: ma dopo lui Diodoto figliolo di Eucrate, che anche nella precedente adunanza aveva con maggior calore degli altri contradetto al decreto di uccidere i Mitilenei, fattosi pure allora avanti tenne questo discorso.
42. «Non io qua vengo per accusar quelli che hanno proposto di nuovamente deliberare intorno ai Mitilenei, nè per lodar quelli i quali biasimano che più volte si discuta intorno ad oggetti rilevantissimi: ma stimo che due cose sieno contrarissime ad un retto giudizio, la prestezza e la collera. Quella suol andar di pari colla stoltezza; questa con immoderata loquacità e pochezza di riflessione: e chiunque contende non essere i discorsi gli insegnatori degli affari, o delira o vi ha qualche suo privato interesse. Delira, se crede esser possibile in altro modo che colle parole diciferare l’avvenire e ciò che è oscuro: vi ha interesse, se volendo persuadere qualche cosa di turpe, crede di non poter parlare bellamente su ciò che onesto non è, ma bensì di atterrire con bei rabbuffi chi sia per contrariarlo, e l’udienza intera. Coloro poi che per ostentare la propria eloquenza accusano anche di vil guadagno chi monta la ringhiera, sono i più perniciosi ed i più tristi: essendochè, se accusassero solo di incapacità, l’accusato, non prevalendo, partirebbe notato di poca accortezza, piuttosto che di malignità: ma agiungendovisi la taccia di nequitoso, se riesce a persuadere, resta sempre sospetto; se non riesce, se ne va colla nota di dappocaggine e di malvagità. La Repubblica intanto nulla profitta in mezzo ai maneggi di costoro, per timore dei quali resta ella priva di utili consiglieri; dove se avesse tali cittadini sforniti di eloquenza, dirizzerebbe a buon fine la maggior parte degli affari, avvegnachè il popolo ben di rado sarebbe indotto in errore. Or siccome deve un buon cittadino, non coll’intimorire chi sia per contradirlo; ma col tenersi entro ai termini della perfetta egualità, mostrare la miglioranza de’ suoi ragionamenti; così è richiesto ad una saggia repubblica non aggiugnere nuovi onori a chi generalmente la consigli bene, ma neanche diminuirglieli: e non che punire l’oratore la cui sentenza non prevalga, non deve pure abbassarne la reputazione. Così l’oratore che vince non parlerà, per verun modo, cose che egli stesso non approva, col fine di crescere il suo stato e cattar benevolenza; e colui che non ottiene il vanto, non si studierà di conciliarsi anch’esso l’animo della moltitudine, col compiacerla di qualche cosa.
43. «Ma noi adoperiamo tutto all’opposto: anzi, di più, se v’è alcuno che, quantunque avuto in sospetto di venale, dia ottimi consigli alla Repubblica, noi non pertanto per quel mal fondato sospetto lo prendiamo in avversione, e defraudiamo la Repubblica dei più evidenti vantaggi. E però s’è ridotto in usanza che i buoni consigli non artatamente proposti sono avuti a sospetto non meno dei perniciosi: di che è costretto ad adoprar la frode chi voglia per cattivarsi il popolo persuadere le più funeste stranezze, non meno che di ricorrere all’artifizio, per acquistar credenza, chi fa le più utili proposizioni. Frattanto con tali circonspezioni questa è la sola città ove sia impossibile far del bene alla scoperta, senza premettere l’inganno. Se vi ha chi offra palesemente un bene, ne è ricambiato col sospetto, quasi che egli abbia qualche segreto vantaggio. Nonostante però tale opinione che si ha di noi oratori, trattandosi di affari del più gran rilievo, conviene che noi ve ne parliamo, prevedendo più lontano di voi che a breve distanza risguardate; tanto più che i nostri consigli vanno soggetti a rendimento di conti, mentre voi non temete sindacato del modo onde ci ascoltate. Che se il consigliatore e quello che gli va dietro fossero sottoposti alla medesima pena, voi andreste più ritenuti nei vostri giudizi: laddove ora, se per capriccioso talento vi venga fatto di commettere qualche sbaglio, dannate sola la mente di chi vi consigliò, non le vostre, sebbene in gran numero concorse nell’errore.
44. «Ma io non son qua per contradire o accusar chicchessia riguardo ai Mitilenei: non si contende adesso, se abbiasi senno, della gravezza del loro delitto; ma del come sia prudente la nostra determinazione. In fatti, pognamo che io li dimostrassi al tutto rei, non è per conseguente che io vi consigli ad ucciderli, se ciò non torna a nostro vantaggio: nè, s’ei meritino perdonanza, che l’ottengano da voi, ove ciò non si mostri di utilità alla patria. Credo poi che la nostra deliberazione riguardi più all’avvenire che al presente: e sul punto ove principalmente insiste Cleone, che a troncar le ribellioni avvenire sarà utile annestarvi la pena di morte, valendomi anch’io in opposizione a lui, di quello che pel tempo futuro può tornarci bene, sento contrariamente. E vi farei torto a credere che, per l’apparente forza del suo discorso, vogliate rigettare l’utilità del mio; essendo che il suo ragionare, che a’ termini di severa giustizia più si accomoda col vostro risentimento contro i Mitilenei, potrebbe forse sedurvi. Ma non siamo adesso in tribunale con loro, da aver bisogno dei principii di rigoroso dritto; anzi discutiamo riguardo a noi in qual modo essi possano in seguito esserci utili.
45. «Pertanto, è nelle diverse repubbliche statuita la pena di morte per assai delitti, non solo di eguale ma anche di minor gravezza che questo: nondimeno gli uomini, incitati dalla speranza, vi si attentano; e niuno mai si condusse al misfatto disperando di dover sopravvivere al suo conato. Conciossiachè, qual città in ribellandosi si è mai mossa a ciò fare giudicando insufficienti gli apparecchiamenti o suoi o degli alleati? Ed è proprio naturalmente di tutti, e privati e repubbliche, il fallire: nè v’è legge che valga a ritenerli: avvegnachè abbiano gli uomini trascorso per tutti i gradi di pene sempre aumentando, se pur modo vi fosse d’esser meno offesi dai malfattori. E pare che in antico le pene fossero più miti anche pei più enormi delitti: ma col tempo, venendo trasgredite, si sono estese sino a quella di morte; e pur questa ancora si trasgredisce. O bisogna dunque inventar supplizio più terribile di questa, o convenire che neppur essa è di verun freno; dappoichè, la povertà, che colle sue strettezze inspira ardimento, la potenza che coll’insolenza e coll’orgoglio mena alla soverchieria, e gli altri stati mezzani, giusta le cupidità degli uomini, secondo che ciascuno è da qualche più forte e incurabil passione dominato, strascinano nei pericoli. Soprattutto poi la speranza e il desiderio; questo precede, quella conseguita; questo immagina il modo di fare il colpo, quella suggerisce la facilità di felice riuscimento: ond’è che sono la causa potissima dei mali nostri; e benchè sieno invisibili prevalgono sopra le pene che sono visibili. Oltre a ciò la fortuna stessa non meno concorre a dar la pinta: perciocchè venendoci talvolta inaspettata al fianco, ella spinge al cimento chicchessia, anche con minori forze, e principalmente le città, in quanto sono più importanti le cose che ambiscono, libertà, voglio dire, ed impero su gli altri; e in quanto che ciascun cittadino riunito col rimanente, più di se stesso inconsideratamente presume. E brevemente, egli è cosa impossibile e argomento di grosso ingegno il credere, che quando la umana natura è trasportata con impeto a commetter qualche cosa, il rigor delle leggi od altro spauracchio valga a distornela.
46. «Non dobbiamo adunque, fidandoci alla pena di morte come a sicuro mallevadore, prendere una cattiva risoluzione; nè mettere in disperanza i ribelli, come se non vi sia per esser luogo a pentimento che quasi in sull’istante cancelli il loro fallo. Perocchè osservate che nel caso mio una città anche ribellata, se conosca di non poter prevalere, verrà a’ patti in istato tuttora da rifarci le spese, e da pagare il tributo all’avvenire: ma nell’altro caso, qual città pensate voi che non volesse rinforzare i suoi presenti apparecchi, e durar sino all’ultimo nell’assedio, ove importi lo stesso il presto o tardi comporsi? E come non sarebbe egli allora nostro danno (attesa l’impossibilità d’accordarsi) lo spendere rimanendo all’assedio, conseguire deserta quella città che espugnassimo, e così rimaner privi della rendita che in seguito ci sarebbe pervenuta, e dove consiste il nerbo delle nostre forze contro i nemici? Cosicchè non dobbiamo esser giudici esatti dei delinquenti a danno nostro, più presto che vedere come, castigandoli moderatamente, possiamo in avvenire servirci di quelle città potenti per copia di denaro; e però brigarci di tenerle guardate non colla severità delle leggi, ma colla sopravvegghianza delle loro azioni. Noi però adopriamo tutto il contrario; avvegnachè, se soggioghiamo un popolo libero e dominato per forza, il quale siasi ribellato per ricuperare (come è naturale) la propria independenza, reputiamo che convenga punirlo atrocemente: mentre vuolsi non severamente punire gente libera quando siasi già ribellata, ma severamente guardarla innanzi che si ribelli, e prevenirla, in modo che ciò non pur le venga in pensiero; e ridotta che l’abbiamo in poter nostro, imputarglielo a colpa il men possibile.
47. «Ma anche per quest’altro riguardo, osservate qual grave errore commettereste aderendo a Cleone. Ora in tutte le città il popolo è a voi benevolo, e, o non si unisce cogli oligarchici alla ribellione, o se vi è astretto, alla prima occasione divien nemico di quelli che ve lo abbiano indotto: di sorte che, se vi si ribelli una città, voi le andate contro avendo amica la plebe; all’opposto, se truciderete il popolo dei Mitilenei che non participò della ribellione, e che avute appena le armi vi si rese spontaneamente la città, primieramente oprerete ingiustamente uccidendo i vostri stessi benefattori, quindi procaccerete ai nobili ciò a cui principalmente mirano. Imperciocchè, in ribellando essi le città, avranno seco legato il popolo, appunto per aver voi premostrato esser destinata una medesima pena pe’ rei egualmente e pe’ non rei. Il perchè, poniamo i Mitilenei ci avessero offeso, conviene dissimulare, perchè que’ soli che ora ci restano amici non ci si facciano nemici. Credo poi molto più conducevole al ritenimento dell’impero, soffrire in pace qualche ingiuria, di quello che, stando ai termini di rigoroso diritto, uccider quelli che il nostro vantaggio non consente: nè si trova possibile, come pretende Cleone, che giustizia e utilità della vendetta, in questo medesimo caso, vadano insieme.
48. «Voi dunque conoscendo esser questo il miglior partito, senza accordar più del giusto alla compassione od alla lenità (dalle quali cose nè io pure consento che vi lasciate trasportare) seguite il mio consiglio, per le propostevi considerazioni, di far maturamente il processo di quei Mitilenei spediti qua da Pachete come rei, e di lasciare stare gli altri alle proprie case. Queste sono le maniere che formeranno in avvenire, e già formano anche adesso, lo spavento dei nemici: conciossiachè chiunque segue ottimi consigli è più potente dirimpetto a’ nemici, di chi inconsideratamente gli assalga colla prepotenza dei fatti».
49. Così parlò Diodoto. Queste due opinioni contrarie l’una l’altra essendo state esposte col massimo contrappeso di ragioni, entrarono gli Ateniesi a discutere quale fosse da preferire; e venuti al rendimento dei voti furono presso che alla pari, ma vinse il parer di Diodoto. Spedirono immantinente con gran premura un’altra trireme a Mitilene, per non trovar distrutta la città, se questa seconda non vi arrivasse innanzi alla prima che l’avea preceduta d’un giorno intero e di una notte; ed avendola i mandatari di Mitilene provvista di vino e di biscotto, con grandi promesse a’ marinari se arrivassero prima dell’altra, fu sì accelerata la voga, che senza abbandonare il remo, mangiavano il biscotto inzuppato nel vino e nell’olio, ed alcuni spartitamente prendevano sonno, altri remigavano. E per fortuna, non avendo avuto alcun vento contrario, e la prima trireme destinata ad uno strano affare navigando lentamente, mentre questa si avacciava così; arrivò in tempo che appunto Pachete aveva letto il decreto, ed era in procinto di eseguir la sentenza. Ma questa seconda approda immediatamente dopo quella, e lo ritenne dal fare la strage. A tanto di pericolo vennero i Mitilenei.
50. Agli altri però mandati da Pachete in Atene come colpevolissimi della ribellione diedero gli Ateniesi la morte secondo il parere di Cleone: ed erano poco più di mille[205]. Demolirono altresì le mura di Mitilene, e ricevettero la consegnazione delle navi: quindi, invece di imporre tributo ai Lesbii, ne divisero in tremila parti il territorio (eccetto quello dei Metimnei) e ne scelsero trecento da consacrarsi agli Dei[206]: al possedimento delle altre mandarono quei de’ loro cittadini, a’ quali erano toccate in sorte. Ma gli abitanti di Lesbo si tassarono di pagare ad essi ogni anno per ciascuna parte due mine[207], e coltivarono da sè il terreno. Ebbero gli Ateniesi per dedizione anche i castelli sulla terraferma de’ quali eran padroni i Mitilenei, che di poi furono obbedienti ad Atene. Così passarono le cose di Lesbo.
51. Nella medesima estate, dopo la presa di Lesbo, gli Ateniesi condotti da Nicia figliolo di Nicerato portaron la guerra a Minoa, isola situata di faccia a Megara, ove i Megaresi avevano fabbricata una torre che serviva loro di fortezza. Intendeva Nicia che gli Ateniesi avessero quivi un presidio in osservazione meno lontano che da Budoro e da Salamina; che i Peloponnesi non potessero da quel luogo correre, come prima[208], furtivamente il mare collo spedir fuori triremi e corsari; e che nulla si potesse introdurre a’ Megaresi dalla parte di mare. Adunque prima di tutto espugnò con macchine due torri in sul mare che sporgeano in fuori da Nisea, e rese libero alle sue navi il corso tra Nisea e l’isola. Intanto edificava un riparo di mura dalla parte di terraferma, per dove mediante un ponte attraverso il pantano recavasi soccorso all’isola stessa che ne è poco distante. Ultimato in pochi giorni questo lavoro, fabbricò anche poi nell’interno dell’isola un forte per lasciarvi presidio, e partì con l’armata.
52. Circa il tempo stesso di questa estate i Plateesi, che non avevano più vettovaglia nè forze da sostenere l’assedio, capitolarono co’ Peloponnesi. La cosa andò in questo modo. Avevano i Peloponnesi dato l’assalto alle mura, e quei di dentro non erano in istato di far fronte. Ma il generale spartano, tuttochè informato della loro debolezza, non voleva espugnar la città a viva forza, che tale era l’ordine di Sparta; perchè se mai restasse conclusa la tregua con gli Ateniesi, ed ambe le parti convenissero di restituire tutti i luoghi acquistati con l’armi, Platea non fosse di quelle da restituirsi, essendosi resa spontaneamente. Spedisce dunque un araldo a proporre loro, se volessero spontaneamente consegnare la città agli Spartani ed accettarli per giudici; protestando che punirebbero i rei, ma nissuno però senza giuridico processo. Tale fu la proposizione dell’ambasciatore: ed essi, perocchè erano all’estremo, consegnarono la città. I Peloponnesi somministrarono vettovaglia a’ Plateesi per alcuni giorni, finchè arrivarono da Sparta cinque giudici, alla venuta dei quali non fu proposto alcun capo di accusa; ma citati i Plateesi fecero loro soltanto questa domanda: «Se da che era incominciata la guerra avesser reso qualche servigio ai Lacedemoni e loro alleati.» Rispondevano essi, domandando licenza di poter parlare alquanto lungamente, e produssero a loro nome Astimaco figliolo di Asopolao, e Lacone di Aimnesto pubblico ospite di Sparta, i quali presentatisi parlarono così:
53. «Noi certamente, o Lacedemoni, facemmo la dedizione della città confidando di non dover sostenere cotal giudizio, ma uno più consono alle leggi, ed accettando di non esser sotto ad altri giudici che a voi (siccome lo siamo), perchè ciò credevamo il modo più sicuro ad ottenere equità. Se non che temiamo non sia ora fallito questo nostro doppio intendimento; perocchè drittamente sospettiamo che si discuta per noi la causa dell’estremo supplizio, o che voi non siate per riuscire giudici imparziali. Ce ne dà argomento non solo il non ci esser proposta querela alla quale dobbiamo contradire (mentre noi stessi abbiamo domandato la parola), ma ancora quella breve vostra interrogazione, alla quale risponder vero è nostro danno, risponder falso porta convincimento di menzogna. Laonde, ridotti in dubbiezza per ogni lato, siamo astretti, e ci par più sicuro, il non abbandonare al silenzio il nostro pericolo, avvegnachè, per chi è venuto a tale, una sola parola non detta potrebbe produrre il rammarico; che se fosse stata detta, sarebbe stata di sua salvezza. Ma per noi v’è anche di più la difficoltà di procacciarsi credenza; essendo che, se non ci conoscessimo scambievolmente, accumulando testimonianze di cui foste all’oscuro, potremmo cavarne vantaggio: ora però dobbiam parlare dinanzi a gente di tutto informata. Nè temiamo che voi mal prevenuti contro il nostro valore, perchè minore del vostro, ci imputiate ciò a delitto; ma che, mentre volete gratificare ad altrui, noi ci imbarchiamo in una causa già decisa.
54. «Nondimeno esponendo i nostri giusti titoli di difesa riguardo alle differenze coi Tebani, come ancora rispetto a voi ed agli altri Greci, faremo menzione dei servigi nostri per tentar di persuadervi. Quanto alla breve domanda «se in questa guerra abbiamo fatto alcun bene ai Lacedemoni ed egli alleati» se ci interrogate come nemici, rispondiamo, non aver noi oprato ingiustamente contro di voi, se non vi abbiamo giovato; se come amici, aver voi più presto il torto, che ci portaste contro le armi. Quanto poi alla pace ed alla guerra col Medo abbiamo fatto il debito nostro; perchè quella non violammo i primi, a questa soli noi tra’ Beozii allora concorremmo con voi per la libertà di Grecia: e benchè gente di terraferma venimmo a naval combattimento con lui presso Artemisio; e nell’altra battaglia avvenuta sul nostro suolo ci unimmo a voi ed a Pausania: e se altro pericolo in quei tempi sovrastò ai Greci, di tutti partecipammo oltre le forze nostre. Ma per voi stessi, o Lacedemoni, noi spedimmo in aiuto la terza parte di nostre genti, quando dopo il terremoto, ritiratisi gli Iloti ad Itome, trovossi Sparta nel massimo sbigottimento: or questi fatti non sono da porre in dimenticanza.
55. «Tali ci gloriammo d’essere nei tempi andati e nei più grandi bisogni: e se poi vi divenimmo nemici la colpa è tutta vostra. Conciossiachè urtati dai Tebani vi richiedemmo alleanza, ma ci rifiutaste e ci confortaste a volgerci agli Ateniesi perchè vicini, mentre voi abitavate lontano: pure in questa guerra non avete per noi sofferto nulla di strano, e non eravate per soffrirlo. Se poi ai vostri inviti non volemmo staccarci dagli Ateniesi, non però vi abbiamo ingiuriato; dappoichè essi ci soccorsero, contro i Tebani, mentre voi ve ne svogliaste. Il perchè non era più onesta cosa tradir quelli che aveano meritato di noi, e che per le nostre preghiere ci avevano ricevuto nella lega, ed ascritti alla loro cittadinanza: anzi richiedeva il decoro che seguissimo prontamente i loro comandamenti. Ora nelle imprese alle quali entrambi conducete gli alleati, non sono colpevoli quei che vi seguono, se qualche cosa men che onesta facciate; ma bensì voi, che gli scorgete ad opere non buone.
56. «Tra le moltiplici ingiurie fatteci dai Tebani la non menoma è quest’ultima che voi ben sapete, e per cui patiamo questi mali. Avendo essi occupato la città nostra durante la tregua, e (che maggior cosa è) nel dì festivo del mese, noi meritamente ci vendicammo per quella legge universalmente ricevuta, esser dritto respinger chi t’assalga. Nè ora, in grazia loro, noi saremmo giustamente offesi: perocchè se misurerete il diritto colla norma dei vantaggi presenti e del loro mal animo verso noi, voi sembrerete non leali estimatori del giusto, ma più presto solleciti del pro vostro. Che se adesso credete costoro esservi utili, bene assai più noi e gli altri Greci lo vi fummo, allorquando eravate in pericolo maggiore. Infatti voi ora siete il terrore di quelli che assaltate: all’opposto allora il barbaro voleva imporre a tutti il giogo della schiavitù, e questi Tebani erano con lui. Ragion dunque vuole che al fallo d’adesso (se pur v’è ombra di fallo) contrapponiate la prontezza d’allora, e troverete questa maggiore al paragone di quello, ed usata in tempi quando era ben raro chi dei Greci opponesse alcun valore alla potenza di Serse. Erano allora lodati principalmente non quelli che, per schermirsi dalle invasioni del barbaro, miravano a procacciarsi la propria sicurezza, ma quelli che affrontavano il pericolo per le più magnanime imprese. Noi intanto, stati di questi ed avuti nel primo grado di onoranza, temiamo adesso di andar perduti per quei medesimi alti sensi; noi che scegliemmo di seguire gli Ateniesi per giustizia, invece che voi per interesse. Eppure fa di mestieri mostrare di sentir lo stesso sopra gli stessi oggetti, e null’altro credere nostro vantaggio se non quello che ci è comune coi bravi alleati, solo che essi sempre ci sappiano grado del nostro valore, e resti consolidata per noi l’utilità presente.
57. «Osservate inoltre che dinanzi al maggior numero dei Greci siete reputati l’esemplare della probità[209]. Che se ingiustamente giudicherete di noi (nè questo giudizio rimarrà ignoto, perchè voi che avete nomea dovrete sentenziar noi che non siamo vituperevoli) badate non disapprovino che intorno a gente dabbene, voi (sebbene anche migliori) abbiate deliberato qualche cosa che denigri la fama vostra, e che ai pubblici templi si veggano appese le spoglie tolte a noi che meritammo di Grecia. Farà raccapriccio che i Lacedemoni abbiano devastato Platea, e che, laddove i padri vostri pel valore di lei ne scolpirono il nome sul tripode di Delfo, voi, per compiacere ai Tebani, l’abbiate con tutti i suoi cittadini cassata dal corpo intero dei Greci. A tanto di sciagura, perdio! siam venuti, che allora, vincendo i Medi, saremmo periti; ed ora dinanzi a voi un dì nostri amicissimi, siamo messi al di sotto dei Tebani: cosicchè due grandissimi cimenti abbiam sostenuto, uno dianzi di morir di fame se non avessimo reso la città, l’altro ora d’esser processati di morte. E noi Plateesi, solleciti sopra le forze nostre per il vantaggio dei Greci, siamo turpemente da tutti ributtati deserti e tapini: nissuno ci soccorre degli alleati d’allora; anzi di voi stessi, o Lacedemoni, unica nostra speranza, temiamo che non stiate saldi per noi.
58. «Ciò non pertanto confidiamo, nè fuori di ragione, che in rispetto degli Dei testimoni allora dell’alleanza, e in rispetto del valor nostro a pro dei Greci, voi vi piegherete e muterete pensiero, tuttochè prevenuti alcun poco per i Tebani: che in cambio chiederete loro il favore, di non dover voi stessi uccidere quelli cui uccidere si disdice, acciocchè riscuotiate così un’onesta compiacenza invece che turpe; ed acciocchè, col gratificare altrui, non siate in contraccambio notati di perversa viltà. Conciossiachè è cosa leggera il trucidare i nostri corpi, ma eccede ogni fatica il cancellarne l’infamia; perchè in noi non punirete drittamente dei nemici, ma dei benevoli che di necessità vi guerreggiarono. Riflettete prima di tutto che siam venuti in poter vostro resici spontaneamente e sporgendo a voi le mani (rito per cui è interdetto ai Greci trucidar chi lo pratichi); e che inoltre abbiam costantemente meritato di voi: per lo che, francheggiando le nostre persone, oprerete da giudici religiosi. Volgetevi a mirare le tombe dei padri vostri, che uccisi dai Medi e sepolti nel nostro suolo noi pubblicamente ciascun anno onoravamo di vestimenta e d’ogni maniera di esequie[210]. Per noi le primizie di tutto ciò che le nostre campagne producono nelle stagioni alterne erano loro offerte, non solo di buon grado come tratte da terra ad essi cara, ma ancora, come alleati ai già nostri commilitoni. Del che voi fareste il contrario non drittamente deliberando. Vedete! Pausania diede lor sepoltura giudicando depositarli in terra amica e appresso genti medesimamente amiche: ma se voi ci ucciderete, e di plateese ridurrete tebano il suolo, che altro farete se non lasciare in terra nemica e presso i loro uccisori i vostri padri e congiunti privi delle onoranze che or godono? Senza di che, vi basterà egli il cuore di assoggettar quella terra ove i Greci conseguirono la libertà? Disertare i templi di quei Numi, cui invocando, disfecero i Medi? Abolire i patrii sacrifici di coloro che questi templi stessi fondarono ed inalzarono?
59. «Egli non sarebbe, o Spartani, della gloria vostra l’adoprar così, nè il deviare dall’osservanza comune tra i Greci e dal rispetto ai maggiori; nè per soddisfare a straniera nimistà uccider noi che non vi abbiamo offeso, e che vi abbiamo beneficati. Anzi è richiesto al decoro di voi perdonare e piegar l’animo ai pensieri di discreta commiserazione, ponderando non solo l’atrocità dei mali che aremmo a soffrire, ma di più chi siamo noi che li soffriremmo; e quanto stia in bilico la sciagura, su chi mai piombar possa, anche immeritamente. E noi, come conviene allo stato nostro e come necessità ci spinge, alzando le nostre voci agli Iddii che su i medesimi altari si onorano dal comune dei Greci, li preghiamo a persuadervi di queste cose, intanto che vi richiamiamo alla memoria i giuramenti giurati dai padri vostri. Vi supplichiamo pei sepolcri dei padri, invochiamo i trapassati per non esser consegnati ai Tebani nostri capitali nemici, amorevolissimi come siamo verso quei valorosi. Rammentiamo quella famosa giornata in cui con essi facemmo le più chiare prove, mentre in questa d’oggi corriamo rischio di soffrire gli estremi mali. Ma sul finire del nostro discorso (momento indispensabile ed il più doloroso a chi è in simil frangente, perchè conseguita dappresso il pericolo della vita) protestiamo che non rendemmo la città ai Tebani, perocchè aremmo innanzi tolto di morir della morte più turpe, della morte di fame, ma bene a voi la rendemmo, abbandonandoci alla fede vostra. Se dunque non vi muovono le nostre ragioni, egli è giusto che ci rimettiate nel pristino stato, e ci lasciate sceglier quel pericolo che ci incontrerà. Sieno, o Lacedemoni, le ultime nostre parole queste; che non siamo dati in balìa dei Tebani, nostri capitalissimi nemici, noi Plateesi già del bene di Grecia sollecitissimi, noi vostri supplichevoli strappati dalle mani vostre e dalla vostra fede, ma anzi siateci salvatori: nè sia vero che mentre tornate in libertà gli altri Greci, vogliate ora perder noi interamente.»
60. Così parlarono i Plateesi. E i Tebani, temendo che i Lacedemoni si ammollissero alcun poco per le parole di quelli, si fecero avanti e dichiararono, che siccome ai Plateesi, fuori della loro opinione, era stato accordato parlare più a lungo di quel che si richiedesse per rispondere alla domanda, così essi pure intendevano di essere ascoltati. Avutane la permissione parlarono così.
61. «Noi non avremmo domandato la parola, se anch’essi all’interrogazione fatta avessero brevemente risposto; se non si fossero rivolti a noi per farci accuse; e se non avessero accumulato di se stessi apologie e lodi fuor di proposito senza che alcuno avesse lor mossa querela, e sopra cose onde veruno gli avea vituperati. Ora pertanto tocca a noi di ribatter le prime e confutar le seconde, perchè essi non si avvantaggino della mala opinione contro di noi, nè della loro reputazione: e perchè voi possiate decidere udito il vero di entrambi. Le controversie nostre mossero in principio da questo: che avendo noi fondato Platea dopo le altre città della Beozia, ed insieme più altri castelli che ritenevamo, cacciatone l’accogliticcia gentaglia che li abitava, costoro disdegnavano di star subordinati a noi, secondo che erasi innanzi convenuto. E perchè noi volemmo astringerveli, essi soli tra i Beozii trasgredendo ai patrii statuti, si accostarono alla parte degli Ateniesi, e congiunti con essi ci menarono molti danni, dei quali furono per noi ricambiati.
62. «Ma poichè il barbaro venne contro la Grecia, dicono essi soli tra i Beozii non essere stati fautori del Medo, e di ciò principalmente menano vanto, e noi svillaneggiano. Or noi confessiamo sibbene ch’e’ non furono partigiani del Medo da che nè gli Ateniesi puro lo furono: ma per egual modo, quando gli Ateniesi andavano contro i Greci, essi soli tra i Beozii li favoreggiarono. Del resto osservate lo stato di amendue quando operammo così. La città nostra allora per avventura non era ordinata a reggimento oligarchico bilanciato dalle leggi, nè a governo popolare; ma, ciò che è contrario alle leggi stesse, al buon ordine e vicinissimo al dispotismo, pochi imperiosi magnati erano al timone dello stato. Costoro, perchè confidavano meglio confermare la lor privata grandezza, qualora vincesse il Medo, contenendo forzatamente la moltitudine, lo introdussero in città: ma l’universalità dei cittadini fece questo senza essere in potere di sè; e non è giusto che ella venga incolpata di quello in che fallò nel silenzio delle leggi. Però, dappoichè partì il Medo ed ella riassunse le proprie leggi; quando in seguito gli Ateniesi si mossero e si ingegnavano ridursi a devozione il rimanente di Grecia non che il territorio nostro, di cui, a cagione delle fazioni, già occupavano gran parte; vuolsi esaminare se combattendoli e vintili a Cheronea noi liberammo la Beozia, e se ora prontamente ci uniamo a liberare gli altri, somministrando cavalli e fornimenti d’ogni maniera quanti nissun altro degli alleati. Queste sono le nostre discolpe in ciò che spetta al Medo.
63. «Ora poi ci sforzeremo di dimostrare che voi, o Plateesi, avete maggiormente danneggiato i Greci, e che la gravezza del vostro fallo è maggior d’ogni pena. Voi (secondo che dite) diveniste alleati e cittadini degli Ateniesi per vendicarvi di noi: dovevate dunque condurli contro noi solamente, e non unirvi con loro ad assaltar gli altri. E bene il potevate fare (ove pur fosse vero che a vostro malgrado eravate strascinati dagli Ateniesi), atteso che già contro il Medo era stata fatta la lega di questi Lacedemoni, della quale menate sì gran vanto. Dessa era certamente bastevole a divertir noi da voi, e (che grandissima cosa è) a procacciarvi agio di prender tranquillamente le vostre deliberazioni. Dunque a buon grado e non forzatamente continovaste a preferire la parte degli Ateniesi. Voi dite, che era vergogna tradir dei benefattori: ma vergogna e ingiustizia maggiore era tradir bruttamente i Greci tutti insieme coi quali giuraste, piuttosto che i soli Ateniesi; dappoichè questi mettevano in ischiavitù la Grecia, quelli la tornavano in libertà. Nè già avete reso ad essi in contraccambio un egual benefizio, nè scevro d’infamia: poichè, a dir vostro, invitaste gli Ateniesi quando eravate gli offesi, ed avete poi cooperato con loro quando offendevano gli altri. Eppure il non ricambiar altrui di pari benefizi è vitupero maggiore, che negar quelli i quali, tuttocchè per ogni dritto dovuti, non vanno immuni, rendendoli, da nota di malignità.
64. «Bene ne faceste chiari essere allora stati i soli a non favoreggiare il Medo, non già per riguardo dei Greci, ma solo perchè non lo favoreggiavano gli Ateniesi. E voi che allora voleste operare d’accordo con gli Ateniesi ed in contrario dei Greci, presumete adesso di giovarvi dei Greci, per il valore mostrato a pro degli Ateniesi? Ma ciò non è giusto; anzi come allora sceglieste gli Ateniesi, così abbiateli ora a vostri difensori. Nè mettete in campo i comuni giuramenti quasi che per essi dobbiate ora esser salvi; conciossiachè vi rinunciaste, e, senza ribrezzo di trasgredirli, vi uniste a soggettar gli Egineti e alcuni altri che avevano giurato insieme con voi, in cambio che farvi ad impedirlo: e per giunta ciò faceste spontaneamente, vigenti pur quelle leggi che tuttora avete, e nullo astringendovi, siccome fu di noi. Nè per voi è stato accettato l’ultimo nostro invito (prima che foste attorniati dalle fortificazioni) col quale vi confortavamo a star tranquilli, e a non aiutare veruna delle due parti. Chi dunque l’odio di tutti i Greci merita più giustamente che voi, i quali ostentaste a danno loro il vostro egregio valore? Voi, i quali avete ora dimostrato che quel po’ di bene che, siccome dite, allora faceste non era vostro retaggio; che anzi per opposito quelle cose a cui mirava l’animo vostro sono state redarguite nel vero; essendochè seguiste le orme degli Ateniesi perchè andavano per la via ingiusta. Queste sono le dimostrazioni della nostra involontaria adesione al Medo, e del vostro spontaneo attaccamento agli Ateniesi.
65. «Quanto poi a ciò che concerne l’ultima ingiuria che dite aver ricevuta (d’essere noi cioè venuti fuori d’ogni legge contro la città vostra durante la tregua e nel dì festivo del mese), noi facciamo stima di non aver pure in questo errato più di voi. Conciossiachè se venendo di propria volontà alla città vostra, avessimo combattuto e guastato da nemici il territorio, saremmo dalla parte del torto: ma se cittadini tra voi i più ragguardevoli per ricchezza e nascimento ci invitarono spontaneamente, intendendo di cessarvi da una straniera alleanza, e ridurvi agli statuti comuni di tutti i Beozii, in che peccammo noi? Peccano in vero quei che conducono più presto che quei che li seguitano. Ma per nostro arbitrare nè dessi nè noi abbiam fallito: perciocchè essendo cittadini come voi, e cimentando cose maggiori, ci apersero le loro mura, e ci introdussero in città con animo amichevole non già nemico. Volevano che i più malvagi tra voi non diventassero anche peggiori; che i migliori avessero quel che meritavano: e così facendosi moderatori dei vostri pensieri e salvatori de’ vostri corpi, non straniare dalla città i cittadini, ridurla anzi come ad un sol parentaggio, non render veruno nemico a chicchessia, e tutti comprendere nei patti.
66. «Ed imparate da questo che non operammo inimichevolmente. Noi non violentammo veruno, ma bandimmo, che qualunque volesse governarsi secondo le patrie consuetudini di tutti i Beozii si accostasse a noi: e voi di buon grado aderiste, faceste i patti, e da primo rimaneste tranquilli. Ma poscia spiato che noi eravam pochi (forse che vi parve che avessimo fatto cosa troppo ardita entrando in città senza il consentimento del popolo), non però ci retribuiste di pari modo coll’astenervi da alcune vie di fatto, e col persuaderci con buone parole ad uscire; ma a dispetto degli accordi ci assaltaste. Nè tanto ci duole di quelli che nel conflitto uccideste (attesochè per una tal legge patirono ciò), ma l’aver trucidato contro ogni dritto quei che presi vivi vi sporgeano le mani, quando ci avevate promesso che non più li avreste uccisi, non fu egli cosa da inorridire? E con tutto ciò, dopo aver commessi in un attimo tre misfatti, cioè violato l’accordo, morti i nostri dopo il fatto, e mentito della promessa fattaci di non ucciderli, solo che non guastassimo le vostre campagne; nondimeno chiamate noi prevaricatori, e presumete non pagare la pena? No perdio! ove costoro drittamente deliberino: ma di tutte queste scelleratezze sarete puniti.
67. «Noi pertanto, o Lacedemoni, siamo andati tali cose minutamente raccontando a riguardo vostro e nostro, acciò conosciate che voi giustamente li condannerete, e che noi ci siamo per sacrosanto diritto vendicati anche troppo mollemente. Non vogliate intenerire udendo delle antiche loro virtù, se alcuna mai ve ne ebbe: debbono elle patrocinare chi venga ingiustamente oppresso; ma a chi falla turpemente, duplicargli la pena; perchè contro sua natura ha peccato. Nè vagliano a loro pro i gemiti e i piagnistei con cui vi rammemorano i sepolcri dei padri vostri ed il proprio abbandonamento. Conciossiachè noi all’opposto di loro vi proviamo, più orribili mali aver sofferto la gioventù nostra da essi trucidata, della quale i padri, parte morirono a Cheronea mentre conducevano a voi le forze di Beozia; parte, ed erano questi i più vecchi, lasciati alle deserte case, a miglior dritto vi supplicano a punir costoro. Meritano piuttosto compassione quelli tra gli uomini che a torto patiscono; ma quelli cui bene sta siccome ad essi, meritano per opposito dileggiamento. Quanto al loro presente abbandono tutto procede da essi: perchè spontaneamente rigettarono i migliori alleati, trasgredirono a danno nostro i patti senza che noi gli avessimo per l’innanzi ingiuriati, ma perchè discorrevano delle cose più per odio che per giustizia: e sono ora condotti a tale che non possono ricambiarci di adeguata vendetta. Conciossiachè il loro supplizio sarà in consonanza colle leggi, non già come essi vociferano, nell’atto di sporgervi le mani di mezzo alla battaglia, ma dopo che per via d’accordo si sono rimessi a giuridico tribunale. Soccorrete adunque, o Lacedemoni, agli statuti dei Greci violati da costoro, e retribuite a noi fuor d’ogni legge offesi un favore rispondente alla alacrità dei servigi nostri. Cessino gl’Iddii che noi abbiamo a soffrire una ripulsa dinanzi a voi: ponete ad esempio pei Greci, che voi sarete per prepor loro gare non di discorsi ma di azioni; le quali se sieno buone, basta una breve dichiarazione; se difettuose, i discorsi abbelliti col lenocinio delle parole non sono altro che un velame che le nasconde. Ma se duci, quali or siete, comprendendo la somma dei discorsi darete la vostra sentenza, sarà più raro chi cerchi la venustà delle parole a inorpellare la malvagità dei fatti.»
68. Di tanta forza fu l’arringa de’ Tebani. Ma i giudici lacedemoni avvisavano che in quella domanda, se durante questa guerra avessero ricevuto alcun bene dai Mitilenei, — troverebbero il loro vantaggio: sì perchè avevano in altro tempo fatto loro quella sì speciosa richiesta di starsene tranquilli, conforme gli accordi stabiliti anticamente con Pausania dopo la ritirata del Medo; sì perchè anche posteriormente, prima di cingerli di mura, li avevano confortati ad esser neutrali. E siccome i Plateesi non vi aderirono, i giudici spartani, per un giusto sentimento tutto loro proprio, credendosi offesi e non più con essi in alleanza, li fecero citare ad uno ad uno, domandando loro — se avessero, nel corso della guerra fatto nulla di bene agli Spartani e agli alleati —: qualora dicessero di no, li menavano a morte senza averne eccettuato veruno. De’ Plateesi ne uccisero non meno di dugento; degli Ateniesi, che vi erano insieme con loro assediati, venticinque; e fecero schiave le donne. I Tebani poi concessero per circa un anno la città ad abitare a quei di Megara, che a causa della sedizione ne erano banditi; ed a quei Plateesi loro partigiani che erano restati vivi. Ma poi demolironla ed agguagliaronla al suolo, e fabbricarono accanto al tempio di Giunone un albergo di dugento piedi per ogni lato, che aveva in giro due ordini di piani, e v’impiegarono i tetti e le imposte de’ Plateesi. Con le altre suppellettili in bronzo e ferro, che erano dentro le mura, fabbricarono de’ letti che consacrarono a Giunone, a cui pure edificarono di pietra un tempio di cento piedi. Pubblicato poscia il terreno, lo allogarono per dieci anni, ed i Tebani lo coltivavano. Forse, anzi certamente si erano i Lacedemoni così alienati dai Plateesi per amor dei Tebani, credendoli utili a sè rispetto alla guerra, allora allora incominciata. Così finirono le cose de’ Plateesi l’anno novantesimoterzo da che avevano stretto lega con gli Ateniesi.
69. Ma le quaranta navi de’ Peloponnesi andate in soccorso de’ Lesbii, mentre che perseguitate dalle Ateniesi fuggivano per alto mare, erano state sbalzate dalla tempesta vicino a Creta: donde giunte sparpagliate a dar fondo nelle coste del Peloponneso, incontrano a Cillene tredici navi de’ Leucadii e degli Ambracioti, con Brasida figliolo di Tellide sopravvenuto a consigliere di Alcida. Imperocchè gli Spartani, dopo fallita l’impresa di Lesbo, ebbero aumentata la loro flotta, con l’intenzione di navigare a Corfù agitata da sedizioni (sendochè gli Ateniesi erano con sole dodici navi intorno a Naupatto), per arrivarvi innanzi che flotta maggiore sopraggiungesse da Atene. Però Brasida ed Alcida apparecchiavansi per questa spedizione.
70. Trovaronsi i Corfuotti travagliati dalle sedizioni, dappoichè erano tornati loro i prigioni delle battaglie navali combattute presso Epidamno, rilasciati dai Corintii, in apparenza, per la taglia di ottocento talenti a cui eransi obbligati i loro corrispondenti, ma effettivamente, perchè avevan promesso di ridurre Corfù a devozione de’ Corintii. Costoro con segreti maneggi introducendosi presso ciascun cittadino adopravansi a ribellare la città dagli Ateniesi. Arrivano intanto una nave attica ed una corintia con ambasciatori, e tenutasi adunanza decretarono i Corfuotti di essere certamente confederati degli Ateniesi, a forma dei capitoli, ma amici come prima de’ Peloponnesi. Pitia, volontario ospite[211] degli Ateniesi e capo dei popolani, fu citato in giudizio da quei fautori dei Corintii, accusandolo che volesse soggettare Corfù agli Ateniesi. Ma egli uscitone assoluto, fece di rimando citare in giudizio cinque di loro i più facoltosi, dichiarando che e’ tagliavano pali da’ sacri recinti di Giove e di Alcino[212]. Era per ogni palo imposta la multa di uno statere. Costoro adunque essendo stati condannati, se ne stavano, a cagione della gravezza della multa, assisi in atto di supplichevoli presso i templi, per ottenere di pagare a rate la tassa. Ma Pitia, che per avventura era uno de’ senatori, persuade questi a valersi della legge. Per lo che trovandosi i rei esclusi legalmente dal senato, ed insieme ragguagliati che Pitia, fino a che durasse ad essere senatore, vorrebbe indurre la plebe a tenere alleanza offensiva e difensiva con gli Ateniesi, si ristrinsero insieme, e con de’ pugnaletti entrati improvvisamente in senato, uccidono Pitia con altri senatori e privati, sino a sessanta. Alcuni pochi dell’opinione medesima di Pitia si rifugiarono sulla trireme attica che ancora non era partita.
71. Dopo questo misfatto convocarono i Corfuotti e dissero ciò essere il miglior partito e il più valevole a salvarli dal servaggio di Atene; doversi per l’avvenire, calmate le sedizioni, non raccettare nè Ateniesi nè Corintii, salvo che con una sola nave; ed averne per nemico un maggior numero. Ciò detto li astrinsero anche a ratificare la proposizione. Spediscono poi subito ad Atene dei legati per dar ragguaglio che le cose fatte erano secondo che richiedeva il loro vantaggio; e per indurre quei che là si erano rifugiati, a non darsi briga inopportunamente a fine di evitare così ogni turbamento.
72. Ma giuntivi appena gli Ateniesi arrestarono i legati come innovatori e quanti aveano aderito a quelli, e li depositarono in Egina. In questo, arrivata a Corfù una trireme corintia con gli ambasciatori lacedemoni, coloro che erano in Corfù restati al maneggio degli affari assalgono la fazione popolare, e rimasero superiori nel conflitto. Sopravvenendo la notte il popolo si ricovra nella rocca e nelle alture della città, ed ivi riunito si fortificò, tenendosi per lui il porto Illaico. L’altra fazione occupò la piazza, ove molti di loro abitavano, e il porto a lei vicino che guarda verso terraferma.
73. Il giorno appresso furonvi leggere avvisaglie, ed ambe le parti erano in sullo spedire alla campagna ad invitare i servi promettendo libertà. Venne in soccorso ai popolani una moltitudine di servi; agli altri, ottocento ausiliari di terraferma.
74. Trascorso un giorno si rinfresca la battaglia colla vittoria del popolo, superiore per fortezza de’ siti e per numero. Le donne stesse arditamente vi porsero mano scagliando tegole dalle case, e sostenendo il tumulto, oltre loro natura. Sul crepuscolo della sera gli oligarchici dieder volta, e perchè temevano non il popolo, nel caldo della vittoria scagliatosi contro l’arsenale, se ne facesse padrone e li trucidasse; per torgli ogni via di assalto metton fuoco alle case che erano in giro sulla piazza e alle contigue, senza perdonarla nè alle proprie nè alle altrui; di modo che molte robe de’ mercanti andaron bruciate: e corse pericolo di restar totalmente distrutta la città intera, se all’incendio si fosse aggiunto vento che spirasse verso di lei. Posto fine al combattimento, volendo gli uni e gli altri ristare, tennero le scolte per tutta la notte. La nave corintia, essendo la vittoria stata del popolo, furtivamente fece vela, e la maggior parte degli ausiliari di soppiatto tragittò in terraferma.
75. Ma nel giorno sopravveniente Nicostrato figliolo di Diotrefe capitano degli Ateniesi, da Naupatto giunge in soccorso con dodici navi e cinquecento Messenii di grave armatura. Propose egli pratiche di accordo; e induce le due parti a doversi contentare che fossero processati soli dieci fra i più colpevoli (i quali non patirono di rimanere), e di lasciare il resto a casa sua; sivveramente che si accordassero tra loro e con gli Ateniesi di aver comuni gli amici ed i nemici. Ciò fatto era Nicostrato in sul salpare, quando i caporani del popolo lo persuadono a lasciar loro cinque navi, affinchè quei della parte contraria si trovassero meno in istato di far movimenti; ed essi ne spedirebbero con lui altrettante delle loro bene armate. Nicostrato vi acconsentì, ed essi destinavano per queste navi quei della parte contraria; i quali temendo di dover esser mandati in Atene, si assidono nel tempio del Dioscuri. Nicostrato si ingegnava di farli uscire, e ne li confortava, ma non fu obbedito: di che il popolo colta questa occasione, come se con quella lor diffidenza di unirsi alla flotta di Nicostrato covassero qualche sinistra intenzione, prese le armi e tolse via dalle case quelle degli avversari; e ne avrebbe trucidati alcuni ne’ quali s’imbattè, se Nicostrato non lo avesse impedito. Vedendo gli altri come la cosa andava, si assidono supplicanti nel tempio di Giunone, in numero di ben quattrocento. Per lo che il popolo intimorito che e’ non volessero tentare qualche novità, con buoni modi gl’induce ad alzarsi, e li trasporta nell’isola di faccia al tempio stesso di Giunone, ove era mandato loro il bisognevole alla vita.
76. In questo scompiglio di cose, quattro o cinque giorni dopo il trasporto di coloro nell’isola, arrivano da Cillene (ove dopo il ritorno dall’Ionia erano di stazione) le cinquantatre navi de’ Peloponnesi, capitanate come prima da Alcida, con cui navigava Brasida destinatogli a consigliere. Diedero queste fondo a Sibota, porto di terraferma, e sul far dell’aurora fecero vela contro Corfù.
77. I Corfuotti, benchè in grande agitazione, e intimoriti delle cose di città, e dell’avanzarsi della flotta nemica, pure ad un’ora stessa preparavano sessanta navi, e a mano a mano spedivano quelle armate contro a’ nemici, quantunque gli Ateniesi li confortassero, che dovessero lasciar loro mettersi in mare i primi, e poi sopravvenire essi alla coda con tutte insieme le navi. Le quali non furono sì tosto giunte sparpagliate in faccia al nemico, che due immediatamente passarono dalla parte di lui, e le ciurme che erano in su l’altre contendevano fra loro in modo, che tutto faceasi alla rinfusa. Onde accortisi i Peloponnesi di cotal confusione si misero in ordinanza con venti navi contro a’ Corfuotti, e colle rimanenti contro le dodici navi degli Ateniesi, due delle quali erano la Salaminia e la Paralo.
78. I Corfuotti, che caricavano il nemico colle navi disordinate e spartite, erano dal lato loro in gran travaglio. Gli Ateniesi, temendo della moltitudine nemica e d’esser colti in mezzo, non investivano colla flotta serrata insieme la squadra che avevan di fronte, e si riguardavano da urtarla nel centro; ma corsile addosso di fianco, affondano una nave: indi presa ordinanza circolare giravano attorno al nemico per provare di scompigliarlo. Di che accortisi quei che erano di contro a’ Corfuotti, e temendo non accadesse ciò che era accaduto a Naupatto, accorrono in soccorso; e così riunite le navi si scagliano tutti insieme su gli Ateniesi. Questi cominciavano a retrocedere, senza voltar faccia, remigando di sulla poppa; e ritirandosi il più lentamente possibile intendevano di operar sì che le navi de’ Corfuotti fossero in tempo a sottrarsi, intanto che essi sostenevano il nemico schierato contro di loro. Per questo modo fu combattuta questa battaglia navale, che finì sul tramonto del sole.
79. Temettero i Corfuotti che i nemici, seguendo l’impeto della vittoria, non spingesser la flotta contro la città, per ripigliar quei ch’erano stati messi nell’isola, o fare qualche altra innovazione. Il perchè tragittarono nuovamente nel tempio di Giunone quelli dell’isola, e tenevano guardata la città. Ma i Peloponnesi, con tutto che vincitori, non furono osi di navigare contro la città; e colle tredici navi prese a’ Corfuotti tornarono al luogo di terraferma donde avevano fatto vela. Il dì seguente, quantunque la città di Corfù fosse in gran confusione e timore, non punto meglio però navigarono alla volta di essa, comecchè Alcida ne fosse consigliato, siccome narrasi, da Brasida che non aveva autorità eguale a lui; anzi fecero scala al promontorio di Leucimna, e devastarono le terre.
80. In questo stato di cose i popolani di Corfù, entrati in gran paura del ritorno delle navi nemiche, conferirono co’ supplichevoli ch’erano nel tempio di Giunone, e con gli altri oligarchici, del modo onde potrebbe salvarsi la città. Persuasero alcuni di quelli a montar le navi, attesochè nonostante le turbolenze ne avevano armate trenta, aspettandosi che ricomparirebbe l’armata nemica. Ma i Peloponnesi, dopo aver guastato la campagna fino a mezzogiorno, se n’eran partiti; e sul far della notte compresero per i segnali di fuoco che sessanta navi degli Ateniesi si avanzavano da Leucade contro di loro; le quali con l’ammiraglio Eurimedonte di Teucle erano state spedite da Atene, quando s’intese che Corfù era in tumulto, e che vi doveva andare la flotta di Alcida.
81. Adunque i Peloponnesi appena notte si affrettavano di tornare a casa radendo la costa; e trasportate le navi sopra l’istmo di Leucade[213], per non essere osservati nel farne il giro, si riconducono in patria. I Corfuotti udito che le navi attiche si avvicinavano, e che quelle de’ nemici se n’erano andate, accolsero ed introdussero in città i Messenii restati prima di fuori. Ordinarono alle navi che avevano armate di volteggiare dinanzi al porto Illaico[214]; ed intanto che queste girarvanlo intorno, essi uccidevano qualunque della parte contraria capitasse loro nelle mani; e cavando per forza dalle navi coloro cui avevano indotti a montarle, li trucidavano. Entrarono medesimamente nel tempio di Giunone, e persuasero da cinquanta di quelli che vi erano rifuggiti a sottomettersi a giuridico processo, e li condannarono tutti a morte. La maggior parte però di quei supplichevoli che non si erano lasciati svolgere, vedendo come le cose procedevano, si uccidevano l’un l’altro ivi nel tempio stesso; alcuni appiccarono se medesimi agli alberi; altri poi si toglieano di vita in quel modo che ciascuno poteva. E ne’ sette giorni che Eurimedonte dopo il suo arrivò vi si fermò con sessanta navi, i Corfuotti uccidevano quei ch’e’ credevano di parte contraria, dando loro la colpa di sovvertitori dello stato popolare. Alcuni poi furono uccisi per private nimicizie, altri dai debitori che avevan preso denaro in prestanza. Fuvvi insomma ogni genere di morte; nessuna reità fu pretermessa come in simili perturbazioni suole accadere, ed anche delle più inusitate. Imperciocchè il padre uccideva il figliolo, e la gente divelta dai templi era lì dappresso ammazzata; ed alcuni furono persino murati dentro al tempio di Bacco, e così morti. Cotanto progredì quella sedizione crudele, che tale pare anche più, perchè nel corso di queste cose ella era stata la prima.
82. Conciossiachè nel tempo appresso Grecia tutta fu, a così dire, in sollevazione, regnando dovunque le sette fra i caporani del popolo ed i fautori dell’oligarchia, stante che quelli gli Ateniesi, questi i Lacedemoni volevano chiamare[215]. E perocchè in tempo di pace non avrebbono avuta onesta cagione nè bramosia di invitarli a sè, così, rotta omai la guerra, ben di leggeri in ambe le parti occorrevano alla mente dei novatori adescamenti valevoli a procacciarsi alleanza per nuocere alla fazione avversa, e con ciò stesso avanzare ad un’ora il proprio potere. Duranti le sedizioni piombarono su le città molte e gravi calamità, che di continuo accadono e sempre accaderanno sino a che sia la medesima la natura degli uomini; tuttochè più violente o più miti e diverse nella spezie, secondochè cederanno le particolari mutazioni dei fortuiti eventi. Imperocchè quando è pace e gli affari prosperano, le repubbliche ed i privati hanno più sano giudizio, perchè non s’imbattono in imperiose necessità: ma la guerra diminuendo a poco a poco l’affluenza di ciò che giornalmente bisogna alla vita, è un maestro violento, e conforma l’indole della moltitudine secondo il presente stato delle cose. Ardeva adunque la sedizione nelle città; e quelle che più tardi tumultuavano, appunto per l’udita delle cose già avvenute, studiavansi di sorpassare le prime coll’immaginar nuovi pensieri, o ritrovare artificiosi modi dell’assaltare gli altri, ed inusitati supplizi. Il consueto significato dei vocaboli a dinotare le cose lo cambiavano giusta il loro arbitrare: sendochè l’inconsiderata audacia, amichevole coraggio; il cauto indugio, travisata timidità; la moderazione, immascherata viltà; la prudenza in checchefosse, assoluta ignavia nominaronsi. All’incontro poi la forsennata precipitanza si annestava all’essere di valoroso; la circospezione nel deliberare, bel pretesto a trarsi d’impaccio reputavasi. Ciascun malcontento sempre creduto; chi lo contraddicesse, sospetto; accorto, chi riuscisse nelle sue trame; più astuto, chi sottomano una ne ordisse per accalappiare il primo; chi provvedesse in modo da non fargli bisogno di ricorrere a tali cose, era detto un distruttore d’ogni società, un trasecolato dai nemici. E brevemente, qualunque prevenisse chi mulinava alcun danno o sobillasse chi neanche vi pensava, erane commendato. I parenti inoltre erano reputati più stranieri che i compagni[216], stante che questi erano più prontamente audaci, messo a parte ogni pretesto. Infatti le combriccole di costoro non erano per giovarsi delle veglianti leggi, ma per sopraffare altri, mandando in un fascio quelle che vigevano. La fiducia da aversi scambievolmente non veniva confermata pel rito religioso, ma per la complicità dei misfatti: le oneste profferte della fazione contraria non per generosità approvavano, ma quando scorgessero che coll’addarvisi resterebbero superiori: il ricambiar di vendetta era avuto in maggior pregio che il non esser di prima offeso. I giuramenti di riconciliazione, se alcuni ve ne furono, valevano per il momento, per l’impossibilità di quei che li facevano, i quali d’altronde non avevano forze: ma all’occasione, chi primo fosse ad usare ardire, qualor vedesse il nemico inerme più volentieri si vendicava durante la fiducia di lui, che alla scoperta; sì perchè calcolava così la propria sicurezza, sì perchè, sgaratolo artatamente, riportava il vanto di accortezza. Conciossiachè si chiamano più facilmente scaltri molti scellerati insieme, che semplici i buoni; anzi di questo nome gli uomini si vergognano, di quello si gloriano. Di tutte queste sregolatezze era cagione la sete del comando che da ambizione e da orgoglio procede; dalle quali due pesti trae origine l’ardimento di quelli che nelle sette si mettono in contrasto. Essendochè nelle città i capi delle fazioni, gli uni collo specioso pretesto di preferire la politica uguaglianza popolare, gli altri un discreto reggimento di pochi, aiutavano in nome la cosa pubblica, ma in fatto facevano mercato di essa. Il perchè contrastando al postutto di sgarare l’uno l’altro, osavano e compivano le più orribili cose, aggravando le pene non secondo la regola della giustizia o il vantaggio della Repubblica, ma secondo che le determinava il capriccio che entrambi ne avevano. Non esitavano di empier le loro presenti cupidità, sia col condannare altrui con ingiusto suffragio, sia col procacciarsi armata mano, superiorità; di sorte che ambe le fazioni nissun riguardo avevano alla religione; ma quelli cui accadesse, con ispeziosità di parole di fare un bel colpo erano i più reputati; dove i cittadini che tenevano la via mezzana tra ambe le parti venivano nondimeno trucidati, o per non aver dato mano ad una, o per invidia di vederli fuori del tafferuglio.
83. Così a cagione delle sedizioni prese piede in Grecia ogni maniera di scelleratezza. La ingenuità (dote principale di un animo nobile) derisa sparì; all’opposto il ridurre la mente in reciproca gara di diffidenza di gran lunga prevalse; non più sicuranza di parole, non più timore di giuramento a terminar queste ruggini: cosicchè trovando universalmente più forti ragioni a disperare di ritrovar fiducia, premeditavano piuttosto il modo di non essere offesi, di quello che potessero indursi a fidarsi di chicchessia. I più imbecilli d’ingegno d’ordinario scampavano; stante che temendo della propria insufficienza e dello scaltrimento dei nemici, per non essere sopraffatti dalla loro facondia, e per non essere i primi condotti nella rete dagli agguindoli del loro ingegno, mettevansi ad operare alla sventata. Gli altri poi che reputavano viltà anche il solo farsi a subodorare le trame altrui, e credevano non esser bisogno di afferrar con mano ciò che potevano raggiunger con l’accortezza, privi di difesa più di leggeri venivano oppressi.
84. In Corfù adunque prima che altrove furono commesse la maggior parte di queste malvagità non solo, ma quante mai un popolo comandato con orgoglio piuttosto che con moderanza da quei che lo hanno afflitto, ne può commettere per contraccambio di vendetta; e quante altre mai contro ogni giustizia sono pronti ad approvare non solo quelli che bramano distrigarsi dalla consueta miseria, massime se desiosi delle cose altrui per le calamità in cui trovansi, ma quelli ancora che, non tanto per cupidigia di soverchiare, quanto specialmente per principio di uguaglianza, dieno addosso al nemico; e trasportati più del giusto da trasmodata ira, v’insistano con crudeltà inesorabile. Perturbato in questo tempo nella città ogni ordine della vita, la natura dell’uomo inchinevole a delinquere contro le leggi, fatto di esse tutte un fascio, fu ben paga di mostrarsi inabile a frenar le passioni, superiore a tutto ciò che sapesse di giustizia, e nemica di chi fosse da più. Conciofossechè in una situazione politica ove la gelosia di parte non avesse avuto forze da nuocere, non avrebbono preferito a quanto v’ha di più sacro la vendetta, nè al rispetto degli altrui dritti il guadagno. Tanto è vero che le comuni leggi riguardanti questi punti per le quali a chicchessia, trovandosi oppresso, resterebbe speranza di salvezza, gli uomini nel bollor della vendetta non guardano a distruggerle ed abolirle tutte, poniamo anche che alcun di loro venir possa in tal pericolo da aver bisogno di esse.
85. Tali pertanto furono i rancori con cui prima degli altri si afflissero scambievolmente i Corfuotti di città. Eurimedonte e gli ateniesi partirono con la flotta. Appresso, i fuorusciti di Corfù, dei quali erano scampati intorno cinquecento, occuparono le fortezze di terra ferma, rimaser padroni delle loro terre di là dal mare, donde uscivano per depredare quei dell’isola, e vi facevano danni considerabili; talchè nacque nella città forte carestia. Spedivano altresì de’ legati a Sparta e a Corinto circa il rimpatriare: ma come non ottenevano nulla, qualche tempo dopo allestito delle navi e soldati ausiliari, presso seicento in tutti, tragittarono nell’isola. Arsero quindi le navi acciò non restasse altra speranza che nell’impadronirsi del luogo; e saliti sul monte Istone vi si fabbricarono dei forti; e così padroni della campagna molestavano grandemente quei di città.
86. Sul finire della medesima estate, venuti a guerra i Siracusani e i Leontini in Sicilia[217], gli Ateniesi vi spedirono venti navi, capitanate da Lachete di Melanopo, da Careade di Eufileto. Erano in lega co’ Siracusani, se si eccettuino i Camarinei, tutte le altre città doriche[218] le quali sin dal primo incominciamento delle ostilità si erano collegate con gli Spartani, ma non erano concorse alla guerra con essi. Stavano per i Leontini le città calcidiche e Camarina[219]. In Italia i Locresi erano co’ Siracusani; coi Leontini quei di Reggio, perchè del medesimo sangue. Gli alleati adunque de’ Leontini spedirono ad Atene[220], e tra per l’antica alleanza e perchè discendevano dagli Ioni, inducono gli Ateniesi a dovere inviar loro navi giacchè erano bloccati da’ Siracusani per mare e per terra. Gli Ateniesi poi spedirono le navi col pretesto della parentela; ma in effetto intendevano d’impedire che di là si conducessero i frumenti nel Peloponneso, e di fare il primo tentativo se fosse possibile di sottomettersi la Sicilia. Fermatisi dunque a Reggio d’Italia facevano la guerra insieme co’ loro alleati, e finiva l’estate.
87. Sopravvenendo l’inverno la pestilenza, che sebbene avesse fatto qualche tregua non era però mai cessata affatto, assalì di nuovo gli Ateniesi. Questa seconda volta ella durò bene un anno, dove la prima non meno di due; talchè non vi è disastro che abbia più di questo oppresso gli Ateniesi e infievolitane la potenza; perocchè nei loro eserciti mancarono meglio di quattromilaquattrocento soldati di grave armatura, e trecento di cavalleria. Il numero poi dell’altra moltitudine non si può rinvenire[221]. Furonvi inoltre frequentissimi i terremoti sì in Atene che nella Eubea e tra’ Beozii, specialmente ad Orcomeno.
88. Questo medesimo inverno gli Ateniesi in Sicilia uniti co’ Reggini andarono con trenta navi contro le così dette isole di Eolo, attesa l’impossibilità di andarvi ad oste d’estate, per la mancanza delle acque[222]. Le posseggono i Liparesi che sono coloni degli Gnidi, ma ne abitano una sola, non grande, chiamata Lipari, dalla quale escono per coltivare le altre, Didima, Strongila e Iera. La gente di quei luoghi crede che in Iera eserciti Vulcano l’arte del fabbro, perchè ella si vede di notte mandar fuori gran fuoco, e di giorno fumo. Giacciono queste isole in faccia alla costa de’ Siculi e de’ Messinesi, ed erano nella lega de’ Siracusani. Gli Ateniesi ne corsero la campagna, ma poichè elle non facevano vista di rendersi, rinavigarono a Reggio; e finiva l’inverno e l’anno quinto di questa guerra descritta da Tucidide.
89. Al venire dell’estate i Peloponnesi, e i loro alleati, sotto la condotta di Agide figliolo di Archidamo re degli Spartani, arrivarono fino all’istmo, risoluti di assaltar l’Attica; ma essendo accaduti molti terremoti, voltarono indietro, e fu frastornato l’assalto. Quasi al tempo stesso, a causa dei terremoti che persistevano tra gli Orobii dell’Eubea, il mare ritirossi da quel punto che allora era terra, e gonfiatosi con gran fiotto rivenne sopra un quartiere della città, e parte sommerse, parte lasciò asciutto; che però è adesso mare quel che prima era terra: talchè morirono tutti quelli che non furono in tempo a correr su le alture. Medesimamente ad Atalanta, isola appartenente a’ Locri Opunzii, avvenne altrettale inondazione che rovinò parte del forte degli Ateniesi, e scassinò una delle due navi che vi erano tirate a secco. Fuvvi altresì a Pepareto una forte marea ma non fece allagamento. Parte delle mura ed il Pritaneo con altre poche case furono sprofondate dal terremoto; il quale è a mio credere di tali fenomeni la causa; e dove è più violento, ivi rimuove furiosamente il mare, che in un attimo risospinto indietro produce più violenta inondazione: caso che senza terremoto credo impossibile che si dia.
90. Nella estate medesima diversi popoli guerreggiavansi in Sicilia, come a ciascuno occorreva; e principalmente combattevano i Siciliani tra loro propio, e gli Ateniesi uniti co’ loro alleati: ma io non rammenterò che quelle cose le quali soprattutto meritano d’essere menzionate, e le quali adoperarono gli Ateniesi con gli alleati, o furono dagli avversari operate contro gli Ateniesi. Dico adunque, che poichè dai Siracusani fu morto in guerra Careade generale degli Ateniesi, Lachete, avendo il comando dell’intera flotta, portò con gli alleati le armi contro Mila[223] de’ Messinesi. Erano di guarnigione in Mila due insegne di Messinesi, ed avevano teso agguati alle truppe sbarcate dalle navi ateniesi. Ma questi con gli alleati fugano la gente dell’imboscata, molti tagliano a pezzi; investono il forte, ed obbligano quei che eran dentro a rendere per trattato la rocca, e ad unirsi con loro per andar contro Messina. Dopo di che i Messinesi medesimi, al presentarsi degli Ateniesi co’ loro alleati, si arresero col patto di consegnare ostaggi, ed offrire ogni altra guarentigia.
91. Nella medesima estate gli Ateniesi spedirono attorno al Peloponneso trenta navi sotto la condotta di Demostene[224] figliolo di Alcistene e di Procle di Teodoro; ed altre sessanta a Melo con duemila soldati di grave armatura capitanate da Nicia di Nicerato. Volevano essi soggettarsi i Melii che sono isolani, i quali non intendevano nè di obbedire nè di entrare nella loro lega. Ma visto poi che con tutto il guasto dato alla loro campagna e’ non si arrendevano, fatta vela da Melo navigarono per alla volta di Oropo[225] situato sulla costa di faccia a Melo. Vi diedero fondo sul far della notte, e subito le milizie gravi scese dalle navi marciarono per terra a Tanagra della Beozia. Fu dato il segnale, e il popolo di Atene a stormo andò per terra ad incontrarle al medesimo luogo, guidato da Ipponico di Callia[226], e da Eurimedonte di Teucle. Accampatisi nel territorio tanagrese il giorno stesso vi diedero il guasto e vi pernottarono. Il giorno dipoi superarono in battaglia i Tanagresi, che avevano fatto una sortita insieme con alcuni Tebani venuti loro in rinforzo, a’ quali tolsero pur le armi: alzato poscia il trofeo, la gente di Atene ritornò a casa e i soldati alle navi. Nicia procedendo marina marina con le sessanta navi depredò le costiere della Locride, e tornossene a casa.
92. Circa il medesimo tempo gli Spartani fondarono la colonia di Eraclea nella Trachinia con quest’intenzione. Tutti i Meliesi sono divisi in tre parti, Paralii, Ierei e Trachinii. Or tra questi gli ultimi, afflitti dalla guerra degli Etei loro confinanti, erano stati da principio sul punto di unirsi agli Ateniesi; se non che poi temendo che non sarebbero fedeli eleggono Tisameno ambasciatore per a Sparta. Unironsi a questa ambasceria i Doriesi, che sono la città madre degli Spartani, per richiederli delle medesime cose; perocchè si trovavano anch’essi travagliati dalla guerra degli Etei. Gli Spartani udito ciò presero il partito di spedirvi colonia, intendendo di soccorrere i Trachinii e i Dori, ed insieme giudicando che la città sarebbe opportunamente situata per la guerra contro gli Ateniesi; perchè vi si potrebbe allestire una flotta quasi addosso all’Eubea, sicchè breve ne fosse il tragitto; e potrebbe esser vantaggiosa per passar nella Tracia. Insomma erano tutti intesi a fabbricare questa città. Però prima di tutto consultarono l’oracolo di Delfo, il quale avendo acconsentito, vi mandarono ad abitarla gente di loro stessi e dei circonvicini: ed invitavano qualunque degli altri Greci cui piacesse seguirli, fuori che gli Achei, gli Ionii e qualche altra gente. Furono capi di quella colonia tre dei Lacedemoni, Leone, Alcida e Damagone, i quali giunti colà fabbricarono sino dalle fondamenta la città che ora ha nome Eraclea[227], distante dalle Termopile circa quaranta stadii, e venti dal mare; e prepararono arsenali cominciandone l’edifizio alle Termopile, propio in su lo stretto, acciò fossero meglio difendevoli.
93. L’esser concorsi tanti coloni a fabbricar questa città diede sul bel principio sospetto agli Ateniesi che la credevano innalzata a minacciar l’Eubea, essendo breve il tragitto a Ceneo di Eubea stessa. Nondimeno la cosa riuscì contro la loro credenza; perchè non fu per essi di verun pregiudizio, a cagione che i Tessali padroni dei castelli di quelle vicinanze, e nel suolo de’ quali si fabbricava la città temendo avrebbero vicini prepotenti, li tribolavano, e di continuo facevan guerra a quella gente stanziata di fresco, finchè non gli ebbero rifiniti, sebbene in principio fossero in grandissimo numero. Imperocchè riflettendo che fondatori ne erano gli Spartani, ognuno vi concorreva con fiducia, persuaso che la città avrebbe stabilità. Se non che quei Lacedemoni stessi i quali andavano al governo di casa la perderono e scemaronne la popolazione, spaventando il popolo col loro severo e talvolta non onesto reggimento; onde i circonvicini meglio poterono superarla.
94. Nella medesima estate e quasi al tempo stesso in cui gli Ateniesi si trattenevano a Melo, gli altri Ateniesi delle trenta navi che stavano in crociata intorno al Peloponneso primieramente sorpresero con aguati presso Ellomeno della Leucadia, ed uccisero alcune guarnigioni; e dipoi con armata più numerosa andarono contro Leucade, unitamente a tutti gli Acarnani che, eccettuati gli Eniadi, li seguivano a pieno popolo, con gli Zacintii e i Cefalleni, più quindici navi di Corfuotti. Sopraffatti i Leucadii da tanta moltitudine non si movevano, benchè vedessero darsi il guasto alla campagna sì fuori che dentro l’istmo, ove è Leucade stessa ed il tempio di Apollo. Gli Acarnani pregavano Demostene generale degli Ateniesi a riserrarli con un muro, sperando che facilmente li espugnerebbero, e si disbrigherebbero di una città sempre loro nemica. Ma nel medesimo tempo i Messenii persuadono Demostene, che avendo riunito sì numeroso esercito, sarebbe per lui onorevole impresa assalire gli Etoli perchè nemici di Naupatto: vincendo i quali ridurrebbe agevolmente in potere degli Ateniesi anche il rimanente di quel tratto dell’Epiro: essere sì bene gli Etoli, popolo grande e guerresco, ma abitando a borgate molto tra loro distanti e senza mura, ed usando solo di armatura leggera, non sarebbe difficile soggiogarli prima che potessero riunirsi a comune soccorso: invadesse (lo confortavano) prima gli Apodoti, quindi gli Ofionesi, dopo loro gli Euritani (che sono la parte più grande degli Etoli, e, come è fama, hanno linguaggio ignotissimo, e si cibano di carni crude)[228]; perchè soggiogati costoro facilmente anche gli altri calerebbero agli accordi.
95. Condiscese Demostene alle voglie dei Messenii, tra perchè erano essi bene di lui, e soprattutto perchè avvisava che senza nuove genti di Atene, ma solo con gli alleati dell’Epiro e con gli Etoli; traversando le terre dei Locri Ozolii fino a Citinio della Doria che ha sulla destra il Parnaso, sarebbe venuto a capo di entrare in Beozia, che confina coi Focesi; per poi scendere tra i Focesi stessi, i quali pensava che a cagione della perpetua amicizia in che erano stati sempre con gli Ateniesi unirebbero con lui di buona voglia le loro armi, o si sarebbero potuti costringere per forza. Per lo che fatto vela da Leucade con tutta l’armata, a malgrado degli Acarnani scorreva la costa fino a Sollio. Ivi comunicò il suo disegno con gli Acarnani che per non avere egli cinto di mura Leucade, non lo approvarono; ond’ei col resto dell’esercito composto di Cefalleni, Messenii e Zacintii, e con trecento Ateniesi che militavano sulle sue navi (essendo già partite le quindici dei Corfuotti) portò le armi contro gli Etoli, mosso il campo da Enone della Locride. I Locri Ozolii di questi luoghi erano alleati, e dovevano con tutte le loro forze riunirsi con gli Ateniesi nei luoghi mediterranei. Imperocchè essendo confinanti degli Etoli ed usando la medesima armatura, pareva che col concorrere all’impresa sarebbero di gran vantaggio, attesa la pratica che avevano del guerreggiare di quelli e del paese.
96. Egli adunque coll’esercito pernottò nel recinto sacro a Giove nemeo (ove si dice che dalla gente del paese fu morto il poeta Esiodo, secondo l’oracolo che gli avea predetto arebbe sofferto ciò in Nemea)[229], e sul far dell’aurora mosse il campo per alla volta di Etolia. Nel primo dì prende Potidania, nel secondo Crocilio, nel terzo Tichio[230], ove fece alto, e mandò il bottino ed Eupolio della Locride, avendo egli intenzione di conquistar prima gli altri luoghi, e ricondursi a Naupatto, per quindi combattere gli Ofionesi qualora e’ non volessero arrendersi. Queste mene però non erano ignote agli Etoli neanche quando ei dapprima le macchinava; e non sì tosto si presentò con l’esercito, che accorsero tutti contro lui con numerose soldatesche; e fino i Bomiesi e i Calliesi, che sono gli ultimi tra gli Ofionesi e si stendono fino al golfo Meliaco, non istettero a vedere.
97. Ma i Messenii davano a Demostene lo stesso consiglio di prima: ripetevano la presa degli Etoli sarebbe facile: lo confortavano assalisse subitamente le borgate: non aspettasse che tutti riuniti assieme potessero fargli fronte; e cercasse di prender quella che a mano a mano gli si parasse innanzi. Egli vi acconsentì, e fidato alla fortuna che non gli era nulla contraria, senza aspettare i Locri che doveano venire in rinforzo, perocchè il suo principal bisogno era di saettatori armati alla leggera, marcia sopra Egitio[231], e al primo assalto lo espugna; essendochè gli abitanti si sottraevano colla fuga, e si eran fermati sulle colline che soprastano la città, situata essa pure in luoghi alti, e distante dal mare intorno di ottanta stadii. Ma gli Etoli accorsi già alla difesa di Egitio si avventano sugli Ateniesi e su’ loro alleati, precipitando chi di qua chi di là dalle alture, e scagliando dardi sovra loro; e se gli Ateniesi si avanzavano, essi davano indietro; se cedevano, gli caricavano. Durò un pezzo questa zuffa di incalzare e ritirarsi, e nell’uno e nell’altro modo pativano gli Ateniesi.
98. Nondimeno finchè i loro arcieri ebbero saette e lena da servirsene, erano essi che reggevano la battaglia; poichè gli Etoli armati leggermente venivano rintuzzati dalle frecce: ma quando gli arcieri, morto il comandante, si sbandarono, allora, spossati gli Ateniesi e da gran tempo oppressi da quel medesimo travaglio, e dall’altra parte saettati ed incalzati dagli Etoli, voltate finalmente le spalle fuggivano; ed incappando in de’ borri senza riuscita, ed in luoghi de’ quali non eran pratici (essendo morto Cromone messenio che insegnava loro le strade), erano sperperati. All’opposto gli Etoli essendo spediti al corso ed armati alla leggera li dardeggiavano; e giugnendoli dappresso in quella che davano le spalle, molti ne uccidevano: mentre i più che smarrite le strade si erano ingolfati in un bosco senza uscita, appiccatovi il fuoco rimasero tutti arsi. Così fuvvi nel campo ateniese ogni maniera di fuga e di morte: quei che la scamparono penarono molto a ricovrarsi al mare, e ad Enone della Locride, donde eran partiti. Mancarono in questo fatto molti alleati, e circa centoventi Ateniesi di grave armatura; perdita grandissima perchè erano tutti sul fiore dell’età e di valore non ordinario, e morì anche Procle uno de’ due generali. Gli altri, riavuti dagli Etoli i cadaveri con salvocondotto, tornarono a Naupatto, e poi si ricondussero colla flotta ad Atene. Ma Demostene che per queste cose temeva degli Ateniesi, restò nelle vicinanze di Naupatto e di quei luoghi.
99. Al tempo medesimo gli Ateniesi che erano intorno alla Sicilia navigarono contro la Locride, e sbarcando a terra vinsero i Locri venuti a respingerli, e prendono Peripolio città situata sul fiume Alece.
100. Parimente in questa estate gli Etoli che trovandosi assaliti dagli Ateniesi avevano già spedito ambasciatori a Corinto e a Sparta Tolofo osionese, Boriade euritane e Tisandro apodoto, persuadono coteste città a mandare in grazia loro delle truppe contro Naupatto. Laonde i Lacedemoni spedirono verso l’autunno tremila di grave armatura presi dagli alleati, cinquecento de’ quali erano di Eraclea nella Trachinia, città fabbricata d’allora. Guidava queste genti Euriloco nobile di Sparta, cui seguivano Macario e Menedeo nobili Spartani anch’essi.
101. Riunitosi questo esercito a Delfo, Euriloco spedì un araldo ai Locri Ozolii perchè gli bisognava traversare le loro terre per andare a Naupatto, ed insieme perchè voleva staccarli dagli Ateniesi. Tra i Locri favorivano Euriloco gli Amfissei[232] (perchè temevano dei Focesi loro nemici) i quali furono i primi a dare ostaggi, e col timore dell’esercito che si avanzava indussero a dargli anco gli altri; in principio i soli Mionesi loro confinanti per dove è difficile l’accesso nella Locride: poi gl’Ipnei, i Messapii, i Tritei, i Callei, i Tolofoni, gli Essi e gli Eantesi, tutti i quali popoli si unirono con Euriloco. Gli Olpei diedero ostaggi ma non lo seguitarono; e gli Iei non diedero neppur gli ostaggi sino a che non fu preso un loro borgo che aveva nome Poli.
102. Ma Euriloco poichè ebbe ordinato il tutto, e depositati gli ostaggi a Citinio della Doride[233], marciava coll’esercito contro Naupatto traversando i Locri; e per via prende due de’ loro castelli Eneone ed Eupolio che avevano rifiutato unirsi a lui. Pervenuti poi in su quel di Naupatto insieme con gli Etoli già corsi in rinforzo, ne saccheggiarono la campagna, ed occuparono il suburbio che era senza mura; ed avanzatisi a Molicrio colonia dei Corintii, ma soggetto agli Ateniesi; lo espugnano. Demostene l’ateniese, che dopo gli avvenimenti dell’Etolia si tratteneva ancora nelle vicinanze di Naupatto, presentito l’arrivo di quest’esercito, e temendo di quella città, si presenta agli Acarnani; e gl’induce a recarvi soccorso, quantunque difficilmente per la sua ritirata da Leucade. Spediscono con lui sulle navi mille di grave armatura, i quali entrati nella città la salvarono: poichè vi era molto pericolo che, grandi essendo le mura, quei pochi che vi erano a difesa non potessero resistere. Laonde Euriloco e le sue genti, quando intesero esservi entrate quelle truppe, e divenuto impossibile espugnare a viva forza la città, si ritirarono non già nel Peloponneso ma nell’Eolide, chiamata ora Calidona, ed in Pleurona e in altri luoghi di quei dintorni, ed in Proschio dell’Etolia. E ciò perchè gli Ambracioti eran venuti persuadendoli si unissero con loro ad assaltare Argo Amfilochico e il resto dell’Amfilochia e l’Acarnania: protestando, che vinti questi luoghi, tutto Epiro verrebbe all’alleanza dei Lacedemoni. Accettò Euriloco il partito; licenziati gli Etoli si tratteneva col suo esercito in quei luoghi senza darsi alcun moto finchè non fosse bisognato dar mano agli Ambracioti, usciti che fossero in campagna per l’impresa d’Argo; e finiva l’estate.
103. L’inverno seguente gli Ateniesi che erano in Sicilia, co’ Greci loro alleati, e con quei Siciliesi che oppressati da duro imperio s’erano staccati dalla lega dei Siracusani e gli aiutavano in questa guerra, andarono a dar l’assalto a Nessa, castello della Sicilia, la cui rocca tenevasi pei Siracusani; non vennero a capo di prenderla e partirono. Ma i Siracusani del forte, mentre l’esercito si ritirava, assalgono gli alleati degli Ateniesi che erano alla coda: ed azzuffatisi, mettono in fuga buona parte dell’esercito stesso con grande strage. Dopo questa rotta Lachete con gli Ateniesi fecero parecchie volte scala dalle navi lungo il fiume Caicino nella Locride, e vinsero in un conflitto circa trecento Locri, che con Prosseno figlio di Capatone vollero opporsi loro; gli disarmarono, e quindi continuarono la loro gita.
104. Nel medesimo inverno gli Ateniesi purgarono Delo per iscrupolo di un certo oracolo. L’avea purgata di prima anche Pisistrato il tiranno, non però tutta interamente, ma quanta se ne scorgeva dal tempio[234]. Ora però ella fu purgata tutta con queste cerimonie. Tolsero via quante arche di morti erano in Delo; e bandirono che per l’avvenire nessuno fosse lasciato morire nell’isola, e le donne non vi dovessero partorire; ma i moribondi e le partorienti si trasportassero in Renea, la quale è distante da Delo sì poco, che Policrate tiranno di Samo[235], stato per qualche tempo potente in flotta e padrone di altre isole, quando ebbe conquistato Renea la consacrò ad Apollo Delio, legandola con una catena a Delo. Allora per la prima volta dopo la purgazione celebrarono gli Ateniesi le feste Delie che ricadono ogni cinque anni. Era già in Delo fino da remoto tempo gran concorso di Ioni e d’isolani circonvicini che vi andavano ai sacri spettacoli con le mogli e co’ loro figlioli, come ora gli Ioni alle feste di Diana in Efeso: ed ivi pure si facevano le gare di ginnastica e di musica; e le diverse città vi conducevano le compagnie de’ danzatori. Che si praticasse così lo dichiara a maraviglia Omero in quei versi cavati dall’inno di Apollo[236]:
Ma tu giubbili, o Febo, sopra tutto Allor che gl’Ioni dalle lunghe vesti Si radunano in Delo ad onorarti Insiem coi figli e le pudiche spose. Te dilettano allor che rimembrando Il nome tuo, cominciano le gare Di lotte, di carole e d’armonie.
E che vi fosse pure la gara di musica, e che vi concorressero i gareggianti, lo dichiara in questi versi del medesimo inno; poichè dopo aver celebrato il coro delle donne di Delo terminò l’elogio con questi versi, ne’ quali fece pur menzione di sè:
Deh! se ne sien propizi Apollo e Diana, Addio voi tutte, e di me vi sovvenga Allor che un cattivello pellegrino Dei terrestri mortali vi domandi: O Donzellette, dite, e qual s’aggira Spirto gentil dolcissimo tra voi, Che col suo canto vi diletta il core? Voi tutte liete allor gli rispondete, Un cieco abitator dell’aspra Chio.
Ecco gli argomenti che dà Omero di esservi stato anticamente a Delo concorso e festa grande. In processo di tempo gl’isolani e gli Ateniesi vi mandavano le compagnie dei cori e le offerte sacre. Ma quanto ai giuochi e alla maggior parte delle solennità pare che per le calamità dei tempi andassero in disuso; finchè al tempo accennato non li celebrarono gli Ateniesi, con più le corse de’ cavalli che prima non vi erano.
105. In quest’istesso inverno gli Ambracioti, conforme avevan promesso ad Euriloco perchè trattenesse l’esercito, escono in campagna contro Argo Amfilochico con tremila di grave armatura. Entrati sul territorio argivo occupano Olpa, castello forte sopra un’altura vicino al mare, guarnito in altri tempi di mura dagli Acarnani che se ne servivano per comun tribunale, e distante circa venticinque stadii da Argo città marittima. Ma gli Acarnani parte correvano a soccorso di Argo, parte si erano accampati in quel sito dell’Amfilochia che si chiama le Fonti, per invigilare che i Peloponnesi con Euriloco non passassero di nascosto ad unirsi con gli Ambracioti. Spedirono inoltre a Demostene, che aveva prima condotti gli Ateniesi nell’Etolia, invitandolo a pigliare il comando dell’esercito, avvisando pure le venti navi degli Ateniesi, che si trovavano attorno al Peloponneso, capitanate da Aristotele di Timocrate e da Ierofonte di Antimnesto. Medesimamente quelli Ambracioti che erano ad Olpa inviarono ad Ambracia un messo, ordinando che fatta una leva generale venissero a soccorrerli; perciocchè temevano (non potendo le genti di Euriloco attraversare l’Acarnania) di dovere, o sostenere la battaglia da se soli, o volendo ritirarsi, non poterlo fare sicuramente.
106. I Peloponnesi adunque con Euriloco, intesa la mossa degli Ambracioti che erano giunti ad Olpa, partono da Proschio per prontamente soccorrerli; e valicato l’Acheloo marciavano attraverso dell’Acarnania, rimasta spopolata per il soccorso di Argo, avendo a destra la città degli Strazii e il loro presidio, e alla sinistra il resto dell’Acarnania. Trascorse le terre degli Strazii camminavano per Fizia, e quindi pei confini di Medona, e poi per Limnea; e misero piede sul territorio degli Agrei non più amico degli Acarnani, ma di loro. Quindi prendendo la via di Tiamo, monte incolto, lo traversarono; e di notte calarono nella campagna argiva: così passarono celatamente tra la città degli Argivi, e il presidio degli Acarnani alle Fonti, e si congiunsero con gli Ambracioti ad Olpa.
107. Riuniti che furono insieme, sul far del giorno fecero alto sotto il castello chiamato Metropoli[237], ove formavano il campo. Poco dopo arrivano in soccorso degli Argivi al golfo di Ambracia gli Ateniesi colle venti navi, e Demostene con dugento Messenii di grave armatura e sessanta arcieri ateniesi. Stavano le navi in osservazione alle falde del monticello di Olpa dalla parte di mare. Gli Acarnani con pochi Amfilochii (perchè la maggior parte era per forza ritenuta dagli Ambracioti) si erano già raunati ad Argo, e si preparavano a combattere co’ nemici. Eleggono per generale di tutta la lega Demostene, senza però escluderne i particolari loro capitani: ed egli avanzatosi fin vicino ad Olpa vi pose il campo; sì che solo un gran borro separava i due eserciti. Per cinque giorni restarono tranquilli: ma nel sesto si mettevano entrambi in ordine di battaglia. Era l’esercito de’ Peloponnesi più numeroso ed esteso; onde Demostene temendo di non essere circondato mette in aguato per una strada scoscesa e cespugliosa truppe di leggera e grave armatura, in tutto quattrocento; acciò nel tempo della zuffa uscissero dell’aguato, e prendessero alle spalle i nemici in quella parte ove fossero superiori. Quando i due eserciti furono in punto vennero alle mani. Demostene con i Messenii e pochi Ateniesi teneva il corno destro, e l’altro tenevasi dagli Acarnani disposti con quell’ordine che ad ognuno era toccato, e da quei frecciatori amfilochi che vi si ritrovavano. I Peloponnesi e gli Ambracioti erano mescolati, ad eccezione dei Mantiniei, che riuniti fra loro erano piuttosto sul corno sinistro, ma però non arrivavano all’estremità di esso, ove era Euriloco co’ suoi in faccia a’ Messenii e a Demostene.
108. Menavansi omai le mani da ambe le parti, ed il corno de’ Peloponnesi era superiore, e faceva vista di circondare il destro de’ nemici; quando gli Acarnani dall’aguato sopravvenendo alle spalle si scagliano loro addosso e li costringono a voltar faccia, sicchè non più tennero il fermo, e col loro timore ridussero a fuggire la maggior parte dell’esercito: poichè al veder sperperata l’ordinanza di Euriloco, che era il nerbo delle milizie, molto più gli altri impaurivano. I Messenii che con Demostene erano su questo punto, compirono la maggior parte dell’impresa: all’opposto gli Ambracioti e quelli del corno destro, che sono i più guerreschi di quei luoghi, ruppero le genti che avevano a fronte e le incalzarono fino ad Argo. Ma nel ritirarsi, poichè videro il grosso dell’esercito disfatto, e poichè erano inquietati dagli Acarnani, a gran fatica salvaronsi ad Olpa: ove precipitandosi dentro disordinatamente e alla rinfusa, molti perirono. Non così avvenne dei Mantinei i quali, meglio ordinati di tutto l’esercito, ritiraronsi dalla battaglia che finì sulla sera.
109. Mancarono in essa Euriloco e Macario, onde Menedeo il giorno dopo succeduto al comando trovandosi rinchiuso per la parte di terra e per quella di mare dalla flotta ateniese, nè sapendo dopo la gran disfatta in che modo o reggere all’assedio trattenendosi in Olpa, o ritirarsi a salvamento, propone il giorno dopo a Demostene e a’ capitani degli Acarnani trattato di tregua per far la ritirata, e per riavere i morti. Rendettero essi i cadaveri e ripresero i suoi, circa trecento, ed ersero trofeo: ma non pattuirono solennemente ritirata a tutti. Bensì Demostene e i capitani acarnani accordano segretamente una sollecita ritirata a’ Mantinesi, a Menedeo e agli altri uffiziali de’ Peloponnesi, e a’ più distinti tra loro. Voleva per questo modo Demostene spogliare gli Ambracioti della moltitudine degli assoldati stranieri; e soprattutto bramava screditare presso i Greci di quelle contrade gli Spartani e i Peloponnesi, quasi che li avessero vergognosamente traditi, e preferito ad ogni cosa il proprio vantaggio. Ripresero frattanto i morti, e frettolosamente gli seppellirono come poterono; e quei, cui era stato concesso, ruminavano di celatamente partire.
110. Ma a Demostene ed agli Acarnani vengono avvisi che gli Ambracioti di città, mossi dalla prima ambasciata ricevuta da Olpa, e ignari degli ultimi fatti, si avviavano a stormo in soccorso, traversando il paese degli Amfilochii per congiungersi con quelli di Olpa. Laonde Demostene spedisce tostamente una parte delle sue genti per prevenirli con aguati sulle strade, ed occupare i siti più forti; e si preparava ad accorrere contro di loro col resto dell’esercito.
111. In questo mezzo i Mantinei con quelli ai quali era stato accordato salvocondotto, usciti fuori col pretesto di raccogliere legumi e legna da fuoco, si andavano celatamente dilungando a piccole brigate, facendo vista di raccoglier ciò per cui erano usciti; ma allontanatisi omai da Olpa affrettavano il passo. Onde gli Ambracioti e gli altri raccoltisi allora in folla, quando si avvidero della loro partita non stettero più alle mosse, e si diedero a correre per raggiungerli. Gli Acarnani credevano dapprima che fuggissero tutti senza convenzione di patti, e davan dietro a’ Peloponnesi. Alcuni capitani che volevano ritenerli, e che dicevano aver quelli salvocondotto, furono feriti di freccia, perchè creduti traditori. Pur nondimeno lasciarono poi andare i Mantinei e i Peloponnesi, uccidendo però gli Ambracioti; onde tutto il campo era in contesa, non conoscendosi chi fosse Ambraciota o peloponnesio. Circa dugento rimasero morti; gli altri si rifugiarono nell’Agraide che è confinante, ove furono accolti da Selintio re degli Argei[238], loro amico.
112. Frattanto gli Ambracioti partiti da Ambracia giungono ad Idomene. Risiede Idomene su due alte colline, alla maggiore di questa giunsero primi, sul fare della sera e l’occuparono non avvertiti, quei soldati che Demostene aveva spediti innanzi dal campo: sulla minore erano già saliti gli Ambracioti e vi pernottarono. Dopo cena marciava, appena sera, Demostene col resto dell’esercito, conducendone da sè la meta verso i luoghi opportuni a sboccar sul nemico; intanto che l’altra metà, traversati i monti amfilochii, sul far dell’aurora assale gli Ambracioti tuttora immersi nel sonno, i quali non sapendo dell’accaduto credevano molto meglio quelle truppe essere de’ loro. Imperocchè Demostene aveva appostatamente messo nelle prime file i Messenii, ai quali, perchè parlavano linguaggio dorico, aveva commesso di salutare il nemico, rassicurando così le prime sentinelle, tanto più che di notte non sarebbero visti in viso. Non sì tosto adunque assaltarono il campo nemico, che lo fugarono, uccidendo la maggior parte in sul posto; mentre gli altri fuggivano precipitosamente pe’ poggi: ma preoccupate le strade con insidie, e gli Amfilochii, leggeri e pratici del loro paese, incalzando genti armate alla grave e mal pratiche dei luoghi, e che per non sapere ove volgersi incappavano ne’ borri e negli aguati, le sperperavano. Nessuna via di fuggire fu intentata; alcuni persino indirizzaronsi al mare non molto distante; ove viste le navi ateniesi, che per avventura durante la loro fuga radevano la costa, vi si slanciarono a nuoto; giudicando in quello spavento che meglio sarebbe per loro essere oramai uccisi da quei delle navi, che da quei barbari e capitali nemici degli Amfilochii. Per questo modo adunque sterminati gli Ambracioti, pochi di tutta quella moltitudine si condussero a salvamento in città. Gli Acarnani, spogliati i morti ed innalzati i trofei, ritornarono ad Argo.
113. Il dì seguente da parte degli Ambracioti, che da Olpa erano fuggiti presso gli Agrei, venne agli Acarnani da araldo domandando di riprendere i cadaveri di quelli che erano rimasti uccisi il giorno dopo la prima battaglia, quando senza salvocondotto uscirono, insieme co’ Mantinei e con gli altri coi quali si era convenuto. Ma poichè vide le armi degli Ambracioti che dalla città erano andati a soccorso, fu sorpreso del gran numero, perchè non sapeva nulla di questa sconfitta, e credeva che fossero quelle dei suoi compagni. Un tale domandollo di che maravigliasse, e quanti fossero i morti de’ loro (domanda che faceva, credendo che l’araldo venisse da quei battuti a Idomene), quegli rispose: circa dugento: e colui che lo aveva interrogato riprese: Queste non paiono certo le armi di dugento, ma bensì di più di mille. Non sono dunque (soggiunse l’araldo) di quei che combatterono con noi? Forse che sì, rispose l’altro, se pure ieri voi combatteste a Idomene. — Noi, ieri non combattemmo con alcuno, ma sì ieri l’altro nel far la ritirata. — Fatto sta che noi combattemmo ieri con quelli che dalla città di Ambracia andavano a soccorso. L’araldo per queste parole avendo compreso che il rinforzo spedito dalla città era stato trucidato, diè un alto grido; e stupefatto per la grandezza delle sciagure che aveva dinanzi agli occhi, partì senza effettuata alcuna cosa, nè più richiese i cadaveri. Ed invero fu questa in una sola città greca la sconfitta più grande di quante ne accaddero in altrettanti giorni durante questa guerra: ed io non ho scritto il numero de’ morti; perchè si dice che secondo la grandezza di quella città ne perisse una moltitudine incredibile. Quello che io so però è, che se gli Acarnani e gli Amfilochii, dando retta agli Ateniesi e a Demostene, avessero voluto conquistare l’Ambracia, ne sarebbero venuti a capo al primo assalto. Ma in tal caso temettero essi che tenendosi quel paese per gli Ateniesi, non gli avessero a provare confinanti troppo incomodi.
114. Assegnarono dopo questi fatti la terza parte del bottino agli Ateniesi, e spartirono il resto alle città confederate. Lo spoglio toccato agli Ateniesi fu predato per mare; e le trecento armature, che ora sono appese ai templi dell’Attica, furono per fargli onore presentate a Demostene, le quali egli riportò seco per mare, quando dopo la disgraziata spedizione dell’Etolia, potè per quest’ultima impresa più francamente rimpatriare. Gli Ateniesi che erano su le venti navi partirono per Naupatto: e dopo la partita di loro e di Demostene, gli Acarnani e gli Amfilochii accordarono di ritirarsi dalle Eniadi agli Ambracioti e Peloponnesi che si erano rifugiati presso Salintio e gli Agrei, e che poi si unirono con amendue questi. Appresso gli Acarnani stessi e gli Amfilochii convennero di legarsi per cento anni con gli Ambracioti a questi patti: Non si unirebbero gli Ambracioti con gli Acarnani per guerreggiare i Peloponnesi, nè gli Acarnani con gli Ambracioti contro gli Ateniesi: accorrerebbero entrambi alla difesa scambievole delle terre; e gli Ambracioti restituirebbero ciò che ritengono degli Amfilochii, sia di castella sia di terre conterminali; nè porterebbero aiuto ad Anattorio[239] perchè nemico degli Acarnani. Con questi patti posero fine alla guerra. Dopo di che i Corintii sotto il comando di Xenoclide di Euticle, spedirono ad Ambracia, trecento de’ suoi di grave armatura, ove giunsero traversando l’Epiro con molte difficoltà. Così andarono le cose di Ambracia.
115. Nel medesimo inverno quegli Ateniesi che erano in Sicilia fecero uno sbarco nelle spiagge di Imerea, insieme co’ Siciliani che dalla parte di terra avevano assaltato l’estremità d’Imerea stessa[240]: quindi navigarono alle isole Eolie. Di là tornati a Reggio incontrano Pitodoro figliolo d’Isoloco generale degli Ateniesi, che era succeduto a Lachete nel comando della flotta; imperocchè gli alleati di Sicilia andati ad Atene avevano indotto questa Repubblica a soccorrerli con maggior numero di navi; allegando che i Siracusani erano padroni del territorio loro, e che con poche navi impedivano loro il mare. Però si apparecchiavano e riunivano insieme le loro forze marittime, risoluti di non soffrir quella ingiuria. Gli Ateniesi adunque armarono quaranta navi per ispedirvele, sì perchè credevano che così la guerra di là verrebbe più presto a finire, sì perchè volevano tenersi esercitati sulla marina. Mandarono da primo Pitodoro uno dei capitani con poche navi; ma erano presso a spedirvi Sofocle di Sostratide, ed Eurimedonte di Teocle con una flotta maggiore. Pitodoro intanto che aveva già il comando delle navi di Lachete, sul finire dell’inverno, veleggiò alla volta di un castello de’ Locresi, di cui s’era prima impadronito Lachete: ma vinto da essi in battaglia tornò indietro.
116. In questa stessa primavera traboccò dall’Etna una corrente di fuoco, come era altre volte accaduto, e disertò alcune terre de’ Catanesi che abitano sotto l’Etna, monte il più grande della Sicilia. Si dice che questa eruzione avvenne cinquant’anni dopo la prima; ed è fama che sia insomma accaduta tre volte da che la Sicilia è abitata da’ Greci. Tali sono i fatti occorsi in questo inverno: e finiva l’anno sesto di questa guerra di cui Tucidide ha compilata l’istoria.
FINE DEL LIBRO TERZO.
LIBRO QUARTO
SOMMARIO
Ribellione di Messina. — Gli Ateniesi vincono in mare i Peloponnesi. — Legati Lacedemoni in Atene. — Affari in Sicilia. — Nuova sconfitta dei Peloponnesi. — Nicia conduce gli Ateniesi a Corinto. — I Lacedemoni prendon l’isola di Citera. — La Sicilia si pacifica. — Avvenimenti di Megara. — Brasida in Tracia. — I Beoti vincon gli Ateniesi. — Conquiste di Brasida. — Tregua di un anno. — Ribellione di Mende e di Scione. — Brasida e Perdicca muovon contro Arribeo. — Gli Ateniesi ricuperano Mende, ed assediano Scione.
1. Sopravvenendo la primavera, verso lo spigar del grano, dieci navi dei Siracusani ed altrettante dei Locresi andarono ad occupar Messina di Sicilia, a petizione di questa città che si ribellò agli Ateniesi. Furono i Siracusani i principali autori di questa pratica, perchè vedevano quella terra acconciamente situata ad assaltar la Sicilia, e perchè temevano che gli Ateniesi, fattavi la massa, di lì non si movessero una volta ad assalirli con apparecchio maggiore: i Locresi poi, perchè disamando i Reggini, li volevano tribolare con la guerra dalla parte di terra e di mare. Erano ad un’ora entrati i Locresi in su quel dei Reggini con tutte le forze, acciò e’ non potessero soccorrere i Messinesi; tanto più che ne li confortavano alcuni che si trovavano presso loro, usciti di Reggio, la quale, da lungo tempo travagliata dalle sette, non poteva di presente resistere ai Locresi; che però viepiù francamente l’assalivano. Guastata la campagna partirono i Locresi colla fanteria; ma le navi guardavano Messina; e l’altre che si andavano allestendo, presa ivi stazione, dovevano da quel luogo stesso far guerra.
2. Circa il tempo medesimo di primavera, innanzi che il grano fosse in maturità, i Peloponnesi e la loro lega, condotti da Agide re di Sparta figliolo di Archidamo, invasero l’Attica; ed accampativisi guastavano il territorio. Gli Ateniesi spedirono in Sicilia le quaranta navi che andavano preparando, e gli altri capitani Eurimedonte e Sofocle, essendovi di prima arrivato Pilodoro, che tra loro era il terzo. Commisero a questi che in tragittando si dessero cura dei Corfuotti di città, corseggiati dai fuorusciti che avevano occupato la montagna; giacchè eran passate colà sessanta navi dei Peloponnesi per sostenere quelli della montagna; e perchè credevano (essendo gran fame in città) di potersi agevolmente far padroni di tutto. Ed a Demostene, che dopo il suo ritorno dall’Acarnania era in qualità di privato, accordarono, conforme richiedeva, che, se giudicasse opportuno, si servisse nel giro del Peloponneso di queste medesime navi.
3. Le quali giunte appena lunghesso la Laconia venne la nuova l’armata de’ Peloponnesi essere già a Corfù: e tanto Eurimedonte che Sofocle avevano fretta per là. Ma Demostene li confortava si fermassero prima a Pilo, e compiutovi il bisognevole, continovassero poi la navigazione. Opponendosi essi sopravvenne per avventura una burrasca che trasportò le navi a Pilo[241]. Allora Demostene subitamente insisteva si cingesse di mura quella terra: esser questo il fine per cui si era imbarcato con loro: mostrava esservi grande abbondanza di legnami e di sassi; ed il sito forte per natura, ed abbandonato insieme con buono spazio di terreno. In fatti Pilo è distante da Sparta intorno di quattrocento stadii, ed è situata in quella contrada che era una volta Messenia, ed ora dagli Spartani detta Corifasio. Rispondevano i capitani esservi molti promontorii del Peloponneso abbandonati, qualor volesse rifinire colle spese la Repubblica per farne il conquisto. Ma, soggiungeva Demostene, parergli molto più degli altri importante questo luogo, perchè vi era accanto il porto, e perchè i Messenii, oriundi di esso ab antico e di una medesima lingua coi lacedemoni, potrebbero recar loro moltissimi danni, facendo capo in quello, e ne sarebbero custodi fidatissimi.
4. Contuttociò Demostene non persuase nè i capitani nè i soldati, quantunque poi conferisse il progetto con gli ufficiali subalterni[242]: e però, non potendo riprender mare, si ristava, finchè la smania di murare il castello assalì i soldati disoccupati in quella dimora. Laonde messa mano all’opera travagliavano; e perchè mancavano di ferri da lavorar le pietre, le portavano a scelta e le incastravano in quel punto ove ciascuna combaciasse. Ovunque occorresse il loto, mancando essi di vassoi, lo portavano sulla schiena, curvandosi perchè meglio vi stesse, e consertando le mani di dietro perchè non cadesse: e si affrettavano in ogni maniera di fornire il lavoro nei lati più facili ad espugnare, prima che vi accorressero i Lacedemoni; giacchè la massima parte del luogo era di per sè forte, nè punto abbisognava di mura.
5. Per avventura i Lacedemoni celebravano una festa, ed insieme facevan poco conto di questa nuova, confidando o che al primo loro presentarsi i nemici sloggerebbero, o che di leggeri prenderebbero a forza il castello. In parte anche li ritenne l’aver tuttora l’esercito nell’Attica. Gli Ateniesi, in sei giorni[243] munito il castello dal lato che guarda terraferma e dove era maggiore il bisogno, vi lasciano di presidio Demostene con cinque navi; e col più della flotta affrettavano la navigazione per a Corfù e Sicilia.
6. Udita la presa di Pilo i Peloponnesi, che erano nell’Attica, acceleravano il ritorno a casa; sì perchè i Lacedemoni ed il re Agide giudicavano che il caso di Pilo risguardasse a loro del tutto, sì eziandio perchè essendo stata immatura l’invasione, mentre il grano era ancor verde, i più penuriavano di vettovaglia, ed il verno sopraggiunto, più rigido di quel che portasse la stagione, premeva l’esercito. Onde per molte cause avvenne che sollecitassero la ritirata; e che questa fosse di tutte le invasioni la più breve, essendosi trattenuti nell’Attica quindici soli giorni.
7. Al tempo stesso Simonide generale degli Ateniesi prese a tradimento Eiona della Tracia, colonia de’ Mendei e nemica d’Atene, avendo raccolto molti alleati di quei luoghi e piccola mano di presidiarii ateniesi: ma accorsi prontamente i Calcidesi ed i Bottiesi ne fu discacciato con grave perdita di gente.
8. Ritornati i Peloponnesi dall’Attica, gli Spartani propio ed i più prossimi dei circonvicini[244] corsero subito a Pilo: ma più tarda fu la mossa del rimanente dei Lacedemoni tornati di fresco da un’altra spedizione. Mandavano in giro pel Peloponneso intimando di soccorrer Pilo il più prontamente; e spedirono per le sessanta navi che avevano a Corfù, le quali trasportate sull’istmo di Leucade e non osservate dalla flotta ateniese di Zacinto[245], giungono a Pilo, ove si trovava anche l’esercito di terra. Ma Demostene, mentre i Peloponnesi navigavano tuttora verso colà, spedì innanzi celatamente due navi (che secondo gli ordini avuti da esso affrettarono il corso) ad avvertire Eurimedonte e gli Ateniesi che erano colla flotta a Zacinto di presentarsi a Pilo, perchè quel luogo pericolava. I Lacedemoni dal canto loro si allestivano risoluti di assaltar quel forte per terra e per mare, confidando di dover espugnare facilmente un lavoro fatto in furia, entrovi poca gente. Nondimeno aspettandosi il rinforzo delle navi attiche da Zacinto, aveano in animo, se pur non lo espugnassero prima del loro arrivo, di asserragliare l’imboccatura del porto, acciò gli Ateniesi non potessero introdurvisi; giacchè l’Isola chiamala Sfatteria, stendendosi dinanzi al porto e soprastandogli dappresso, lo rende sicuro ed angusto alle imboccature; talchè dalla parte del forte degli Ateniesi e di Pilo non più che due navi possono traghettare insieme, e non più di otto o nove dalla parte che guarda il rimanente di terraferma. Inoltre tutta l’isola era boscosa e senza vie perchè disabitata, e di circuito non più grande di quindici stadii. I Lacedemoni adunque intendevano di serrarne l’ingresso colle navi congiunte insieme e volte in fuori colle prore: ma perchè temevano non i nemici gli guerreggiassero da quell’isola, vi fecero passare delle milizie gravi, ed altre ne schierarono per le costiere; cosicchè gli Ateniesi avrebbero nemica l’isola e la terraferma non potendovisi sbarcare. Perocchè essendo importuosa quella punta dell’istessa Pilo che fuori della bocca del porto guarda il mare, non avrebbero donde muoversi a soccorrere i loro; laddove essi senza battaglia navale od altro pericolo speravano di dovere espugnare il castello ove era stato lasciato poco presidio e mancava la vettovaglia. Ciò risoluto trasportarono nell’isola delle genti di grave armatura sortite da tutte le compagnie, mentre per l’avanti altre ve ne passarono a vicenda: quest’ultime poi che furonvi lasciate erano quattrocentoventi (senza contare gli Iloti a loro servizio) capitanate da Epitada di Molobro.
9. Ma Demostene vedendo che i Lacedemoni erano per assalirlo colle forze navali e terrestri, anch’egli si apparecchiava. Tratte a secco le triremi, che tra quelle lasciategli aveva ancor seco, ne formò una trincea sotto il forte, e ne armò le ciurme con deboli scudi e la maggior parte di giunco; essendochè in quel luogo deserto non v’era da trovar armi: che anzi aveano prese queste cose istesse da una nave corsalesca e da una barchetta messenia a trenta rematori ivi casualmente arrivate, ove si trovavano da quaranta Messenii di grave armatura, dei quali si valse insieme con l’altra sua gente. Schierò pertanto i più sì degli armati che degl’inermi dal lato di terraferma ove il castello era meglio munito e forte per natura, ordinando che resistessero alla fanteria qualor li assalisse; ed egli scelti fra tutti sessanta soldati gravi e pochi saettatori, ed uscito del forte avviavasi alla marina, colà ove si aspettava principalmente che i nemici tenterebbero di sbarcare, in luoghi stagliati e pieni di massi rivolti all’onde, perchè reputava che la debolezza del muro da questo lato li arebbe attratti a farvi ogni prova. E siccome gli Ateniesi, non temendo di dover mai esser vinti dalle flotte spartane, avevano lasciata sguernita di muro questa parte, così ai Lacedemoni sarebbe venuto fatto di espugnare il castello, se riuscissero ad effettuarvi per forza lo sbarco. Demostene adunque su questo lato propio in sul mare ordinava distintamente i soldati gravi, disposto, se possibil fosse, di ributtare il nemico; e li andava rincorando con questa esortazione:
10. «Valorosi soldati che meco imprendeste questo pericolo, non sia tra voi chi ponderando tutte le difficoltà che ci stanno attorno voglia in tal frangente ostentare accortezza, invece che, messo a parte ogni riguardo, affrontar fiducialmente il nemico, e scamparla per questa via. Perocchè quando le cose son giunte a tal necessità non ammettono ponderazione, ma richiedono prontissimo il cimento. Io vedo che stanno per noi moltissimi vantaggi ove vogliamo persistere, senza sbigottire della moltitudine dei nemici, e tradire vituperosamente la nostra stessa superiorità; avvegnachè io pensi essere a pro nostro la disagevolezza del luogo, e doverci riuscir di giovamento se persistiamo: laddove cedendo, la montata sebbene scabrosa renderassi agevole non essendovi chi la contrasti; ed allora troveremo il nemico più formidabile, perchè mancante di facile ritirata, quand’anche ne lo cacciassimo a forza. Ed invero fino a che sono sulle navi è cosa leggeri il ributtarli; ma sbarcati sono alla pari con noi: nè vuolsi troppo temere la loro moltitudine, perchè quantunque sieno molti dovran combattere pochi alla volta stante la difficoltà d’approdare. Inoltre il loro esercito sebbene più numeroso, non è però in terra del pari che il nostro, ma si trova sulle navi, le quali hanno bisogno in sul mare di molte opportune contingenze: di sorte che io penso che le difficoltà di costoro contrabbilancino la pochezza di nostre genti. E per voi, i quali siete Ateniesi e che sapete per esperienza non potersi effettuar giammai per forza lo sbarco sulle terre altrui (quando vi sia chi resista e non ceda per paura dell’ondate e del veemente impeto delle navi), per voi sì stimo cosa degna tener quivi adesso il fermo, respingere il nemico di sulla schiena del lido, e salvare ad un tempo noi stessi ed il castello.»
11. Per questa esortazione di Demostene, gli Ateniesi si inanimarono maggiormente; e scesi a basso si schierarono propio lungo il mare. I Lacedemoni mosso il campo assaltarono il forte coll’esercito terrestre insieme e colla flotta composta di quarantatre navi, onde era ammiraglio Trasimelida spartano figliolo di Cratesicle, che diede l’assalto ove lo aveva preveduto Demostene. Ma gli Ateniesi resistevano da amendue i lati sì di terra che di mare: ed i nemici divisa la flotta in piccole squadre (non potendosi approdare con molte navi) alternamente si riposavano ed alternamente assalivano, usando ogni sforzo ed eccitamento per respingere i difensori ed espugnare il castello. Sopra tutti poi campeggiava Brasida che comandando la sua trireme, e vedendo che i prefetti ed i piloti, attesa la scabrosità del luogo, schifavano di approdare anche dove sembrava possibile e stavano guardinghi perchè le navi non cozzassero tra loro, gridava «vitupero! per risparmiar dei legni trascurar che i nemici abbiano fatte munizioni nel nostro suolo:» sfracellassero, li confortava, le proprie navi per forzare lo sbarco; non badassero gli alleati in tale occasione a sacrificare la loro flotta ai Lacedemoni pei grandi benefizi da essi ricevuti: ma urtassero, ed a qualunque patto scendessero per vincer quell’esercito e quel castello.
12. Nè già contento di incitare gli altri costrinse il suo nocchiero ad urtare in terra colla nave, e si avviava alla scala: ed ingegnandosi di smontare fu retrospinto dagli Ateniesi con molte ferite, e cadde svenuto nello spazio che è di mezzo alla prua ed ai remiganti; onde gli venne a calar nel mare lo scudo che trasportato a terra fu raccolto dagli Ateniesi, e se ne servirono dipoi per il trofeo che innalzarono in memoria di quest’assalto. Gli altri intanto con tutto che facessero ogni sforzo non valevano a sbarcare, perchè disagevole era quel sito, e gli Ateniesi persistevano senza retroceder d’un passo. Insomma a tale si ridusse il capriccio della fortuna, che gli Ateniesi da terra, e (che più rileva) da terra laconica respingevano i Lacedemoni che gli assaltavan dal mare; e questi si sforzavano di sbarcare in una terra propria ma inimicata ad essi dagli Ateniesi. Accidente invero maraviglioso perchè in quel tempo a tal segno di riputazione eran giunti i Lacedemoni, che venivano reputati al tutto popoli mediterranei, e nelle battaglie terrestri valorosissimi; gli Ateniesi all’opposto gente marittima che sulle flotte di grandissima lunga primeggiavano.
13. I Lacedemoni pertanto dati degli assalti tutto quel giorno e parte del seguente, finalmente desisterono, e il terzo dì spedirono ad Asìna alcune navi per legname da macchine, sperando di prender con quelle il muro dalla parte del porto, quantunque e’ fosse alto, perchè ivi era più facile lo sbarco. In questo arrivano da Zacinto quaranta navi degli Ateniesi, avvegnachè colà fossero sopraggiunte in rinforzo alcune di quelle che stavano di guarnigione a Naupatto, e quattro di Chio. Ma quando videro piena di soldati gravi la terraferma e l’isola Sfatteria, e che le navi le quali erano in porto non uscivan loro incontro, dubitando ove approdare, navigarono per allora a Prote, isola poco lontana e disabitata, ove pernottarono. Il giorno dopo fecero vela, disposti di battagliare se i nemici volessero sortire al largo contro loro; se no, di penetrar colla flotta dentro al porto. Ma i Lacedemoni non si avanzarono, e non avevano per avventura asserragliato le bocche del porto giusta il primo divisamento; anzi tranquilli in terraferma armavano le navi, apprestandosi a combattere nel porto stesso, che non era angusto, se alcuno vi si avanzasse.
14. Di che accortisi gli Ateniesi vogavano soppressi per le due imboccature del porto; e scagliatisi sulla maggior parte delle navi, che già colle prore innanzi procedevano contro loro, le misero in fuga. Molte ne ruppero perseguitandole a breve distanza, cinque ne presero, una delle quali entrovi la ciurma, e correvano sopra le altre rifuggitesi a terra: quelle che si stavano tuttavia armando furono messe in pezzi prima di prender mare; ed alcune donde era precipitosamente fuggita la gente, legandole alle loro, le rimurchiavano vuote. Al veder ciò commossi oltre modo per la sconfitta i Lacedemoni, perchè le loro genti restavano intercette nell’isola Sfatteria, accorrevano in aiuto, entravano in mare colle armi indosso, ed abbrancando le navi le ritiravano indietro; avvisando ciascuno dovere andar fallita la prova laddove egli non prestasse l’opera sua. Per lo che grande era quel trambusto e amendue le parti avevano barattato il modo del combattere intorno alle navi; imperciocchè i Lacedemoni per l’ardore e la trepidazione null’altro facevano che, per dir così, dar battaglia navale di sopra terra: e gli Ateniesi, vincitori e desiderosi di avvantaggiarsi al più possibile della presente fortuna, facevano dalle navi battaglia terrestre: cosicchè, dopo molto travaglio e molte ferite scambievoli, si separarono, avendo i Lacedemoni salvate le navi vuote, fuor quelle prese da primo. Ricondottisi entrambi agli alloggiamenti, gli Ateniesi ersero il trofeo, restituirono i morti, s’impadronirono dei rottami delle navi; e senza indugio volteggiavano attorno all’isola per tenerla guardata, essendovi intercette le genti dei nemici. I Peloponnesi poi, che erano sulla terraferma con quelli già da ogni contrada venuti a soccorso, rimasero al loro posto dinanzi a Pilo.
15. Uditosi in Sparta l’accaduto a Pilo, fu risoluto che, come per grande sciagura, i magistrati si recassero all’oste, perchè vista la bisogna prendessero quel partito che più volessero. Ma poichè videro essere impossibile soccorrer le loro genti, e non volevano risicare che elle dovessero essere afflitte dalla fame od oppressate e vinte da un numeroso nemico, stabilirono di far tregua co’ generali ateniesi (se loro piacesse) quanto agli affari di Pilo, spedir legati ad Atene circa la convenzione, e tentare di riaverle il più prestamente possibile.
16. Accettato il partito dai generali fuvvi tregua in questo tenore: che i Lacedemoni condurrebbero a Pilo, e consegnerebbero agli Ateniesi le navi sulle quali avevano combattuto, e tutte quelle lunghe che avevano nella Laconia: non porterebbero nè di terra nè di mare le armi contro quel forte. Gli Ateniesi poi permetterebbero ai Lacedemoni di terraferma di mandare a quei dell’isola certa dose di frumento macinato, cioè due cheniche attiche di farina, due cotile di vino, e un pezzo di carne a testa; e pei serventi la metà[246]. Questa roba si manderebbe a vista degli Ateniesi; nè anderebbe a Sfatteria alcuna barca di soppiatto. E gli Ateniesi nientemeno che prima terrebbero guardata l’isola, ma senza sbarcarvi, nè porterebbero l’armi sia per terra sia per mare contro l’esercito dei Peloponnesi. Per la più piccola trasgressione a questi articoli da una delle due parti si intenderebbe sciolta la tregua, che durerà fino al ritorno degli ambasciatori lacedemoni da Atene, i quali dovranno esser condotti e ricondotti sopra una trireme dagli Ateniesi. Tornati essi spirerà la tregua, e gli Ateniesi restituiranno le navi quali li avranno ricevute. — Tali furono i patti della convenzione; si consegnarono le navi che erano circa sessanta, e si spediron i legati, i quali giunti ad Atene parlarono così:
17. «Ateniesi, i Lacedemoni ci inviarono qua per trattare, riguardo dei nostri intercetti nell’isola, di cosa che vi persuaderemo essere ad un’ora utile per voi, e decorosissima per noi in questa sciagura, quanto il consentano le cose presenti. E se alquanto ci allungheremo in questa materia, ciò non sarà contro l’usato, mentre è nostro patrio costume non usar molte parole, ove poche bastino; ma al contrario moltiplicarle, ove l’opportunità richieda che dichiarando cose gravissime s’abbia colle parole a procacciare quanto occorre. Ricevetele adunque non inimichevolmente, nè come un ammaestramento quasi foste gente grossolana, ma abbiatele a suggerimento di dritta deliberazione come a gente oculata. Ed invero sta in voi di bene accomodare la presente prosperità col ritener quel che avete, far nuovo acquisto di onore e di gloria, e schivar ciò che interviene a coloro che inusitatamente ottengono qualche bene; i quali mossi dalla speranza sempre anelano a cose maggiori, appunto perchè di presente prosperano all’impensata: dove coloro che s’imbatterono nelle molte vicissitudini dell’alternante fortuna, sono a buon dritto diffidentissimi delle felicità. Ciò che convenevolmente deve per esperienza essere proprio sopra tutto della vostra Repubblica e di noi.
18. «Ed apprendete ciò per la veduta delle nostre presenti calamità. Noi tenuti in grandissima estimazione appo i Greci ricorriamo a voi; noi che prima credevamo esser piuttosto in istato di accordar quello che ora vi vegnamo chiedendo. Ciò non pertanto non soffriamo questo per difetto di forze; nè per avere insolentito nell’incremento di esse; ma andammo falliti nei nostri disegni tutto che presi a misura di quelle che sempre avevamo; nel qual caso può a tutti egualmente accader lo stesso. Laonde è a voi richiesto che attesa la presente fortezza della vostra Repubblica, sostenuta anche da nuovi acquisti, non vogliate darvi a credere che la fortuna abbia di continuo ad esser con voi. Perciocchè prudenti sono tra gli uomini quelli che con sicuro consiglio pongono in ambiguo le prosperità; stantechè procederanno essi più saggiamente nelle disgrazie, stimeranno che la guerra non sempre andrà a lor talento qual che si sia il modo con cui uno voglia amministrarla, ma che anderà come la condurranno i destini: e meno di tutti vacilleranno perchè non gonfiandosi per la fiducia del buon successo nella guerra stessa, le porranno termine quando è propizia la fortuna. Ciò che, Ateniesi, è per voi dicevol cosa adoperare con noi, acciocchè, se mai non andando di ciò convinti, in avvenire vi incolga qualche sinistro (come spesso succede), non s’abbia a credere che per mera fortuna abbiate tanto progredito nelle vittorie; mentre sta in poter vostro tralasciare ai posteri stabile reputazione di fortezza e di senno.
19. «Ora i Lacedemoni vi invitano a tregua e scioglimento di guerra esibendovi pace, alleanza ed ogni altra maniera di generosa amistade e mutua fratellanza; ma chiedono in cambio le loro genti dell’isola, reputando migliore per entrambi non risicare, o che presentandosi loro qualche scampo abbiano a fuggirne a forza; o che espugnati, abbiano a trovarsi in servaggio maggiore. Per nostro avviso le grandi inimicizie si dissolvono sopratutto sicuramente, non quando uno colle armi alla mano e superiore di molto in guerra, inlacciando forzatamente il nemico co’ giuramenti, si accordi con inique condizioni; ma quando, tutto che possa adoprar così, nondimeno per usar condescendenza e vincerlo di cortesia si riconcilia a patti moderati oltre all’aspettativa del vinto. Allora l’avversario essendo obbligato non a vendicarsi come oppresso, ma a ricambiare di cortesia il suo emulo, è più presto a tenersi per sentimento d’onore dentro ai limiti degli accordi. Lo che sogliono gli uomini adoperare più facilmente coi nemici più grandi, che con quelli coi quali abbiano avute leggere differenze; e sono inclinati per natura a ceder dal canto loro a chi volontario rallenti il suo rigore, e per contrario a pigliar gara anche a mal tempo con chi tropp’alto insolentisca.
20. «Inoltre questa nostra riconciliazione cade, se mai altre volte, decorosamente in acconcio per entrambi, prima che qualche immedicabile disastro frapponendosi di mezzo ci sorprenda[247], per cui noi, in aggiunta alla nazionale, fossimo astretti a nutrir una perpetua privata nimistà contro voi[248]; e prima che voi stessi restiate privi dei vantaggi a cui adesso vi confortiamo. Riconciliamoci adunque mentre le cose son tuttora in pendente; mentre voi alla vostra gloria aggiungereste la nostra amicizia, e mentre noi prima di sopportar qualche disdoro, acconcieremo discretamente la nostra sciagura. Scegliamo, sì, amendue pace invece di guerra, e procacciamo agli altri Greci requie dei mali, ed anche in ciò il merito sarà precipuamente vostro: avvegnachè sieno essi in guerra, ignari chi di noi due l’abbia incominciata: che se ella cesserà (e questo è più che altro in poter vostro) ne sapranno grado a voi soli. Insomma se ben discernete sta in voi di aver fermamente amici i Lacedemoni che a ciò vi invitano, non col forzarli ma col gratificarli. Riflettete quanti beni naturalmente si comprendono in questa riconciliazione, perocchè, noi e voi dicendoci insieme, il rimanente di Grecia essendoci, ben sapete, inferiore, ci terrà in grandissima onoranza.»
21. Di tal tenore fu il discorso dei Lacedemoni, perchè credevano aver gli Ateniesi bramato per l’innanzi le tregue ed esserne stati impediti dalla mala disposizione di Sparta: ora però offrendo pace speravano l’accetterebbero volentieri e renderebbero le genti dell’isola. Ma gli Ateniesi col ritenere quelle genti stimavano avere in mano di che procacciarsi le tregue quando volessero, e più in alto intendevano. A ciò principalmente gli instigava Cleone figlio di Cleeneto, personaggio popolare in quel tempo ed alla plebe aggraditissimo. Egli fu che gl’indusse a rispondere «dover le genti dell’isola render se stesse e le armi, ed esser trasportate ad Atene; giunte esse colà, i Lacedemoni restituissero Nisea, Pega, Trezene ed Acaia (terre non già conquistate, ma accordate loro nella prima convenzione dagli Ateniesi i quali allora per le proprie calamità abbisognavano assai di tregua); e così riavrebbero le loro genti, e si farebbe tregua per quanto tempo piacesse ad ambe le parti.»
22. Non vollero i legati contradir nulla a quella risposta[249], ma pregavano si deputassero loro alcuni assessori, i quali parlando ed ascoltando intorno a ciascun articolo, convenissero di queto in ciò di che scambievolmente si persuadessero. Ma anche qui Cleone instava caldamente dicendo saper lui già di prima che coloro nulla di giusto avevano nell’animo, e bene esserlo manifesto anche adesso, mentre niente voglion dirne al popolo, e solo venire a consesso con pochi; che se nulla di buono seco ravvolgessero, ordinava parlassero a tutti. Laonde i Lacedemoni vedendo di non poter parlamentare al popolo, perchè se mai paresse loro bene (attesa la presente calamità) di accomodarsi con esso, temevano che parlando e non ottenendo l’intento sarebbero diffamati dagli alleati: e di più vedendo che non verrebbero eseguite le loro richieste a condizioni discrete, partirono da Atene senza effettuata cosa alcuna.
23. Al loro ritorno fallirono subito le tregue di Pilo, ed i Lacedemoni, giusta il convenuto, ridomandavano le navi agli Ateniesi, i quali incaricandoli di assalti dati al castello contro l’accordo, e di altre cose che non meritano il pregio di esser narrate, non le rendevano; opponendo essersi stabilito che per quantunque piccola trasgressione sarebbono sciolte le tregue. I Lacedemoni negavan tutto; e richiamandosi dell’ingiustizia delle navi andaron a riprender la guerra, la quale vigorosamente si combatteva intorno a Pilo da ambo le
Advertisement