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molti arcieri e saettatori. Accanita era la zuffa, ma poco la perizia del mestiero; anzi somigliantissima a battaglia di terra: perocchè dopo il primo urto delle due flotte, per lo disordine del gran numero si rendeva difficile alle navi lo staccarsi tra loro, ed i soldati gravi di sopra coverta, nei quali era riposta la principal fiducia della vittoria, restando quelle immobili, combattevano di piè fermo; nè potendo indietreggiare per quindi correre a romper le file nemiche, pugnavano con furibonda gagliardia più che con perizia del mestiero. Laonde grande era per tutto uno scompiglio, un tumultuar di battaglia, nella quale le navi ateniesi pronte a sostenere i Corfuotti ovunque fosser messi alle strette, facevano gran paura ai nemici: ma i generali non li attaccarono per timore degli ordini ricevuti in Atene. Il corno destro dei Corintii principalmente pativa: conciossiachè, furono messi in fuga dalle venti navi dei Corfuotti, che perseguitarono fino alla costa le navi disperse, e inoltratisi fino all’accampamento scesero a terra, abbruciarono le tende abbandonate, e tutto misero a ruba. Da questo lato erano certamente battuti i Corintii con gli alleati, e vincevano i Corfuotti; ma sull’ala sinistra ove erano da sè i Corintii, la vittoria era manifestamente per loro, perocchè alle navi dei Corfuotti, che erano in minor numero, mancavano le venti che rincorrevano il nemico. Il perchè gli Ateniesi al veder pressati i Corfuotti, li soccorrevano oramai più francamente; benchè sulle prime si ritenessero dal fare affronto veruno; ma quando li videro manifestamente dar volta coi Corintii alle spalle, allora davvero, senza aver più riguardo alcuno, presero tutti parte alla pugna, tal che gli stessi Corintii e Ateniesi trovaronsi nella necessità di assalirsi scambievolmente.
50. Ma fugati i Corfuotti, i Corintii non rimorchiavano le carene delle navi che avevano mandate a fondo[33], ma si rivolsero a trascorrere di mezzo alla flotta nemica, per uccidere piuttosto che prender vive le ciurme. Nè sapendo essere stati battuti quei dell’ala destra, ammazzavano anche gli amici senza conoscerli; perchè pel gran numero delle navi che da ambe le parti ingombravano molto spazio della marina, poscia che si furono azzuffati, non era facile discernere i vincitori dai vinti. E veramente questa battaglia navale tra Greci e Greci fu, per la moltitudine delle navi, la più considerabile di quante la precedettero. I Corintii poi, incalzati sino a terra i Corfuotti, si volsero a ricercare i rottami delle navi, ed i cadaveri de’ suoi, i quali riebbero in tanta copia da doverli trasportare alle Sibote, ove le truppe terrestri de’ barbari erano venute in loro aiuto. Sono le Sibote una spiaggia deserta della Tesprotide. Fatto ciò, si unirono di nuovo per navigare contro i Corfuotti, i quali pure con quante navi buone a navigare erano loro restate, e con quelle degli Ateniesi andarono ad incontrarli temendo non tentassero di sbarcar nella loro terra. Già si avvicinava la sera ed avevano intonato il Peana[34] per animare al conflitto, quando i Corintii improvvisamente presero a indietreggiare[35], avendo veduto venirsi incontro le venti navi spedite da Atene in soccorso dopo le dieci, temendo, siccome avvenne, non i Corfuotti restassero vinti, e le dieci fossero poche per respingere il nemico.
51. I Corintii adunque che le videro i primi, sospettando che ne venissero da Atene più di quelle che e’ vedevano, davano indietro. I Corfuotti che non le avevano vedute, perchè venivano da parte meno esposta a’ loro occhi, si maravigliavano della ritirata dei Corintii; se non che alcuni poi le videro, e dissero che esse venivano ad attaccarli: allora davvero anch’essi, fattosi più buio, tornarono indietro, ed i Corintii girarono di bordo e si divisero. Così le due armate si separarono, e sul far della notte finì il combattimento. Le venti navi d’Atene sotto la condotta di Glaucone figliolo di Leagro, e di Andocide di Leogoro, poco dopo essere state vedute, passando a traverso dei cadaveri e dei rottami, si accostarono a Leucimna ove era il campo dei Corfuotti, e vi approdarono. I Corfuotti, perchè era notte, temettero non fosser nemiche; ma di poi riconosciutele le ricevettero in stazione.
52. Nel dì seguente le trenta navi attiche con quelle de’ Corfuotti che erano buone pel mare, fecero vela verso la spiaggia delle Sibote, ove aveano stazione i Corintii, per vedere s’e’ venissero a battaglia navale. Questi scostaronsi da terra, ed in alto mare misero le navi in ordine di battaglia; ma non si movevano, non volendo essere i primi ad attaccarla, tra perchè vedevano sopraggiunte delle navi ateniesi intere e salde, e perchè erano incontrate loro molte difficoltà; dovendo guardare i prigionieri che avevano sulle navi, e non avendo in quel luogo deserto mezzo di racconciarle. Anzi temendo che gli Ateniesi, riguardando come rotte le tregue, per essere venuti alle mani, non si opponessero alla loro partenza, pensavano piuttosto del modo di ritornarsene a casa.
53. Risolvettero adunque di spedir gente senza caduceo[36] sopra un battello spiando l’animo degli Ateniesi, con queste parole. «L’ingiustizia è tutta vostra, o Ateniesi, che cominciate la guerra e rompete la tregua, perchè vi opponete (portandoci contro le armi) alla vendetta che vogliamo prendere dei nemici nostri. Nondimeno se è vostra intenzione di impedirci l’andar contro Corfù, o dovunque ci piaccia, e di rompere le convenzioni, arrestate noi i primi e trattateci da nemici». A queste loro parole, quella parte dell’armata de’ Corfuotti che gli intese gridò subito «si arrestassero, si uccidessero». Ma gli Ateniesi risposero in questi termini: «Noi, o Peloponnesi, nè cominciamo la guerra, nè rompiamo le tregue: siamo venuti in soccorso di questi Corfuotti perchè sono nostri alleati: del rimanente, se volete volgervi altrove, non ci opponiamo: se poi navigherete contro Corfù o luogo alcuno di sua giurisdizione, noi al postutto non lo permetteremo.»
54. Per cotal risposta degli Ateniesi, i Corintii si preparavano per rinavigare a casa, ed ersero trofeo alle Sibote di terraferma. E i Corfuotti raccolsero i rottami ed i cadaveri che dalla marea e dal vento suscitatosi di notte erano stati sparpagliati qua e là sulla spiaggia, e contrapposero trofeo alle Sibote dell’isola, pretendendo d’esser rimasti vincitori. Gli uni e gli altri si appropriavano la vittoria con questo concetto. I Corintii ersero trofeo per essere stati vincitori fino a sera nella pugna navale, a segno d’aver ricuperati moltissimi rottami e cadaveri, e perchè ritenevano meglio di mille prigionieri, ed avevano mandate a fondo circa settanta navi. I Corfuotti lo ersero per aver disfatto circa trenta navi, ripresi, dopo l’arrivo degli Ateniesi, i rottami ed i cadaveri che erano nelle loro adiacenze, e perchè nel giorno precedente i Corintii, al veder le navi Ateniesi, aveano indietreggiato, e non erano dalle Sibote venuti contro loro, quando essi vi si presentarono. Ecco come le due parti si attribuivano la vittoria.
55. I Corintii in ritornando a casa presero a tradimento Anattorio castello di comune diritto co’ Corfuotti, situato alla bocca del seno ambraciotico, e vi posero colonia de’ loro. Proseguirono quindi la navigazione per a casa, e venderono ottocento Corfuotti di condizione servile, ma ne tennero guardati in prigione dugentocinquanta, che trattavano assai cortesemente, col fine che ritornati a Corfù, ne conciliassero loro l’animo dei cittadini; atteso che la maggior parte di questi erano anche i più potenti della città. Così nella guerra dei Corintii restò salva Corfù, donde partirono le navi degli Ateniesi. Questo fu il primo motivo di guerra per i Corintii contro gli Ateniesi, perchè s’erano uniti co’ Corfuotti a combattere per mare contro di loro, duranti le tregue.
56. Ma subito dopo intervenne, che tra gli Ateniesi e i Peloponnesi insorsero, per mettersi in guerra, queste differenze. I Corintii macchinavano di vendicarsi degli Ateniesi, e questi entrati in sospetto della lor nimicizia commettevano ai Potideati (abitanti sull’istmo di Pallene[37], coloni dei Corintii, ma alleati e tributari d’Atene), di demolire le mura che guardano Pallene, dare degli ostaggi, licenziare i Demiurghi[38], e non ricever più quelli che annualmente vi mandavano i Corintii; perchè sospettavano che adescati da Perdicca e dai Corintii non facessero ribellione, e non vi inducessero anche gli altri alleati di Tracia.
57. Tali precauzioni presero gli Ateniesi contro i Potideati subito dopo la battaglia navale di Corfù, perchè i Corintii erano in manifesta rottura con loro, e Perdicca, figliuolo di Alessandro, re dei Macedoni, fino allora alleato ed amico loro, si era fatto nemico, per avere essi fatto lega con Filippo suo fratello e con Derda, che d’accordo lo contrariavano. Impaurito di questa lega egli si adoprava con ambascerie a Sparta perchè si rompesse la guerra tra i Peloponnesi e gli Ateniesi, e si ingegnava di conciliarsi i Corintii per facilitare la ribellione di Potidea. Proponeva inoltre ai Calcidesi ed ai Bottiesi di Tracia di unirsi alla ribellione, avvisando che coll’alleanza di questi luoghi coi quali confinava, troverebbe sostenuto da loro, minori difficoltà nella guerra contro gli Ateniesi. Questi n’ebbero sentore; e come erano in su lo spedire contro gli stati dello stesso Perdicca trenta navi con mille soldati di grave armatura, sotto la condotta di Archestrato figliolo di Licomede e di altri dieci; per prevenire la ribellione delle città commettono a cotesti capitani della flotta di impossessarsi degli ostaggi, demolir le fortificazioni, ed aver l’occhio alle vicine città per impedir che si ribellassero.
58. I Potideati inviarono legati ad Atene per indurli a non far innovazioni intorno a loro, ed andarono insieme coi Corintii anche a Sparta, e si adopravano perchè, occorrendo, vi si tenesse pronto un sussidio. Or siccome dopo lungo deliberare non ottenevano dagli Ateniesi cosa alcuna che loro soddisfacesse, anzi le navi spedite contro la Macedonia andavano egualmente che prima contro di loro; e dall’altra parte i magistrati di Sparta avevano promesso di invader l’Attica se gli Ateniesi andavano sopra Potidea, colta allora quest’occasione e congiuntisi insieme co’ Calcidesi e co’ Bottiesi si ribellano dagli Ateniesi. E Perdicca persuade i Calcidesi ad abbandonare e rovinare le città marittime, trasferirsi ad Olinto[39], e fortificar solo questa città: ed a quei che le città proprie abbandonavano diede a possedere, finchè durasse la guerra con gli Ateniesi, parte del suo territorio e del Migdonio, che è intorno alla palude Bolba. Essi passarono ad abitare più dentro terra, distruggendo le città, e si apparecchiavano alla guerra.
59. Le trenta navi ateniesi giunte in Tracia, trovano Potidea e gli altri luoghi già ribellati. Ed i capitani credendo impossibile, colle forze che avevano, di sostener la guerra contro Perdicca e contro le città concorse alla ribellione, si rivolgono verso la Macedonia, dove, anche da prima erano stati inviati. Giunti colà uniscono le loro colle armi di Filippo e de’ fratelli di Derda, i quali coll’esercito vi erano penetrati dalla parte di terra.
60. In questo mezzo i Corintii ribellatasi già Potidea, e le navi attiche essendo intorno alla Macedonia, temettero per quella città; e riguardandone come proprio il pericolo, tra’ volontarii de’ loro ed altri Peloponnesi invitati col soldo, vi spediscono in tutti milleseicento di grave armatura e quattrocento di truppa leggera, condotti da Aristeo figliolo di Adimanto che era mai sempre stato benevolo ai Potideati; e l’amicizia per lui mosse sopra tutto i Corintii a seguirlo di buona voglia. Essi giungono in Tracia quaranta giorni dopo la ribellione di Potidea.
61. La nuova delle città ribellate era pervenuta subito anche agli Ateniesi; ed al sentire che v’era pur sopraggiunto Aristeo colle sue genti, spediscono contro i luoghi ribelli quaranta navi con due mila dei loro di grave armatura, sotto il comando di Callia figliolo di Calliade, e di altri quattro. Giunti appena in Macedonia trovano che quei primi mille, dopo avere di recente espugnato Terma, assediavano Pidna. Fermaronvisi anch’essi per continovarne l’assedio; ma poscia premendo loro Potidea (tanto più che era arrivato anche Aristeo) fanno accordo e forzata alleanza con Perdicca, e partono di Macedonia. Giunti a Berrea tentarono di prenderla, ma fu senza riuscita: per lo che tornati indietro marciavano[40] per terra verso Potidea con tremila dei loro di grave armatura (oltre a molti altri alleati) e con seicento cavalieri condotti da Filippo e da Pausania, più settanta navi che gli seguivano radendo la costa. Si avanzarono a bell’agio, e il terzo dì pervennero a Gigono ove si accamparono.
62. I Potideati co’ Peloponnesi d’Aristeo li aspettavano accampati sull’istmo in vicinanza d’Olinto; e fuori di città avevano aperto il mercato. Gli alleati avevano eletto a capitano di tutta la fanteria Aristeo, e della cavalleria Perdicca, che subito staccatosi nuovamente dagli Ateniesi seguiva la parte de’ Potideati, lasciato al governo Iolao in sua vece. Aristeo pensò di tenere la sua gente sull’istmo ad osservare quando sopravvenissero gli Ateniesi; ordinò che i Calcidesi con gli alleati di fuori dell’istmo, e co’ dugento cavalli guidati da Perdicca restassero fermi in Olinto[41]; perchè, qualora gli Ateniesi si avanzassero contro lui, venendo loro alle spalle, mettessero in mezzo il nemico. Dall’altra parte Callia generale degli Ateniesi ed i suoi colleghi spediscono alla volta d’Olinto la cavalleria macedone[42] con alcuni pochi de’ loro alleati, per impedire i soccorsi che di là potesser venire; e mosso il campo marciavano essi verso Potidea. Pervenuti sull’istmo, vedendo i nemici preparati al combattimento, fecero anch’essi alto di fronte, e poco dopo si azzuffarono. L’ala propriamente d’Aristeo coi soldati scelti de’ Corintii e degli altri alleati che erano con lui, fece dar volta ai nemici che stavano di fronte, e gli incalzò inseguendoli per buon tratto: il resto poi dell’esercito de’ Potideati e dei Peloponnesi vinto dagli Ateniesi si riparò dentro le mura.
63. Aristeo tornando dal dar la caccia al nemico, e vedendo battuta l’altra parte dell’esercito, era perplesso se dovesse arrischiarsi per la via d’Olinto, ovvero per quella di Potidea. Ma risolvette di ristringere la sua gente in angustissimo spazio, e velocemente marciando aprirsi la via di Potidea: e con difficoltà, inquietato anche dagli strali del nemico, vi penetrò passando lungo la scarpa delle mura pel mare che ivi si frange, talchè colla perdita di pochi salvò la maggior parte de’ suoi. Le milizie d’Olinto destinate pel soccorso di Potidea, dalla quale si scorge alla distanza di circa sessanta stadii[43], attaccata appena la battaglia ed alzati i segnali, si erano alquanto avanzate per dare aiuto; ma la cavalleria macedone si schierò loro di fronte per impedirle. E poichè la vittoria fu tosto per gli Ateniesi, e vennero calati i segnali, tornarono esse dentro le mura, e la cavalleria macedone raggiunse gli Ateniesi cosicchè nè l’una nè l’altra parte ebbe cavalleria[44]. Dopo la battaglia gli Ateniesi alzarono trofeo, e con salvocondotto resero i cadaveri ai Potideati. Vi perirono tra Potideati ed alleati poco meno di trecento, e centocinquanta proprio degli Ateniesi con Callia comandante.
64. Gli Ateniesi tirarono subito il muro dalla parte dell’istmo, e vi tenevano presidio[45]: ma ne restava sguarnita la parte verso Pallene; poichè non si credevano in forze da guardar l’istmo, e insieme passare in Pallene per fabbricare il muro; temendo che i Potideati con gli alleati gli assalirebbero se fossero divisi in due parti. Quando però riseppero gli Ateniesi che la parte che guarda Pallene non aveva muro, spediscono poco dopo milleseicento dei loro di grave armatura capitanati da Formione figliolo di Asopio. Giunto egli a Pallene, movendo da Afitide[46] avvicinava lentamente l’esercito a Potidea, dando nel tempo stesso il guasto alla campagna. E poichè nissuno usciva incontro a combatterlo, tirò il muro dalla parte di Pallene. Così Potidea restava rigorosamente ristretta da due lati, e insieme dalla parte di mare per le navi che v’erano di stazione.
65. Attorniata di mura la città, Aristeo non vedendo via di salvezza senza un qualche inaspettato soccorso dal Peloponneso o altro prodigio, proponeva che da cinquecento in fuori, gli altri aspettando buon vento scapolassero per mare, acciò più lungamente durasse la vettovaglia, ed ei voleva essere tra quei che resterebbero: ma non talentando agli altri il suo consiglio, premuroso di ovviare ai presenti mali, e di ordinare nel miglior modo possibile le cose di fuori, imbarca e parte non osservato dalle guardie ateniesi. Si trattenne presso i Calcidesi, ed oltre la guerra che faceva ad altri luoghi, con imboscata tesa in vicinanza della città de’ Sermilii, ne uccise parecchi, senza però intermettere le pratiche nel Peloponneso, per averne qualche soccorso. E Formione attorniato che ebbe col muro Potidea, dava co’ suoi milleseicento il guasto alla campagna calcidica e bottica[47]; e prese eziandio alcune castella.
66. Ma le accuse insorte scambievolmente prima della guerra tra Ateniesi e Peloponnesi erano queste. I Corintii accusavano gli Ateniesi dell’assedio col quale stringevano Potidea loro colonia e quei Corintii e Peloponnesi che vi si trovavano: gli Ateniesi accusavano i Peloponnesi d’aver ribellata quella città confederata e tributaria d’Atene, e andati colà di aver portato scopertamente le armi contro loro d’accordo co’ Potideati. Nondimeno non era per anche scoppiata la guerra, anzi durava tuttora la tregua; perchè queste cose avevano fatte i Corintii in particolare.
67. I quali, vedendo assediata Potidea, non istettero più alle mosse, temendo per quella città e per la gente che vi avevano. E senza perder tempo invitavano gli alleati a Sparta, ove andati essi pure inveivano contro gli Ateniesi, imputando loro d’aver trasgredito alle tregue, e di ingiuriare il Peloponneso. E gli Egineti, quantunque senza pubblica ambasceria per paura degli Ateniesi, non meno degli altri segretamente insistevano d’accordo coi Corintii per la guerra; allegando esser loro tolto l’uso delle proprie leggi pattuito negli accordi[48]. Tennero i Lacedemoni la loro consueta adunanza; ed oltre agli alleati, vi chiamarono chiunque dicesse essere stato ingiuriato dagli Ateniesi, ed ordinarono a ciascuno di parlare. Diversi si fecero innanzi a produrre le loro querele secondo che ciascuno credeva; ma i Megaresi, oltre a molte altre non piccole differenze; esposero principalmente d’esser sequestrati dai porti del dominio d’Atene e dal mercato dell’Attica, in dispetto delle convenzioni[49]. I Corintii poi, avendo lasciato che gli altri fossero primi ad inacerbire i Lacedemoni, si presentarono gli ultimi e parlarono così.
68. «La lealtà che regna tra voi, o Lacedemoni, nel civile governamento e nel conversare privato, vi rende, anzi che no, tardi a prestar fede se qualche cosa vi diciamo degli altri; e da ciò procede non solo la vostra moderazione, ma eziandio la più grande ignoranza in cui siete delle cose esterne. Conciossiachè noi vi abbiamo più fiate predetto i danni che ci aspettavamo dagli Ateniesi; ma voi non pigliavate contezza alcuna de’ fatti di cui volta per volta vi informavamo; sospettavate anzi che quei che li esponevano fossero mossi a parlare da private nimistà; e però non prima che ingiuriati fossimo, ma da che lo siamo di fatto, avete invitato questi confederati, tra’ quali a noi più di tutti conviene far parola, in quanto che più gravi sono le nostre querele; trovandoci negletti da voi, mentre siamo oltraggiati dagli Ateniesi. I quali se nascosamente opprimessero coi loro soprusi la Grecia, egli farebbe bisogno avvertirvene, potendo voi ignorarli: ma qual pro adesso di molte parole per noi, alcuni dei quali vedete già sotto il giogo; altri, e specialmente alleati nostri, insidiati da loro, i quali da gran tempo sono già apparecchiati alla guerra, caso che una volta dovessero sostenerla? Perocchè altrimenti non avrebbero soprappreso nè riterrebbero a nostro mal grado Corfù, nè assedierebbero Potidea: questa opportunissima per fare in Tracia ciò che vogliono, laddove quella avrebbe somministrato ai Peloponnesi flotta considerevolissima.
69. «E di tutto ciò voi siete i colpevoli, perchè finita la guerra de’ Medi permetteste agli Ateniesi da prima di fortificar la città e poi d’alzare le mura lunghe; e tuttora continovate a togliere la libertà non solo ai popoli messi da loro in servaggio, ma anche agli stessi vostri alleati: poichè è autore di servaggio non chi lo impone, ma più veramente chi, potendo cessarlo, non se ne cura, tuttochè egli abbia il decoroso nome di liberatore della Grecia. Ora finalmente, ed a gran fatica, ci siamo congregati, avvisando non averne pure adesso aperte ragioni; perchè non si volea più cercare se siamo gli offesi, ma solamente trovare il modo di vendicarci, da che essi hanno già deciso e fan di fatti, e senza indugio alcuno assaltano noi incerti ancora nelle nostre risoluzioni. Bene ci è noto per qual via gli Ateniesi a poco a poco si avanzano su quel degli altri: nondimeno sino a che per la inavvertenza vostra si credono inosservati lo fanno meno francamente: ma piomberanno addosso con tutto lo sforzo qualora conoscano che noti vi sieno i loro disegni e non gli curate. Poichè voi sol tra’ Greci, o Lacedemoni, ve la passate tranquillamente, e pretendete tenere indietro gli altri non colla forza ma coll’indugio; e di abbattere gli ingrandimenti de’ nemici non sul principio, ma quando sieno cresciuti del doppio. E pure avevate nome d’esser gente di sicuro consiglio; ma certo la fama era maggiore del vero. Conciossiachè siamo noi stessi testimoni che il Medo dall’estremità della terra giunse nel Peloponneso; innanzi che voi gli andaste incontro con forze condegne al vostro decoro. Ed or non fate caso degli Ateniesi che vi sono vicini e non già lontani com’egli; e più tosto che assalirli, volete respingerli assalitori, e così combattendoli divenuti già assai più forti, rimettervi alla incertezza del caso, quantunque non ignoriate che anche il barbaro fu di per sè stesso cagione di sue sconfitte; e che le nostre molte vittorie già riportate su gli Ateniesi procederono più dai loro errori che dai vostri soccorsi. Perciocchè le speranze riposte in voi hanno omai purtroppo rovinato alcuni che affidati a quelle se ne stavano senza apparecchiarsi. Nè alcuno di voi creda parlar noi così per nimicizia che vi portiamo, più tosto che per farvi amichevole rimostranza: imperocchè questa sta bene con gli amici che difettino, dove al nemico che ci abbia offeso si porta accusa di delitto.
70. «Crediamo inoltre aver quanto altri mai diritto di dolerci dei vicini, principalmente nell’urgenza di rilevanti affari, pei quali ci sembra che restiate insensibili, senza aver mai ponderato che gente sieno gli Ateniesi coi quali avrete a combattere, e in quanto, per non dire in tutto, a voi superiori. Novatori essi, sono destri a immaginare trovati e ad eseguirli: buoni voi a conservare il vostro, non mirate più oltre, nè sapete venire a capo delle cose anche le più necessarie. Di più sono essi ardimentosi al di sopra delle forze, arrischievoli più di quel che s’erano prefissi, pieni di buona speranza nei più fieri disastri: all’opposto è proprio di voi operare al di sotto delle forze, non fidarvi neanche de’ meglio fondati consigli, e pensare non dovervi mai liberare da’ pericoli. Sono essi sollecitissimi dinanzi a voi temporeggianti; eglino randagi, voi casalinghi: perchè coll’allontanarsi dal patrio suolo credono trovar via a nuovi acquisti, voi col metter piè nell’altrui credete di rovinare anche il vostro. Vincitori del nemico, ei si avanzano oltremodo, vinti si scoraggiano il meno possibile; anzi per la patria non risparmiano punto i loro corpi come se a lei non appartenessero, ma usano dell’animo come di cosa tutta di lei in ogni impresa che le sia utile: stimano perdita del proprio le imprese pensate e non compiute; gli acquisti fatti colle invasioni, piccola cosa a comparazione di ciò che sperano conseguire. Fallisce a sorte una prova, vi sopperiscono con nuove speranze: soli essi riuniscono insieme speranza e possedimento delle cose immaginate, tanto è pronta l’opra di mano ai loro disegni. In tutto questo s’affannano per l’intero corso della vita in mezzo alle fatiche ed ai pericoli: godono pochissimo di ciò che hanno, intenti sempre ad accrescerlo; credono festa non esser altro che far quel che occorre, e maggior disgrazia l’ozio inoperoso che la travagliosa occupazione. Insomma se tu gli dica nati per non aver riposo, nè lasciarlo altrui, diresti vero.
71. «E nondimeno con a fronte una città di tal fatta, voi, o Lacedemoni, temporeggiate, e credete che tranquillità lungamente non duri presso que’ popoli i quali, tuttochè coi loro apparecchi di guerra non oltrepassino i termini del dovere, pure chiaramente dimostrano che non patiranno d’essere offesi: anzi ponete l’equilibrio politico nel non molestare gli altri, e nel non sopportare danni in caso di rispingerli; ciò che potreste appena conseguire se aveste a confine una Repubblica che a questa vostra rassomigliasse. Ma oggimai, come abbiamo testè dimostrato, le vostre maniere dirimpetto agli Ateniesi sono di usanza antica: ora è forza, siccome avviene nelle arti, che a mano a mano la vinca il costume più recente[50]. E per città tranquilla ottime sono costumanze invariabili: ma in quella ove sia necessario andare incontro a molti pericoli, abbisognano anche molti nuovi artificii. Però lo stato degli Ateniesi esercitato in molte prove, si è più rinnovato del vostro. Qui dunque finisca la vostra lentezza: anzi adesso, conforme lo avete promesso, soccorrete gli altri ed anche i Potideati assaltando prontamente l’Attica, per non abbandonare a’ più fieri nemici gente vostra amica, e del medesimo sangue[51], e non far sì che noi altri per lo scoraggiamento ci rivolgiamo ad altra lega. Lo che facendo non commetteremmo ingiustizia veruna, nè in faccia agli Dei invocati nei giuramenti, nè in faccia agli uomini di senno: perchè non rompono i patti quei che abbandonati si accostano ad altri, ma coloro che non aiutano quelli coi quali giurarono alleanza. Nulladimeno se vorrete darvene cura resteremo uniti con voi; conciossiachè mutando parte, nè opereremmo onestamente, nè troveremmo altrove maggior conformità di costumi: però risolvete bene, e date opera che non vi tocchi a governare il Peloponneso più angusto di quel che ve lo consegnarono i padri.»
72. Queste furono le parole dei Corintii; e gli ambasciatori Ateniesi, che per altre occorrenze per avventura si trovavano di prima a Sparta, inteso che ebbero ciò, risolvettero di presentarsi ai Lacedemoni, non per purgar le imputazioni date loro dalle città, bensì per dichiarare che sull’insieme delle cose non doveano risolvere sì tostamente, ma riflettervi più luogo tempo: volevano altresì esporre, quanto grande fosse la potenza della loro Repubblica, rammemorando ai più vecchi fatti che non ignoravano, e raccontandoli ai giovani che non li sapevano. Giudicavano essi che per le loro parole si volgerebbero più presto al partito della pace che della guerra. Rappresentaronsi adunque ai Lacedemoni, e dissero volere essi pure, qualora non ve ne fosse divieto, parlare all’assemblea; e avuta permissione di entrare, parlarono così.
73. «Noi non fummo certamente inviati qua per venire in contradittorio coi nostri alleati, ma per altre commissioni avute dalla patria: nondimeno informati dei tanti rabbuffi che si fanno contro di noi, ci siamo presentati, non per rispondere alle imputazioni delle città (perciocchè si tratterebbe dinanzi a voi, che giudici non siete, nè di noi nè di loro), ma per non lasciarvi, stando a detta degli alleati, prendere troppo facilmente mala risoluzione sopra affari importantissimi. E medesimamente, riandando tutto il parlato contro noi, vogliamo chiarirvi che ben ci sta quel che abbiamo, e che la nostra Repubblica merita tutta la considerazione. Quanto a’ fatti più antichi attestati dalla tradizione, più tosto che visti dagli occhi di chi ci ascolterà, nulla monterebbe il parlarne: ma delle imprese contro il Medo, e delle altre a voi pure ben note, è indispensabile ragionare, a patto anche di riescir troppo molesti, perchè ad ogni occasione le produciamo. Conciossiachè nelle nostre opere di allora i pericoli furono pel comun bene: del quale siccome voi partecipaste di fatto, così dal farne parola, ove utile ci sia, noi non vogliamo essere interamente esclusi. Nè già favelleremo per nostra discolpa, ma solo per testimoniare e dichiarare con qual città vi toccherà a combattere, se saggiamente non risolverete. Imperocchè ci diamo vanto di esserci soli fatti innanzi a Maratona per sostenere il cimento contro il barbaro: di poi nella seconda sua venuta, trovandoci insufficienti a respingerlo per terra, montammo tutti d’accordo sulle navi, e venimmo con esso lui a battaglia navale a Salamina; lo che valse a impedire che egli non devastasse il Peloponneso, investendone colla flotta ad una ad una le città, troppo deboli per soccorrersi scambievolmente contro il gran numero delle sue navi. Egli stesso ne diede poi la più chiara riprova; perocchè vinto dalla nostra flotta, credendo non aver omai forze eguali alle nostre, si ritirò prestamente colla maggior parte dell’armata.
74. «Ora in quel fatto sì stupendo, ove chiaro mostrossi che l’esser de’ Greci consisteva nelle navi, tre cose offrimmo le più conducevoli a lieto riuscimento: cioè, numerosissimo naviglio, capitano prudentissimo, deciso coraggio: delle quattrocento navi, poco meno dei due terzi[52]; per capitano Temistocle, cui solo deesi che la battaglia seguisse nello stretto, per lo che manifestamente furon salve le cose dei Greci: e a lui quantunque straniero (che gran cosa è) rendeste per ciò onori più grandi che a tutti gli altri venuti prima tra voi[53]. Mostrammo infine coraggio di gran lunga il più magnanimo, noi i quali (poichè nissuno ci soccorreva per terra, e gli altri insino a noi erano ridotti in servitù) credemmo di nostro decoro abbandonar la città e rovinare le cose nostre, e quantunque ridotti in questo stato, anzi che abbandonare gli altri alleati, o andando sparsi rendersi loro inutili, montammo sulle navi, e ci facemmo incontro al pericolo, senza adirarci per non averci voi di prima soccorsi: così che diciamo avervi recato vantaggio non minore di quello che noi stessi conseguimmo. Ed invero, solo da che vedeste esservi più da temere per voi che per noi, ci soccorreste movendo da città tuttora abitate, e confidando di ritornare al possedimento di quelle; ma fino a che furono in salvo le cose nostre voi non compariste. Noi per opposito uscendo risoluti da città che più non era, e di cui rimaneva menoma speranza, affrontando il pericolo salvammo dal canto nostro e voi e noi medesimi. Ma se di prima per la paura di veder rovinato il nostro suolo, dati ci fossimo, siccome gli altri, al Medo; ovvero se dappoi, tenendoci per vinti e perduti; non avessimo osato montar le navi, non occorreva altrimenti che voi, mancanti come eravate di flotta sufficiente, veniste a naval combattimento, anzi per lui avrebbero le cose tranquillamente progredito a suo talento.
75. «È egli dunque cosa giusta, o Lacedemoni, che la prontezza di animo e la saviezza di consiglio allora dimostrata, ci rendano sì smodatamente segno alla invidia dei Greci, anche per l’impero che abbiamo? Nè già noi l’ottenemmo per forza, ma da che, avendo voi ricusato di rimanere a combattere gli avanzi del barbaro, gli alleati ricorsero a noi, e di per sè stessi ci pregarono ad essere capitani. La natura stessa della cosa poi ci obbligò fino da principio a promuovere questo impero al punto presente, primieramente per timore, poscia per onore, in ultimo per vantaggio. Ed essendo oramai avuti in odio da molti, avendo sottomessi alcuni che già ci si erano ribellati, e vedendo voi non già come prima amici nostri, ma sospettosi e discordevoli; non più ci pareva sicuro consiglio rallentare il vigore di quello con nostro pericolo, conciofossechè a voi si accosterebbero quelli che da noi si ribellassero. Or niuno deve biasimare chi cinto da gravissimi pericoli si adopra a ben disporre i propri affari.
76. «Voi certo, o Lacedemoni, nelle città del Peloponneso, sulle quali imperate, avete costituito reggimento acconcio all’util vostro. E se allora rimasti voi perpetuamente al comando, foste incorsi come noi nell’odio che il comando stesso si trae dietro; tenghiamo per certo che necessitati o a comandare vigorosamente, o a correr pericolo, non sareste meno di noi divenuti incomodi agli alleati. Medesimamente neppur noi abbiam fatto cosa da maravigliare, nè lontana dal fare degli uomini, se ricevemmo l’impero trasmessoci, e se non vogliamo rallentarne il vigore vinti da grandissime cause, onore, timore, vantaggio. Nè siamo poi stati i primi a mettere questa sempremai ricevuta usanza, che il debole sia tenuto sotto dal più forte. Oltre di che credevamo di meritarlo e voi pur lo credevate sino a qui; se non che ora calcolando l’utilità vostra, siete ricorsi ai termini di dritto, per anteporre i quali niuno fu mai che migliorar non volesse le cose sue quando gli venne il destro di farlo colla forza. Meritane anzi fede tutti coloro che, seguendo l’istinto proprio dell’uomo di comandare altrui, sieno stati più giusti di quello che avrebbe portato la loro potenza. Almeno quanto a noi pensiamo che, se altri acquistassero il nostro potere, farebbero allor daddovero conoscere se siamo nulla nulla discreti: ma a noi la nostra lenità ha fruttato a torto più di disonore che di gloria[54].
77. «Perciocchè, quantunque nelle giudiciali controversie cogli alleati recediamo dai nostri diritti, e facciam loro giudizio, tutto che in casa nostra, con leggi eguali per essi e per noi, nondimeno siamo reputati gente litigiosa[55], nè alcun di loro considera perchè tal rimprovero non sia fatto a quelli che altrove hanno impero, benchè men discreti di noi coi loro soggetti. Ciò procede da questo, che coloro i quali possono usar la via della forza, non si curano più punto di quella del diritto: mentre questi nostri alleati avvezzi a trattar con noi alla pari, se per nostro giudicio, o per quel potere che dall’impero deriva, contro la da loro creduta convenienza, o comunque sia, restino in qualchecosa al disotto, non ci sanno grado per quel di più di che non vengono privati; anzi per quel nonnulla vanno più malcontenti che se, messe a dirittura dall’un dei lati le leggi, gli avessimo manifestamente oppressi: perocchè a quel modo non avrebber pure aperto bocca per negare che il più debole debba cedere al più forte. Conciossiachè, come pare, gli uomini più si adirano pel negato diritto, che per la manifesta violenza: quello sembra soverchieria fatta da un eguale, questa necessaria conseguenza dell’esser da più. Infatti sofferivano essi pazientemente dal Medo trattamenti più severi di questi; laddove il nostro impero passa per grave: nè maraviglia: perchè il governo presente è sempre quello che più pesa ai sudditi. E se a voi, dopo averci atterrati, toccasse a comandare, forse dovreste scendere dal grado di benevolenza in cui siete pel timore che si ha di noi; se pure quali vi mostraste allora nel breve comando vostro contro il Medo, tali vi faceste conoscere anche adesso[56]. Perocchè non solo a casa vostra seguitate usanze non punto confacienti con quelle degli altri, ma di più qualunque di voi esca di patria non pratica nè queste sue, nè quelle seguite dal rimanente di Grecia[57].
78. «Deliberate adunque posatamente, perchè d’oggetti non lievi; nè porgendo orecchio a consigli e imputazioni a voi estranee, vogliate sopraccaricarvi di travagli tutti vostri. Quanta poi sia la stravaganza della guerra premeditatelo innanzi di trovarvici; perocchè prolungandosi, suole essa il più delle volte ridursi a dipendere da fortunosi accidenti, da cui amendue siamo distanti; e l’esito pende nella incertezza. Nondimeno gli uomini andando alla guerra sogliono venire prima ai fatti, lo che doveva serbarsi dappoi; e quando già ne provano i disastri, allora vengono alle deliberazioni. Ma nè noi siamo ancora caduti in alcuno di questi sbagli, nè ci vediamo pur voi; però fino a che resta in arbitrio di entrambi la scelta di buona risoluzione, vi diciamo che non rompiate la tregua, nè trapassiate i giuramenti; e che piuttosto secondo gli accordi accomodiamo le nostre differenze per via di ragione. Altrimenti, presi in testimoni gli Dei vindici dei giuramenti, ci adopreremo al postutto per respingere gli assalitori, seguendo la stessa via per cui ci precediate.»
79. Tali furono le parole degli Ateniesi: ed i Lacedemoni, udito che ebbero le querele dei confederati contro gli Ateniesi, e le cose dette da questi, ordinarono tutti si ritirassero, per deliberare da se soli sopra i presenti affari. E la maggior parte consentiva in ciò, che il procedere degli Ateniesi era oggimai ingiusto, e però doversi fare tostamente la guerra. Ma Archidamo re di Sparta[58], riputato uomo prudente e moderato, si fece innanzi e parlò così.
80. «Ed io e voi che qui veggo della mia età, o Lacedemoni, abbiamo già di più d’una guerra esperienza; così che non è da credere che alcuno o per imperizia la guerra desideri (lo che a molti intervenir potrebbe), o perchè la creda cosa utile e sicura: ma voi troverete questa guerra intorno a cui deliberate, non essere per riuscire di piccol momento, ove alcuno si faccia a saggiamente considerarla. Conciossiachè di fronte ai Peloponnesi ed ai confinanti noi abbiam forze quasi eguali, e prontamente possiamo recarci contro ciascuno di essi: ma contro a genti che abitano terre lontane, e per aggiunta bravissime in mare, e di tutte cose ottimamente fornite, di pubbliche e private ricchezze, di navi, cavalli, armi e soldatesca quanta non è in verun altro luogo della Grecia; con di più molti alleati tributari; come mai incontro a costoro hassi ad intraprendere francamente la guerra? Ed a che affidati, senza apparecchiamenti affrettarsi cotanto? Forse alle navi? ma ne siamo al di sotto e se vorremo esercitarvici in modo da star loro a fronte, egli abbisogna di tempo. Forse ai denari? ma anche in ciò siamo molto inferiori: noi non abbiamo nè pubblica, nè privata pecunia per contribuir prontamente.
81. «Havvi forse chi prenda fidanza dal nostro maggior numero di soldati gravi per penetrare nel loro territorio e scorrazzarlo? E bene: hanno essi altre e vaste terre ove comandano, e suppliranno dalla parte di mare ai loro bisogni. Se poi proveremo a ribellare i loro alleati, farà di mestieri anche a questi, per lo più isolani, portar soccorsi di navi. Qual esito adunque avrà questa nostra guerra? Perocchè se non avremo maggiori forze di mare, o non priveremo loro delle rendite onde mantengono le flotte, sarà più la perdita del guadagno; nè allora sarà più decoroso l’aggiustamento, soprattutto se parrà essere noi stati i cominciatori della contesa. Ah! non ci lasciamo, perdio, gonfiare il petto dalla speranza che col guasto delle loro terre sia per cessare presto la guerra; che io temo abbia anzi ad essere l’eredità dei figlioli. Tanta ragione v’è di credere che i superbi Ateniesi non vogliano essere schiavi delle loro terre; o, a modo che inesperti, sgomentarsi della guerra.
82. «Nulladimeno io non vi consiglio a lasciar bonariamente che essi offendano i nostri alleati, e a non cercare di sorprenderli nelle loro trame; bensì a non muover l’armi per adesso: a inviar legati facendo le vostre rimostranze, senza manifestarvi nè incitati troppo alla guerra, nè disposti a lasciarli fare: a ordinare in questo mezzo le cose nostre col guadagnarci alleati e Greci e barbari, dondechè aggiungere ci possiamo rinforzo di navi o di danaro. Nè già è riprendevole quegli che insidiato come noi dagli Ateniesi, cerca salvezza, coll’aiuto dei barbari non che dei Greci solamente. Al tempo istesso produciamo anche le forze che abbiamo in proprio. Se porgeranno punto orecchio ai legati, bene; se no, passati due o tre anni, allora meglio preparati, andiamo se vi aggrada contro di loro. E forse al vedere già pronti gli apparecchi, e con questi consonare i nostri discorsi, inchineranno viemeglio a cedere; tanto più che, possedendo intatte le loro campagne, delibererebbero su beni tuttora in essere, e non per anche devastati. Perciocchè voi non dovete riguardare le loro terre se non come un ostaggio che avete, e di tanto maggiore importanza quanto meglio elle sono coltivate. Laonde bisogna risparmiarle il più lungamente possibile, per non ridurli alla disperazione guastandole, e così averli più inespugnabili. Ed invero se pressati dalle querele degli alleati le diserteremo prima d’esser bene in ordine, badate che non ci avvenga di procacciar maggior vergogna e imbarazzo al Peloponneso. Conciossiachè le querele tra le città, e quelle tra’ privati si possono diffinire; ma se per vantaggio di un popolo particolare, ci uniremo tutti a imprender guerra, della quale non è concesso sapere l’evento, non sarà poi facile acconciarla dignitosamente.
83. «Nè sembri ad alcuno codardia che molti non vadano tostamente contro una città sola, perciocchè hanno anche gli Ateniesi non manco di noi alleati che pagano tributo. Or la guerra si regge col denaro più che con le armi: desso è che rende utili le armi medesime, spezialmente per gente di terraferma contro gente di mare. Cominciamo adunque dal procacciarlo: e prima d’averlo non ci lasciam trasportare dalle parole degli alleati: anzi noi, che nell’alternar delle conseguenze saremmo reputati la cagion potissima di esse, noi stessi preconsideriamole pacificamente.
84. «Inoltre riflettendo che abitiamo città stata sempre libera e rinomatissima, non vi prendete a vergogna quella lentezza procrastinante che più di tutto ci si rimprovera: conciossiachè affrettandovi, avrete altresì manco modo di tornare in riposo, appunto perchè entrati in guerra senza apparecchi; laddove questa stessa lentezza può esser piuttosto prudente moderazione. Il perchè noi non insolentiamo nelle prosperità, e men degli altri cediamo ai disastri; eccitati con lodi a pericolosi cimenti, se ragione non lo consente, non ci gonfia il piacer della lode; e se taluno con riprensione ci punga, non per questo adirati mutiamo consiglio. Ed è questo buon ordine che ci rende valorosi e prudenti: valorosi perchè in fatto d’onore ha gran parte la modestia, come nella magnanimità la vergogna; prudenti, perchè educati in modo da non saper spregiare le leggi, e per severità di disciplina moderati a segno da non contravvenire a quelle. La nostra saviezza non consiste già in cose frivole, cosicchè bravi a biasimar colle parole gli apparecchi dei nemici, non siamo poi altrettali ad assalirli di fatto; ma giudichiamo che i pensamenti degli altri sono presso a poco simili ai nostri, e che i fortuiti avvenimenti delle cose non possono diciferarsi con una diceria. Ci prepariamo col fatto, supponendo i nemici forniti di senno: conciossiachè le speranze non vogliono essere fondate sull’aspettativa dei loro sbagli, ma sulla fiducia del cauto nostro antivedimento: nè vuolsi credere differir molto un uomo dall’altro, ma generoso sopra tutti colui che crebbe alla scuola delle più forti necessità.
85. «Non tralasciamo adunque costumanze di tal fatta trasmesseci dai padri, e la cui pratica noi stessi esperimentammo sempre vantaggiosa: nè ci affrettiamo a deliberare in breve particella di giorno su gran numero di persone, di ricchezze, di città e su la nostra stessa reputazione: facciamolo anzi posatamente, giacchè a noi, più che ad altri, ne porge il modo la nostra potenza. Spedite anche legati ad Atene, rispetto a Potidea ed ai torti cui gli alleati dicono ricevere; tanto più che gli Ateniesi son pronti a renderne ragione: or chi è pronto a render ragione non vuolsi tosto assalire come ingiuriatore. Al tempo stesso però preparatevi per la guerra. Queste per voi saranno le risoluzioni migliori, e le più atte a intimorire i nemici.» Così parlò Archidamo; ma in contrario Steneleida[59], allora uno degli Efori[60], presentatosi l’ultimo tenne ai Lacedemoni questo discorso.
86. «Io per me non intendo la lunga diceria degli Ateniesi: per sè molti elogi, senza punto negare i torti commessi contro i nostri alleati e contro il Peloponneso. Che se allora virtuosi nel resistere ai Medi, male oggi procedono con noi, meritano doppia pena, perchè di buoni divenuti malvagi: all’incontro noi siamo gli stessi ed allora e adesso; e se abbiamo fior di senno non ci rimarremo indifferenti sugli oltraggi degli alleati, nè tarderemo a soccorrerli, mentre i loro mali trattamenti non hanno indugio veruno. Hanno sì bene gli Ateniesi denaro, navi e cavalli; e noi abbiamo de’ buoni alleati che non debbono lasciarsi loro in preda: nè con giudizi o con parole si vuole decidere, mentre anch’essi non sono offesi a parole, ma vendicarli prontamente e con tutto il vigore. E nissun c’insegni, che a noi offesi meglio convenga deliberare; quando deliberar lungamente conviene piuttosto a coloro che vogliano offendere. Decretate adunque, o Lacedemoni, la guerra, come vuole il decoro di Sparta, e non lasciate ingrandir gli Ateniesi. Ah! non siamo i traditori degli alleati, ma affidati al favor degli Dei portiamo la guerra a coloro che gli oltraggiano.»
87. Detto ciò, egli stesso come Eforo ne propose il partito all’adunanza dei Lacedemoni: ed avvegnachè si desse il voto a voce e non col lapillo, disse non distinguere qual voce fosse maggiore: e volendo che col dichiarare scopertamente il loro voto fossero più animati per la guerra, ordinò così: «Chi di voi, o Lacedemoni, crede rotti gli accordi e rei d’oltraggio gli Ateniesi, si porti colà (additando il posto), altrimenti vada dall’altra parte.» Alzaronsi, presero posto distintamente, ed assai più furono quelli che opinavano per la rottura degli accordi. Allora introdussero anche gli alleati[61], e dissero aver quanto a sè deciso, l’ingiustizia essere dal lato degli Ateniesi, ma che invitati tutti gli alleati, gradivano vi aggiugnessero essi pure il loro voto, perchè fosse comune la deliberazione di far guerra, se così loro piacesse. Ciò fatto i legati dei confederati tornarono a casa, e quindi quelli ancora degli Ateniesi, dopo trattati gli affari per i quali erano venuti. Questo decreto dell’assemblea che dichiarava rotte le tregue fu fatto correndo l’anno quattordicesimo delle convenzioni stipulate dopo i fatti dell’Eubea.
88. I Lacedemoni poi decretarono esser rotte le tregue e doversi far guerra, non tanto perchè erano persuasi delle lamentanze degli alleati, quanto ancora perchè temevano che gli Ateniesi non venissero a maggiori ingrandimenti, giacchè omai vedevano soggetta loro la maggior parte della Grecia.
89. Erano infatti gli Ateniesi pervenuti al primato degli affari, lo che fu mezzo ai loro avanzamenti, per questo modo. Dappoichè i Medi vinti da’ Greci per mare e per terra ritiraronsi dall’Europa, e restarono distrutti quelli tra loro che si erano ricovrati sulle navi a Micale, Leotichida re dei Lacedemoni, condottiero dei Greci a Micale ritornò in patria conducendo seco gli alleati del Peloponneso: gli Ateniesi poi, e con loro i confederati della Ionia e dell’Ellesponto, che già s’erano ribellati al re, fermaronsi all’assedio di Sesto[62] occupato dai Medi, ove restarono tutto l’inverno, e si impadronirono della città da cui i barbari sloggiarono. Dopo ciò fatta vela dall’Ellesponto tornarono ciascuno alle loro città; e il comune degli Ateniesi, partiti che furono i Medi dal lor territorio, riportava subito di là, ove erano stati celatamente depositati, i figli, le mogli e le salvate masserizie. Poscia disponevansi a rifabbricar la città e le mura, poichè del circuito di questi piccoli brani rimanevano, e delle case moltissime erano rovinate, e sole quelle avanzavano ove erano alloggiati i magnati persiani.
90. Accortisi i Lacedemoni di quello che era per avvenire, andarono in ambasceria ad Atene, non tanto perchè avrebbero anch’essi meglio gradito che nè Ateniesi nè altri avessero mura, ma principalmente perchè erano istigati dai confederati e temevano la numerosa flotta degli Ateniesi, la quale poco innanzi non esisteva, e l’ardimento da loro mostrato nella guerra col Medo. Però li pregavano a non edificare le mura, e piuttosto ad unirsi con loro a demolire il giro di quante tuttora sussistessero fuori del Peloponneso. Nè già esponevano all’adunanza le intenzioni e i sospetti dell’animo loro verso. Atene; ma solo dimostravano che in questo modo il barbaro, in una seconda invasione, non troverebbe luogo munito, onde muoversi, come aveva testè fatto da Tebe; e che bastava il Peloponneso a dar ricovero a tutti, per quindi accorrere alla propria difesa. Gli Ateniesi, per consiglio di Temistocle, a questi discorsi dei Lacedemoni risposero: manderebbero legati a Sparta per trattar delle cose da loro esposte: e tosto gli accomiatarono. E Temistocle gli andava consigliando, spedissero immediatamente lui medesimo a Sparta, e non mandassero subito gli altri deputati oltre a lui; indugiassero anzi fino a che non avessero alzate le mura al punto necessario alla difesa; tutta la gente di città, nullo eccettuato, uomini, donne, ragazzi prestassero mano al lavoro di quelle; non la perdonassero a pubblico o privato edifizio, da cui potesse trarsi vantaggio all’opera, ma tutti gli demolissero. Dati questi avvisi, soggiunse che egli stesso tratterebbe colà del rimanente, e partì. Arrivato a Sparta non si accostava ai magistrati, trovando pretesti per temporeggiare: e quantunque volte alcun magistrato lo domandasse, perchè non si presentava alla pubblica adunanza, rispondeva: aspettare i suoi colleghi rimasti indietro per qualche bisogna, attenderne pronto l’arrivo, e maravigliarsi che ancor non fossero giunti.
91. In udendo ciò, per l’amicizia che avevano con Temistocle credevano alle parole di lui; nondimeno giunti alcuni altri, e ragguagliando chiaramente che le mura si edificavano, e che già erano di qualche altezza, non sapevano come non credervi. Temistocle accortosi di ciò li consiglia a non lasciarsi illudere da discorsi, ma spedire alcuni di loro, personaggi dabbene, i quali osservata la cosa, la riferissero fidatamente. Si spediscono. E Temistocle, rispetto a loro, manda celatamente avviso agli Ateniesi ordinando li trattenessero nel modo il men vistoso, e non gli licenziassero, prima che egli ed i colleghi fossero ritornati: conciofossechè (venuti essendo a raggiungerlo Abronico figliolo di Lisicle, ed Aristide di Lisimaco compagni dell’ambasceria, colla nuova che le mura erano a buon termine) temeva che i Lacedemoni, avutone indubitabile ragguaglio non più gli lascerebbero partire. Gli Ateniesi adunque come era stato loro significato, intertennero i legati; e appunto allora Temistocle presentatosi ai Lacedemoni disse apertamente: «la città essere omai fornita di mura a segno che poteva difendere gli abitanti: però se i Lacedemoni o i confederati volevano mandare qualche legazione ad Atene, lo facessero in avvenire come a gente che sa discernere il proprio ed il comune vantaggio; perchè anche quando credettero espediente abbandonar la città e salir sulle navi, osarono farlo senza conferirne con loro; nè esser mai per consiglio rimasti indietro ad alcuno in tutti gli affari su i quali insieme con essi erano venuti a deliberare. Parer dunque meglior cosa anche adesso che la loro città abbia mura; ciò esser per riuscire di maggior utilità non solo pe’ cittadini in particolare, ma per tutti i confederati. Infatti senza equilibrio di forze non esser possibile che nulla si deliberi in comune con eguaglianza di diritto. Pertanto, soggiungeva, o dover tutti i compresi nella lega restar senza mura, o trovar giusto anche il fatto presente.»
92. A queste parole i Lacedemoni non mostrarono apertamente il loro dispetto verso gli Ateniesi, sia perchè la loro ambasceria non aveva per oggetto il fare inibizione alcuna, ma solo (se vuolsi credere) il consigliare la cosa come vantaggiosa pel bene comune; sia perchè erano allora amici della Repubblica ateniese a cagione dell’esimio valore mostrato contro il Medo; ma covavano internamente il rancore vedendo falliti i propri disegni. E gli ambasciatori di ambe le parti tornarono ciascuno alla patria senza farsi querela veruna.
93. Così gli Ateniesi in poco tempo edificarono le mura della città; e l’edifizio mostra anche adesso essere stato frettolosamente compito: conciossiachè lo sostengono fondamenta d’ogni maniera di sassi, e in qualche parte non ben commessi, ma alla rinfusa come ciascuno gli portava; impiegaronvi ancora molte colonnette dei sepolcri e pietre scolpite: perchè, volendo dappertutto dilatare il giro della città, si avacciavano abbattendo ogni cosa senza riguardo. Inoltre Temistocle persuase agli Ateniesi di dar compimento anche alla fabbrica del Pireo già incominciata l’anno che egli fu arconte in Atene; perocchè giudicava quel luogo vantaggioso per i tre porti naturali che presenta; e perchè ad essi, ove si addessero al mare, riuscirebbe di gran giovamento per avanzare in potenza. Egli il primo osò dire, bisognare applicarsi al mare, e subito tolse a procacciarne loro l’imperio. Fabbricarono, per suo consiglio, anco il muro intorno al Pireo della grossezza che tuttora si vede, cosicchè due carri a riscontro vi portavano i sassi. Nell’interno della muraglia non era nè calcina nè loto, ma grandi pietre congegnate, tagliate a canto vivo, e tenute insieme all’esterno con ferro impiombato. Nondimeno l’altezza fu forse condotta alla metà di quanto ei s’era prefisso; sì perchè voleva coll’altezza e grossezza del muro tener lontani gli assalti dei nemici, sì perchè giudicava bastevoli a guardarlo pochi e dei più invalidi, affinchè gli altri montassero sulle navi alle quali erano tutte rivolte le sue cure. Vedeva egli, per mio avviso, che agli eserciti del re restava più facile lo invadere dalla parte di mare che dalla parte di terra; laonde giudicava, il Pireo più importante della rocca della città: e spesso avvertiva gli Ateniesi avessero a scendervi per far sulle navi resistenza a qualunque, se per avventura si trovassero stretti dalla parte di terra. Così gli Ateniesi subito dopo la ritirata dei Medi si fortificarono colle mura, e ristaurarono il rimanente della città.
94. Da Sparta fu di poi spedito condottiero de’ Greci Pausania figlio di Cleombroto con venti navi del Peloponneso, alle quali si unirono gli Ateniesi con trenta, e con buon numero degli altri alleati. Fecero vela contro l’isola di Cipro e ne soggiogarono gran parte; si diressero poscia alla volta di Bisanzio occupata dai Medi, e la espugnarono sotto la condotta del medesimo.
95. Ma già Pausania usava nel comando modi insolenti, onde erano disgustati gli altri Greci, e principalmente gli Ionii e quanti eransi di poco sottratti al servaggio del re[63]. Questi prontavano[64] presso gli Ateniesi, e pel titolo di parentela gli pregavano volessero essere loro duci, e non permettessero a Pausania le sue soperchierie. Gli Ateniesi prestarono orecchio alle loro parole, e presero a considerarle con intendimento di non lasciar correre, e di ordinare le altre cose nella maniera la più utile per loro. In questo i Lacedemoni richiamano Pausania per fare il processo dei rapporti che avevano di lui: avvegnachè da’ Greci che arrivavano a Sparta gli fossero imputate grandi ingiustizie, per le quali compariva più tiranno che generale. Nel tempo istesso del suo richiamo accadde che anche gli alleati, salvo le milizie del Peloponneso, per l’odio concepito contro di lui passarono a parte Ateniese. Giunto egli a Sparta fu dichiarato reo di private avanie contro alcuno, ma restò assoluto come innocente delle imputazioni più criminose; perocchè veniva principalmente accusato di seguir la parte del Medo, e la cosa pareva manifestissima. Il perchè non fu più spedito generale, ma inviarono Dorci ed alcuni altri con piccol numero di soldatesca, ai quali gli alleati non vollero rimettere il comando. Come essi il riseppero tornarono indietro, e i Lacedemoni non spedironvi più alcuno, sì perchè temevano che andati colà non si guastassero, come era addivenuto di Pausania, sì perchè bramavano disbrigarsi della guerra col Medo, e reputavano gli Ateniesi capitani sufficienti, e in quel tempo loro amici.
96. In questa guisa, a grado degli alleati che odiavano Pausania, pervenuti gli Ateniesi al comando determinarono le città che avessero a somministrar denaro o navi per andar contro il barbaro; conciossiachè pretesto a ciò era la vendetta che pei mali sofferti volevan prendere di lui, devastandone le terre. E fu allora per la prima volta constituita presso gli Ateniesi la carica degli Ellenotami, i quali riscotevano il tributo[65], che così chiamossi la contribuzione del denaro. Da prima il tributo imposto fu di quattrocentosessanta talenti. Delo era la tesoreria, e nel tempio si tenevano le adunanze.
97. In principio gli Ateniesi governavano gli alleati, lasciando loro le proprie leggi, ed il dritto di deliberare nelle generali adunanze: ma nel tempo di mezzo a questa guerra e quella del Medo, sono pervenuti a grado presente di potenza per essersi esercitati in guerra, e per aver condotto a lieto fine le brighe avute col barbaro, coi propri alleati che mulinassero cose nuove, e con quei tra i Peloponnesi che a mano a mano prendessero parte in ciascuna di quelle controversie. Ed io ne ho scritto l’istoria, fatta digressione dal mio soggetto, avvegnachè questo punto sia stato omesso da tutti gli scrittori prima di me, che hanno narrato o i fatti de’ Greci anteriori alla guerra dei Medi, o quelli solo della guerra con i Medi. Ed Ellanico[66], che pur lo toccò nella storia attica, rammenta le cose in succinto, e senza accurata indicazione dei tempi. Inoltre questa digressione insegna chiaramente il modo onde venne a stabilirsi l’impero degli Ateniesi.
98. Questi primieramente sotto la condotta di Cimone figliolo di Milziade cinsero d’assedio ed espugnarono Eiona sullo Strimone[67], occupata allora dai Medi, e fecero schiavi gli abitanti. Ridussero poscia in servitù Sciro isola del mare Egeo, abitata dai Dolopi[68], ove mandarono colonia de’ loro. Ebbero anche (senza che vi prendessero parte gli altri Eubei) guerra coi Caristii[69], con i quali qualche tempo dopo vennero agli accordi. Mossero poi guerra ai Nassii[70] che s’erano ribellati e gli soggiogarono per via d’assedio; e questa fu la prima città alleata ridotta, contro la consueta osservanza del dritto, allo stato di servitù: lo che in questo o in quel modo addivenne anche all’altre.
99. Tra i varii motivi di ribellione erano i principali il rifiuto dei tributi e delle navi, e la mancanza in chi che fosse al servigio militare. Perocchè gli Ateniesi erano rigorosi esattori, e rendevansi odiosi costringendo alle militari fatiche gente non usatavi e non volenterosa. Erano ancora per altre cagioni non più come prima aggraditi nel loro comando, e nelle spedizioni non concorrevano con soldatesca egualmente che gli altri; tanto per essi era facile assoggettare i ribelli. Ma di queste soperchierie erano cagione gli alleati stessi, la più parte dei quali, attesa questa ritrosia al servigio militare per non dilungarsi dalla patria, invece che dare le navi, tassavansi a pagar l’equivalente in denaro. Così gli Ateniesi accrescevano la loro flotta colla pecunia contribuita da quelli, i quali ove si ribellassero, entravano in guerra poveri e scarsi d’apparecchi.
100. Dopo questi avvenimenti gli Ateniesi e gli alleati ebbero combattimento navale e terrestre col Medo, sul fiume Eurimedonte, nella Pamfilia, capitanati da Cimone figliolo di Milziade: e in un giorno stesso furono vincitori in amendue, presevi e disfatte in tutto dugento triremi dei Fenici. Appresso avvenne la ribellione de’ Tasii venuti in controversia per le piazze mercantili e per le miniere che possedevano in quella parte di Tracia, che guarda verso la loro isola. Gli Ateniesi fecero vela per alla volta di Taso, vinsero la battaglia navale, e sbarcarono a terra. Circa questo tempo mandarono sul fiume Strimone una colonia di diecimila tra Ateniesi e confederati, con intendimento di impadronirsi del luogo detto allora Le Nove Strade, ed ora Amfipoli, cui occupavano gli Edoni. Infatti se ne insignorirono; ma procedendo fra terra in Tracia[71], furono disfatti a Drabesco dell’Edonia dai Traci tutti riuniti, i quali mal sopportavano l’edificazione del castello Nove-Strade.
101. I Tasii rimasti vinti in più battaglie ed essendo stretti dall’assedio si raccomandavano ai Lacedemoni, confortandoli a dar loro soccorso coll’invader l’Attica. Ne tolsero i Lacedemoni l’assunto di nascosto agli Ateniesi, ed erano in sull’eseguir ciò, se non che furonne distolti dal terremoto che allor sopravvenne, all’occasione del quale anche gli Iloti[72], e tra i popoli convicini a Sparta, i Turiati e gli Elei ribellaronsi e passarono in Itome. La maggior parte degl’Iloti discendevano da quelli antichi Messenii ridotti allora in servitù, ed erano per ciò chiamati tutti Messenii. Frattanto i Lacedemoni ebbero guerra con quei di Itome: ed i Tasii assediati da tre anni si resero agli Ateniesi, a condizione di demolire le mura, consegnare le navi, accettare i balzelli di denaro da pagarsi in sul momento, o come un tributo per l’avvenire, e di abbandonare le terraferma e le miniere.
102. I Lacedemoni poi, vedendo andare in lungo la guerra con quei d’Itome, chiamarono tra gli altri alleati anche gli Ateniesi, attesa principalmente la fama del loro valore nell’espugnare le mura, i quali vi andarono in buon numero condotti da Cimone. Nondimeno, per la lunghezza dell’assedio, la loro bravura appariva minore dalla rinomanza; avvegnachè avrebbero altrimenti preso a viva forza la piazza. Laonde questa spedizione originò i primi manifesti disgusti tra Lacedemoni ed Ateniesi. Imperciocchè i Lacedemoni, dacchè non riusciva loro l’espugnazione di quella, insospettirono dell’audacia e dell’amor per le cose nuove degli Ateniesi[73], tanto più che gli riguardavano come d’altra nazione: e temendo che continuando a trattenervisi, non fossero indotti da quei d’Itome a tentar novità, congedarono essi soli tra gli alleati, senza dichiarare il proprio sospetto, e solo dicendo non averne più bisogno. Conobbero gli Ateniesi di non esser congedati per onesta cagione, ma esser nato qualche sospetto: se ne adontarono, e stimando non aver meritato sì inonesto trattamento dai Lacedemoni, tornati appena alla patria abbandonarono la lega fatta con essi contro il Medo, entrarono in alleanza con gli Argivi nemici di quelli, ed entrambi strinsero e giurarono confederazione coi Tessali.
103. Quelli d’Itome dopo dieci anni d’assedio non potendo più reggersi, capitolarono coi Lacedemoni di uscir con salvocondotto dal Peloponneso per non mettervi mai più piede; e chiunque vi fosse preso rimanesse schiavo di chi lo arrestasse. Inoltre i Lacedemoni avevano di prima avuto in risposta dall’oracolo Pitico «lasciassero partire il supplichevole a nome di Giove Itomita.» Partirono adunque coloro coi figlioli e colle mogli; e gli Ateniesi, perchè già odiavano i Lacedemoni, gli accolsero e diedero loro stanza a Naupatto[74] tolto di poco ai Locri Ozolii che l’occupavano. Anche i Megaresi stretti dalla guerra coi Corintii per controversie su i confini del territorio, staccaronsi dai Lacedemoni e ricorsero all’alleanza degli Ateniesi: i quali per questo modo acquistarono Megara e Pege, e fabbricarono ai Megaresi le mura lunghe, dalla città sino a Nisea[75], ove tenevano presidio da loro stessi. Da ciò ebbe principalmente origine l’odio implacabile dei Corintii contro gli Ateniesi.
104. Passando ora a parlare d’Inaro di Libia, figliolo di Psammetico re dei Libii confinanti coll’Egitto, è da sapere, che partitosi egli da Marea[76] città situata al disopra di Faro, ribellò al re Artaserse[77] la maggior parte dell’Egitto, se ne fece capo, e chiamò ancora gli Ateniesi, i quali per avventura erano andati ad oste a Cipro con un’armata di dugento navi tra di loro e dei confederati. Abbandonarono essi quell’impresa, e recatisi colà, lasciando la marina navigarono pel Nilo, e restati padroni del fiume e di due parti di Memfi facevano guerra alla terza chiamata le Mura-Bianche, ove stanziavano i rifuggiti Persiani e Medi con quelli Egiziani che non si erano mescolati nella ribellione.
105. Gli Ateniesi presero terra ad Alia[78], e fecero giornata coi Corintii e con gli Epidaurii, ove restarono vincitori i Corintii. Fuvvi di poi gran battaglia navale tra la flotta peloponnesia e l’ateniese a Cecrifalea[79], con la vittoria di quest’ultima: ed essendo omai insorta la guerra tra gli Ateniesi e gli Egineti, seguì tra loro presso Egina gran combattimento per mare, ove ambe le parti erano sostenute dagli alleati. La vittoria fu per gli Ateniesi che presero settanta navi nemiche, e sbarcarono nell’isola ad assediarne la città, guidati da Leocrate figliolo di Strebo. Per questa nuova i Peloponnesi volendo soccorrere gli Egineti fecero passare in Egina trecento fanti di grave armatura stati di prima ausiliari dei Corintii e degli Epidaurii, ed occuparono le alture di Geranea[80]. Medesimamente i Corintii con gli alleati scesero nel territorio megarese, confidando che gli Ateniesi non potrebbero portare aiuto ai Megaresi, perchè gran parte di loro gente era lontana, trovandosi chi in Egina chi in Egitto; speravano altresì che, ove volessero soccorrerli, sarebbero costretti a rimuoversi da Egina. Ma i più vecchi ed i giovanetti degli Ateniesi rimasti in città, senza punto muovere l’esercito che era ad Egina, marciano a Megara, sotto la condotta di Mironida, vengono a giornata con i Corintii, e la vittoria fu indecisa; il perchè i due eserciti si divisero stimando amendue non avere avuto la peggio nella zuffa. Nondimeno gli Ateniesi, i quali piuttosto furono vincitori, ersero trofeo, partiti che furono i Corintii; i quali motteggiati come dappoco dai più vecchi rimasti in città, dodici giorni dopo tornarono apparecchiati a contrapporre trofeo quasi avessero riportata vittoria. Allora gli Ateniesi usciti con alte grida da Megara trucidarono quelli che lo innalzavano, e azzuffatisi con gli altri, gli misero in volta.
106. Costoro vinti davano indietro, e buon numero di essi incalzati vigorosamente incapparono nella terra d’un signore privato, cinta intorno di profonda fossa senza uscita veruna. Gli Ateniesi se ne accorsero e colle truppe gravi li chiusero di fronte, e schierati sul circuito i soldati leggieri, lapidarono tutti quelli che v’erano entrati. Fu questa una grande sciagura per i Corintii, nondimeno il grosso dell’oste tornò in città.
107. Circa questo tempo gli Ateniesi cominciarono a fabbricare le mura lunghe verso il mare, che da una parte arrivano a Falera, dall’altra al Pireo. I Focesi volsero le armi contro Beo, Citinio ed Erineo castelli dei Dorii dai quali discendono i Lacedemoni, e si fecero padroni di uno di quelli. I Lacedemoni condotti da Nicomede figliolo di Cleombroto, che comandava in luogo del re Plistoanatte ancor giovinetto figliolo di Pausania, corsero in aiuto dei Dorii con millecinquecento dei loro di grave armatura e diecimila alleati; e costretti i Focesi a render per capitolazione il castello, tornavano indietro. Ma al loro ritorno trovaronsi in pericoloso frangente; conciossiachè se volessero per la via di mare tragittare il seno di Crisa, gli Ateniesi volteggiando colle navi erano pronti ad opporvisi; senza che, il passaggio per Geranea pareva mal sicuro, occupando gli Ateniesi Megara o Pege, e disastroso era il cammino per a quella, guardata continuamente dagli Ateniesi: e comprendevano bene che anche da cotesto lato si sarebbero opposti. Per pensare adunque al modo più sicuro del passare innanzi fermaronsi presso i Beozi, tanto più che segretamente ne li confortavano alcuni di Atene i quali speravano abolire il governo popolare, e frastornare l’edificazione delle mura lunghe[81]. Gli Ateniesi a stormo accorservi contro, con l’aggiunta di mille Argivi e di altri alleati secondo le forze di ciascheduno (ciò furono in tutti quattordicimila); perchè giudicavano non saprebbero per dove aprirsi il passo, e perchè bucinavasi si cercasse abolire il governo popolare. Si unì con gli Ateniesi per patto di alleanza[82] anche la cavalleria tessala che nel forte della zuffa passò ai Lacedemoni.
108. Vennero a giornata a Tanagra della Beozia con grande strage da ambe le parti, ma con la vittoria dei Lacedemoni, i quali si avanzarono sul territorio di Megara, e diboscando le vie tornarono a casa a traverso Geranea e l’istmo. Sessantadue giorni dopo la battaglia gli Ateniesi condotti da Mironida rivolsero le armi contro i Beozi, e vincitori nel combattimento delle Enofite[83] s’impadronirono del territorio beotico e della Focide, e rovinarono le mura di Tanagra. Presero altresì cento ostaggi dei più ricchi tra’ Locri Opunzii, e compirono le loro mura lunghe. Dopo questi avvenimenti gli Egineti si arresero agli Ateniesi a condizione di demolir le mura, consegnare le navi ed accettare le imposizioni da pagarsi in avvenire. Poscia gli Ateniesi sotto la condotta di Tolmida figliolo di Tolmeo fecero per mare il giro del Peloponneso, incendiarono l’arsenale de’ Lacedemoni[84], presero Calcide città dei Corintii, e vinsero in battaglia i Sicionesi che vollero opporsi al loro sbarco.
109. L’esercito ateniese che con gli alleati era in Egitto vi restava tuttora, e la guerra avea preso per loro molte forme diverse. Conciossiachè da prima essendo gli Ateniesi padroni dell’Egitto, il re Artaserse spedisce a Sparta Megabazzo gentiluomo persiano con buona somma di denaro, per confortare i Lacedemoni ad invadere l’Attica e così divertire gli Ateniesi dall’Egitto. Ma vedendo Megabazzo che l’affare non si incamminava a buon fine, e che spendeva senza prò, si ricondusse in Asia col resto del denaro. Allora Artaserse spedisce in Egitto con molta gente un altro Megabazzo signore persiano figliolo di Zopiro[85], il quale andato colà per terra superò in battaglia i ribelli Egiziani co’ loro alleati, e cacciò da Memfi i Greci, cui finalmente riserrò nell’isola Prosopitide[86]. Ivi li teneva assediati diciotto mesi; sino a che dissecò il canale voltandone altrove le acque; e ridotte le navi in secco e la maggior parte dell’isola in terraferma, vi passò colla fanteria e se ne fece padrone.
110. Per questo modo dopo sei anni di guerra andarono colà rovinate le cose dei Greci; e di quella numerosa armata, pochi passando per la Libia giunsero a salvamento in Cirene, mentre la maggior parte vi perirono. L’Egitto ritornò tutto all’obbedienza del re, salvo Amirteo signore delle paludi[87], per la vastità delle quali non potè esser vinto, e perchè gli abitatori di quelle sono tra gli Egiziani i più valorosi guerrieri. Inaro re dei Libii, autore di tutte le turbolenze dell’Egitto, fu preso a tradimento e messo in croce. Cinquanta navi poi degli Ateniesi e degli altri alleati che navigavano verso l’Egitto per succedere alle prime, approdarono, senza saper nulla dei fatti accaduti, al ramo del Nilo, chiamato Mendesio. Ma la fanteria nemica dalla parte di terra e la flotta fenicia dal mare le assalirono, e ne distrussero la maggior parte: poche dando addietro si sottrassero colla fuga. Tale fu il termine di questa grande spedizione in Egitto fatta dagli Ateniesi insieme co’ loro confederati[88].
111. Oreste, figliolo di Echecratida, re dei Tessali, trovandosi bandito dalla Tessaglia pregò gli Ateniesi a ricondurvelo. Questi unirono le armi con i Beozi ed i Focesi loro alleati, e marciarono contro Farsale della Tessaglia: ma impediti dalla cavalleria tessala occuparono soltanto quel poco spazio di terreno che potevano non dilungandosi molto dal campo, e non riuscirono a prendere la città, nè operare verun’altra cosa di quelle per cui si erano mossi; laonde insieme con Oreste si ritirarono senza aver conchiuso nulla[89]. Non molto di poi mille Ateniesi condotti da Pericle figliolo di Xantippo salirono sulle navi che avevano a Pege (della qual città erano padroni) e radendo la costa passarono a Sicione, ove nel fare scala superarono in battaglia quei Sicionesi che erano venuti a combatterli[90]. Quindi pigliarono immediatamente seco gli Achei, e tragittarono alla parte opposta del golfo per portar l’armi contro Eniade città dell’Acarnania. La cinsero d’assedio, ma non avendo potuto espugnarla ritornarono a casa.
112. Passati tre anni i Peloponnesi e gli Ateniesi fanno tregua per cinque anni: il perchè gli Ateniesi si ritenevano dal far la guerra in Grecia, mentre che guidati da Cimone si volsero contro Cipro con dugento navi tra di loro e degli alleati; sessanta delle quali fecero vela per l’Egitto a richiesta d’Amirteo signore delle paludi, le altre assediavano Cizio. Venuto a morte Cimone, e fattosi carestia gli Ateniesi si ritirarono da Cizio[91], e in tragittando al disopra di Salamina di Cipro combatterono ad un tempo stesso per mare e per terra co’ Fenici, co’ Ciprii e coi Cilicii, ed avuto vittoria in ambedue le battaglie tornarono a casa di conserva colle navi che venivano d’Egitto. I Lacedemoni dipoi intrapresero la guerra chiamata sacra, e insignoritisi del tempio di Delfo lo consegnarono ai Delfi. Alla loro partita vi tornarono gli Ateniesi a mano armata, e vinti i Delfi lo restituirono ai Focesi.
113. Passato qualche tempo, avendo i fuorusciti di Beozia occupato Orcomeno e Cheronea ed alcune altre terre della Beozia, gli Ateniesi condotti da Tolmida figliolo di Tolmeo con mille dei loro soldati di grave armatura e con quanti alleati poterono, andarono ad oste contro cotesti luoghi divenuti loro nemici, espugnarono Cheronea, ne misero in servitù i cittadini, e lasciatovi presidio levarono il campo. Ma come marciando furono pervenuti presso Coronea, i banditi Beozii ed Eubeesi con quanti erano della medesima fazione, e con essi i Locresi, usciti da Orcomeno gli assaltano; gli Ateniesi, vincitori nella battaglia parte ne uccisero, parte ne fecero prigionieri; i quali fatta tregua a condizione di riavere i prigionieri, abbandonarono interamente la Beozia. Così i fuorusciti Beozii con tutti gli altri tornarono alla patria e racquistarono libertà.
114. Non molto dopo, l’Eubea si ribellò agli Ateniesi; contro la quale passato Pericle con l’armata ateniese ebbe nuova che Megara era in sommossa, e i Peloponnesi in procinto d’invadere l’Attica e la guarnigione ateniese, salvo quei che erano rifuggiti a Nisea, trucidata dai Megaresi; i quali prima di ribellarsi avevano tratto nella loro parte i Corintii, i Sicionesi e gli Epidaurii. Pericle adunque senza perder tempo ricondusse via l’armata dall’Eubea. Al suo ritorno i Peloponnesi condotti da Pausania[92] re dei Lacedemoni corsero l’Attica sino ad Eleusi e Trio[93] e la guastarono; e senza procedere più oltre tornarono a casa[94]. Allora gli Ateniesi sotto il comando di Pericle ripassarono nell’Eubea, la soggiogarono tutta, e cacciati i soli Estiesi, le terre dei quali ritennero per sè, acconciarono per capitolazione lo stato delle altre parti.
115. Tornati dall’Eubea fecero poco dopo la tregua dei trent’anni coi Lacedemoni e cogli alleati, restituendo ad essi Nisea, Acaia, Pege e Trezene che per loro si tenevano. Sei anni dopo nacque per conto di Priene guerra tra i Samii ed i Milesii: questi sopraffatti nella guerra medesima ebbero ricorso ad Atene, ove accusavano i Samii, porgendo anche loro favore alcuni dei Samii stessi che aspiravano a cangiamento di governo. Gli Ateniesi adunque navigarono a Samo con quaranta navi, ordinaronvi il governo popolare, presero in ostaggio dai Samii cinquanta fanciulli ed altrettanti uomini che depositarono a Lemno, e lasciato presidio a Samo partirono. Ma alcuni dei Samii che non avevano potuto sopportar ciò, ed erano scapolati in terraferma, fecero conspirazione con i più potenti rimasti in città, e con Pissutne figliolo d’Istaspe, allora governatore di Sardi; e raccolti circa settecento soldati ausiliari, sul far della notte tragittarono in Samo. Assaltarono primieramente i popolani e ne presero la maggior parte: dipoi tolsero via i loro ostaggi da Lemno, ribellaronsi ad Atene, consegnarono a Pissutne la guarnigione ateniese con i capitani restati presso di loro, e tosto apparecchiavansi a portar le armi contro Mileto, essendosi con essi uniti alla ribellione anche i Bizantini.
116. Come gli Ateniesi seppero ciò fecero vela per Samo con sessanta navi, sedici delle quali non furono adoperate in questa impresa, perchè parte andarono in Caria osservando la flotta fenicia, parte in giro a Chio ed a Lesbo intimando i soccorsi. Pertanto colle quarantaquattro rimaste, sotto la condotta di Pericle e di altri nove capitani[95], combatterono presso l’isola di Tragia[96] contro settanta navi dei Samii, che tutte ritornavano da Mileto e venti delle quali servirono a trasportare le soldatesche; e la vittoria fu degli Ateniesi. I quali, essendo giunte in loro aiuto quaranta navi da Atene e venticinque da Chio e da Lesbo, sbarcarono a terra; e vincitori in battaglia terrestre cinsero la città di tre mura, tenendola nell’istesso tempo assediata dalla parte di mare. Dipoi Pericle tolse seco sessanta delle navi che ivi stavano sull’ancora, ed andò speditamente a Cauno e in Caria, ricevuto avviso che la flotta fenicia si avanzava contro di loro: tanto più che da Samo Stesagora ed altri erano con cinque navi andati ad incontrarla.
117. Colsero i Samii questa occasione per uscire improvvisamente dal porto; assaltarono il campo nemico non ordinato a difesa; disfecero le navi dell’antiguardia ed azzuffatisi con quelle che si avanzavano incontro ne riportarono vittoria, e restarono padroni del mare circonvicino circa quattordici giorni, introducendo e mandando fuori ciò che volevano[97]: sino a che tornato Pericle furono nuovamente serrati dalle navi. Giunse poscia da Atene nuovo rinforzo di quaranta navi condotte da Tucidide[98], da Agnone e da Formione; ed altre venti poi condotte da Tlepolemo ed Anticle, con più trenta da Chio e da Lesbo. Diedero i Samii una debole battaglia navale, ma non potendo più resistere nel nono mese caddero in potestà degli Ateniesi, rendendosi a patti di demolir le mura, dare ostaggi, consegnare le navi e rimborsarli a rate delle spese occorse nella guerra[99]. Anche i Bizantini accordaronsi di rimaner come prima sudditi degli Ateniesi.
118. Pochi anni dipoi le cose narrate, avvennero i fatti per me dichiarati di Corfù e di Potidea, e quanti altri frattanto diedero materia a questa guerra. Tutto ciò che fecero i Greci tra loro o contro il barbaro, accadde nello spazio di cinquant’anni che fu tramezzo alla ritirata di Serse ed al cominciamento di questa guerra; nel corso dei quali anni gli Ateniesi consolidarono viemaggiormente il loro imperio; e grandemente avanzarono il loro potere. Sapevanselo i Lacedemoni, ma lenti essendo anche di prima ad entrare in guerra, se non vi fossero astretti, e di più impediti dalle domestiche contese, non vi si opponevano per nessun modo, salvo che in qualche caso per breve durata, mentre che il più del tempo stavano inoperosi. Ma alla fine come videro la potenza degli Ateniesi manifestamente innalzarsi ed essere inquietati i loro stessi alleati, allora giudicarono non esser più da tollerare; doversi anzi con ogni studio andar contro, e se possibil fosse abbattere la grandezza ateniese coll’imprendere questa guerra. Per lo che non solamente per proprio avviso i Lacedemoni decisero violata la tregua dagli Ateniesi, ma spedirono ancora a Delfo, domandando l’oracolo se movendo la guerra capiterebbero a buon fine. Raccontasi l’oracolo rispondesse che intraprendendola con tutte le forze sarebbero vincitori[100], e che egli, richiesto o no, porgerebbe loro soccorso[101].
119. Pertanto invitarono nuovamente i confederati e vollero si rimandasse a partito la deliberazione di guerra. Andaronvi gli ambasciatori di tutta la lega, e tenutasi adunanza ciascuno espose il parer suo, accusando generalmente gli Ateniesi, e giudicando doversi far guerra. Ed i Corintii i quali, pel timore che Potidea fosse rovinata innanzi la decisione, avevano già pregato i legati di ciascheduna città a dare il voto per la guerra, essendo anche allora presenti, si fecero avanti gli ultimi e parlarono così.
120. «Valorosi alleati, noi non avremo più a dolerci che non abbiano anche gli stessi Lacedemoni decretato la guerra; mentre per questo appunto ci hanno ora congregati. E di vero chi presiede deve mantenere l’egualità nel governamento dei suoi affari privati, ma essere il primo a travagliarsi nei comuni, in quella guisa medesima che nell’altre cose è avuto in onoranza sopra tutti. A quanti poi sono tra noi che hanno avuto che fare con gli Ateniesi, non fa bisogno di ammaestramenti per imparare a guardarsene; ma a quei che abitano più di lungi dal mare, e non sulle coste, fa bisogno sapere che, ove non soccorrano le terre marittime, si renderà loro più difficile il trasportare alla marina i frutti delle diverse stagioni, come all’incontro il ricevere in compensazione dagli altri ciò che il mare porge alla terraferma. Per lo che non hanno ad essere cattivi giudicatori delle cose ora proposte quasi che per nulla loro appartengano; ma debbono aspettarsi che abbandonando le terre marittime verrà anche sovr’essi il flagello; e comprendere che non meno dell’altrui si tratta ora della loro utilità; motivo per cui non vuolsi da loro indugiare ad appigliarsi alla guerra più presto che alla pace. Conciossiachè è proprio degli uomini discreti lo star tranquilli se non sieno offesi; dei generosi passar dalla pace alla guerra se sieno ingiuriati; e se gli assista la fortuna, dalla guerra tornar nuovamente in pace senza insuperbire pel buono successo delle loro armi; nè per godere di pacifico riposo lasciarsi sopraffar dagli oltraggi. Chi per quel godimento anneghittisce, andrà ben presto privo del diletto della sua negghienza, per lo cui amore poltrisce: chi pei felici successi della guerra va più là del dovere, si lascia, senza accorgersene, gonfiare da audacia mal sicura. Imperocchè molti sono i disegni mal concepiti che hanno retto incontro a nemici poco avveduti; ma sono anche più quelli i quali, tutto che sembrassero saviamente discorsi, nondimeno hanno sortito vergognoso riuscimento. Perchè la fiducia che si ha nel concepire i disegni non ci accompagna egualmente nell’eseguirli: anzi nel concepirli ci anima il pensiero di sicurezza, dove il timore ci snerva nell’eseguirli.
121. «Ora noi, con assai giusti titoli di querelarci pei nostri violati diritti, suscitiamo la guerra, ed a tempo la cesseremo, quando avremo preso vendetta degli Ateniesi. Per molte ragioni poi hassi a credere che saremo vincitori: primieramente perchè superiori nel numero e nella pratica della guerra, dipoi perchè tutti vi andiamo egualmente pronti agli ordini dei comandanti. E la flotta in che essi sono forti l’allestiremo con gli averi particolari di ciascuno, e col denaro depositato a Delfo e ad Olimpia[102]. Perocchè, prendendolo in prestanza, siamo in grado di cavar loro di sotto, coll’allettamento di maggior soldo, le ciurme forestiere, giacchè le forze degli Ateniesi piuttosto che cosa loro propria sono prezzolate; dove alle nostre, il cui vigore è fondato sulle persone non sul denaro, non abbiamo punto a temere che ciò addivenga. Probabilmente saranno essi spacciati con una sola vittoria navale: se poi resisteranno, noi avremo più tempo per esercitarci sulla marina; e quando la nostra perizia agguaglierà la loro, saremo indubitatamente superiori almeno per il coraggio, pregio tutto nostro, a cui procacciare non valgono insegnamenti; laddove la maggioranza della perizia loro noi possiamo torla di mezzo coll’esercizio. Denaro ne contribuiremo tanto da averne a sufficienza per fornire le flotte, altrimenti sarebbe una indegnità che laddove gli alleati degli Ateniesi non rifiutino di pagare imposte per il loro servaggio, noi non volessimo spendere per procurarci salvezza colla vendetta dei nemici, e per non vedere stromento delle nostre sciagure quelle stesse ricchezze, delle quali verremmo da loro spogliati.
122. «Abbiamo inoltre altre vie per far la guerra; la ribellione degli alleati, mezzo il più efficace per diminuirne le rendite in cui consiste il loro potere, l’edificazione di forti che ne minaccino il territorio e tutte le altre cose che ora non si potrebbero prevedere. Conciossiachè la guerra non procede per le vie che sieno esposte in un’arringa, ma di per sè stessa procura la maggior parte dei compensi secondo le occorrenze: nelle quali, chi la amministra, se si mantenga padrone della propria collera è più sicuro di sostenersi; mentre chi si lascia condurre dallo sdegno suole ricevere gran crollo. Pur nondimeno consideriamo che se ciascuno di noi avesse contesa pei confini del territorio con nemici di forza eguale, ciò potrebbe tollerarsi: ma nel caso presente, gli Ateniesi forti abbastanza contro noi tutti insieme, lo sarebbero molto più di fronte ad ogni particolar città; così che se popolo per popolo e città per città non ci uniremo concordemente a difenderci, ci soggiogheranno senza fatica, appunto perchè divisi. E la nostra disfatta (tutto che terribile a rammentare) sappiate dover sicuramente portare non altro che il servaggio, e far sì che molte città sieno soggette ad una sola: avvilimento, la cui sola dubitazione in parlandone è un’infamia pel Peloponneso. Allora o parrebbe meritata la nostra sciagura, o che per codardia la sopportiamo, degeneranti in ciò da’ padri nostri che diedero libertà alla Grecia, dove noi non sappiamo mantenerla nemmeno per noi stessi: anzi permettiamo che una sola città ci ponga da tiranna i piè sul collo, mentre pretendiamo sterminare i tiranni che ad una sola comandino. E non ci accorgiamo che così procedendo non andiamo esenti da uno di questi tre grandi vituperi, o imprudenza, o dappocaggine, o trascuranza. Nè, stimando di sfuggire coteste tacce, vogliate ricorrere a chiamar ciò dignitosa noncuranza dei nemici, la quale per aver già causato la rovina di molti ha cambiato il suo nome con quello di inconsideratezza.
123. «Ma a che prolungare i rammarichi sul passato più di quel che richiede l’utilità del presente? Dobbiamo piuttosto applicar le nostre fatiche ai disordini che possono avvenire, soccorrendo le cose presenti. Ciò richiede il vostro patrio costume di procacciarvi virtù colle fatiche, e non dovete dipartirvene tutto che cresciuti alcun poco in ricchezza e potenza; perchè dritta cosa non è perdere nell’opulenza i pregi acquistati nella povertà. Dovete anzi correre pieni d’ardire alla guerra, tante essendo le cagioni che vi ci spingono, e la risposta del Nume che vi promette soccorso, e tutto il resto della Grecia, che o per paura o per proprio vantaggio è pronta a sostenervi. Nè sarete voi i primi a rompere gli accordi: il Nume stesso, ordinando la guerra, li reputa violati; e perchè violati voi ne sarete piuttosto i difensori: imperocchè non trasgredisce gli accordi chi rispinge l’assalitore, ma chi incomincia le ostilità.
124. «Laonde essendo da ogni lato di vostro decoro la guerra, ed essendone richiesti da noi per comune consentimento, ove sia indubitabile che ella arrechi vantaggio a tutte le città ed a ciascun cittadino, non tardate a soccorrere i Potideati, gente dorica, assediata ora dagli Ionii (in contrario di ciò che prima avveniva) e a rivendicare così l’altrui libertà. Poichè non è oggimai più da soffrire che pel nostro indugio alcuni sieno già sotto il flagello, ed altri s’abbiano in breve a trovare nel caso stesso qualora, a malgrado di questa nostra adunanza, gli Ateniesi conoscano non bastarci la vista di opporci a loro. Ma credendovi astretti, o valorosi alleati, dalla necessità, e stimando questo nostro consiglio il migliore, decretate la guerra, non scoraggiandovi per i mali del momento, ed innamorando di quella pace che più durevole ne conseguiterà. Essendochè per la guerra viemaggiormente si conferma la pace, dove ischifar la guerra per amor di tranquillità non è per egual modo senza pericolo. E reputando che la città innalzatasi a tiranna della Grecia abbia esteso la sua tirannia su tutti i Greci egualmente, cosicchè sovra alcuni abbia omai impero, e su gli altri aspiri ad averlo, corriamole incontro per abbatterla, per vivere noi stessi in avvenire senza pericolo, e per ritornare a libertà i Greci tenuti ora in servaggio.» Così parlarono i Corintii.
125. I Lacedemoni udito il parere di tutti proposero il partito a quanti alleati erano presenti, incominciando per ordine dalla più potente fino alla più piccola città. La maggior parte dei voti furono per la guerra: ma nonostante che avessero così decretato, non potendo, sprovveduti com’erano, intraprenderla subito, risolsero che ciascuno allestisse prontamente il bisognevole; pure consumarono quasi un anno nell’ordinare il necessario apparecchio, prima di invader l’Attica e muovere apertamente la guerra.
126. Mandavano infrattanto legati ad Atene facendo le loro doglianze, per avere, se non fossero uditi, il più ragionevol pretesto di muovere le armi. Colla prima ambasciata i Lacedemoni commettevano agli Ateniesi, purgassero la sacrilega contaminazione di Minerva, che consisteva in questo. V’era un tal Cilone ateniese nobile di antico lignaggio e potente, stato vincitore nei giuochi olimpici, che aveva in moglie una figliola di Teagene megarese, tiranno allora di Megara. Consultando egli l’oracolo di Delfo, ebbe in risposta dal Nume che nella gran festa di Giove occupasse la rocca d’Atene. Pertanto egli oltre gli amici che aveva indotti a secondarlo ottenne gente da Teagene, e celebrandosi le feste olimpiche del Peloponneso[103] occupò la rocca per farsi tiranno, credendo che quella fosse la gran festa di Giove, e che in qualche modo lo riguardasse come vincitore nei giuochi olimpici. Ma se nella risposta s’intendesse la gran festa dell’Attica o di altro luogo, nè egli lo aveva osservato nè l’oracolo lo dichiarava. Ed invero anche gli Ateniesi hanno fuori della città le Diasie, dette la gran festa di Giove Melichio[104], nella quale molti del popolo di ogni condizione sacrificano non vittime di animali, ma figure di pasta secondo l’usanza del paese. Pure avvisando egli di bene intendere la risposta, tentò impresa. Gli Ateniesi n’ebbero sentore; e corsi in folla dalle campagne contro di quelli, si fermarono presso la rocca e gli assediavano. Ma prolungandosi il tempo, gli Ateniesi logorati dall’assedio per la maggior parte se ne andarono, dando intera facoltà ai nove arconti di ordinare le cose nel miglior modo potevano, sì per la guardia che per il rimanente, perocchè allora il più delle cose pertinenti al civile governamento si amministrava per i nove arconti. Gli assediati con Cilone si trovavano in cattivo stato per carestia di vettovaglia e d’acqua. Cilone e il suo fratello riescono a fuggire, e gli altri ridotti a strettezze tali che alcuni morivano di fame, si assidono supplichevoli presso l’altare della rocca. Quelli cui dagli Ateniesi era stata affidata la cura di guardarli, vedendoli andar morendo nel luogo sacro li fecero alzare, promettendo non far loro alcun male. Ma appena gli ebbero condotti fuori, gli uccisero, e nel procedere oltre trucidarono anche alcuni che sedevano presso gli altari delle Eumenidi. In conseguenza di questo fatto, essi e la loro discendenza erano chiamati i sacrileghi oltraggiatori della Dea. Pertanto gli Ateniesi li avevano cacciati via dalla città; e nuovamente gli cacciò Cleomene re di Sparta sostenuto dagli Ateniesi venuti in sedizione tra loro[105]: nè solamente bandirono i vivi, ma dissotterrarono e gettarono fuori delle loro terre le ossa dei morti. Pure quei banditi vi ritornarono dipoi, e si trova tuttora in città la loro schiatta.
127. Questa era la contaminazione che i Lacedemoni ordinavano si espiasse, principalmente, sotto colore di vendicare l’ingiuria fatta agli Dei; ma in sostanza perchè, sapendo esser Pericle attenente a quella schiatta dal lato di madre, avvisavano dover anch’egli esser bandito, ed essi così riuscire più facilmente in ciò che richiedevano agli Ateniesi. Nè tanto speravano che ciò gli sarebbe avvenuto, quanto di screditarlo presso la città, la quale per quella sua infausta attenenza lo accagionerebbe in parte della guerra che insorgerebbe. Perciocchè essendo il più potente del suo tempo, e guidando egli la cosa pubblica si opponeva al tutto ai Lacedemoni, e non permetteva che gli Ateniesi cedessero, anzi incitava alla guerra.
128. Medesimamente gli Ateniesi commettevano ai Lacedemoni che purgassero la contaminazione di Tenaro. Conciossiachè i Lacedemoni avevano una volta fatto sorgere dal tempio di Nettuno a Tenaro alcuni Iloti supplichevoli, e appena condotti fuori gli trucidarono; per lo che credono essere avvenuto il gran terremoto di Sparta. Ordinavano altresì che purgassero la contaminazione di Minerva Calcieca[106] che in ciò consisteva. Pausania lacedemone richiamato dagli Spartani la prima volta dal governo dell’Ellesponto, benchè fatto il processo restasse assoluto come innocente, non vi fu più spedito per pubblica autorità: nondimeno egli di proprio suo arbitrio, senza il comando dei Lacedemoni, presa la trireme Ermionide, va nell’Ellesponto per dar opera, ei diceva, alla guerra di Grecia, ma in effetto per compiere i suoi trattati col re, conforme aveva innanzi tentato: perchè aspirava all’impero della Grecia. Si era egli dapprima conciliato l’animo del re con tale benefizio con cui diede principio a questa pratica. Dopo il suo ritorno da Cipro, espugnata al primo presentarsi Bizanzio, occupata dai Medi e da alcuni di attenenza e parentela col re, i quali furono fatti prigionieri, egli, senza saputa degli altri alleati, gli rimanda al re, dando voce essere eglino fuggiti. In ciò si adoperò con esso lui Gongilo eretriense, al quale aveva commesso la guardia di Bizanzio e dei prigioni. Spedì poi Gongilo recando lettera al re, ove, come poi si trovò, erano scritte queste parole. «Pausania capitano di Sparta volendo farti cosa grata ti rimanda questa gente sua prigioniera di guerra. È mia intenzione, ove ti piaccia, di prendere in isposa tua figlia[107] ed assoggettarti Sparta e tutto il rimanente di Grecia. Credo, qualora tu cooperi meco, aver forze bastevoli a mandar ciò ad effetto. Se dunque punto gradisci le mie offerte manda alla marina persona fidata, per cui mezzo continoveremo in avvenire i nostri trattati.» Di tanta importanza era quello scritto.
120. Serse ne ebbe allegrezza, e manda Artabazzo figliolo di Farnaco sulla costa con ordine di succedere nella satrapia di Dascilite, congedandone Megabate che prima la governava. Gl’impose ancora ricapitasse sollecitamente a Pausania in Bizanzio la lettera di risposta; gli mostrasse il suo sigillo e si adoperasse colla massima accuratezza e fedeltà secondo gli avvertimenti di Pausania concernenti gli affari suoi. Artabazzo al suo arrivo eseguì gli ordini ricevuti, e spedì la lettera, ove era scritta questa risposta. «Così replica il re Serse a Pausania: Non solamente per la gente che d’oltre mare salva m’hai rimandata da Bizanzio la tua beneficenza resterà eternamente scritta in seno di mia famiglia[108], ma ho ancora gradito le tue profferte. Nè notte nè giorno ti impedisca sì che rallenti la premura di compiere alcuna delle promesse tue. Non sia di ostacolo spesa d’oro o d’argento, nè quantità di soldatesca ovunque possa abbisognarti. Ma d’accordo col fido Artabazzo che ti ho spedito, tratta animosamente gli affari miei e tuoi, nel modo il più decoroso ed utile per tutt’e due.»
130. Pausania, che per essere stato comandante a Platea era avuto anche di prima appresso i Greci in grandissima estimazione, allora tanto più insuperbì, nè sapeva più vivere dentro ai termini delle costumanze spartane: anzi diportandosi fuori di Bizanzio vestiva alla foggia dei Medi, e viaggiando per la Tracia lo corteggiavano guardie di Medi ed Egiziani armati di asta. Si faceva imbandir la mensa alla persesca, nè più sapeva contenere le sue intenzioni: e nei fatti stessi di minor conto mostrava sino d’allora la grandezza dei suoi disegni che a suo tempo meditava di effettuare. Erasi resa cosa difficile avere accesso a lui, usando egli con tutti indistintamente maniere così strane che nissuno poteva comparirgli innanzi; ciò che mosse sopra tutto gli alleati ad accostarsi a parte ateniese.
131. Era ciò pervenuto a notizia dei Lacedemoni, e però lo richiamarono la prima volta. Ma da che, imbarcatosi la seconda volta senza loro ordine sulla nave Ermionide, ebbe fatto chiaramente conoscere tali essere le sue intenzioni; e da che, astretto ad uscir di Bizanzio assediata dagli Ateniesi, non tornava altrimenti a Sparta, ed era giunta la nuova avere egli preso stanza a Colone città della Troade (ove si tratteneva per cagione non buona, ma per continovare le sue pratiche coi barbari), allora daddovero stimarono non essere più da tollerare: e gli efori spedirono un araldo colla scitala, intimandogli di non restare indietro all’araldo stesso[109], altrimenti fin d’allora gli Spartani gli dichiaravano guerra. Volendo egli divenir sospetto il meno poteva, e confidando di dissipare col denaro le imputazioni, tornò di nuovo a Sparta, ove fu messo in carcere dagli efori, i quali hanno facoltà di trattare così anche il re[110]. Quindi finalmente uscito per via di maneggi, presentossi in giudizio per dar discarico di sè a chiunque volesse intentare accuse contro di lui.
132. Tuttochè nè gli Spartani, nè i nemici di lui, nè la Repubblica intera avessero veruno indizio manifesto, sul quale fondati con sicurezza potessero punire un uomo di stirpe reale e tenuto allora in onoranza (perocchè era egli, come cugino, tutore del re Plistarco ancor giovinetto figliolo di Leonida) nondimeno, col suo procedere discordante alle leggi, e col suo genio per le usanze dei barbari, faceva molto sospettare che nell’ordine politico non volesse star contento ai termini dell’uguaglianza. Per lo che riandando i fatti antecedenti, mettevano ad esamina tutte le altre sue operazioni in che si fosse dilungato alcun poco dalle costumanze stabilite, e principalmente che nel tripode di Delfo, primizia delle spoglie dei Medi, dedicato dai Greci al Nume, quasi fosse offerta tutta sua, aveva osato farvi scolpire questa inscrizione:
Duce de’ Greci, debellato il Medo, Pausania a Febo questo voto offria.
I Lacedemoni subito allora cassarono dal tripode quella inscrizione, e vi scolpirono tutte le città nominatamente, che concorse ai danni del Medo avevano dedicato quel voto[111]. Ciò pertanto era attribuito in delitto a Pausania: ma quando egli si trovò in questo stato, allora anche più chiaramente conobbesi quel suo fatto essere stato in conformità de’ suoi presenti pensieri. Bucinavasi inoltre che egli avesse qualche segreto trattato con gli Iloti: e ciò era vero: conciossiachè prometteva loro libertà e cittadinanza, se si unissero con lui a ribellare, e lo aiutassero a compire i suoi disegni. Gli Spartani, tutto che avvertiti di ciò da alcuni delatori degli Iloti, non vi prestarono fede, nè giudicarono di dover procedere contro di lui; per mantenere così il costume praticato tra loro di non esser troppo corrivi a dare perentoria sentenza contro un cittadino di Sparta senza prove indubitabili. Se non che un tale di Argila, come è fama, già suo mignone e a lui fidatissimo, fu il delatore presso gli efori, all’occasione che doveva recare ad Artabazzo l’ultima lettera di Pausania inviata al re. Intimorito costui in considerando niuno essere ritornato dei messaggeri spediti di prima, contraffatto il sigillo per non essere scoperto caso che gli fallisse la sua credenza, e perchè Pausania, volendo cangiarvi qualche cosa, non se ne accorgesse; apre la lettera, e conforme sospettava che qualche cosa fosse scritta intorno a sè, trovò dovere anche lui essere ucciso.
133. Mostrò egli la lettera agli efori, i quali viepiù si confermarono nella loro sentenza. Tuttavia volendo eglino stessi udire qualche parola dalla bocca di Pausania, si accordarono con l’argiliese: il quale refugiatosi supplichevole in Tenaro[112] vi fece un casotto diviso in due da un tramezzo, e dietro a questo tramezzo nascose alcuni efori. Pausania vi andò a trovarlo e gli domandava, perchè si fosse ricovrato là supplichevole. Gli efori udivano tutto distintamente. L’argiliese rimproverava Pausania di ciò che aveva scritto intorno a lui nella lettera; dichiarava ordinatamente che negli altri suoi messaggi appresso al re si era sempre portato con fedeltà, e nondimeno aveva ottenuto da lui il bel premio di dovere essere ucciso, come aveva fatto di molti altri suoi servidori. Udirono ancora Pausania convenire di tutto ciò; consigliare l’argiliese a non adirarsi per l’accaduto; rassicurarlo affinchè si ritraesse dal luogo sacro, e pregarlo a partire speditamente per non frastornare le sue pratiche.
134. Gli efori udito il tutto diligentemente e chiariti ormai con sicurezza, cercavano di arrestar Pausania in città. Dicesi che essendo per essere arrestato in istrada, ed avanzandosi un eforo incontro a lui, dall’aria del viso comprendesse a che veniva; e che avvertito con furtivo cenno da un altro eforo il quale lo amava, corresse alla volta del tempio di Minerva Calcieca, e vicino com’era il sacro recinto, prima d’esser giunto dagli efori, vi si ricovrasse. Per non patire incomodo stando allo scoperto, entrò in una celletta appartenente al tempio, ed ivi si tratteneva. Quei che lo inseguivano non poterono per allora raggiungerlo: ma avendo osservato essere egli nella celletta e coltovelo dentro, ne tolsero il tetto e le imposte dell’uscio che rimurarono, ed ivi fermatisi lo assediarono colla fame. Poscia accortisi che così come si trovava nella celletta, era sul punto di esalar l’anima, lo traggono prima che spirasse fuori del luogo sacro, donde appena tolto morì. Volevano gettarlo nel Ceade, ove solevano gettarsi i malfattori, ma poi presero consiglio di sotterrarlo lì vicino. Appresso il Nume di Delfo ordinò ai Lacedemoni che lo dovessero seppellire nel luogo ove era morto: ed ora giace nel vestibulo del sacro recinto come può vedersi per l’epitaffio. Ordinò ancora che, siccome per quel fatto avevano commesso sacrilegio, così dovessero rendere alla Dea Calcieca due corpi in cambio di quel solo: infatti fecero essi due statue di bronzo e dedicaronle alla Dea in compensazione di Pausania.
135. Gli Ateniesi pertanto, avvegnachè il Nume stesso avesse giudicato quell’azione un sacrilegio, rendevano la pariglia ai Lacedemoni, imponendo loro di purgare la contaminazione. Questi inviarono legati ad Atene accusando anche Temistocle come complice di Pausania nel favorire il Medo, secondo che avevano trovato per il processo; affermando per ciò dovere anch’egli per ugual modo essere punito. Accomodaronsi gli Ateniesi alle loro richieste; e poichè Temistocle, quantunque fosse stato cacciato per ostracismo[113], ed avesse preso stanza in Argo, pur nondimeno frequentava anche le altre parti del Peloponneso, spedirono d’accordo coi Lacedemoni gente pronta ad inseguirlo, commettendo loro lo riconducessero donde che lo trovassero.
136. Pervenute tali pratiche a notizia di Temistocle fugge dal Peloponneso e cerca rifugio in Corfù di cui aveva meritato[114]. Significarongli i Corfuotti che temevano, ricettandolo, di incorrere nella inimicizia dei Lacedemoni, e degli Ateniesi, e lo scortarono sino in terraferma rimpetto alla loro isola. Ed egli perseguitato da coloro che avevano la commissione di così fare ovunque udissero che fosse, e ridotto in grandissima dubitazione dell’anima, si trova costretto a cercar ricovero presso Admeto re dei Molossi[115], che non gli era punto amico, e che allora per avventura era assente. Laonde si fece a supplicare la moglie di lui, la quale lo avverte di assidersi presso agli dei lari tenendo in collo un suo bambino. Tornato poco dopo Admeto, Temistocle gli dà contezza di sè, e lo prega a considerare che sebbene ei lo avesse forse contrariato nelle dimande che in altri tempi faceva agli Ateniesi, pure non sarebbe del suo decoro prender vendetta d’un fuggiasco, nè offendere chi al presente era cotanto più debole di lui, laddove è proprio degli uomini generosi vendicarsi degli eguali con parità di forze. Quanto a sè, continuava, essersi opposto in qualche altro affare, non mai nel caso di salvar la vita; mentre se egli ora lo consegnasse (e qui dichiarò perchè e da chi era perseguitato) lo priverebbe del modo di procacciar salvezza a se medesimo. Admeto a queste parole lo fece alzare col bambino che, sedendo presso agli dei lari, tuttavia teneva in collo; e questo fu modo efficacissimo di supplicare.
137. Arrivarono poco dopo i messaggeri lacedemoni ed ateniesi, i quali con tutto che molto ne richiedessero Admeto[116], egli non consegnò loro Temistocle: anzi, sentendo che bramava di trasferirsi al re, lo fece accompagnare per la via di terra all’altro lato del mare[117] sino a Pidna città soggetta ad Alessandro[118]. Ivi trovata una nave da carico pronta a far vela per la Ionia, imbarca; e dalla tempesta fu spinto vicino al campo degli Ateniesi che era all’assedio di Nasso. Nessuno di quei che erano nella nave lo conosceva; ma costretto dal timore manifesta al piloto chi egli sia, e per qual cagione si trovi esule: ed aggiunge che, se non lo salvasse, direbbe agli Ateniesi lui medesimo essere quel che lo trafugava, corrotto per denaro, nè vedere altra via di salvezza che vietar ad ognuno di sbarcare, sino a che il mare non si abbonacciasse per ripigliare il cammino: se ciò facesse, si sarebbe egli ricordato di lui conforme meritava. Il piloto acchetovvisi, e dopo aver resistito alla tempesta un giorno ed una notte, colla nave all’ancora, sopra il campo degli Ateniesi, giunge finalmente ad Efeso; e da Temistocle fu presentato con denaro pervenutogli per mezzo dei suoi amici da Atene e da Argo, ove nascosamente lo aveva depositato. Avanzatosi poscia nell’interno del paese con uno di quei persiani che abitavano le coste, scrive una lettera al re Artaserse figliolo di Serse poco fa succeduto al trono, in questo tenore. «Io Temistocle che più di tutti gli altri Greci apportai danni alla tua casa, tutto quel tempo che fui astretto a far fronte alle invasioni di tuo padre, ricorro ora a te. Nondimeno benefizii assai maggiori feci a lui, da che io cominciai ad essere in sicuro, ed egli in pericolo per la ritirata, e sono però creditore di benefizio.» Ciò diceva perchè lo aveva per tempo fatto consapevole che i Greci avevano risoluto di ritirarsi da Salamina, e perchè per opra sua, come ingannevolmente si attribuiva, non era stato disfatto il ponte[119]. «Ora poi perseguitato dai Greci a cagione della tua amicizia, mi trovo qui avendo in mano di poterti moltissimo giovare. Ma voglio prima soprassedere un anno, e poi dichiararti in persona il motivo della mia venuta.»
138. Il re, come si dice, si maravigliò del proponimento di lui, e gli permise di far così. Intanto nel tempo che si trattenne apprese quanto potè di lingua persiana e di costumanze del paese; e passato l’anno presentassi al re, appo il quale fu grande e tenuto in tanto onore, quanto niun altro greco giammai, non solo per la dignità ond’era innanzi fregiato, ma ancora per la speranza che in lui nutriva di soggettargli la Grecia[120], e soprattutto perchè mostravasi uomo di grande accorgimento. Aveva infatti Temistocle manifestato la forza del suo ingegno nel modo il più evidente, e perciò meritava di esser particolarmente ammirato sovra tutti. Conciossiachè col penetrativo intelletto che aveva sortito dalla natura, e non già corredato di anteriori studi o accresciuto da posteriori, discerneva ottimamente, dopo brevissima deliberazione, quel che di presente abbisognava, e benissimo conghietturava gli eventi nascosti nel più remoto avvenire. Destro nel condurre a buon fine gli affari che avesse tramano, non era però inabile a dar giudizio soddisfacente anche su quelli dei quali non era perito; e benchè le cose fossero tuttora nella più oscura incertezza, antivedeva egli stupendamente il meglio e il peggio di quelle: e brevemente egli fu senza dubbio per forza d’ingegno e per celerità di consiglio, l’uomo il più valente a dichiarare all’improvviso ciò che meglio si confacesse alle varie occorrenze. Finì per malattia i suoi giorni. Avvi chi dice essersi col veleno procacciato spontaneamente la morte disperando potere adempiere le promesse aveva fatte al re. Del resto si vede tuttora il suo monumento nella piazza di Magnesia città dell’Asia conciossiachè egli governasse cotesta provincia; avendogli il re dato[121] per il pane Magnesia, che rendeva cinquanta talenti l’anno, per il vino Lampsaco tenuta allora per la provincia più abbondante di tal prodotto, e Miunte per il companatico[122]. I parenti di lui dicono le sue ossa essere state trasportate in patria per comandamento di esso, e sepolte nell’Attica senza saputa degli Ateniesi; avvegnachè non fosse permesso seppellirvelo perchè cacciatone per tradimento[123]. Questo fine ebbero Pausania lacedemone e Temistocle ateniese, i più celebri capitani greci dei loro tempi.
139. Tali furono gli ordini dati dai Lacedemoni colla prima loro ambasceria, e tali all’incontro quelli ricevuti circa al purgare le contaminazioni. Andarono poi nuovamente ad Atene, richiedendo ritirassero l’esercito da Potidea, e rilasciassero Egina in libertà. Ma con maggior calore ed a più chiare note protestavano non insorgerebbe guerra se annullassero il decreto fatto contro i Megaresi, per cui questi venivano esclusi dai porti del dominio di Atene e dal mercato dell’Attica. Gli Ateniesi non gli obbedirono in nessuna delle altre cose, nè abolirono quel decreto; anzi accusavano i Megaresi di coltivare la terra sacra e non iscompartita dai termini di proprietà[124], e di ricettare i servi fuggitivi[125]. Vennero finalmente da Sparta gli ultimi legati Ramfio, Melesippo ed Agesandro; i quali, senza parlar punto di ciò che solevano per l’innanzi, si ristrinsero a dire queste parole: «I Lacedemoni bramano la pace, e vi sarà purchè voi lasciate i Greci nelle loro leggi.» Adunaronsi gli Ateniesi e proposero il partito tra loro soli, ove fu risoluto doversi dare la risposta, fatta una sola deliberazione che tutto comprendesse. Molti furono quelli che parlarono, ma non concorrevano in una medesima sentenza, opinando alcuni si facesse la guerra, altri si cassasse il decreto piuttostochè permettere che fosse d’impedimento alla pace. Allora fattosi avanti Pericle figliolo di Xantippo, personaggio il più ragguardevole di quel tempo tra gli Ateniesi, bellissimo dicitore ed il più esperto in trattar gli affari, propose i suoi avvertimenti in questi termini.
140. «Ateniesi, io sono sempre fermo nel mio primo proposito di non cedere ai Peloponnesi. E benchè io sappia che l’ardore concepito dall’uomo all’invito di guerra, ei non lo mantiene ove si venga ai fatti, e che cangia pensiero secondo gli avvenimenti; nulladimeno penso dovervi dare anche adesso consigli somiglianti e non punto differenti da quei d’allora. E prego quei tra voi che sieno per concorrere nella mia sentenza (poniamo pur ci toccasse qualche sinistro), a sostenere le risoluzioni prese in comune, e non appropriarsi il vanto di sagace accorgimento se l’esito sarà felice. Poichè pur troppo addiviene che i fortunevoli casi degli affari camminano per vie incomprensibili, egualmente che le cogitazioni degli uomini: il perchè siamo usati ad incolpar la fortuna per ogni strano accidente che ci sorprenda. Ma i Lacedemoni mostravansi chiaramente anche di prima rivolti ad insidiarci, ed ora più che mai. È detto negli accordi che, insorgendo qualche differenza, si renda e si offra scambievolmente ragione, e che da entrambi si ritengano i luoghi di che siamo in possesso: tuttavia essi non han voluto mai chieder ragione, nè esibita da noi accettarla. Vogliono che le querele si decidano colle armi piuttosto che coi ragionari; e vengono qua oggimai non più facendo amichevoli rimostranze, ma comandando imperiosamente. Ci ordinano di ritirarci da Potidea, lasciare libera Egina, cassare il decreto dei Megaresi; e questi ultimi venuti ci aggiungono di rilasciar nelle loro leggi anche i Greci. Or nissuno di voi si faccia a credere di intraprender la guerra per cosa di piccol momento, se noi non aboliremo il decreto dei Megaresi. È questo un pretesto col quale vogliono principalmente aonestarsi, dicendo che tolto quello di mezzo non vi sarà guerra. Nè resti in voi ombra di rimorso, quasi che l’abbiate intrapresa per lieve oggetto: perchè su cotesto lieve oggetto è fondata la riprova sicura della fermezza dell’animo vostro. Se cederete a quei comandi, incontanente ne avrete dei maggiori, dandosi essi a credere che per timore obbedirete anche a questi; laddove persistendo nel vostro rifiuto, insegnerete ad essi procedere con voi più alla pari.[126]
141. «Pertanto deliberate fino da questo momento o di obbedire prima di essere offesi, o volendo noi far guerra, come io credo il meglio, di non cedere a qualsivoglia costo, e diportarci da gente che sdegna ritenere il suo con paura. Imperciocchè qualunque richiesta, piccola o grande che sia, intimata da un eguale in suono di comando, innanzi alla determinazione del giudizio, importa l’istesso che un vero servaggio. Che poi non saremo inferiori quanto alle cose pertinenti alla guerra e a tutti gli altri apparecchi onde siamo entrambi forniti, ne andrete convinti, dopo averne udito da me il ragguaglio particolare. I Peloponnesi lavorano da sè le loro terre, non hanno denaro nè pubblico nè privato, nè pratica di guerre diuturne e marittime, posciachè oppressi dall’indigenza muovonsi solamente le armi contro loro stessi e per breve durata. Gente sì fatta non possono spedire al di fuori nè navi armate nè soldatesche di terra, sostenute da nuove leve, perchè ad un medesimo tempo dovrebbero allontanarsi dai loro fondi, e spendere nondimeno del proprio, mentre sarebbero per noi anche esclusi dal mare. Or le ricchezze che s’abbiano in avanzo, meglio delle forzate contribuzioni sostengono le guerre: e la gente addetta alla coltivazione delle terre, è più pronta a guerreggiare colla persona che col denaro; perchè quanto alla persona sperano di scampar dal rischio, ma nulla vi è che gli assicuri dal non consumare il denaro prima che cessi la guerra, specialmente se ella si prolunghi, come è verosimile, più che non credevano. Imperocchè sono certamente i Peloponnesi con gli alleati in istato di resistere in una sola battaglia a tutti i Greci insieme; non già a stare in guerra contro chi abbia apparati e regole affatto diverse. Infatti non usa tra loro un solo corpo deliberante per eseguir sollecitamente ciò che richiede il momento, ma essendo tutti eguali nel diritto del suffragio, e divisi in varie popolazioni, ciascuno si studia per il proprio vantaggio; e quindi deriva che nulla si conduca a compimento. Vogliono alcuni al tutto vendetta d’un tale; altri soffrire il minor danno possibile nelle loro terre; sono lenti a radunarsi; spendono pochissimo tempo a deliberar delle cose pubbliche, il più a brigarsi delle private; e ciascuno crede non esser per nuocere la sua trascuratezza, sperando che altri si darà cura di ciò che ad esser toccherebbe a prevedere, cosicchè con questa opinione comune a tutti in particolare va in rovina, senza che alcuno se ne accorga, l’universa Repubblica.
148. «Con tutto ciò l’impedimento maggiore sarà per loro la penuria di denaro; essendochè la difficoltà di procacciarlo deve portare indugio: ma le occasioni di guerra non vogliono indugi. Quanto poi ai battifolli o alle flotte loro, ciò non è da temere. Poichè se la edificazione di quelli riuscirebbe difficile anche in tempo di pace a città di potenza pari alla nostra, quanto più sarà malagevole in paese nemico; e mentre noi pure siamo non meno di loro afforzati? E se pur faranno qualche propugnacolo, potranno danneggiare alcuna parte del nostro suolo col fare scorrerie e col ricettare disertori: ma ciò non basterà a circondarci di mura, ad impedirci di navigare contro il loro territorio, per prenderne vendetta colla flotta, in che siamo potenti. Conciossiachè giova più a noi l’esperienza di mare per combattere in terra, che non a loro quella di terra per combattere in mare. Nè potranno alla perizia delle guerre terrestri aggiugnere facilmente quella delle marittime; giacchè nè pur voi che sino dal tempo del Medo vi ci siete sperimentati, perveniste peranche alla perfezione. E come mai gente usata a coltivare il terreno, e senza cognizione di marina, e di più nell’impossibilità di esercitarvisi, perchè sempre minacciata dalle nostre numerose flotte, come mai, io dico, potrà riuscire a qualche dignitosa impresa? Si arrischieranno forse contro poche navi che gli bloccassero, rendendo audace la loro imperizia colla moltitudine? ebbene; stretti da molte, dovranno ristarsi, cosicchè non esercitandosi, saranno più imperiti e perciò più lenti. Or la perizia marittima è un mestiere come qualunque altro, nè può impararsi con accidentale esercizio o come per soprappiù, ma piuttosto nissun’altra cosa può andarle congiunta come per appendice.
143. «Se poi toccheranno il denaro d’Olimpia o di Delfo, e tenteranno di sviare da noi con maggior soldo i nostri marinari forestieri, sarebbe una vergogna che montando sulle navi noi stessi in un con gli stanziati in Atene, non fossimo da tanto per far loro fronte. Ma ciò siamo in grado di fare, e (che più di tutto rileva) abbiamo tra i nostri stessi cittadini piloti e ciurme più numerose ed esperte di quello che non ha tutto il rimanente di Grecia. Nè alcuno dei nostri soldati esterni vorrà (dovendo in ogni modo esporsi al pericolo) prendere le armi coi Peloponnesi per pochi giorni di maggior soldo, e trovarsi per ciò cacciato di patria e a combattere per essi, presso i quali sono più piccole le speranze. Tali appunto o press’appoco mi sembrano essere le cose dei Peloponnesi; laddove il nostro stato scevro dai difetti notati in essi, parmi avere altri vantaggi, grandi senza paragone. E se essi verranno contro il nostro territorio con eserciti terrestri, noi navigheremo contro il loro: nè il guasto di qualche parte del Peloponneso sarà allora da agguagliarsi a quello anche di tutta l’Attica. Imperocchè i Peloponnesi senza combattere, non troveranno altre terre da prendere in cambio delle perdute, mentre noi molte ne abbiamo nelle isole, molte in terraferma. Gran vantaggio è l’impero del mare; consideratelo da voi stessi. Ed infatti se noi fossimo isolani, chi più inespugnabile di noi? Questo è adunque il momento di avvicinarsi il più possibile col pensiero allo stato di isolani, lasciare in abbandono la campagna colle sue case, contentandovi di tener guardato il mare e la città; e senza adirarvi coi Peloponnesi per la perdita di quelle, non venire a battaglia con essi che sono in tanto maggior numero di voi. Perocchè vincendo, ci troveremo di nuovo a combatterli non punto diminuiti di numero; perdendo, si aggiugnerà per noi anche la perdita degli alleati, nerbo principale delle nostre forze: i quali al vederci ridotti inabili a marciar contro di loro, non istaranno più all’obbedienza. Ah! serbiamo i nostri pianti per le persone in vece che per le ville e per le campagne, avvegnachè non queste degli uomini, ma sì bene gli uomini sono di quelle i possessori. Che s’io credessi che fosse seguito il mio consiglio, vi conforterei ad uscire a devastarle da voi stessi; e mostrare ai Peloponnesi, che per risparmiar quelle non avrete mai la viltà di obbedirli.
144. «Molte altre cose avrei a dirvi le quali ci affidano della vittoria, purchè non cerchiate di aumentar l’impero durante la guerra, nè vogliate sopraccaricarvi di volontari pericoli, giacchè più degli stratagemmi del nemico io temo dei nostri sbagli. Ma tali cose vi saranno da me dichiarate altra fiata, quando elle saranno appoggiate ai fatti. Per ora congediamo questi ambasciatori rispondendo — permetteremo ai Megaresi di frequentare il mercato e i porti nostri, solo che anche i Lacedemoni nel bando dei forestieri non comprendano nè noi nè i nostri alleati, due punti che non hanno divieto nei capitoli. Lasceremo libere le città se libere le ritenevamo al tempo degli accordi, e purchè anche i Lacedemoni concedano ad esse di governarsi conforme alle proprie leggi e secondo il piacimento di ciascuna, e non conforme al vantaggio di Sparta. Noi siamo pronti a render ragione per via giuridica secondo che è detto negli accordi: non saremo i primi a muovere la guerra, ma sapremo rispingere chi la incominci. — Tale è la risposta che richiede la giustizia ed il decoro della nostra Repubblica; ma siate convinti che la guerra è inevitabile: che se la imprenderemo di buona voglia, troveremo i nemici meno ostinati: e che dai più grandi pericoli risultano alle città ed ai privati i più splendidi onori. E se i padri nostri, i quali resisterono al Medo mossisi con forze non così grandi, e dopo aver abbandonato ciò che avevano, per consiglio più che per fortuna, e per ardimento superiore alle loro forze, non solo rispinsero il barbaro, ma ancora avanzarono lo stato a tanto alto segno; noi non dobbiamo mostrarci da meno di loro, ma a qualunque patto resistere al nemico, ed adoprarci al possibile per non trasmettere ai posteri lo stato diminuito in nulla della sua grandezza.»
145. Di tal forza fu l’arringa di Pericle; e gli Atenesi giudicarono ottimi i suoi consigli, confermarono col voto le sue proposizioni, risposero ai Lacedemoni giusta la sua sentenza, e come egli aveva suggerito intorno a ciascuna cosa. La somma fu: ch’ei non farebbero nulla in forza dei loro comandamenti, e che erano pronti a diffinire le imputazioni per via giuridica, salva ogni uguaglianza secondo gli accordi. I Lacedemoni udito ciò tornarono alla patria; nè altra ambasciata venne dipoi da Sparta.
146. Queste furono da ambe le parti le rimostranze e le differenze insorte prima della guerra, appena seguiti i fatti di Epidamno e di Corfù. Nulladimeno pendenti quelle erano in commercio e praticavano scambievolmente senza il caduceo, non però senza sospizione; imperocchè le cose che accadevano in quel tempo altro non erano che turbamento d’accordi e materia di guerra.
FINE DEL LIBRO PRIMO.
LIBRO SECONDO
SOMMARIO.
I Tebani che occupano Platea sono presi ed uccisi. — Preparativi di guerra. — Arringa di Archidamo. — Rancori della plebe ateniese contro Pericle. — Orazione funebre. — Peste devastatrice. — Pericle rianima gli Ateniesi. — Sua morte ed elogio. — Uccisione dei legati lacedemoni. — I Peloponnesi a Platea. — Battaglia fra gli Ateniesi e quei di Calcide. — Gli Ambracioti ed i Caonii si ribellano. — Vittoria navale degli Ateniesi. — I Traci nella Macedonia.
1. Di qui omai incomincia la guerra degli Ateniesi e Peloponnesi, e dei loro scambievoli alleati[127], nel processo della quale non praticavano più tra loro senza il caduceo; ma intrapresa che l’ebbono, guerreggiavano continuamente. Ella è esposta, secondo l’ordine dei fatti accaduti, per estati e per inverni.
2. La tregua dei trent’anni, fatta dopo la presa di Eubea, aveva durato quattordici: ma nel decimoquinto, essendo Criside già da quarantott’anni sacerdotessa in Argo[128], Enesio eforo in Sparta, e Pitodoro ancora per un bimestre arconte in Atene[129], sei mesi dopo la battaglia di Potidea, al cominciar della primavera poco più di trecento Tebani, guidati da Pitangelo figliolo di Filida, e da Diemporo di Onetoride, ambidue Beotarchi[130], sul primo sonno entrarono armati in Platea della Beozia, città confederata con Atene, invitati da alcuni Plateesi che apersero loro le porte (ciò furono Nauclide e i suoi partigiani), i quali a procacciarsi potenza, volevano trucidare i cittadini della fazione contraria, e soggettare la città ai Tebani. La trama riuscì, favoreggiandoli Eurimaco figliolo di Leonziade, personaggio potentissimo in Tebe: perocchè i Tebani, prevedendo insorgerebbe la guerra, innanzi che ella manifestamente scoppiasse, e mentre ancora durava la pace, bramavano preoccupare Platea città mai sempre loro nemica. Il perchè, non essendovi di prima posta guarnigione, agevolmente e non avvertiti vi entravano: e fermatisi armati nella piazza, non vollero, secondo che gli confortavano quei che li avevano introdotti, venir subito ai fatti ed investire le case dei nemici. Erano anzi di avviso di usare gride discrete, e piuttosto indurre ad amichevole accomodamento la città, stimando che per queste maniere ella si sarebbe più facilmente accostata alla loro parte. Promulgavano adunque per il banditore, che qualunque, conforme la patria usanza di tutti i Beozii, volesse entrar nella lega, prendesse le armi coi Tebani.
3. Come i Plateesi sentirono essere i Tebani già dentro le mura, ed occupata improvvisamente la città, credettero vi fossero entrati in numero assai maggiore, perchè essendo notte non li scorgevano: ed impauriti calarono agli accordi, accettarono le condizioni, e restarono tranquilli; tanto più che i Tebani non facevano contro chicchessia stranezza veruna[131]. Ma mentre ancora trattavano ciò, osservarono non esser molti i Tebani, e giudicarono facile la vittoria, assalendoli; essendo che il popolo di Platea mal volentieri ribellavasi agli Ateniesi. Risolvettero adunque esser ciò da tentare, e per tener colloquio tra loro sfondavano le pareti comuni delle case per non esser visti correr le strade, a traverso delle quali mettevano carri senza giumenti per servir di barricate, e accomodavano le altre cose come e dove credevano che sarebbe utile pel momento. Ordinato tutto il meglio potevano, si scagliarono dalle case sopra i Tebani, cogliendo il punto che era ancor notte, e propio in sull’albeggiare, perchè temevano di trovarli più arditi in piena luce, e perchè e’ non potessero oppor loro egual resistenza. Anzi rendendosi essi nella notte più formidabili per la pratica che avevano della città, speravano resterebbero i Tebani sopraffatti: però li assalirono immantinente e vennero tosto alle mani.
4. I Tebani conosciuto lo sbaglio si ristrignevano tra loro, e respingevano gli assalitori dalla parte onde gli investissero. Due o tre volte gli ributtarono; ma finalmente, serrandosi loro addosso i Plateesi con furia strepitosa, e ad un’ora stessa le donne e i servi tra gli schiamazzi e gli urlamenti percuotendoli dalle case con sassi e tegole, e di più caduta essendo nella notte dirotta pioggia, impaurirono; e voltata faccia fuggivano per la città tra il fango ed il buio (perchè la cosa accadde sul finir del mese)[132] senza sapere i più ove scampare, ed incalzati da gente ben pratica da non lasciarli scapolare; così che per la maggior parte erano trucidati. Un plateese serrò la porta onde erano entrati, la sola che fosse aperta, mettendo negli anelli per catenaccio la punta della lancia, talchè neppure per quella potevano uscire. Perseguitati adunque per la città alcuni salirono sulle mura e si precipitarono fuori, morendovi i più; alcuni con una scure prestata loro da una donna ruppero di soppiatto la sbarra di una porta abbandonata, e pochi ne uscirono perchè la cosa fu presto risaputa; altri erano qua e là uccisi sparsamente per la città. Ma il maggior numero, e sopra tutto quelli che si erano ristretti insieme, si cacciano in un gran torrione delle mura, la cui porta per avventura non era chiusa, credendo esser quel torrione una porta della città, e che sicuramente desse uscita per fuori. I Plateesi vedendoveli incappati deliberavano, se così come si trovavano ve li avessero a bruciare dando fuoco al torrione, ovvero trattarli altramente. Finalmente costoro, e tutti gli altri Tebani che restavano ancora vagando per la città, convennero co’ Plateesi di rendersi a discrezione, ponendo giù le armi. Così procederono le cose per quelli entrati in Platea.
5. Gli altri Tebani poi che col corpo dell’esercito dovevano giugnervi prima che finisse la notte, caso che per gli entrati andasse qualche cosa in sinistro, udito per via l’accaduto (già che Tebe è distante da Platea settanta stadii) si avanzavano per soccorrerli. Ma l’acqua caduta nella notte li rese più lenti nel cammino; imperocchè il fiume Asopo avea menato gran corrente, ed era difficile guadarlo. Marciando pertanto con la pioggia, e passato il fiume a gran pena, arrivarono troppo tardi, quando già quei di dentro erano stati parte trucidati, parte fatti prigioni. Appena i Tebani riseppero ciò, pensarono di tendere agguati ai Plateesi che erano fuori di città; conciossiachè, come suole intervenire in un disastro inaspettato ed accaduto duranti le tregue, la gente con le masserizie era sparsa alla campagna. Era anche loro intendimento, ove arrestassero qualcuno, di ritenerlo in iscambio dei loro rimasti prigioni in città, posto che alcuno sopravvivesse. Ciò andavano ravvolgendo nell’animo: ma i Plateesi, mentre che costoro stavano tuttora deliberando, vennero in sospetto di ciò che potea accadere, e temendo per quei di fuori, spedirono un araldo ai Tebani, richiamandosi dell’ingiuria fatta loro per aver tentato di occupar Platea in tempo di tregua, ed intimando non malmenassero le cose di fuori: altramente, soggiugnevano, ucciderebbono quei di loro gente che ritenevano vivi, dove, ritirandosi dal territorio, li restituirebbero. In questa guisa raccontano il fatto i Tebani, e dicono che i Plateesi vi aggiunsero il giuramento. I Plateesi, all’opposto, non convengono d’aver promesso di rendere addirittura i prigionieri, ma solo quando nell’abboccamento che doveva tenersi prima tra loro si fossero, in qualche modo, trovati d’accordo; e negano d’avervi aggiunto il giuramento. Comunque sia, i Tebani si ritirarono dal territorio, senza averlo punto danneggiato. E i Plateesi, introdotto prima frettolosamente in città tutto ciò che era in campagna, ammazzarono subito i prigioni i quali erano cent’ottanta, tra questi Eurimaco con cui avevano condotto il maneggio quei che volevano tradir la patria.
6. Fatto ciò mandarono avviso ad Atene, restituirono con salvocondotto i cadaveri ai Tebani, ed ordinarono lo stato della città nel modo il più acconcio alle cose presenti. Gli Ateniesi ragguagliati tostamente dei fatti di Platea, arrestarono subito quanti Beozi erano nell’Attica, e spedirono araldo ai Plateesi con ordine di dir loro che non facessero innovazione[133] su quei Tebani che avevano prigionieri, prima che anche in Atene si fosse risoluto qualche cosa intorno ad essi. Ignoravano gli Ateniesi che i prigioni erano stati morti, essendo partito il primo nunzio in sull’entrar dei Tebani, ed il secondo appena ch’ei furono vinti e rinchiusi: laonde erano interamente all’oscuro dei fatti posteriori, e però avevano mandato quell’araldo, che al suo arrivo trovò coloro già uccisi. Allora gli Ateniesi mandarono delle truppe a Platea, portaronvi vettovaglie, lasciaronvi presidio, e condussero via gli invalidi colle donne ed i bambini.
7. Dopo questo fatto di Platea essendo manifestamente rotta la tregua, gli Ateniesi si preparavano alla guerra: preparavansi co’ loro alleati anche i Lacedemoni, ed erano entrambi in su lo spedire ambasciate al re ed altrove ai barbari, donde che potesse sperarsi di trarre qualche soccorso, e si univano con quelle città che erano fuori del loro dominio. I Lacedemoni in aggiunta alle navi, avevano nel Peloponneso, commettevano ai popoli che seguitavano la parte loro in Italia[134] di costruirne un numero proporzionevole alla grandezza delle città, talchè in tutte sommassero a cinquecento: di avere in pronto il denaro imposto, starsene del rimanente tranquilli, e non ricettare gli Ateniesi, salvo che con una sola nave, fino a che queste cose fossero tutte apparecchiate. Gli Ateniesi recavano a novero gli alleati che avevano; ma erano principalmente intesi a spedire ambasciatori nei luoghi attorno al Peloponneso, cioè a Corfù, a Cefallene, agli Acarnani, a Zacinto; perchè vedevano che avendo amici cotesti luoghi, sosterrebbono certamente con superiorità la guerra nei contorni del Peloponneso.
8. Grandi pensieri ravvolgevano entrambi nella mente, e con tutto l’ardore si disponevano alla guerra: nè meraviglia; perchè tutti nel cominciamento delle cose hanno maggior veemenza. Era allora il tempo che la numerosa gioventù del Peloponneso e d’Atene di buona voglia intraprendeva la guerra, perchè di essa inesperta; e tutto il rimanente di Grecia era in gran sollevazione dell’animo, in vedendo le due primarie Repubbliche venir tra loro a contesa. Molto si udiva parlare di risposte d’oracoli, molti presagi in versi cantavano gli indovini, sì nei luoghi ov’era bramosia di guerra, sì negli altri. Senza di che poco innanzi a questi avvenimenti fu scossa da terremoto Delo, che a memoria dei Greci non aveva mai per lo addietro sofferto ciò; e dicevasi e credevasi comunemente essere quello stato il segnale delle future calamità; e qualunque cosa di simil fatta accadesse, tutto particolarmente si investigava. Ciò non pertanto la benevolenza dei popoli inchinava maggiormente ai Lacedemoni, tanto più ch’ei si spacciavano per liberatori della Grecia: e ciascuno in particolare e le città insieme, tutti travagliavansi ansiosamente per cooperare con esso loro con parole o con fatti, avvisando ognuno dover restare impediti gli affari là appunto, ove mancasse l’opera sua. A tal segno la maggior parte avevano in odio gli Ateniesi; desiderando alcuni d’esser liberati dal loro dominio, altri temendo di non esservi sottoposti. Con tale apparecchio e concitamento dell’animo erano in su le mosse.
9. Or le due parti si misero in guerra avendo confederate queste città. Dei Lacedemoni erano alleati tutti i Peloponnesi dentro dell’istmo, eccetto gli Argivi e gli Achei che erano in amicizia con entrambi: nondimeno gli Achei unirono poscia le loro armi con Sparta; in principio solamente quei di Pallene, quindi tutti gli altri. Fuori del Peloponneso poi, i Megaresi, i Locrii, i Beozii, i Focesi, li Ambracioti, i Leucadii, gli Anattorii. Tra questi somministravano la flotta i Corintii, i Megaresi, i Sicionii, i Pelleni, gli Elei, gli Ambracioti, i Leucadii; la cavalleria i Beozii, i Focesi, i Locrii: le altre città davano la fanteria. Questi erano i confederati dei Lacedemoni. Degli Ateniesi lo erano i Chii, i Lesbii, i Plateesi, i Messenii di Naupatto, la maggior parte degli Acarnani, i Corfuotti, li Zacintii, ed altre molte città che tra tanti popoli erano loro tributarie; la Caria marittima, i Dorii confinanti co’ Carii, l’Ionia, l’Ellesponto, la città di Tracia, tutte l’isole che infra il Peloponneso e Creta guardano a levante, e tutte le altre Cicladi salvo Melo e Tera. Fra questi somministravano la flotta i Chii, i Lesbii ed i Corfuotti; gli altri fanteria e denaro. Tale era da ambe le parti lo stato dell’alleanza e l’apparecchio per la guerra.
10. I Lacedemoni subito dopo i fatti di Platea mandarono in giro alle città alleate nel Peloponneso e fuori ordine, di allestir gente e provvisioni rispondenti ad una spedizione fuori del proprio paese, dovendosi portar la guerra nell’Attica. Quando poi al tempo prescritto ebbero tutto in pronto, i due terzi[135] di ciascuna città si riunivano sull’istmo. E poichè fu congregato tutto l’esercito, Archidamo re dei Lacedemoni, generale di questa spedizione, convocati i capitani di tutte le città, le persone di maggiore stato, e tutti quei che più meritavano d’intervenire, prese a parlar così.
11. «Valorosi Peloponnesi e confederati: quantunque anche i padri nostri abbiano fatto molte spedizioni sì dentro che fuori il Peloponneso, e tra noi i più attempati non sieno inesperti della guerra; nondimeno sino ad ora non siamo mai usciti con apparecchio più grande. Considerate però che potentissima è la città, contro cui andiamo adesso noi in numero grandissimo e col fiore delle nostre truppe. Il perchè non abbiamo a mostrarci nè minori dei padri, nè della propria nostra reputazione: avvegnachè Grecia tutta per la nostra mossa è sollevata ed a noi dirizza l’animo suo, anelando, per odio verso gli Ateniesi, al felice riuscimento dei nostri disegni. Ma con tutto che sembri andar noi contro al nemico con esercito grandissimo, ed esservi gran sicurezza da credere che non oserà venire a battaglia con noi; non vuolsi però marciare meno circospetti e preparati: anzi e capitano e soldato di ogni città si aspetti quanto a sè ad ogn’ora il cimento; conciossiachè incerte sono le cose della guerra, e gli assalti d’ordinario si fanno ad un tratto e col bollore dell’animo. Sovente un esercito più piccolo ma circospetto ne rispinse con maggior vantaggio uno più numeroso, ma trascurante per disprezzo. In paese straniero debbono i soldati aver pieno l’animo di ardimento, ma tenersi pronti alla zuffa con cauto timore; così saranno più generosi[136] nell’assalire il nemico, e meno pericolanti nel sostenerne l’impeto. Or noi non andiamo contro una città mancante di forze a segno da non resisterci, ma di tutto completamente fornita. Però, sebbene mentre che siamo tuttora lontani, gli Ateniesi non si sieno mossi, pur dobbiamo indubitatamente aspettarci che verranno a battaglia, quando ci veggano guastar le loro terre e distruggere i beni loro. Imperocchè al vedersi sotto gli occhi una repentina insolita sciagura, ognun s’accende di rabbia; e quei che meno usano della riflessione, vengono ai fatti col più gran furore. Così più d’ogni altro è da credere che adopreranno gli Ateniesi, pei quali è puntiglio d’onore il comandare altrui, ed assaltare e devastare le terre degli altri, più presto che vedere il guasto delle loro. Persuasi adunque di far guerra a Repubblica sì potente, e di dovere, nell’alternar delle conseguenze, riscuoterne per noi e pei nostri maggiori riputazione del più gran rilievo, marciate per le vie che vi additino i vostri capitani, gelosi sovrattutto della buona ordinanza e cautela, e pronti agli ordini che riceviate: poichè il mostrare che in numeroso esercito una è la militar disciplina, si è ciò che maggiormente procaccia onore e sicurezza.»
12. Archidamo ciò detto e sciolta l’adunanza, prima di tutto spedisce ad Atene Melesippo, cittadino spartano, figliolo di Diacrita, per tentare se gli Ateniesi, al vederli già in cammino, più facilmente cedessero in qualche cosa. Ma egli non fu ricevuto in Atene e molto meno in consiglio, essendo innanzi prevalsa l’opinione di Pericle, di non ammettere araldo nè ambasceria dei Lacedemoni, condotto che avessero l’esercito in campagna. Lo rimandano adunque prima di udirlo, intimandoli uscisse dai confini il giorno stesso; e per l’avvenire i Lacedemoni, quando fossero rientrati nelle loro terre, mandassero pure le ambascerie che volevano: spediscono quindi gente con Melesippo ad accompagnarlo, affinchè non si abboccasse con alcuno. Giunto egli ai confini ed essendo presso a dipartirsi, proseguì la sua gita dette queste sole parole: «Questo medesimo giorno sarà principio ai Greci di grandi calamità.» Al suo ritorno, quando Archidamo ebbe inteso che gli Ateniesi non cederebbero in nulla, levò il campo, e s’avanzava coll’esercito verso il loro territorio. I Beozii, che uniti in questa spedizione davano ai Peloponnesi parte dei loro fanti e cavalli, andarono col rimanente a Platea e saccheggiavano la campagna.
13. Ma intanto che i Peloponnesi si andavano adunando sull’istmo ed erano in cammino, prima che assaltassero l’Attica, Pericle di Xantippo, uno dei dieci capitani ateniesi, persuaso che l’invasione sarebbe accaduta, venne in sospetto che Archidamo suo ospite lascerebbe intatte, e non gli guasterebbe le possessioni; sia che volesse così gratificarlo di propria volontà; sia che potesse ciò accadere pei conforti dei Lacedemoni che bramavano screditarlo, e che, mirando a lui, avevano intimato si purgasse la contaminazione. Laonde divulgò nell’adunanza degli Ateniesi, essere Archidamo suo ospite, ma ciò non dover causare alcun detrimento alla Repubblica; e se le sue terre e ville non fossero guastate dai nemici come quelle degli altri, ei le rilasciava in mano del popolo, acciò non vi fosse alcun argomento di sospetto contro di lui. Ed anche adesso li confortava come per l’innanzi a prepararsi alla guerra, a trasportare in città quel che era in campagna; non far sortite contro i nemici, ma ridursi in città e guardarla; mettere compiutamente in ordine la flotta, loro forza principale, e tenere in pugno gli alleati[137]. Dimostrava, su i tributi di questi esser fondata la loro potenza, e ordinariamente l’intelligenza e la copia del denaro procacciare superiorità in guerra: li esortava a rincorarsi, atteso che la città, senza contare le altre entrate, aveva d’ordinario la rendita di seicento talenti l’anno per tributo degli alleati[138], e vi restavano anche presentemente nella rocca seimila talenti d’argento coniato, essendo la maggior somma stata di novemila settecento, dai quali erano state levate le spese per gli antiporti[139] della rocca, per altre fabbriche e per Potidea. Oltre di che, di argento e d’oro non coniato, tra privati e pubblici voti, tra tutto il resto del vasellame per le sacre pompe e pei pubblici giuochi, e tra spoglie dei Medi[140] e cose di simil fatta, non vi era meno di cinquecento talenti. Aggiungeva di più, le grandi ricchezze degli altri templi, delle quali si servirebbero; e qualora fossero affatto impediti dall’usar tutte queste, gli aurei ornamenti posti intorno al simulacro di Minerva stessa, il quale aveva il peso di quaranta talenti d’oro purgatissimo che tutto poteva spiccarsi d’attorno[141]. Avvertiva nondimeno, che quantunque l’avrebbono impiegato per la pubblica salvezza, conveniva poi rimettervelo di peso non inferiore. Così li rincorava quanto al denaro. Per ciò che riguarda l’esercito, mostrava esservi tredicimila soldati di armatura grave, senza gli altri sedicimila delle guarnigioni e degli spaldi: tanti appunto, tolti dai più vecchi e dai più giovani con tutti gli inquilini armati alla grave, erano quelli che vi stavano di guardia sino da principio, quando i Lacedemoni erano per assaltare l’Attica. Imperciocchè di trentacinque stadii erano le mura di Falera sino al recinto della città, del qual recinto la parte guernita è di quarantatre, restando senza presidio la porzione che è di mezzo tra le mura faleree e le lunghe. Queste poi sino al Pireo erano di quaranta stadii, e tutte guardate dalla parte esterna. L’intero circuito del Pireo, compresovi Munichia, era di sessanta stadii, ma solo la metà guarnita. Di cavalleria poi mostrava esservi mille dugento, contando gli arcieri a cavallo; seicento arcieri a piedi, e trecento triremi buone a navigare. Tale e non minore era l’apparecchio che di ciascuna cosa avevano gli Ateniesi, quando i Peloponnesi erano da prima per assaltar l’Attica, e quando si misero in guerra. Altre dichiarazioni andava facendo Pericle al suo solito, tendenti tutte a dimostrare che in questa guerra sarebbono vincitori.
14. Gli Ateniesi, udito che l’ebbero, seguirono il suo consiglio, e dalla campagna introducevano in città i bambini, le donne, le masserizie di cui usavano in casa, e sino il legname delle case che demolivano; e facevano passare nell’Eubea e nelle isole circonvicine gli armenti e le bestie da soma. Fastidioso però riusciva loro lo sgombero, essendo i più avvezzi a vivere continuamente alla campagna.
15. E tal costume, più che tra gli altri, praticavasi sino da remotissima antichità tra gli Ateniesi. Imperocchè, anche al tempo di Cecrope e dei primi regi sino a Teseo, ciascuna popolazione dell’Attica si reggeva da sè co’ suoi tribunali[142] ed arconti; e, quando non v’era di che temere, non si adunavano per le loro deliberazioni presso al re, ma ognuno aveva reggimento e consiglio particolare: anzi alcune talvolta ebbero persino guerra col re stesso, come gli Eleusini sostenuti da Eumolpo contro Eretteo. Ma venuto a regnar Teseo uomo di savio consiglio insieme e potente, oltre all’altre riforme fatte nell’Attica, abolì i consigli e le cariche di arconte dell’altre popolazioni, e riunì tutti in un sol corpo nella città presente, ove stabilì un sol consiglio ed un sol tribunale. E benchè restasse ciascuno, come prima, abitatore e possessore dei propri fondi, obbligò tutti ad aver questa unica per città principale, la quale fu da Teseo lasciata a’ suoi successori aumentata di molto, perchè omai tutti facevano con lei un solo comune. Però sin d’allora gli Ateniesi celebrano anche adesso la pubblica festa detta le Sinecie, in onore della Dea[143]. Prima di questo tempo era città quel che ora è la rocca, o al più la porzione sotto questa che guarda mezzodì. Lo provano non solo i templi degli altri Dei che sono nella rocca, ma eziandio quelli al di fuori situati nella predetta parte della città, come quello di Giove Olimpico, di Apollo Pitio, della Terra, e quello delle Limne di Bacco[144], a cui onore si celebrano le feste baccanali più antiche, al dodicesimo del mese Antesterione, come tuttora costumano gli Ioni stessi discendenti dagli Ateniesi. Quivi altresì riseggono gli altri vetusti templi; e perciò appunto d’appresso è la fontana di cui si servivano per gli usi più importanti, la quale dopo essere stata restaurata dai tiranni nel modo che or si vede, ha nome le Nove-bocche; e prima, quando v’erano le sorgenti scoperte, si chiamava Calliroe. Da cotesti tempi lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell’acqua, prima delle cerimonie nuziali e per le altre sacre funzioni. Anzi appunto perchè ivi era anticamente il luogo abitato, anche in oggi la rocca si chiama dagli Ateniesi città.
16. Gli Ateniesi adunque da lungo tempo praticavano insieme, abitando ciascuno colle proprie costumanze alla campagna, e per questa abitudine, anche dopo essere stati riuniti in un sol corpo di cittadinanza, i più, sì degli antichi che dei loro discendenti, sino al tempo di questa guerra, restati con tutta la famiglia ad abitare in campagna, non sapevano indursi a sgombrare: tanto più che di fresco, dopo il guasto dei Medi, avevano riordinato i loro fondi. Anzi erano afflitti, e di mal animo sopportavano il dovere abbandonare le abitazioni ed i templi, che per loro, a cagione dell’antico modo di governarsi, erano sempre i patrii: e trovandosi sul punto di cambiar tenore di vita, ciò per ognuno di loro altro non era che un lasciare la sua patria stessa.
17. Pervenuti in Atene, pochi ebbero abitazioni proprie e ricovero a casa d’amici o parenti; e la maggior parte prese stanza nei luoghi disabitati della città, ed in quelli consacrati agl’Iddii ed agli eroi (salvo la rocca e il tempio di Cerere, e quant’altro vi era di ben chiuso), e sin anche sotto la rocca, nel recinto chiamato Pelasgico, non solo imprecato ad abitare, ma eziandio interdetto per questa chiusa di un oracolo di Delfo:
È meglio che Pelasgico sia vuoto[145]
ciò nonpertanto attesa la repentina necessità fu abitato. E parmi esser l’oracolo riuscito in senso contrario di ciò che si aspettavano, perchè non avvennero le disgrazie alla città per averlo illecitamente abitato, ma fu di mestieri abitarlo a cagione della guerra; senza nominar la quale aveva l’oracolo previsto che quel luogo sarebbe una volta abitato all’occasione di qualche sinistro. Molti si acconciavano anche nelle torri delle mura e dovunque ognuno poteva, stante che concorsivi tutti insieme non potevano capire in città; laonde alla fine si scompartirono per abitare le mura lunghe e gran parte del Pireo. Ma al tempo stesso volgevano l’animo alle cose di guerra, col radunare gli alleati, e fornire cento navi per andar contro al Peloponneso. Tali erano gli apparecchiamenti degli Ateniesi.
18. Ma l’esercito dei Peloponnesi proseguendo il cammino, arrivò primieramente sotto Enoa[146] dell’Attica, per dove volevano aprirsi, armata mano, la strada: e fatto alto si preparavano ad assaltare con macchine e con altre maniere le mura, onde era stata cinta Enoa situata sulla frontiera dell’Attica e della Beozia; e di essa usavano gli Ateniesi come di un propugnacolo quando insorgesse la guerra. Disponevano adunque l’oppugnazione di quella terra, ma si trattennero qualche tempo senza pro intorno ad essa; di che era principalmente accagionato Archidamo, che anche quando si trattava di riunirsi per la guerra si era mostrato poco sollecito e maldisposto a consigliarla, ed affezionato per gli Ateniesi. Inoltre, posciachè l’esercito si fu riunito, l’averlo trattenuto sull’istmo ed il lento marciare nel resto del cammino, lo avevano messo in discredito. Ma soprattutto nocque alla reputazione d’Archidamo la fermata sotto Enoa: conciossiachè in questo stante gli Ateniesi introducevano in città le cose loro; onde pareva che se i Peloponnesi, tolto di mezzo questo indugio, si fossero spinti innanzi sollecitamente, avrebbono trovato tutto ancor fuori di città: tale era il mal talento dell’esercito contro Archidamo per questa sua fermata. Egli però soprassedeva aspettandosi, come si dice, che gli Ateniesi, essendo tuttora intatte le loro campagne, cederebbero in qualche cosa, mossi dal rincrescimento di vederle disertare.
19. Ma poichè dato l’assalto ad Enoa e fattovi ogni prova non poterono espugnarla, e vedevano che gli Ateniesi non facevano proposizione veruna; allora finalmente (ottanta giorni incirca dopo il fatto dei Tebani entrati in Platea), sotto la condotta del medesimo Archidamo figliolo di Zeusidamo re di Sparta, mossero il campo da Enoa, nel colmo dell’estate, quando è già matura la messe[147], ed entrarono nell’Attica. Quivi accampatisi scorrevano pel territorio di Eleusi, e per la pianura triasia, e fugarono una frotta di cavalli ateniesi nei contorni del luogo detto Reiti. Quindi si avanzarono per la Cecropia, avendo a destra il monte Egaleo, sino a che pervennero ad Acarne, luogo il più considerabile dell’Attica fra quei che si chiamano villate. Qui fecero alto, piantarono il campo e vi restarono molto tempo guastando la campagna.
20. Dicesi che Archidamo si fermò coll’esercito in ordinanza intorno ad Acarne, senza scendere in questa prima invasione alla pianura, con questo intendimento. Sperava egli che gli Ateniesi fiorenti per numerosa gioventù ed apparecchiamenti di guerra, quanto non mai per l’innanzi, gli sarebbono forse usciti incontro, non potendo patire di vedersi devastate le loro terre. Poichè adunque non gli erano venuti incontro ad Eleusi, nè alla pianura triasia, voleva tentare con questa fermata intorno ad Acarne, se almeno allora si risolvessero a far sortita contro di lui. Oltre di che il luogo parevagli opportuno per porvi il campo, e faceva stima che gli Acarnei, parte considerevole della Repubblica (poichè tremila di grave armatura erano dei loro) non sarebbero indifferenti al guasto della loro campagna, ma avrebbero spinto tutti gli altri a combattere. Se poi in questa prima invasione gli Ateniesi non gli fossero usciti incontro, avrebbe allora più francamente corso la pianura e portato le armi fino sotto le mura di Atene stessa. Conciossiachè gli Acarnei, spogliati dei beni loro, non sarebbono ugualmente pronti ad incontrar pericoli per gli altrui, e gran discordia entrerebbe negli animi dei cittadini. Con questa intenzione Archidamo si tratteneva presso ad Acarne.
21. Il soprassedere che faceva l’esercito nemico nei contorni d’Eleusi e nella pianura triasia, dava qualche appicco agli Ateniesi che non progredirebbe più oltre; rammentandosi essi di Plistoanace figliolo di Pausania, re dei Lacedemoni, che dopo aver assaltato l’Attica coll’esercito dei Peloponnesi sino ad Eleusi e Tria, quattordici anni prima di questa guerra, era tornato indietro senza avanzarsi più innanzi; ciò che causò il suo bando da Sparta, perchè ebbe voce d’essere stato indotto per denaro a ritirarsi. Ma poichè videro il nemico intorno ad Acarne, distante dalla città sessanta stadii, giudicavano non esser più da tollerare: ed avendo sotto gli occhi il guasto della campagna, cosa non più veduta nè dai più giovani nè dai più vecchi, fuorchè nella guerra dei Medi, ciò parve loro, come è naturale, un orrore. Allora generalmente, e soprattutto la gioventù, pensavano doversi uscire contro il nemico e non starsi in trascuranza: il perchè ristrignendosi in brigate erano in gran contrasto, bramando alcuni la sortita, altri opponendosi. Gli indovini stessi cantavano oracoli d’ogni maniera, che ciascuno intendeva secondo l’inclinazione dell’animo. Gli Acarnei che si credevano la non menoma parte della Repubblica ateniese, vedendo il guasto delle loro terre, più di tutti instavano per la sortita. Così la città era per ogni lato in sommossa, e tutti pieni di sdegno contro Pericle. Non più ricordavano i consigli dati dianzi da lui, lo avevano ora per un vigliacco, perchè, generale com’era, non li conduceva contro il nemico, e lo accagionavano di tutti i loro disastri.
22. Pericle vedendo che adirati per il presente stato di cose discorrevano il peggio, ed avendo per giusta la sua determinazione di opporsi alla sortita, non più teneva adunanze popolari, nè alcun consiglio particolare, per paura che, riuniti per impeto furibondo più presto che per riflessione, non trascorressero a qualche sbaglio; ma teneva guardie per la città, e vi manteneva a tutto potere la calma. Mandava fuori continovamente delle bande di cavalli, per impedire agli scorridori dell’esercito nemico di gettarsi sulle campagne adiacenti alla città e scorrazzarle. Nei Frigii scaramucciarono una squadra di cavalli ateniesi uniti coi Tessali da una parte, e la cavalleria dei Beozii dall’altra: ove gli Ateniesi ed i Tessali non ebbero la peggio, finchè sopravvenuta a soccorso dei Beozii la milizia grave, furono messi in fuga. Pochi morirono dei Tessali e degli Ateniesi, che il giorno stesso ripresero senza salvocondotto i cadaveri dei loro; e il dì seguente i Peloponnesi ersero trofeo. Gli Ateniesi avevano cotesto sussidio dei Tessali per antico trattato di alleanza, ed erano venuti a loro dalla Tessaglia i Larissei, i Farsalii, i Paralii, i Cranonii, i Pirasii, i Girtoni, i Ferei. Quei di Larissa avevano per capitano Polimede ed Aristenoo, ciascuno dei quali comandava la sua parte[148]; e Menone guidava i Farsalii; e parimente gli altri popoli avevano città per città i loro capitani.
23. I Peloponnesi vedendo che gli Ateniesi non uscivano loro incontro, levato il campo da Acarne, saccheggiarono alcune altre villate infra il monte Parnete e Brilesso[149]: e mentre tuttora si trattenevano nell’Attica, gli Ateniesi spedirono in giro al Peloponneso le cento navi che andavano preparando, entrovi mille soldati di grave armatura e quattrocento arcieri, sotto il comando di Caccino figliolo di Xenotimo, di Protea d’Epicle, e di Socrate di Antigene, i quali salparono con questo apparato, e costeggiavano il Peloponneso. I Peloponnesi rimasero nell’Attica sinchè ebbero vettovaglia; poi si ritirarono marciando per la Beozia, non dalla parte ove erano entrati. In passando da Oropo davano il guasto alla campagna chiamata Piraica, posseduta dagli Oropii vassalli degli Ateniesi[150]; giunti poi nel Peloponneso si separarono, per tornare ognuno alla propria casa.
24. Dopo la loro ritirata gli Ateniesi, risoluti di guardar l’Attica per tutto il tempo della guerra, messero presidii dalla parte di terra e di mare[151]. Determinarono poscia si levassero mille talenti dal denaro depositato nella rocca, si mettessero a parte, non si spendessero e si sostenesse la guerra solo col rimanente. Per chi parlasse o proponesse il partito di impiegar questa somma per qualsivoglia altr’uso (salvo che i nemici assaltassero la città con armata navale e bisognasse respignerli), decretarono pena di morte. Oltre a questi mille talenti, sceglievano ogni anno le migliori triremi, sino a che sommassero a cento, ed i trierarchi di quelle: di nessuna delle quali volevano fosse lecito usare giammai eccetto che insieme con quei mille talenti, all’occorrenza di ovviare al medesimo pericolo.
25. Ma gli Ateniesi che colle cento navi erano attorno al Peloponneso, e con cinquanta i Corfuotti venuti a loro soccorso, più alcuni altri alleati di quei luoghi, oltre il guasto dato altrove scorrazzando quei dintorni, fecero scala a Metona della Laconia, e diedero l’assalto alle mura che erano deboli e con poca gente. Posciachè ciò pervenne a notizia di Brasida cittadino spartano, figliolo di Tellide, che per avventura era colla sua guarnigione in coteste vicinanze, andò con cento di grave armatura a soccorso di quella città. Traversato di fuga il campo degli Ateniesi sparsi alla campagna e rivolti verso le mura, si getta in Metona, e sebbene nell’entrare perdesse alcuno de’ suoi, pure salvò la città; e per questa ardita prova fu in Sparta lodato il primo di tutti coloro che concorsero a questa guerra. Gli Ateniesi allora salparono di là, e procedendo marina marina presero terra a Fia dell’Elide, saccheggiarono per due giorni la campagna, e vi sconfissero trecento di scelta milizia che dalla bassa Elide e da quelle vicinanze erano accorsi a difenderla. E nonostante che si levasse un vento gagliardo, e si trovassero così sorpresi dalla tempesta in quel luogo importuoso, la maggior parte risalirono sulle navi, e facevano il giro del promontorio chiamato Icti, sino al porto di Fia. In questo mezzo i Messenii ed alcuni altri, cui non venne fatto di montar sulle navi, presa la via di terra occupano Fia; e levati quindi dalle stesse navi che avevano fatto il giro del promontorio Icti si misero in mare, abbandonando Fia, a cui difesa era già sopravvenuto buon numero d’Elei; e continovando a rader la costa davano il guasto anche ad altri luoghi.
26. Quasi al tempo stesso gli Ateniesi spedirono trenta navi a soccorso della Locride e ad un’ora stessa a guardia dell’Eubea[152], sotto il comando di Cleopompo figliolo di Clinia, il quale fatto più volte scala saccheggiò alcune terre marittime, espugnò Tronio d’onde prese ostaggi, e ad Alope vinse in battaglia i Locresi che erano venuti a difenderla.
27. In questa medesima estate, gli Ateniesi cacciarono da Egina gli Eginesi coi fanciulli e le donne, incaricandoli d’essere stati la principal cagione di questa guerra. Senza di che pensavano che essendo Egina adiacente al Peloponneso la riterrebbero con maggior sicurezza, se vi mandassero colonia dei loro cittadini, come infatti poco stante fecero. Laonde i Lacedemoni diedero ad abitare agli Eginesi Tirea col suo territorio, non tanto a cagione delle differenze avevano con gli Ateniesi, quanto perchè ne erano stati beneficati al tempo del terremoto e della ribellione degl’Iloti. Il territorio di Tirea è conterminale del suolo argivo e laconico, e si stende sino al mare. Alcuni di coloro vi presero stanza, altri si sparsero pel rimanente della Grecia.
28. In questa estate al nuovo mese lunare, conforme pare che allora soltanto possa ciò accadere, dopo mezzodì fu eclissi del sole, mostrandosi cornuto a guisa di luna, comparvero delle stelle, e quindi riprese la sua piena figura.
29. Nella medesima estate gli Ateniesi ammessero al diritto di ospitalità, ed invitarono a portarsi da loro Nimfodoro figliolo di Piteo cittadino di Abdera, che aveva gran credito presso Sitalce marito di sua sorella, col fine di farsi alleato Sitalce stesso re dei Traci, figliolo di Tere. Or questo Tere padre di Sitalce fu il primo a rendere l’impero degli Odrisii più considerabile degli altri della Tracia[153]; essendo che gran parte dei Traci vivono in libertà. Questo Tere però non aveva nulla che fare con quel Tereo che ebbe per moglie Procne figliola di Pandione d’Atene, avvegnachè non furono pure d’una medesima Tracia. Tereo certamente dimorava in Daulia del territorio ora denominato Focide, abitato allora dai Traci. È questo il paese ove le donne commisero il noto misfatto d’Iti; per lo che molti poeti nel rammentare l’istoria del rusignuolo gli danno il nome d’uccello daulio[154]. È poi probabile che per scambievole vantaggio Pandione strignesse il parentado della figliola con questo Tereo a lui più vicino, invece che coll’altro degli Odrisii distante il viaggio di parecchie giornate. Tere dunque, che non portava pure il medesimo nome dell’altro, fu il primo a regnare con piena autorità sopra gli Odrisii; il cui figlio Sitalce gli Ateniesi fecero loro alleato, intendendo che gli aiutasse a ricuperare le città della Tracia, e a conciliar con esso loro Perdicca. Pervenuto Nimfodoro ad Atene concluse la confederazione di Sitalce, ed ottenne a Sadoco figlio di lui il diritto di cittadinanza ateniese: prese ancora l’incarico di por fine alla guerra di Tracia, promettendo arebbe persuaso Sitalce a mandare agli Ateniesi delle bande di cavalli traci e fanti armati di rotelle. Indusse a restituir Terma e rappattumò con gli Ateniesi Perdicca, il quale unì subito le sue armi con essi e con Formione ai danni dei Calcidesi. Ecco come Sitalce figliolo di Tere re dei Traci, e Perdicca di Alessandro re dei Macedoni, divennero alleati degli Ateniesi.
30. Questi colle cento navi trovandosi tuttora intorno al Peloponneso, prendono Solio cittadella dei Corintii[155], e di essa e del suo territorio investono i soli Paliresi, esclusi gli altri Acarnani. Espugnarono Astaco[156] ove si era fatto tiranno Evarco: cacciaronlo, ed aggiunsero il paese alla loro alleanza. Andarono poscia colla flotta all’isola di Cefallenia e se ne insignorirono senza combattimento. Quest’isola è situata rimpetto all’Acarnania ed a Leucade, ed ha quattro città; ciò sono, quella dei Pallesi, de’ Cranii, de’ Samei, e de’ Pronei. Poco dopo, la flotta ritornò alla volta d’Atene.
31. Circa l’autunno di questa estate gli Ateniesi, a pieno popolo, tanto cittadini che inquilini, andarono ad assaltare la campagna megarese, sotto la condotta di Pericle figliolo di Xantippo. Quei delle cento navi intorno al Peloponneso, nel ritornare a casa, arrivati ad Egina ebbero notizia che quei d’Atene con tutto l’esercito erano a Megara: laonde indirizzaronsi colà per riunirsi con loro. E però questo, tutto insieme, fu l’esercito più numeroso degli Ateniesi; avvegnachè la città era ancora nell’auge di sua grandezza, non essendo per anche stata afflitta dalla pestilenza[157]. Infatti gli Ateniesi propio non erano meno di diecimila di grave armatura, senza quei tremila che avevano a Potidea. Nè meno di tremila inquilini di grave milizia si erano uniti ad essi in questa spedizione, senza contare l’altra turba non piccola di milizia leggiera. Colà devastato che ebbero gran parte del territorio, si ritirarono. Accaddero successivamente anno per anno, durante la guerra, molte invasioni sì della cavalleria, che di tutte insieme le genti ateniesi nel megarese[158], sino a che da loro non fu presa Nisea.
32. Sul cadere di questa estate fu dagli Ateniesi col guarnimento di mura fortificata Atalanta[159], isola per l’avanti disabitata che guarda i Locri Opunzii; per impedire ai corsari che uscivano da Opunte e dall’altre parti della Locride di danneggiare l’Eubea. Tali sono i fatti avvenuti in quest’estate, dopo la ritirata de’ Peloponnesi dall’Attica.
33. Nel sopravveniente inverno Evarco, l’acarnano, volendo rientrare in Astaco, persuade i Corintii a ricondurvelo, andandovi con quaranta navi e mille cinquecento soldati di grave armatura, tanto più che egli stesso aveva assoldato alcuni ausiliarii. Erano capitani dell’armata Eufamida figliolo d’Aristonimo, Timosseno di Timocrate ed Eumaco di Criside, che recatisi colà, lo ricondussero. Volevano ancora impadronirsi di alcuni castelli del resto dell’Acarnania contigua al mare; ma riuscita vana la prova, ritornarono a casa. Nel loro tragitto approdarono a Cefallenia, e fatto scala sulle terre dei Cranii, furono da essi delusi; perocchè, sotto colore di trattato, corsero improvvisamente loro addosso, uccisero parte di loro gente, cosicchè gli altri a gran fatica si sottrassero, e ritornarono a casa.
34. In quel medesimo inverno gli Ateniesi, seguendo le patrie costumanze, fecero le pubbliche esequie ai primi morti in questa guerra: ed eccone le cerimonie. Tre giorni innanzi alzano un gran padiglione, ove espongono alla pubblica vista gli ossami degli spenti, e ciascuno fa al proprio parente quell’offerta che più gli aggrada. Giunto il dì del trasporto al sepolcro, portano su carri delle arche di cipresso (una per tribù) entrovi le ossa di ciascheduno, secondo la tribù cui apparteneva: una sola bara per onorar quei, dei quali, per non essere stati ritrovati, non si sia potuto riavere il cadavere, coperta di coltre e portata vuota. Chiunque voglia, cittadino o straniero, accompagna la funerea pompa, e le donne parenti intervengono alla sepoltura e vi fanno gran corrotto. Vengono poscia locati in un pubblico monumento situato nel più bel sobborgo della città, ed ivi sempre usano di seppellire i morti in guerra, da quei di Maratona in fuori, ai quali, per lo straordinario loro valore, diedero là, a Maratona stessa, la sepoltura. Or coperti che gli hanno di terra, un personaggio a ciò dalla città scelto, che per prudenza e dignità tra i primi si annoveri, pronunzia su di essi il conveniente elogio, e dopo ciò si ritirano. Queste sono le cerimonie onde danno sepoltura; e in tutto il tempo della guerra, quando ciò fare accadesse, così praticavano. Ad encomiar pertanto questi primi fu scelto Pericle figlio di Xantippo: giunta l’ora opportuna si avanzò egli dal monumento alla ringhiera situata in alto, acciò potesse essere inteso più in lontananza dalla moltitudine e così favellò.
35. «I più tra coloro che da questo luogo han parlato, lodarono colui che aggiunse all’altre leggi e riti quel dell’elogio, cui pronunziare reputò decoroso al sepolcro dei morti in guerra; a me però sembrerebbe compiuta l’opera, se d’uomini valorosi nei fatti, coi fatti pur si mostrassero le onoranze (quali appunto sono gli apparecchi che per pubblico voto avete in questa occasione sott’occhio), e non si compromettesse il valor di molti in un solo, da dovergli credere meglio o peggio ch’ei dir ne possa. Ed invero difficile è tenere la via mezzana nel dire là dove appena riuscir tu possa a procacciarti opinione di veritiero: conciossiachè all’uditore benevolo e consapevole parrà forse essersi detto meno di ciò ch’ei s’aspetta e sa: chi poi è ignaro dei fatti, per gelosia crederà talora esagerato il tuo dire, se qualche cosa ascolti al di là delle proprie forze. Le lodi d’altrui si tollerano sino a che ciascuno si reputa da tanto di potere eseguire alcuna delle cose che ascolta encomiarsi; invidiosi per quel che ci supera, non vi prestiamo più fede. Nondimeno, dappoichè parve ai padri nostri bene in questa guisa stabilito, deggio anch’io, seguendo le costumanze antiche, porre ogni mio sforzo per sodisfare, il più che per me si potrà, alla volontà ed alla espettazione di ciascuno di voi.
36. «Dagli avi adunque mi rifarò; giusto infatti e decoroso egli è, ch’ei s’abbiano in questo elogio l’onore di grata ricordanza, ei che continuamente questa regione abitando, l’hanno col proprio valore libera consegnata alla successione dei posteri. Che se degni sono essi di lode, non men lo sono i padri nostri, i quali, oltre all’avuto retaggio, si acquistarono l’impero presente, e non senza fatiche a noi che qui siamo lo lasciarono. Ma l’incremento più grande di esso a noi è dovuto, sì a noi soprattutto (quanti siamo nell’età più ferma) che questa Repubblica abbiam reso nelle bisogne, sì della guerra che della pace, fiorentissima. Delle guerresche azioni degli avi, per cui ciascuna cosa acquistammo, o se nulla abbiam noi fatto o i padri nostri, respignendo vigorosamente le greche guerre e le barbare che ci piombavano addosso, non farò menzione, per non esser prolisso dinanzi a voi che tutto ciò non ignorate: bensì dopo avervi prima dimostrato, in forza di quali instituti, di qual civile e morale governamento siam giunti al prosperevole presente stato di cose, passerò ad encomiare i morti; sì perchè ciò, a mio avviso, disconvenevole non sia a rammentare, sì perchè non poco importi l’udirlo a tutta la moltitudine dei cittadini e degli stranieri.
37. «Tal governo pertanto si è il nostro (chiamato appunto democrazia, perchè amministrato non da pochi ma dai più) che nulla abbiamo da invidiare all’altrui legislazione; anzi, piuttosto che imitar gli altri, siamo degli altri il modello. Tutti giusta le leggi vi sono eguali nelle particolari controversie: quanto poi alle pubbliche dignità, ciascuno viene anteposto non pel distinto suo grado principalmente, ma sì per la virtù, secondo che in alcuna cosa si mostri eccellente: nè, sia pur povero, purchè abile a giovare alla Repubblica, gli è d’impedimento alle cariche l’oscurità del suo stato. Noi liberamente procediamo nelle pubbliche faccende; nè, per il reciproco sospetto cui danno materia le quotidiane occupazioni, prendendo alcuno in odio se qualche cosa faccia per suo mero piacere, componiamo il nostro volto a quell’aria contegnosa, che, sebbene altrui non nuoce, pure è molesta. Tale essendo il viver nostro in niun modo grave ad alcuno nelle domestiche brighe, non però, per quel rispettoso timore che tanto può su noi, contravvegnamo all’ordin pubblico, ma a quei, che di mano in mano preseggono, obbediamo, come anche alle leggi; specialmente a quelle che stanno a difesa degli oppressi, ed a quante altre, le quali sebbene non iscritte, pure arrecano, trasgredendole, per comun sentimento vergogna.
38. «Abbiamo anche procacciato all’animo nostro diversi sollievi alle fatiche, sia coll’istituir giuochi e feste annuali, sia coll’eleganza delle private suppellettili, di cui il quotidiano diletto bandisce spaurita la melanconia. Qua per l’ampiezza della città nostra vengono le derrate della terra tutta, e ci avviene di godere delle cose che gli altri paesi producono, come se meno nostro non fossero di quelle che qui nascono.
39. «Siamo poi superiori ai nemici nelle cose di guerra per queste ragioni. Noi rendiamo la città nostra comune a tutti; nè mai addiviene che col discacciarne i forestieri escludiam chicchessia da alcun pubblico insegnamento o spettacolo, la vista del quale (ove occultato non fosse) potesse giovare ad alcun de’ nemici; perchè poniamo nostra fidanza, non nelle pompe dei preparamenti o nelle astuzie, ma sibbene nel coraggio degli animi nostri per le imprese. Gli Spartani col loro travaglioso esercitamento, subito dai primi anni affettano robustezza virile; noi, tuttochè più discretamente cresciuti, non per questo abbiamo meno ardimento in pericoli eguali; prova ne sia che non mai essi da sè soli, ma con tutto lo sforzo degli alleati, portano le armi sul nostro territorio, laddove noi, da noi soli assaltando quel degli altri, riusciamo spesse fiate e con facilità vincitori, sebbene in paese altrui, incontro a gente che per il proprio combatte. Nè alcuno de’ nemici s’è peranche incontrato con tutta l’oste nostra insieme raccolta; tra perchè attendiamo in un medesimo tempo al mare, e perchè molte spedizioni facciamo in terraferma: ma qualora si azzuffino con una piccola parte di nostre genti, se vincitori, van dicendo averci respinti tutti; se vinti, essere stati da tutto insieme l’esercito sconfitti. Pure, quantunque allevati più mollemente, non coll’esercizio di dure fatiche, quantunque non con generosità di animo dalle leggi formata piuttosto che propria dell’indole nostra noi ci facciamo ad affrontare i pericoli; risulta nondimeno per noi di non affannarci innanzi tempo per le future calamità; ma se vi ci troviamo, non meno arditi dimostrarci di loro che menano la vita sempre in mezzo agli stenti.
40. «Nè per questi soli rispetti è degna di ammirazione la nostra Repubblica, ma per altri ancora. Conciossiachè usiamo eleganza ma con frugalità, sappiamo farla da filosofi senza scemar la vigoria dell’animo nostro; ed all’occasione ricorriamo al tesoro di nostra attività, non alla jattanza di vane parole: confessar la propria povertà non è vergogna ad alcuno, ma più lo è il non adoprarsi ad uscirne. Sanno in questa nostra Repubblica le medesime persone darsi cura delle domestiche e delle civili faccende: altre, quantunque intese al lavoro, non però men bene conoscono ciò che risguarda la cosa pubblica. Noi siamo i soli, appo i quali, chi tiensi fuori da queste cure politiche non uomo inoperoso, ma a nulla abile è dichiarato: ed un medesimo cittadino sa ben pensare degli affari, e drittamente giudicare di ciò che altri ne pensi; perchè reputiamo non le deliberazioni pregiudichino ai fatti, ma sibbene la mancanza della debita deliberazione, prima di passare ai fatti. Or vanto tutto nostro si è di avere il più deciso coraggio nelle cose che intraprendiamo, e di ben calcolarle; mentre negli altri l’ignoranza ingenera pazzo furore, e il calcolo timida irresoluzione. Laonde generosissimi a buon dritto hanno a reputarsi quelli, i quali tutto che consapevoli degli orrori della guerra e delle dolcezze della pace, non però fuggono dal rischio. Quanto poi alla cortesia, noi la sentiamo all’opposto degli altri; mentre non i ricevuti benefizi ma i compartiti ci procacciano gli amici: ora, chi è il primo a beneficare altrui è amico più stabile portato a conservare nel beneficato quel favore di che per propria benevolenza si venne quasi a far debitore: ma chi è vero debitore di benefizio, è più ottuso nell’amicizia, sapendo che ricambierà altrui di buona opera più presto per sdebitarsi che per corteseggiare. Ond’è che noi soli gioviamo francamente a chicchessia, non più per calcolo d’interesse, che per quella fiducia che la nostra liberalità ci inspira.
41. «E, per recare in una le molte parole, dico la nostra Repubblica essere la norma di Grecia tutta, e potere ciascun cittadino, stante quella disciplina che vige tra noi, idoneo prestarsi ad ogni sorta di opere con buon garbo e destrezza maravigliosa. Che queste cose poi non sieno, nella presente occasione, una millanteria invece che verità di fatto, lo palesa la potenza della città nostra, che con siffatte costumanze procurata ci siamo. Perciocchè sola fra quante or sono, a qualsivoglia prova ella venga, supera la fama che di lei risuona; sola non dà al nemico che l’assalga materia di sdegno, al pensare da chi venga superato, nè di rammarico ai sudditi, quasi che dominati da gente indegna dell’impero: anzi, mettendo in vista la nostra potenza avvalorata da segnalati monumenti, e da indubitate testimonianze, formiamo la meraviglia della presente generazione e quella formeremo delle future. Nè a noi fa di mestieri di un Omero che si aggiunga a lodarci, nè di altri che co’ suoi versi presentemente diletti, e che poi la verità dei fatti non corrisponda alla grandiosità del supposto: noi che col nostro ardire tutto il mare e la terra ci siam resi accessibili, ed abbiamo ovunque stabilito, quasi coabitatori sempiterni, i monumenti del nostro valore e dei disastri dei nemici. Or siccome costoro per una Repubblica sì potente, gelosi del dritto di non perderla, hanno incontrato generosamente la morte tra le armi; così vuolsi da quei che restano qualunque travaglio a pro di lei tollerare.
42. «Per lo che a lungo io vi ho parlato della Repubblica, volendo farvi certi ugual gara non essere a voi proposta ed a quei che nulla hanno di sì nobile; ed insieme volendo porvi con manifesti argomenti nel suo vero punto di vista l’encomio che vo tessendo a costoro, del quale vi ho già esposto i titoli più rilevanti. Conciossiachè la Repubblica, di quelle lodi ond’io l’ho celebrata, fu adorna pel valore di questi e dei loro simili; e pochi hanvi tra’ Greci dei quali non possa farsi elogio che agguagli le azioni, siccome avviene di questi, del cui valore non solo ci dà la morte il più nobile indizio, ma è anche l’ultima prova che lo suggella. Ed invero per coloro che in qualche cosa hanno altramente mancato, giusto è che il coraggio mostrato in guerra a difesa della patria stia in luogo di ammenda; perocchè, cancellando col valore i difetti, maggiore utilità hanno apportato in comune, che danno in privato. Nè fu alcuno tra cotestoro che (se ricco fosse) anteponendo di seguitare a godere di sua opulenza, invilisse; o che, se povero, per la speranza di cacciar l’inopia ed arricchirsi, schifasse il pericolo. Anzi vaghi sovrattutto di punire il nemico, giudicando ciò il più decoroso dei cimenti, lo affrontarono; e paghi del solo desiderio di quei beni, del nemico stesso si vendicarono, rimettendo nella speranza l’incertezza della vittoria, ma pieni del dignitoso pensiero di confidar nelle proprie braccia, quanto al pericolo che avean dinanzi agli occhi: e più bello stimando l’istesso morire in resistendo al nemico, che il salvarsi cedendogli, schifarono l’obbrobrio del pubblico rimprovero, sostennero coi loro corpi la prova; e nel breve momento, in cui la sorte decise, nel colmo della gloria, anzichè del timore, da noi si dipartirono.
43. «Che se essi tali furono quali richiedeva la dignità della Repubblica, bisogna sì che voi rimanenti bramiate più prosperi, ma sdegniate men fermi pensieri incontro ai nemici; non ponderando di tal coraggio l’utilità per le sole parole d’un oratore che possa a lungo dichiararla a voi, che non men bene la conoscete (coll’esporvi quanti beni derivino dal respingere il nemico), ma piuttosto osservando giornalmente nelle azioni la grandezza della Repubblica, e di lei innamorando. E quando amplissima ella vi paia, pensate che tale ampiezza le acquistarono uomini generosi, giusti estimatori del proprio dovere, animati nell’imprese da onorata vergogna: e se per avventura fallisse loro qualche prova, non però stimavano dover la Repubblica esser defraudata del loro valore; che anzi pagarono ad essa il più decoroso tributo. Offrendo infatti con fermezza comune il proprio corpo in guerra, si hanno acquistata particolarmente lode sempiterna e sepoltura orrevolissima, non là principalmente ove posano le loro ossa, ma gloria durevole ovunque si presenti l’occasione d’arringa o di fatti guerrieri. Conciossiachè a’ prodi tutta terra è tomba, e non solamente nel proprio suolo il lor valore si mostra per lo scritto sul sepolcro, ma anche nelle più remote terre indelebile rimane la ricordanza di essi, scolpita non piuttosto nella pietra che nel petto di ciascheduno. Emuli or voi di questi, e stimando la felicità consistere nella libertà, e questa nella grandezza d’animo, non siate restii ad affrontare i pericoli della guerra, ponendo mente che gli sciagurati, ai quali non resta alcuna speranza di bene, non hanno più giusti motivi di esser prodighi della loro vita; di quello che coloro pei quali, ove continovino a vivere, sono da temere i cangiamenti della fortuna, e pei quali gli sbagli che commetter possano sono di grandissimo momento. Perciocchè per chi ha un’anima nobile è più doloroso l’avvilimento accompagnato da codardia, che una morte intrepida, la quale appena si avverte, occorsagli in mezzo alla speranza del pubblico bene.
44. «Il perchè io non mi farò a compiagnere voi che siete padri di questi estinti, ma voglio piuttosto racconsolarvi: giacchè si sa esser la vita dell’uomo sottoposta a mille fortunosi accidenti; e coloro esser felici che sortita abbiano decorosissima come questi la morte, o dolore onorevole come è a voi intervenuto, o in ultimo quei che tutta la carriera della vita misurarono in seno alla felicità. Malagevol cosa egli è, ben lo veggo, persuadervi di queste cose; perchè di esse anche spesse volte vi faranno sovvenire le altrui felicità, onde voi pure, non ha guari, andavate fastosi; e perchè dolore arreca non la mancanza di beni non provati, ma sì di quei ai quali eravamo avvezzi. Nondimeno debbono quelli che sono in età di aver figli confortarsi sulla speranza di altra prole; imperocchè questi che verran dopo indurranno nelle famiglie dimenticanza dei trapassati, e doppio vantaggio ne ridonderà alla Repubblica; non tanto perchè ella non rimarrà deserta, ma ancora perchè coopereranno alla fermezza di lei. E di vero impossibil cosa egli è, che coloro i quali, del pari che gli altri, non han figli da esporre per il bene della patria, dieno consigli giusti ed imparziali. Voi poi che piegate alla vecchiezza, e che per somma ventura foste felici il più della vita, pensate breve essere il corso che vi avanza, e consolatevi colla gloria di questi estinti. Sola infatti la passion per l’onore non invecchia; e nell’età cadente non diletta, come alcuni avvisano, il guadagno, ma sibbene l’esser tenuto in onoranza.
45. «A voi finalmente; quanti qui siete, figli o fratelli di questi valorosi, non picciola gara veggio esser proposta: conciossiachè ognun lodi quel che più non è; e quandochè gli superaste in prodezza, appena inferiori di poco, non che loro eguali giudicati sareste. Perchè i viventi invidiano il competitore, ed all’opposto quel che più non imbarazza apprezzano con equo animo. Che se qualche cosa deggio dire anche della virtù di voi donne, quante vi troverete in stato di vedovanza, il tutto in breve esortazione ristringerò. Gloria somma sarà per voi non degenerare dall’indole di modestia propria del vostro sesso, e gloria pur somma ne avverrà a quella tra voi, della quale, sia in lode sia in biasimo, il men possibile si parli tra gli uomini.
46. «Io vi ho esposto colle parole, secondo la legge, ciò che più mi è sembrato a proposito; quanto al fatto poi, siccome questi son già stati onorati di decorosa sepoltura, così i loro figli, da questo momento sino alla pubertà, verranno a pubbliche spese dalla Repubblica alimentati, volendo ella proporre ad essi ed ai posteri, per animarli a siffatti combattimenti, una corona che sia principio di beni allo stato; perocchè ove sono grandissime ricompense al valore, ivi pure fioriscono valentissimi cittadini. Rinnuovate or dunque il vostro tributo di duolo per chi vi appartiene e ritiratevi.»[160]
47. Tali furono le esequie in quest’inverno, passato il quale finiva il primo anno della guerra. Appena cominciata l’estate, i due terzi dell’esercito dei Peloponnesi e degli alleati invasero l’Attica (come avean fatto da prima) guidati da Archidamo figliolo di Zeusidamo, re dei Lacedemoni; e fermatovi il campo saccheggiavano il territorio. Pochi giorni dopo la loro invasione incominciò tra gli Ateniesi la peste, che si diceva avere anche di prima infuriato in molti altri luoghi, come in Lemno ed altrove. Ma non si avea ricordanza che in verun luogo avesse sì violenta pestilenza, e morìa sì grande di gente. Conciossiachè in principio non valeva in quella alcun senno umano o virtù di medicanti che ignoravano la qualità del malore, e che più facile degli altri morivano, in quanto che comunicavano più spesso cogl’infermi. Le supplicazioni nei templi, il ricorso agli oracoli e l’altre cose di simil fatta sino allor praticate non facevano alcun profitto; intanto che sopraffatti dalla violenza del malore, cessarono anche da queste[161].
48. È fama che la pestilenza incominciasse nell’Etiopia al di là dell’Egitto: e calando poi nell’Egitto stesso, nella Libia, ed in gran parte delle terre soggette al re, si avventò improvvisamente alla città d’Atene, ove prima di tutto toccò gli abitanti del Pireo, cosicchè fu da essi detto avere i Peloponnesi gittato dei veleni nei pozzi, atteso che non eravi ancora fontane; e di lì discorrendo nella parte superiore della città, maggiore era il numero di quei che morivano. Dica pertanto ciascuno, medico o no che egli sia, giusta la sua opinione, donde s’abbia a credere che muovesse, e quali sieno state le cause che valsero a partorire tanto rivolgimento; che io in quanto a me che ne fui malato e vidi pur gli altri, dirò quale si fosse, e dichiarerò quello per cui ciascuno potrà indubitatamente riconoscerla (essendone innanzi informato) se mai di nuovo cadesse.
49. Correva quell’anno, a confessione universale, immune sovra tutti da malattie, o se qualcuno era di prima da qualche morbo afflitto, tutti si risolvevano in questo. Gli altri poi senza alcuna precedente cagione, ma interamente sani, erano all’improvviso compresi da veementi caldure al capo, da rossezza e infiammazione d’occhi, e nell’interno la gola e la lingua diventavano tostamente sanguigne, e mandavano alito puzzolente fuor dell’usato. Dopo di che sopravveniva starnutazione e raucedine, ed in breve il male calava al petto con tosse gagliarda: e qualora si fosse fitto sulla bocca dello stomaco lo sovvertiva, e conseguitavano tutte quelle secrezioni di bile, che dai medici hanno il loro nome, con grandissimo travaglio. Moltissimi ancora erano attaccati da un singhiozzo vuoto che dava forti convulsioni, le quali, a cui subito, a cui molto più tardi cessavano. L’esterno del corpo non era a toccare molto caldo, nè pallido; ma rossastro, livido e gremito di pustulette ed ulceri; mentre le parti interne erano in tal bruciore, che i malati non potevano sopportare d’avere indosso nè i vestiti nè le biancherie più fini; ma solo di star nudi. Recavansi a gran diletto tuffarsi nell’acqua fredda; di che molti de’ meno guardati, tormentati da sete incontentabile, si gettarono nei pozzi: ed erano ridotti a tale che profittava egualmente il molto e il poco bere, travagliati incessantemente da smania inquieta e da vegghia continua. Ciò nonostante finchè la malattia era nel suo colmo, il corpo non languiva, ma contro ogni credere durava gl’incomodi, talchè i più, o erano da interno calor consumati nel nono o settimo giorno, avendo ancora qualche residuo di forza, o se pur scampavano, scendendo il morbo nel ventre, si faceva grande esulcerazione con sopravvenimento di diarrea immoderata, intantochè poi la maggior parte morivano di debolezza. Perocchè il male, fisso prima nel capo, incominciando di sopra discorreva per tutto il corpo; e se vi era chi superasse cotesti più fieri malanni, almeno le estremi parti indicavano d’essere state comprese dal morbo, il quale prorompeva sino nelle vergogne e nel sommo delle mani e dei piedi; e molti guarivano perdendo affatto queste
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