Advertisement
TUCIDIDE
DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO
Libri VIII
VOLGARIZZAMENTO
DEL CANONICO F. P. BONI
con note critiche ed illustrative
DI FRANCESCO PREDARI
VOLUME PRIMO
TORINO CUGINI POMBA E COMP. EDITORI 1854
Tipografia del Progresso, via Madonna degli Angeli, No 9.
GLI EDITORI
Deliberati d’inserire nella nostra NUOVA BIBLIOTECA POPOLARE, come da ultimo nostro programma, la serie degli storici greci, vi diamo principio col Tucidide. Queste Storie di Tucidide ebbero in Italia la prima edizione nel loro dettato originale da Aldo il vecchio (Venezia 1502); la prima traduzione latina da Lorenzo Valla (edita nel 1474 a Venezia). Fu primamente tradotta in italiano da Soldo Strozzi, e pubblicata in bella ma scorretta edizione dal Valgrisio nel 1545; traduzione assai pregevole che ebbe nel solo secolo XVI ben cinque ristampe. Nel 1735 ebbe una magnifica edizione dal Ramazzini in Verona, con molti e importanti miglioramenti apportati nella traduzione stessa mediante i migliori testi su cui venne riveduta. Nel 1830 comparve nella _Collana degli antichi Storici greci_ del Sonzogno la traduzione di Pietro Manzi, la quale in diversi luoghi anzi che traduzione è parafrasi, senza dir delle sbagliate interpretazioni del testo. Finalmente nel 1835 apparve anonima in Firenze la traduzione del Canonico Boni, frutto di molti anni di lavoro, condotto con diligenza assai rara.
Nel dare una traduzione italiana di Tucidide, per consiglio del signor Predari, che dirige ora la parte letteraria di questa Raccolta, non esitammo punto a scegliere fra le tre quest’ultima, come quella che per i migliori testi su cui venne fatta è superiore a quella dello Strozzi, e per fedeltà, lingua e stile lasciò dietro sè quella del Manzi.
Nessuna delle edite traduzioni italiane di Tucidide ebbe finora il corredo di quelle note critiche ed illustrative che sono indispensabili alla intelligenza dei tanti passi, i quali sono veri problemi di Storia, di Geografia e di Archeologia quando già risoluti, quando tuttavia in quistione, quando forse insolubili.
Egli è perciò che il signor Predari ha stimato necessario di corredarla di alcune sue note, frutto in parte de’ suoi studi sugli antichi storici greci, e in parte cavati dalle vaste elucubrazioni del Poppo e dai commenti di Beck, Ducker, Levesque, Gail, Coray, Zevert, e non mancò di collazionare, come il lettore può rilevare dalle sue note, la traduzione del Boni sopra testi greci migliori anche di quelli di cui si è egli giovato; e l’edizione che particolarmente gli fu di guida in ciò è quella in un volume in-4o di Firmin-Didot, pubblicata nel 1852 in Parigi, e del Poppo, Lipsia 1821-1851.
Delle tante vite scrittesi di Tucidide, gli parve migliore quella dottissimamente scritta dal Daunou, e questa fu premessa alla nostra edizione, non senza essere corredata qua e là di qualche noterella.
Onde agevolare gli studii e le ricerche della studiosa gioventù, a cui è dedicata particolarmente questa edizione, furono posti in fine del secondo volume tre indici — _Cronologico_ il primo, e col quale sono messi a riscontro fra loro i fatti storici particolari degli _Ateniesi_, dei _Peloponnesi_ e della _Persia_; — _Geografico_ il secondo, e col quale si sono coordinati in ordine alfabetico i nomi dei luoghi menzionati da Tucidide nella loro antica denominazione, con a lato la relativa denominazione moderna; — _Generale_ il terzo, e col quale sonosi in ordine alfabetico compendiate le materie contenute nell’Opera.
Accolta con favore questa edizione del Tucidide, noi daremo mano alla pubblicazione degli altri storici greci, come più sopra abbiamo detto, colla stessa cura e diligenza.
VITA DI TUCIDIDE
Tucidide, storico greco, si dice, incominciando la sua opera, Ateniese, e promette di non imitare quegli autori che, più vaghi di ottenere applausi che di meritar fede, frammischiano ai fatti favole inverisimili: vuol forse con ciò censurare Erodoto. Quanto a lui ha ricercato testimonianze positive: se non ha potuto ritenere litteralmente tutti i discorsi che ha uditi, se ve ne ha altronde di cui ha conoscenza soltanto per ragguagli di chi ha interrogato, assicura che si terrà sempre quanto è più possibile fedele ai pensieri e fino alle espressioni di ciascun personaggio. Rispetto agli avvenimenti, non si è fidato ai primi racconti: ha assunto informazioni esatte, e si è applicato a verificare ogni cosa. Vuol lasciare ai secoli venturi un monumento fedele, un’istruzione pura: il suo lavoro non è uno scherzo di spirito, un poema destinato ad allettare l’immaginazione e l’orecchio. Nel momento stesso in cui s’accendeva la guerra del Peloponneso, ne ha egli intrapresa la storia. Descrivendo la peste dell’Attica, ci fa sapere che n’è stato côlto anch’egli. Più oltre narra che _Tucidide, figlio d’Oloro, che ha scritto tali cose_, possedeva e faceva scavar miniere d’oro in un paese della Tracia, il che lo rendeva uno degli uomini più doviziosi del continente; che era a Taso, quando gli fu ingiunto di andare in soccorso d’Amfipoli; che subito si mise in mare con sette navi, per impedire agli abitanti di quella città di dar retta alle proposizioni dei nemici, o per occupare almeno il porto di Eione; che ciò non ostante a Brasida, generale dei Lacedemoni, riuscì di trattare cogli Amfipolitani, e si era già reso padrone della piazza, quando Tucidide vi arrivò sulla sera; che, forzato a dimettere il pensiero di conservare Amfipoli, diede le disposizioni necessarie per mettere Eione in sicurezza, e riuscì di fatto a respingerne Brasida. Esiliato dopo tale impresa, ci dice egli stesso, «ho passato vent’anni fuori della mia patria; ho vissuto così presso l’una che l’altra delle parti belligeranti: il mio esilio e l’ozio, di cui ho goduto, m’hanno procacciato i mezzi di meglio conoscere gl’interessi e le spedizioni dei Peloponnesi.» Parla in altri due luoghi di due personaggi che avevano lo stesso suo nome, ma che non erano della sua famiglia; l’uno condusse quaranta navi ateniesi destinate a secondare la flotta che assediava Samo; l’altro, nato a Farsalia, contribuì a calmare un’agitazione publica in Atene, dov’era straniero. Ecco tutte le notizie che Tucidide ci somministra di sè nella sua storia.
Dei testi classici, greci e latini, in cui è parlato di lui, importa di consultare principalmente quelli di Plinio, di Plutarco, d’Aulo Gellio e di Pausania. Plinio il vecchio dice che gli Ateniesi esiliarono Tucidide generale, e che lo richiamarono quando divenuto era storico; che ammirarono l’eloquenza di colui del quale avevano condannato la condotta militare. Plutarco fa menzione d’un quarto Tucidide, di cui era padre Milesio, ed il quale raccontando i suoi combattimenti nella lotta contro Pericle, diceva: «Quando io l’ho sconfitto egli si fa a discorrere sì bene, che persuade agli astanti essere lui il vincitore.» Nelle sue Notizie sui dieci oratori, Plutarco racconta come si credeva Antifone che avesse insegnato l’eloquenza allo storico Tucidide, il quale in effetto l’ha assai lodato nel suo ottavo libro. Ma il passo di Plutarco che più merita attenzione si legge nella vita di Cimone; ivi è detto che Cimone era figlio di Milziade e della tracia Egesipila, figlia del re Oloro; che il padre di Tucidide si chiamava anch’egli Oloro; che in tale guisa lo storico discendeva dal re stesso; che possedeva miniere d’oro in Tracia; che, secondo l’opinione comune, vi fu ucciso in un luogo chiamato la selva affossata; che le sue ceneri furono ricondotte nell’Attica; che la sua tomba si vede ancora tra quelle della famiglia Cimone: che per altro Tucidide era del borgo d’Alimusa, e Milziade di quello di Lacia. Aulo Gellio, appoggiandosi sull’autorità di Panfila, dice che nell’incominciare della guerra del Peloponneso, l’autore che ne doveva scrivere la storia aveva quarant’anni, il che assegna alla sua nascita l’anno 471 avanti l’èra volgare. Pausania parla della statua eretta ad Enobio in ricompensa d’una bellissima azione, quella cioè d’aver promosso il decreto che richiamava Tucidide, figlio d’Oloro: ma poco tempo dopo, aggiunge Pausania, quel grande storico perì vittima d’un memorando tradimento; ha il suo sepolcro vicino alla porta Melitide.
Tali sono i soli documenti che ci porgono sulla sua vita i libri classici: ma ricorrendo a scritti che non meritano del pari sì fatto titolo, si trovano assai maggiori particolarità.
Esiste una Notizia sopra Tucidide, compilata da un autore chiamato Marcellino, il quale probabilmente non ha vissuto prima della metà del terzo secolo dell’èra nostra, e che bisognerebbe poi mettere nel quarto se si dovesse confonderlo, come si è fatto talvolta, con Ammiano Marcellino. In appoggio di quest’ultima congettura, si osserva che Ammiano era greco, che si dichiara tale nella fine del trentesimoprimo libro delle sue Storie, che la sua latinità è mista di molti grecismi; che imita Tucidide in più luoghi, e che da lui felicemente attinge. Chiunque sia questo biografo Marcellino, dopo di aver parlato, pressochè come Plutarco, d’Oloro, che traeva il suo nome da un re di Tracia, e che avendo sposato Egesipila n’ebbe un figlio nominato Tucidide, aggiunge che di tale storico erano antenati Milziade e Cimone, pei quali discendeva da Eaco, figlio di Giove. Didimo ed Ellanico sono citati in appoggio di sì fatta genealogia: per chiarirne gli ultimi gradi, il biografo dice che Milziade, durante il suo soggiorno nel Chersoneso, menò moglie Egesipila, figliuola del re di Tracia Oloro, la quale diede alla luce un figlio che potrebbe essere il padre dell’Egesipila madre del nostro storico, poichè questi possedeva in Tracia ricche terre. Tuttavia, secondo Marcellino, Oloro non è il vero nome di suo padre; è Orolo che si legge sulla tomba di Tucidide, situata a Cela presso quella d’Erodoto: Didimo afferma che i copisti hanno trasportato le due lettere λ e ρ. Con tutto ciò l’autore di tale Notizia confessa che Tucidide non dà nemmen egli contezza veruna della sua famiglia: è da Polemone che si sa com’ebbe un figlio chiamato Timoteo, e da Ermippo che annoverava Pisistrato fra’ suoi avi; il che spiega perchè parla piuttosto male d’Armodio e di Aristogitone. Si ammogliò in Tracia con una donna che non è nominata, ma che gli recò in dote delle miniere d’oro. Tra gli usi che faceva delle sue ricchezze, si notano le spese per gli Spartani e gli Ateniesi che gli somministravano per la sua storia notizie sicure e fedeli. Aveva avuto a maestro d’eloquenza Anassagora, ed a maestro di rettorica Antifonte (siccome ne lo ha già detto Plutarco). Giunto all’età matura, non si era ancora ingerito in affari publici, non si era mostrato nè nel foro, nè nelle adunanze popolari; più tardi, gli si affidò il comando d’un esercito; il che fu causa delle sue disgrazie. Dopo il racconto del suo sinistro in Amfipoli, del merito acquistatosi difendendo il porto d’Eione, e dell’esilio a cui si vide condannato da’ suoi ingrati concittadini, Marcellino narra inoltre che si ritirò primamente in Egina, dove prestò la maggior parte del suo danaro a grossi interessi, poscia in Tracia, ed ivi scrisse la sua storia; di modo che Timeo, che lo trasporta in Italia, non dev’essere creduto. Ma ciò che più l’onora, secondo il suo biografo, è che avendo motivo di lagnarsi dell’ateniese Cleone il quale l’aveva fatto bandire, e dello spartano Brasida, che aveva sorpreso Amfipoli, si esprime in termini assai moderati sul conto d’ambidue costoro. Non vediamo però che abbia troppo risparmiato Cleone: «I buoni cittadini, dic’egli, si rallegravano vedendo che di due vantaggi grandi stavano per ottenerne sicuramente uno, o di soggiogare gli Spartani, o, cosa che desideravano più ancora, d’esser liberati da Cleone, che partiva per Pilo.» Noi già abbiamo distinto quattro Tucididi: Marcellino ne indica un quinto, figlio d’Aristone e poeta. Dopo di che cita Prassifane, secondo il quale lo storico della guerra peloponnesiaca non sarebbe venuto in fama dopo la morte di Archelao, re di Macedonia, nè ottenuto per la sua celebrità la fine del suo esilio, poichè morì e fu sepolto fuori di Atene, in cui non v’ha che il suo cenotafio. Didimo, per lo contrario, afferma che tornò in patria, e vi perì di morte violenta. Zopiro, Cratino e Timeo hanno seguito altre tradizioni, tra le quali Marcellino non indica quella che preferisce; ma scendendo a considerazioni letterarie sull’opera di Tucidide, sostiene che tale storico ha imitato nell’ordire Omero e nell’elocuzione Pindaro; che ha temuto di essere poco stimato ove avesse scritto abbastanza chiaro per essere inteso da tutti; che prima di lui i libri di storia erano senza vita, che Erodoto per verità aveva tentato d’avvivare i suoi con alcune arringhe, ma in troppo poco numero e troppo brevi per conseguire lo scopo; che il figlio d’Oloro ne ha prima composto d’eccellenti e molte; che ha scelto lo stile sublime, più conveniente al racconto delle azioni umane che non lo stile medio d’Erodoto e lo stile semplice o dimesso di Senofonte; che si è appropriato le forme e le figure della poesia; che nondimeno i caratteri dell’eloquenza tanto deliberativa quanto dimostrativa e giudiciaria si conservano e brillano ne’ suoi libri, tranne nell’ottavo, al quale non ha dato l’ultimo pulimento, e che fu da lui scritto in un tempo in cui il male gli affievoliva l’ingegno. Alcuni hanno attribuito tale ottavo libro a Senofonte, a Teopompo, ed anche alla figlia di Tucidide: per confutare la terza di tale ipotesi, Marcellino dichiara che le donne non potrebbero avere la prerogativa di scrivere; è però assai lontano di possederla egli stesso nel grado in cui l’ebbero parecchie di esse. La sua Notizia contiene pure delle osservazioni meramente grammaticali; vi si legge che Tucidide fa volontieri uso dell’antica lingua attica, che adopera la lettera ξ invece della σ, il dittongo αι per α; delle parole che sono sue proprie, delle espressioni poetiche, dei termini vieti, nel numero dei quali Marcellino cita παγχάλεπον e αμαρτάδα, che nei libri di Tucidide non si trovano. Il biografo, verso la fine del suo opuscolo, fa menzione della viva commozione che provò Tucidide, assai giovane ancora, e delle lagrime che versò ascoltando Erodoto, che leggeva la sua opera ne’ giuochi olimpici: Erodoto se ne avvide, e si congratulò con Oloro d’avere un figlio sì felicemente disposto agli studi ed ai lavori letterari. Sappiamo in oltre da Marcellino, che alcuni critici hanno partito in tredici sezioni la storia della guerra del Peloponneso, ma che la divisione ordinaria è in otto libri, quella cui Asclepio ha giudicato la vera; che l’autore di tale Storia avea la fisonomia d’un pensatore, la testa e la capellatura terminanti in punta, il portamento grave conforme al carattere de’ suoi scritti; che morì in età di oltre cinquant’anni, nella Tracia; che vi fu sepolto; che si dice nondimeno che le sue ossa furono segretamente riportate in Atene dai suoi parenti; che la sua tomba si vedeva, come attesta Antillo, a Cela, e che vi si leggeva l’iscrizione: _Tucidide, figlio d’Oloro, del borgo d’Alimusa_.
Un’altra Vita di Tucidide, compilata da un anonimo, è molto più succinta, e presenta però alcune particolarità nuove. Vi è detto che gli Ateniesi avendo affidato al figlio di Oloro un comando militare ed il governo delle miniere di Taso, egli divenne ricco e potente; che fu accusato di tradimento; che era almeno colpevole di lentezza e di negligenza; che nel suo esilio, prefisso a dieci anni, compose la sua opera storica, cogliendovi tutte le occasioni d’esaltare gli Spartani, e di deprimere gli Ateniesi; che prima d’essere scrittore, avea preso parte alle pubbliche faccende, che avea trattato varie cause, quella per esempio di Pirilampe, accusato d’assassinio e perseguitato da Pericle. Qui noi dobbiamo osservare che Cicerone afferma invece che Tucidide non ha mai trattato cause. L’anonimo racconta poi che avendo fatto assolvere Pirilampe, attirò con tale felice successo su di sè gli sguardi ed i suffragi della moltitudine; che fu fatto generale, ma che, tratto a prevaricare dalla sua avarizia, fu dichiarato colpevole e rimosso da’ suoi impieghi amministrativi; che partì alla vôlta di Sibari con Senocrito; che osò per altro ricomparire in Atene, che vi fu sorpreso, e che si decretò il suo bando; che allora si trapiantò in Egina, dove scrisse i suoi libri; che ivi pure pasceva la sua cupidigia, rovinando gli Egineti con usure ne’ prestiti; che stava terminando l’ottavo suo libro, quando morì di malattia; che la sua tomba è a Cela; che finalmente la colonna eretta sulla sua tomba ha per iscrizione questo verso: Θουκυδίδης Ὅλορου Ἀλιμούσιος ἐνθάδε κεῖται (_Tucidide, figlio d’Oloro ed Alimusiano, riposa in questo antro_). Non sembra che all’autore di tale Notizia fosse nota quella di Marcellino, al quale però si ha motivo di crederlo posteriore di più secoli.
Anche Suida ha scritto, sopra Tucidide, alcune righe le quali si riducono a dire che era figlio d’Oloro e padre di Timoteo; che discendeva, per parte di sua madre, da Milziade; per parte di suo padre, da un re di Tracia; che avendo avuto a maestro Antifone, fioriva nella LXXXVIIa olimpiade (431 anni avanti G. C.); che il suo talento si era preannunciato per l’entusiasmo che aveva eccitato in lui la lettura publica dei libri d’Erodoto; che finalmente diventò valente storico, elegante scrittore, adoperando nondimeno nella sua locuzione alcune forme particolari.
Solo dopo raccolte tali indicazioni è possibile di discernere ciò che v’ha di veramente noto, o di probabile, concernente la vita di Tucidide. Che sia nato nel 471, siamo autorizzati a supporlo con Pamfila ed Aulo Gellio. Ciò che Marcellino, il biografo anonimo, e Suida narrano della sua genealogia, è in parte confermato da Plutarco: egli apparteneva a due famiglie illustri, l’una in Tracia, l’altra nell’Attica. Non è necessario di mutare il nome di suo padre d’Oloro in Orolo; tale mutamento, introdotto dal solo Marcellino, è contraddetto da troppi testi; e farlo discendere da Eaco e da Giove è un farlo nobile più del bisogno. I giuochi olimpici a cui il giovane Tucidide, dicesi, intervenne, e ne’ quali si mostrò sì vivamente commosso ascoltando Erodoto, debbono essere quelli del 460, o del 456, o del 452. La seconda di tali date sembra la più conveniente: Tucidide era allora in età di quindici anni. Dall’anno 454 all’anno 452, Dodwell lo ascrive ad una milizia, dietro indicazioni troppo vaghe; e, sulla fede del biografo anonimo, l’associa alla colonia ateniese che nel 444 si trapiantò in Italia, a Turio o nuova Sibari. Lo stesso anonimo sembra stabilire prima di tale partenza per Turio le supposte prevaricazioni che produssero un primo bando di Tucidide: Dodwell invece vuole che quei dieci anni d’esilio siano compresi tra il 441 ed il 431; ma noi giudichiamo più logico il tenere per false le asserzioni della Notizia anonima, che non sono da verun testo classico confermate. Per accusare un tanto uomo celebre di peculato e di rapine vituperose, abbisognano altri indizi che l’asserzione d’un grammatico o d’un retore del medio evo, il quale viene dopo mille anni a farci simili rivelazioni. Marcellino, che non parla di tale primo esilio, è già anch’egli poco credibile anzi che no, quando non cita nessuna testimonianza che da noi si possa chiarir vera: manca di criterio e di metodo; ed il suo opuscolo, che fu talvolta riguardato come un frammento d’un’opera più estesa, è sì pieno d’inversioni e di ripetizioni, che altri dotti hanno creduto, a miglior dritto, di ravvisarvi una raccolta di brani compilati da diversi grammatici. Ma l’anonimo è ancora assai meno istrutto e più incapace di ricerche logiche. Se si ammettesse il racconto di quell’ignoto, Tucidide non sarebbe che un vile angariatore, un sordido usuraio, un amministratore infedele; e tutta la sua gloria letteraria rimarrebbe disonorata, non da debolezze, ma da vizi imperdonabili. È mo conveniente il lasciare ad oscuri compilatori tanta autorità sulla riputazione d’un grand’uomo? Si dirà che avevano nelle mani antichi scritti che non sono venuti fino a noi; ma primieramente bisognava si fossero data la briga di citarli: Marcellino lo fa talvolta; l’anonimo se ne dispensa e proprio là dove erano più necessarie. Resta poi a sapere quale fiducia meritino tali citazioni: parecchie di quelle che si possono verificare, perchè rimandano a libri che sussistono ancora, si trovano false o inesatte; e ciò è quanto interviene per alcune di quelle di Marcellino. In generale le menzogne letterarie, le supposizioni di scritti e di testi sono state molto in uso in tutto il corso dei secoli di mezzo.
Attenendoci ai documenti classici, partito più sicuro, nulla sappiamo di sicuro della vita di Tucidide dal 456 fino alla presa d’Amfipoli per parte dei Lacedemoni, nel 424. Racconta egli stesso che non è arrivato abbastanza presto per salvare quella città, e che gli Ateniesi l’hanno esiliato: non si lagna di tale rigore; soltanto espone come aveva loro conservato il porto di Eione, e tale circostanza rimuove qualunque sospetto d’infedeltà. Il sapere fino a quale punto si aveva diritto di rinfacciargli negligenza e lentezza, è cosa che ci manca ogni mezzo di chiarire: non resterebbe almeno sulla sua memoria nessuna di quelle macchie profonde cui nulla può cancellare; egli non è stato, in mezzo alle turbolenze della Grecia, nè un proscrittore, nè un depredatore, nè un codardo, nè un traditore. Da un altro canto, dobbiamo prestar fede piuttosto a lui che a’ suoi biografi, allorchè ci fa sapere che il suo esilio ha durato vent’anni, ed è quindi terminato nel 403, quando la guerra del Peloponneso era al suo fine. Plinio il vecchio ha detto che gli Ateniesi l’avevano richiamato, e Pausania ha nominato Enobio come autore del decreto che restituiva tale grande storico alla sua patria. Enobio merita lode per aver fatto cessare un bando ingiusto, o almeno uno di que’ rigori estremi che confinano con l’ingiustizia. Quanto al soggiorno di Tucidide in Egina o altrove, ed ai luoghi ed ai tempi in cui ha composto i suoi libri, nè Marcellino nè l’anonimo non ne possono essere appieno informati; e ciò che dicono dei suoi prestiti con usure è almeno spoglio di prova. Marcellino non lo fa vivere che cinquant’anni circa; di modo che sarebbe morto poco dopo il 421: ma esso biografo cita Prassifane, attestando che Tucidide non è venuto in fama che dopo la fine del regno d’Archelao, vale a dire dal 399 in poi; il che dà allo storico un’età di settantadue anni innanzi l’epoca della sua celebrità. Suida, per lo contrario, stabilisce il suo maggior lustro nell’anno 431, nel momento stesso in cui cominciava la guerra di che doveva scrivere la storia. Il fatto è che tali compilatori scrivono a caso, e che non si danno la briga di rendere concordi gli articoli delle loro Notizie. Tuttavia Dodwell attribuisce una tale importanza a sì fatta indicazione della morte d’Archelao, che ritarda effettivamente fino al 399 la publicazione e la fama dell’opera di Tucidide. Ne stabilisce il cominciamento verso gli anni 403 a 400, e suppone che per lo innanzi, vale a dire fino all’età di sessantotto anni, lo storico si fosse limitato a raccogliere materiali. Nulladimeno Tucidide ci ha dichiarato, che fin dal principio della guerra peloponnesiaca aveva intrapreso di raccontarne gli avvenimenti; che tale lavoro seguitava ad occuparlo durante il suo esilio, e che approfittava, onde perfezionarlo, delle facilità che gli offrivano le sue relazioni tanto con gli Ateniesi quanto coi nemici loro. Finalmente se vero è che fino dalla sua adolescenza abbia sentito, ammirando Erodoto, il bisogno d’imitarlo, si dura fatica a comprendere come avesse poi aspettato più d’un mezzo secolo a secondare tale vocazione. È dunque verisimile che siasi occupato della sua opera tra gli anni 431 e 403. Alla fine del suo terzo libro, dopo d’aver detto dell’eruzione dell’Etna che avvenne nel 426, la indica come la seconda, ed aggiunge che ve ne sono state tre dacchè la Sicilia è occupata dai Greci: ora si sa che la terza non è accaduta che nel 395. Lo storico ha dunque vissuto almeno fino a tale termine, e probabilmente alcuni anni più oltre, forse fino ai primi mesi del 391, siccome congettura Dodwell; ma alla fine dello stesso anno 391, non viveva più, però che i suoi eredi comunicavano i suoi scritti a Senofonte.
Più ardua quistione è il sapere dove e come è morto: in Tracia o in Atene? e se di vecchiezza o di malattia? naturalmente, o pel ferro d’un assassino? Sopra tali circostanze, le tradizioni inconciliabili seguite da Plutarco, Pausania, Marcellino e dall’anonimo ci lasciano in un’incertezza donde nessun altro documento ci aiuta ad uscire. Ma ella è l’opera di Tucidide quella che c’importa di ben conoscere. Oltre la sua Storia, è fatto autore di un’Epistola, che è indicata come prolissa ed enfatica nel _Trattato dell’eloquenza_ che si attribuisce a Demetrio Falereo. Tale Epistola non sussiste più, ed i difetti che vi si riprendevano sono sì alieni dallo stile dello storico, che potrebbe pur esservi in ciò qualche errore.
Si dubita ch’abbia egli diviso la sua opera in libri; però che sembra tale partizione non sia stata sempre la stessa. Diodoro Siculo la suppone in otto libri, osservando che se ne contano talvolta nove; altri hanno cresciuto questo numero a tredici, se crediamo a Marcellino. Una controversia più importante è insorta sull’autenticità dell’ultimo di tali libri, quello che noi chiamiamo l’ottavo. Questo non contiene arringhe, e meno splendido n’è lo stile, meno accurato che nei precedenti: si è voluto inferirne che non era del medesimo autore, ovvero che bisognava riguardarlo come una semplice raccolta di materiali destinati ad essere ordinati. Le congetture di coloro che l’attribuiscono a Senofonte o a Teopompo sono affatto inverosimili. Diodoro Siculo e Plutarco lo dicono composto da Tucidide, e la loro opinione basta perchè vi si conformi la nostra, senza che sia bisogno d’invocare per sopraggiunta l’autorità di Stefano di Bisanzio nè di Marcellino. Si cita pure la testimonianza di Tucidide stesso, il quale nel suo libro V dice che ha lavorato sulla Storia dei ventisette anni della guerra del Peloponneso: ma non ha realmente condotto l’opera sua fino a tale termine; e quindi tale testo non prova nulla, o proverebbe più che non si domanda, cioè che a tale ottavo libro tenevano dietro due o tre altri che si sono perduti. Quest’ultima ipotesi è stata sostenuta da Gail, il quale ha altronde esposto più compiutamente d’ogni altro le ragioni di ammettere l’ottavo come autentico.
Il primo libro contiene prima delle vedute generali sui più antichi tempi della Grecia. Tale quadro ristretto in angusti limiti, è ugualmente importante per ciò che ne racconta e per la cura che l’autore ha preso di escluderne le favole e le esagerazioni. Alcuni dotti lo hanno giudicato troppo poco esteso; avrebbero voluto più particolarità, più risultati, asserzioni più ricise. Ma que’ che non curano la falsa scienza, lodano lo storico d’aver temuto di dir nulla oltre a ciò che aveva potuto bene accertare; del rimanente, non è che una prima parte della sua esposizione. Della seconda, molto più ampia, sono materia le cause prossime, i preparamenti, e l’incominciamento della guerra del Peloponneso. Vi sono in tale primo libro parecchie inversioni e disgressioni che possono nuocere alla chiarezza d’un tale ristretto, ed indebolirne l’importanza; vi si trovano altresì otto arringhe che riempiono forse troppo spazio. Incominciando il secondo libro, l’autore annuncia che seguirà ne’ suoi racconti l’ordine de’ tempi per estati e per inverni. Il nome di estate s’applica da lui ai sei mesi compresi dall’equinozio di primavera, fino all’autunnale; ed il nome d’inverno all’altro semestre. Tale divisione, che è peculiarmente sua, venne biasimata da Dionigi d’Alicarnasso e da diversi scrittori, i quali preferiscono il metodo comune, vale a dire quello che procede per anni civili o per arconti. Ma Tucidide credeva di toglier di mezzo più sicuramente ogni confusione ed ogni errore, cominciando ogni anno nel momento in cui ricominciavano le fazioni della guerra. Il suo libro II abbraccia in tale guisa i primi tre anni della guerra, da aprile 431 a luglio 428. Vi si distinguono dei passi rimasti assai celebri, siccome la concione del re di Sparta Archidamo a’ suoi guerrieri, l’orazione funebre degli Ateniesi morti nei combattimenti, detta da Pericle; principalmente la descrizione della peste dell’Attica. I sei anni seguenti fino alla primavera del 422 somministrano la materia dei libri III e IV. Tra le arringhe che contengono, quelle di Diodoto in favore degli abitanti di Mitilene, e di Astimaco per que’ di Platea, spiccano per la saggezza delle idee, e per un’eloquenza vigorosa. Per dipingere i personaggi, l’autore li lascia parlare ed operare: di tal maniera divampa l’ambizione di Cleone, e svelansi i suoi raggiri. Le particolarità della presa d’Amfipoli e dell’esilio di Tucidide si leggono nell’ultima parte del quarto libro, in cui si trova poscia il testo del trattato che nel 423 sospese le ostilità tra Atene e Sparta, ed interruppe il corso dei prosperi successi di Brasida. Tale guerra, sì folle nella sua origine, era divenuta per tutti disastrosa. Ateniesi, Spartani, popoli alleati degli uni e degli altri, tutti deploravano le sventure di cui erano ad un tempo gli autori e le vittime. Nondimeno seguiteranno a distruggersi l’un l’altro senza ragione, senza speranza, e talvolta quasi senza odio: tale è lo spettacolo che presentano gli ultimi quattro libri di sì fatta Storia. Non si spiega tale ostinatezza che per l’impero delle abitudini, e per l’influenza che esercitano sempre taluni sui publici destini. Tali erano, nel tempo summentovato, Brasida presso gli Spartani, Cleone presso gli Ateniesi. Brasida voleva proseguire un arringo cui aveva saputo rendere glorioso: avendo concepito un disegno molto saggio, lo mandava ad effetto col valore e coi talenti d’un guerriero, con l’accorgimento d’un uomo di Stato, con la ponderazione di un grand’uomo. Cleone, superbo di essere riuscito a Sfacteria contro la sua propria aspettativa, aveva bisogno della guerra per raccogliere i frutti d’una popolarità male acquistata e mal ferma. Aveva bisogno d’occasioni di spargere timori, d’insinuare sospetti, d’irritare il popolo contro i suoi magistrati ed i suoi generali; egli aveva assai meno in animo di correre i perigli delle pugne e di cogliere allori, che d’approfittare de’ sinistri altrui. Sperava che la repubblica diventar dovesse tanto infelice da poterla dominare un giorno. La sua morte e quella di Brasida sopraggiunsero poco dopo la rinnovazione delle ostilità, siccome lo storico racconta in principio del quinto libro: ma le faci della discordia, ch’essi avevano accese, non si estinsero sulle loro tombe. Si convenne d’un’altra tregua, che doveva durare cinquant’anni, e di cui Tucidide trascrive pure gli articoli, quantunque la tenga pressochè per nulla, stante che le restituzioni non furono effettuate, insorsero le guerre di Mantinea e d’Epidauro, ed i Beozii rimasero quasi sempre armati. Nel dodicesimo anno, 420 avanti l’èra volgare, Alcibiade apparisce in tale storia, ed in breve, la mercè di perfidi maneggi contro Nicia, ottiene un comando militare. Nel 417 si tenne, tra vari deputati d’Atene ed i magistrati di Melo, una conferenza cui lo storico rapporta sotto la forma del dialogo. Le osservazioni critiche di Dionigi d’Alicamasso su tale brano sarebbero giustissime se non s’applicassero che alle massime inique ed alla condotta sleale degli Ateniesi; ma non v’ha rimprovero da fare a Tucidide, a meno che non si voglia che abbia inventato tale colloquio, il che non è ammissibile; ovvero che approvi la teoria politica degl’inviati d’Atene, il che non è tampoco credibile, però che non indebolisce le risposte de’ Melii e lascia almeno a’ suoi lettori la libertà di preferire l’uno o l’altro sistema: forse doveva riprovare più esplicitamente quello che la probità sociale disapprova. Il suo sesto libro s’apre nel mese di ottobre 416: la Sicilia diventando il principale teatro della guerra, lo storico risale alle antichità di quel paese, e delinea rapidamente il quadro delle vicissitudini che ha provate. Una parte della storia d’Alcibiade è compresa in esso libro, il quale contiene eloquenti discorsi, e narrazioni assai animate. Duole che tali racconti siano interrotti da una digressione inutile sopra Pisistrato ed i suoi figli, sopra Armodio ed Aristogitone. Il sistema che l’autore vuole stabilire è stato combattuto da Meursio in un dotto Trattato intitolato: _Pisistratus_. Di tutti i libri di Tucidide, quello in cui l’importanza storica giunge al più alto grado è il settimo, nel quale è raccontata la catastrofe degli Ateniesi in Sicilia: nulla è omesso nè trascurato di quanto ne può rendere manifeste le cause, le antecedenze, le circostanze ed i risultati. Tale libro non corrisponde che ad un solo anno dalla metà del 414 fino all’autunno del 413; ma oltre le arringhe che l’abbelliscono, è pieno d’avvenimenti militari e politici, mai sempre memorabili e stupendamente descritti. Contiene la parte più gloriosa della vita di Gilippo, generale spartano. Siamo obbligati di confessare che nell’ottavo i racconti freddi e scoloriti sembrano non essere che abbozzi. Lo stile dell’autore s’abbassa repentemente, e s’affievolisce a tale che direbbesi che non si interessa egli più che tanto per la sua materia: l’elocuzione anch’essa non somiglia a quella de’ libri precedenti, che per essere talvolta oscura; essa diventa meno precisa, più monotona, meno elegante. Secondo ogni apparenza, lo storico divisava di ritoccare e di perfezionare tale parte della sua opera, la quale altronde non doveva essere l’ultima; però che termina nel 412, ventunesim’anno della guerra peloponnesiaca, ed aveva annunciato il disegno d’ampliare il suo lavoro fino al ventesimosettimo ed ultimo anno.
Quantunque Plinio abbia detto che gli Ateniesi richiamarono Tucidide perchè ammiravano i suoi scritti, sembra che i suoi libri fossero piuttosto poco diffusi mentre visse; ciò almeno è quanto bisognerebbe supporre, stando al detto di Diogene Laerzio, secondo il quale non n’esisteva nell’anno 391 avanti Gesù Cristo che un solo esemplare, cui Senofonte avrebbe potuto, volendo, appropriarsi o fare sparire. Saremmo altresì debitori a Senofonte della publicazione e della conservazione di tale monumento; ma questo non è che una tradizione vaga, cui Diogene riferisce come l’ha udita. Le copie dei libri di Tucidide non tardarono a moltiplicarsi. Dicesi che Demostene ne facesse otto di sua mano; ciò si crede sull’autorità d’un testo di Luciano, il quale non è però assai ben chiaro, e che potrebbe significare soltanto che quelle otto copie furono fortunatamente trovate da Demostene o presso Demostene. È poco verosimile che tale oratore, il quale era assai affaccendato e conosceva il valore del tempo, siasi condannato a sì fatta trascrizione. Comunque sia, tale opinione si è riprodotta in molti libri; ed un prelato greco del secolo decimosesto, di nome Arsenio, vi ha aggiunto una circostanza che Vossio trova ancora meno credibile, cioè che dopo d’aver fatto otto copie degli otto libri, Demostene gli ha, una nona volta, scritti di memoria, dopo l’incendio della biblioteca d’Atene. Del resto è presumibile che al tempo di Filippo e d’Alessandro, la Storia della guerra peloponnesiaca fosse apprezzata dagli Ateniesi illuminati, come Barthélemy la fa apprezzare da Euclide di Megara; «che vi riconoscessero le Memorie d’un militare il quale, essendo ad un tempo uomo di Stato e filosofo, aveva saputo arricchire i racconti e le arringhe di riflessioni soventi profonde, sempre giuste; che stimassero il suo stile vigoroso, conciso e perciò appunto talvolta oscuro, che poteva bene di tratto in tratto offendere l’orecchio, ma che fermava sempre l’attenzione, ed era maestoso per la sua asprezza medesima; che finalmente concepissero che se un tanto autore fa uso di espressioni antiquate o di vocaboli nuovi, ciò significa che uno spirito qual è il suo, male s’accomoda con la lingua che parla ognuno, ecc. (_Viaggi del Giovane Anacarsi_, cap. LXV).» Tuttavia è opportuno d’osservare che sì fatti giudizi attribuiti da Barthélemy agli Ateniesi del quarto secolo innanzi l’èra nostra, sono realmente tolti quasi tutti da autori latini d’un’epoca meno antica, da Cicerone e da Quintiliano. Per verità, nel _Trattato dell’Elocuzione_ attribuito a Demetrio Falereo, personaggio di quel quarto secolo, si parla dell’asprezza e della maestà dello stile di Tucidide: ma è generale opinione che quel Trattato sia meno antico; che ne fosse autore Demetrio d’Alessandria, o piuttosto Dionigi di Alicarnasso. Questi, negli altri suoi scritti, ha criticato assai più severamente lo storico della guerra peloponnesiaca. Ha dichiarato che quella guerra appunto non essendo stata nè bella, nè lieta, avrebbe bisognato condannarla all’oblio. Secondo lui, Tucidide non ha saputo nè ben principiare, nè ben terminare tale storia; a forza d’ammucchiare gli apparecchi e le arringhe, stanca l’attenzione del lettore: obbligandosi a seguire l’ordine de’ fatti per estati e per inverni, dimembra le sue narrazioni: ora dà a’ suoi racconti un’ampiezza smisurata, ora li restringe con opposto eccesso. Talvolta dipinge sì vivamente le sventure delle città prese o distrutte, e dei loro abitanti, scannati o fatti schiavi, che i poeti stessi non aggiungerebbero nulla all’orrore delle sue descrizioni; serva d’esempio quanto dice di Platea, di Mitilene, di Melo; e si contenta d’indicare i disastri non meno deplorabili di Sicione e d’Egina. Celebra pomposamente i quindici o venti cavalieri morti nei primi combattimenti, e non degna di dire se la republica abbia pianto i quarantamila guerrieri che ha perduti in Sicilia. Perchè tale differenza? ella proviene dall’aver voluto l’autore esaltare il nome di Pericle, nè poteva impiegare quel grand’uomo che a lodare le prime vittime di quella lunga guerra. Dionigi d’Alicarnasso censura altresì, come abbiam veduto, la conferenza tra gli Ateniesi ed i Melii; biasima la maggior parte delle arringhe come inconvenienti ed enfatiche, ecc. A giudizi sì severi abbiamo da opporre quelli che hanno pronunciati Cicerone, Quintiliano, Luciano, ed altri classici scrittori. Cicerone dà a Tucidide il titolo di banditore sublime e sincero dei fatti memorabili: _rerum gestarum pronuntiator sincerus et grandis_. Lo dichiara ammirabile, come Erodoto, per aver saputo evitare le inezie e le false ricercatezze dei sofisti del suo tempo; lo paragona ad un torrente impetuoso, e trova che allorquando racconta combattimenti imbocca la tromba guerriera. In lui, dic’egli, i pensieri si inalzano a tale segno che ve ne ha quasi tanti quante sono parole; e nondimeno la locuzione è di tanta aggiustatezza, che non si sa s’ella faccia brillare i pensieri, o se ne riceva da questi splendore. Ma Cicerone frammischia qualche critica a tali lodi: osserva nelle arringhe di Tucidide molte espressioni oscure; ammirando l’energia del suo stile, vi desidererebbe meno scosse e più rotondità. Io non potrei, dic’egli, quando il volessi, e non vorrei quando il potessi imitare quell’estrema brevità. — Le lodi di Quintiliano non hanno tali restrizioni: tra gli storici greci ne preferisce due; i loro talenti sono diversi; la loro gloria è pressochè la stessa; Erodoto è ingenuo, dolce e facondo; Tucidide è conciso, e, per dir così, condensato; _densus et brevis_, l’eloquenza del primo è insinuante, quella del secondo appassionata; l’uno è eccellente ne’ dialoghi, l’altro nelle arringhe solenni: Erodoto attira pel diletto, Tucidide attrae pel suo vigore. — Principiando dal secolo di Quintiliano, l’opinione generale decreta a Tucidide un grado eminente tra gli storici; e le lodi tributate al suo ingegno diventano troppo numerose perchè da noi s’imprenda a raccorle. Plutarco lo dichiara assai superiore ad Erodoto per l’esattezza e la sincerità de’ racconti, come per la nobiltà e l’energia dello stile: oppone l’eloquente rapidità delle sue arringhe _alle lunghe prediche_ di Teopompo, d’Eforo e d’Anassimene. Luciano lo rappresenta come un esemplare sovente assai male imitato, ma di cui l’eccellenza è dichiarata dall’emulazione stessa che ha eccitata da ogni parte, non meno che per lo splendore di cui brilla al di sopra di tante copie. Tutte le osservazioni di Luciano tendono a mostrare che Tucidide non aveva dato l’esempio di nessuno dei difetti de’ suoi inetti imitatori: essi sono prodighi di riflessioni, egli n’è avaro; sa interrompere a proposito le particolarità, e non le prolunga mai oltre il termine in cui cesserebbero d’essere curiose ed istruttive: anche nella pittura della peste dell’Attica, ha serbato tale misura. Longino lo colloca con Platone e Demostene nell’ordine dei grandi modelli che debbono essere ognora presenti al pensiero ed all’immaginazione d’uno scrittore, e di cui deve in alcun modo evocare il genio ogni volta che aspira ad esprimere fortemente nobili idee. Nel capitolo degl’iperbati, Longino dice che Tucidide fa con ammirabile intelligenza trasposizioni e disgiunzioni di parole che sembrano unite dai legami più naturali; che impaziente d’aver annunciato tutto, descritto tutto, tragge con sè i suoi lettori in lunghi e rischiosi giri; che sovente interrompe sì ripentinamente il suo pensiero, e frammischia al suo discorso tanti accidenti, che fa temere tale edificio non crolli tutto, e tremare del pericolo in cui lo scrittore sembra impigliato; ma che d’improvviso, e quando meno lo pensi, coglie l’istante di dirti ciò che cercavi, e ti lascia assai più commosso dalle sue ardite trasposizioni, che se avesse seguito l’ordine consueto.
I classici greci vennero poco letti nel corso del medio evo; sono appena conosciuti dai cronachisti e dagli scolastici occidentali: nondimeno in que’ secoli sì barbari sono state fatte le copie della Storia della guerra del Peloponneso che ci restano, e sulle quali tale opera è stata tradotta e stampata. V’ha un intervallo di oltre milledugent’anni tra le copie che Senofonte e Demostene avevano nelle mani, e le più antiche di quelle che sussistono al presente; e per mala sorte abbiamo motivo di credere che fino dallo stesso secolo di Alessandro, i manoscritti degli otto libri principiassero ad alterarsi, sia per la negligenza degli amanuensi, sia per la temerità dei correttori. Questa osservazione faceva fin d’allora un grammatico chiamato Filemone, citato da Porfirio. Ci pervennero tuttavia delle Chiose greche sopra i detti libri; esse hanno il nome di Marcellino in un manoscritto in cui sono unite al testo e che esiste a Firenze: Montfaucon lo crede del secolo decimo, e probabilmente non ve ne ha di più antico. Non si va però d’accordo a riguardare il biografo Marcellino come l’unico, nè tampoco come il principale compilatore di quelle Chiose: esse furono talvolta attribuite ad un Marcello di Siria, il quale, dicesi, aveva imparato a memoria l’intera opera di Tucidide, e non era perciò divenuto migliore nell’arte di scrivere; forse il suo lavoro non è che una raccolta delle osservazioni di vari antichi grammatici, siccome Asclepio, Antillo, Didimo, Evagora, Erone d’Atene, Febammone. Il fatto è che non si sa con certezza a chi esse appartengano; e tale ignoranza non è un grandissimo male: però che, per sentenza di Mureto, rischiarano assai poco il testo; ed a fronte degli sforzi di parecchi dotti per farle preziose, sono pressochè di nessun uso.
Oltre il manoscritto in cui sono queste chiose, furono indicati più di quarant’altri testi di Tucidide. Firenze ne possiede pure uno dell’undecimo secolo, e tre d’un’età inferiore. Dei quattro che sono a Venezia, due sembrano anteriori all’anno 1100. Nessuno di quelli del Vaticano sembra di pari antichità, nè quelli tampoco che si custodiscono a Milano, a Padova ed a Torino. In nessun luogo se n’è raccolto un maggior numero che a Parigi: la biblioteca del Re ne ha tredici, cui Gail ha descritti e de’ quali ha publicato le varianti; nessuno precede l’undecimo secolo. Tra quelli che esistono a Madrid, in Inghilterra, in Olanda, nella Svizzera, in Germania e nell’Europa settentrionale, Duker ha indicato come i più preziosi quelli di Basilea, d’Utrecht, di Copenaghen e di Assia-Cassel: quest’ultimo ha per data l’anno 6760 del mondo, 1252 dell’èra volgare; quello di Mosca è stato anch’esso consultato assai utilmente, e sembra risalire almeno al tredicesimo secolo: v’ha ragione di credere che i più degli altri siano d’epoche posteriori.
Il resultato delle collazioni fatte con questi diversi manoscritti sarebbe di dividerli in tre classi, di cui ognuna avrebbe avuto la sua fonte particolare. In capo alla prima classe si collocherebbero que’ di Firenze, di Venezia e della Danimarca; alla seconda apparterrebbero principalmente quelli di Cassel, di Mosca, ed i più antichi di Parigi; alla terza, que’ di Basilea e d’Utrecht; ma occorrerebbero ancora molte varianti tra i manoscritti d’una medesima classe; e si può da ciò giudicare del lavoro che gli editori hanno dovuto prescriversi, delle difficoltà che hanno avuto a vincere; e delle imperfezioni che possono restare nelle copie stampate dal quindicesimo secolo in poi.
Fin dal secolo XV Tucidide riprese in breve la sua antica celebrità. Dicesi che il re d’Aragona Alfonso V, che morì nel 1458, l’avesse copiato otto volte di suo pugno ad esempio di Demostene. Quando ciò sembrasse più credibile in un monarca spagnuolo che non nell’oratore ateniese, dovrebbesi stupire di non avere ancora trovata oggidì nessuna di quelle otto copie regali, o di non poterne riconoscere una sola tra le quaranta che sussistono.
Ciò che è certo e più importante, è che Tucidide fu, verso la metà del secolo decimoquinto, tradotto in latino da Lorenzo Valla: tale versione fu stampata due volte, ma senza data, prima del 1500, in-folio; e la prima di tali edizioni sembra essere di Venezia, verso il 1474. Ne furono publicate di nuove nella stessa forma, a Parigi, nel 1513 e 1528; a Colonia, nel 1517, 1527, 1543, 1550; a Basilea, nel 1564; e parecchie in-12o a Francfort, dal 1582 fino al 1594. Per tale traduzione elegante, e, checchè se ne dica, quasi sempre fedele, la conoscenza dell’opera si propagava in Europa. Nondimeno il testo greco era stato publicato per la prima volta a Venezia, in-folio, nel 1502, da Aldo il vecchio, che stampava in pari tempo Erodoto[1]. Bernardo Giunti, a Firenze, ne fece una seconda edizione nel 1506, una terza nel 1526: fu adoperato il manoscritto di Basilea per preparar quella che comparve in essa città. Le due che nel 1540[2] Enrico Stefano diede in luce a Parigi, nel 1564 e 1588, sono anche oggidì commendevoli per la loro correzione: esse hanno servito per modello a quella che Emilio Porto fece comparire a Francfort, nel 1594, in-folio come le precedenti. Alcune altre, che pure appartengono al secolo decimosesto, sono in-4o; Parigi, Vascosan (i tre primi libri soltanto), 1549; Vittemberga (il solo primo libro), 1562, ec. Le suddette edizioni pressochè tutte accoppiano al testo gli Scolii greci di cui abbiamo fatto menzione, ed alcune la versione latina di Lorenzo Valla, che fu prima rettificata da Enrico Stefano, e molto più modificata da Emilio Porto. Enrico Stefano inserì altronde nell’edizione del 1588 le sue proprie osservazioni sugli antichi Scolii. Non dice espressamente che tali Scolii non sono di nessuna utilità: non potrebbe dirlo, da poi che li stampa; ma le sue osservazioni lo provano, e conchiude che se essi non sono affatto inutili, lo sono quasi. «Non posso negarlo, dice francamente, e se nol confessassi, le mie note critiche mi accuserebbero.»
Tucidide è stato tra gli anni 1500 e 1600 tradotto in quasi tutte le lingue; in francese, da Claudio Seyssel, Parigi, 1527, in-folio, 1545, in-16o, 1555, in-16o ed in-8o, 1559, in-folio, presso Vascosan; e verso il 1600, da Jausaud d’Uzès, Ginevra, in-4o: in inglese da un anonimo, fino dal 1525, in-folio, a Londra; e da Tommaso Nicholls, in-folio, 1550: in tedesco, da Girolamo Bonner, Augusta, 1533, nella stessa forma: in lingua spagnuola, da Graziano de Aldreta, Salamanca, 1564, in-folio pure: in italiano, da Soldo Strozzi, Venezia, 1545, in-8o; 1563, in-4o.
Le più di sì fatte versioni non furono composte che sul latino di Lorenzo Valla; e Nicholls non ha fatto anzi che mettere in inglese il francese di Seyssel: questi, sebbene assai severamente giudicato da Enrico Stefano, aveva posto grandi cure nella sua traduzione; l’aveva intrapresa per uso di Luigi XII; e di mano in mano che la compilava, consultava Lascaris, prima di riportarsene all’interpretazione di Lorenzo Valla; s’applicava altronde a dare al suo stile tutta la perfezione che consentiva allora lo stato della lingua francese. Si racconta che Carlo V leggeva Tucidide nella versione di Seyssel, e che la portava nelle sue spedizioni per imitare Alessandro, il quale aveva sempre seco le opere d’Omero. Non nomineremo qui tutti i critici che hanno contribuito a correggere la versione latina o ad accrescere la mole delle note o pretese spiegazioni del testo; ma fra i traduttori che Tucidide ha trovati nel decimosettimo secolo, dobbiamo distinguere Tommaso Hobbes: la sua versione è uno dei primi lavori con cui questo filosofo incominciò il suo arringo letterario (Londra, 1628, in-folio). Egli preferiva gli otto libri della Guerra Peloponnesiaca a tutte le altre opere storiche della greca letteratura; voleva, dice Bayle, far vedere agl’Inglesi, con l’esempio degli Ateniesi, i disordini e le confusioni del governo popolare: tale versione è stata letta durante più di cento anni nella Gran Brettagna. In Francia, quella di Seyssel invecchiava, quando Perrot d’Ablancourt ne publicò una nuova (Parigi, 1662, in-folio; 1671, 3 vol. in-12o; Amsterdam, 1694, 3 vol. in-12o, ec.): si è osservato ch’essa era più breve del testo, quantunque non ne avesse la concisione. D’Ablancourt aveva avuto l’arte di fare una specie di compendio diffuso di una delle opere più concise che si possano leggere: egli traduce Valla ovvero Seyssel, molto più che l’originale; e dà a divedere di aver sott’occhio le chiose greche; giacchè sono talvolta le note dello scoliaste, invece delle idee dell’autore, che passano nella versione. I lavori dei letterati del secolo decimosettimo sopra Tucidide non dimostrano che l’avessero molto profondamente studiato. La Mothe-Le-Vayer non trova niente di nuovo da dire, e si appaga d’un lagno piuttosto vago contro i giudizii dati da Dionigi di Alicarnasso. Ammira l’eloquenza delle arringhe sparse nei primi sette libri, e loda ancora più lo storico della sua cura a non mescolare nessuna favola a narrazioni serie. Quest’ultima ragione ben vale più di quelle che muovono Rapin a dichiararlo il migliore degli scrittori greci nel genere storico. «La sua austerità, dic’egli, non ha nulla che non ritragga grandezza; e tuttavia il suo soggetto è per ogni riguardo più lieve ed angusto.» Rapin, che così parla nel suo trattato della maniera di scrivere la storia, ha lasciato un altro opuscolo il quale non è che il confronto di Tucidide con Tito Livio. Non è per verità che un sommario delle osservazioni che erano già state fatte su quei due autori. Tale parallelo, che è stato composto nel 1677, ci rappresenta ciò che pensavano allora di Tucidide gli uomini più istruiti. — Un importante lavoro sui libri di tale storico è l’edizione publicata da Hudson in Oxford, nel 1696, in-folio. Fin allora il testo non era stato riveduto che sopra pochi manoscritti d’Italia e di Francia: Hudson fece uso di quei d’Inghilterra, e v’aggiunse delle varianti attinte in quello d’Utrecht, cui Grevio aveva riscontrato. La versione latina, posta in ogni pagina sotto al testo, è quella d’Emilio Porto, salve alcune correzioni suggerite in parte dalla traduzione inglese di Hobbes, e dalla traduzione francese di Perrot. Tale edizione contiene altresì la Notizia biografica di Marcellino, gli Scolii greci, le Note di Enrico Stefano sopra quegli Scolii, altre Note dello stesso Stefano e di diversi dotti; alcune carte della Grecia e della Sicilia, e varie indicazioni cronologiche somministrate da Dodwell. Questi ha poscia ampliato tale lavoro; ha publicato, nel 1702, col titolo di _Annales Thucydidei et Xenophontei_ (Oxford, in-4o), un quadro cronologico di tutti gli avvenimenti e di tutte le particolarità della guerra del Peloponneso, ed anzi anche della Vita dello storico; quadro molto più compiuto e meno inesatto di quello che Davide Chitrée aveva abbozzato, nel 1586, Helmstadt, in-4o. La spiegazione publica dell’opera greca in una cattedra dell’accademia di Pisa ha dato origine a cinquantotto dissertazioni latine di Benedetto Averani, le quali vennero stampate nel 1716 e 1717, dopo la morte di quel professore (Firenze, 3 parti in-folio); ma esse presentano piuttosto che un commento preciso ed istruttivo, una serie di digressioni, in cui, cogliendo occasione di alcuni passi, Averani ragiona sopra usanze antiche, sopra origini, sopra fatti estranei a quelli che lo storico greco racconta.
L’edizione di Hudson si riprodusse, nel 1731, in quella di Duker (Amsterdam, in-folio), con le note di questo nuovo editore e con quelle che aveva lasciate Giuseppe Wasse; però che l’ammasso di sì fatte glose va sempre crescendo; ed il testo finisce ad essere la minor parte dei volumi che gli sembrano dedicati. Tuttavia la suddetta edizione del 1731 è assai stimata; era stata preparata accuratamente da un esame particolare dei manoscritti d’Utrecht, di Assia-Cassel e di Basilea. Le _Dilucidationes Thucydideae_ d’Abretsch comparvero, nel 1753 (Utrecht, 2 volumi in-8o). C. L. Bauer, il quale, lo stesso anno, publicava a Lipsia un opuscolo in-4o, intitolato: _De lectione Thucydidis_, mise in luce, nel 1773, una _Philologia Thucydideo-Paullina_ (Halla, in-8o). L’elocuzione delle Epistole di san Paolo vi è paragonata a quella di Tucidide; e l’autore di tali confronti grammaticali implora il soccorso del cielo pel buon esito tanto di tale impresa, quanto delle altre dello stesso genere che potrà tentare in avvenire[3].
La versione di Hobbes non bastava più agl’Inglesi; essi ne avevano riconosciuto i difetti; fatta com’era sul latino: Guglielmo Smith ne compose una più esatta e più elegante nel 1753 (Londra, in-4o); essa ha avuto varie altre edizioni, 1780, 1805, ec., 2 vol. in-8o.
Gli Alemanni rinunciarono anch’essi a quella di Bonner: una società di letterati ne compilò una nuova, nel 1757 (Francfort, 2 vol. in-4o); Davide Heilmann ne fece una terza (Lemgow, 1760, in-8o); Reiske, una quarta, ma delle orazioni sole, nel 1761, in-8o, a Lipsia, dove si stampavano in pari tempo e nella stessa forma le sue _Animadversiones in Thucydidem_. Gl’Italiani si attenevano alla traduzione dello Strozzi, che era stata ristampata a Verona nel 1735, 2 vol. in 4o; ma continuavano a studiare Tucidide: veniva spiegato nelle loro accademie, veniva considerato sotto diversi aspetti nei loro giornali e nelle loro raccolte letterarie. Per esempio, nel 1757, un anonimo lo paragonava a Nicolò Machiavello, e credeva di trovare nello scrittore toscano come nell’ateniese quella dizione concisa, quello stile energico ch’è il vero linguaggio d’un ingegno sommo; lo stesso sentimento dell’importanza dei fatti, la stessa fecondità di riflessioni profonde, un’eguale abilità a fare scaturire dalla storia viva luce che rischiara la scienza dell’uomo di Stato e l’arte del guerriero. Noi non ci faremo mallevadori dell’aggiustatezza di tutti i confronti di sì fatta dissertazione; e non la giudichiamo nemmeno molto dotta: ma essa è originale; e vi si attingerebbe forse un’istruzione più reale che non ci danno molte note pretese filologiche e critiche. I quarantuno ultimi anni del secolo decimottavo somministrano cinque edizioni nuove del testo. Una ristampa dell’edizione di Duker è uscita nel 1759 a Glasgow, presso i Foulis, 8 vol. in-8o, ed è pregevole per la sua venustà tipografica. Il testo solo, ma con varianti estratte da Alter dai manoscritti di Vienna; venne stampato in quella città nel 1783, 2 vol. in-8o. L’edizione di Due-Ponti (1788, 6 vol. in-8o), riproduce più fedelmente e più correttamente che nessun’altra quella del 1731, e vi aggiunge alcune osservazioni dovute al traduttore tedesco, Davide Heilmann. Quella di Lipsia, in 2 vol. in-4o, era stata preparata da G.-C. Gottleber e C.-L. Bauer, di cui uno è morto prima di stampare il primo volume nel 1790, e l’altro prima che si publicasse il secondo nel 1802. Devesi alle cure di Bredenkamp l’edizione tutta greca di Brema (1791, e Lipsia, 1799, 2 tomi in-8o, ad uso delle scuole). Un volume delle _Memorie dell’accademia di Berlino_, publicato nel 1796, contiene una Dissertazione sopra Tucidide letta alcuni anni prima da Meierotto. Vi è detto che lo storico greco, avendo raccolto con estrema cura i materiali della sua opera, non volle imitare Erodoto, il quale descrive i luoghi, raffronta le epoche, risale alle origini: tale intento era stato troppo felicemente conseguito perchè fosse prudente di prefiggerselo una seconda volta. Il figlio d’Oloro aveva osservato il gusto dei suoi compatriotti per gli elogi funebri, per le difese e le arringhe politiche. Egli si diede a tale genere d’ornamenti, di cui l’uso era ancora nuovo; non ne voleva altri, e risolse d’essere in tutto il rimanente esatto, positivo, o, come dice Meierotto, _pragmatico_. Inserì ne’ suoi libri trentanove arringhe, che occupano pressochè una quarta parte dell’opera. L’accademico di Berlino si è presa la briga di calcolare che sopra le ventitremilanovecento righe dell’edizione greca d’Enrico Stefano, ve ne ha cinquemilacinquecento in componimenti oratorii, senza contare i discorsi compendiati, i dialoghi, le conferenze, nè le riflessioni o digressioni dello storico ed i ragionamenti che sono suoi proprii. Invano Tucidide afferma che non ha trascurato nulla per procurarsi copie originali di tali arringhe tutte, e che le trascrive con una fedeltà scrupolosa; Meierotto non vuol crederlo. Dionigi d’Alicarnasso ha professato già la stessa incredulità: quasi tutti i lettori l’ammettono oggigiorno; ma Tucidide aveva diritto, secondo Meierotto, di riguardarsi come l’anima degli automi che faceva parlare, di trarre alla bigoncia i più taciturni Spartani, e di forzar tre volte il loro generale Brasida a discorrere verbosamente. Ciò precisamente, prosegue l’accademico, ha garantito la fama e l’utilità dell’opera. Ecco come tutti i soggetti di publica morale hanno potuto essere trattati nella storia d’una guerra, siccome risulta dall’esame che la Dissertazione ci presenta delle trentanove Orazioni. Si conchiude che lo storico greco non avea intenzione nè di dipingere i personaggi con le loro parole, poichè attribuisce parecchi di tali discorsi ad uomini poco conosciuti o assolutamente ignoti; nè d’indicare la disposizione degli animi, poichè tutta quell’eloquenza resta il più delle volte inefficace. Che voleva egli dunque? spacciare, sotto nome d’altri, i suoi propri pensieri, vestirli di tutte le forme oratorie, presentare modelli d’ogni genere di locuzione, di ogni varietà di stile. Le espressioni figurate e talvolta oscure che s’incontrano fino nelle parti storiche dei suoi libri derivano dalle sue abitudini d’oratore; ve le trasporta senza disegno e quasi senza saperlo: è la lingua che si è fatta. Vocaboli nuovi, sostantivi in luogo di verbi, qualità espresse da aggettivi neutri, sensi inversi, cadenze antitetiche, sono nelle sue narrazioni la sua rettorica, e per dir così, idiotismi oratorii: da ciò pare tanti iperbati, inversioni, rapidi trapassi. Vero è che gli avvenimenti ch’espone riguardano interessi generali, e che ne scevera ordinariamente le vere cause. Possiede in eminente grado il talento di raccontare: ma ne fa uso di rado; e la storia non è il suo scopo principale, se crediamo a Meierotto. Quantunque tale Dissertazione sia stata composta in lode di Tucidide e non per isprezzarlo, finisce a dare una ben strana idea de’ suoi libri; però che eccolo trasformato in un retore artificioso, che sostituisce delle arringhe imaginarie al quadro dei fatti ed alle vere lezioni della storia. Meierotto conchiude anzi col negargli la qualificazione di _pragmatico_, che dato gli avea da principio.
Noi non dobbiamo fermarci alle parole che intorno alla Storia della guerra peloponnesiaca si leggono nel corso di letteratura di Laharpe; esse non contengono che nozioni superficiali, poco precise, ed anzi poco esatte. Il lavoro più commendevole, che sia stato publicato in Francia sopra Tucidide, alla fine del secolo scorso, è la versione di P.-C. Lévesque (Parigi, 1795, 4 vol. in-8o). Il traduttore non la dava che per uno _scheletro_, in cui non si sarebbe ravvisata l’_altera statura_ e la _fisonomia dignitosa_ dell’autore greco. Molta modestia e troppa severità era questa. La fedeltà di quella versione non è stata contrastata; e la dizione n’è almeno preferibile a quella di d’Ablancourt, che il publico del secolo decimosettimo trovava sì bella. Ma si può apporre a Lévesque una circospezione troppo rigorosa, un’eccessiva timidezza: ha paura di trascurare i minimi elementi della frase greca, e di lasciar prendere alla francese la più leggera licenza; e da ciò proviene che il suo stile non è mai abbastanza ardito, abbastanza iperbatico, abbastanza figurato per rappresentar quello di Tucidide. Si è astenuto dall’unire alla sua versione delle note troppo numerose, e si è piegato meno che gli fu possibile all’uso, che ne richiede almeno alcune: è questo una specie di tributo imposto ai traduttori ed ai loro lettori; ma si è permesso cinque _escursioni_. Così chiama cinque dissertazioni, di cui la prima è almeno assai breve, se non inutile; concerne una pietra scolpita, rappresentante il busto d’una statua fatta di Fidia. La seconda e la terza tendono a provare l’origine settentrionale dei Greci, opinione favorita di Lévesque, e che certamente da Tucidide non è suggerita. La quarta dissertazione si riferisce più da vicino ai libri di tale storico: n’è soggetto il suo dialetto attico, la sua ortografia e la forma delle lettere di cui ha fatto uso. Nella quinta, la più importante di tutte, il traduttore esamina e confuta le osservazioni critiche di Dionigi d’Alicarnasso. Tale soggetto, già trattato da Rollin (_Stor. ant._, l. XXV, cap. 2, art. 2), egli discorre con più scienza.
Ci resta da indicare ancora dieci edizioni di Tucidide, posteriormente pubblicate al 1800. Quella di Venezia, 1802, 2 vol. in-8o, contiene il testo greco e gli Scolii greci. Sei volumi in-8o piccolo, stampati in Edimburgo, nel 1804, riproducono l’edizione di Duker, riveduta da Elmsley. Neofito Ducas, Greco di nazione, ha unito al testo della Storia del Peloponneso una versione e varie note in greco volgare, Vienna, 1806, 10 vol. in-8o. In Francia, Gail ha dato in luce, posteriormente al 1807, 10 volumi in-4o, in cui si trovano il testo, gli Scolii, delle varianti estratte da tredici manoscritti della biblioteca reale a Parigi, una versione latina corretta, una versione francese (che è stata pure stampata a parte, 4 vol. in-8o); una serie di osservazioni storiche e filologiche, varie considerazioni generali sopra Tucidide, sul carattere delle sue idee e del suo stile, un esame delle taccie che gli appongono Dionigi d’Alicarnasso, Cicerone, Rapin e Laharpe. Un volume undecimo che dee compiere tale lavoro è ancora aspettato[4]. Le varianti publicate da Gail ed un Glossario corredano il testo, nell’edizione dovuta alle cure di Seebode (Lipsia, 1814, 2 vol. in-8o). Tale medesimo testo riempie due volumi in-16o, riveduti da Schoefer, che sono comparsi a Lipsia nel 1815, e che fanno parte della raccolta di Tauehnitz. L’edizione di Gottleber, Bauer e Beck, terminata, come dicemmo, nel 1802, ha servito per esemplare a quella di Londra, (1819, 4 vol. in-8o). I tipi di Lipsia hanno somministrato, nel 1820, due volumi in-8o, contenenti il testo riveduto scrupolosamente da Haacke, senza versione, senza note, e soltanto con una nuova tavola. L’edizione di Londra, 1821, 4 vol. in-8o, è greca e latina, con osservazioni scelte: Imm. Beker ha corretto il testo dietro la scorta di copie manoscritte. Finalmente Ern.-Fed. Poppo, il quale nel 1815 aveva fatto stampare a Lipsia, in-8o, delle _Observationes criticae in Thucydidem_, ha incominciato nel 1821 e 1823 un’ultima edizione del nostro storico[5].
Tante ristampe, traduzioni, commenti ben provano il pregio in che fu sempre avuta questa Storia di Tucidide. Tucidide di fatto ha trattato un soggetto pieno d’istruzione, senza menomarne mai l’interesse. Ha vissuto in mezzo alle cose ed agli uomini di cui ci parla. Ha interrogato, per quanto gli era possibile, tutti i testimoni, tutti gli attori; raccolto le memorie, confrontate le deposizioni, sceverati ed esclusi gli errori e le menzogne. Le tracce delle superstizioni greche sono in lui rare e leggiere: non ama le finzioni, non imagina veruna favola; il suo disegno è di comporre una storia esatta. Le concioni sono la sola specie d’abbellimento che si permetta; e si dee convenire che in tale proposito si è aperto un assai libero arringo, nel quale il suo esempio ha tratto troppo oltre i suoi successori. Qualunque sia la censura che meritar possa tale sistema d’orazioni fattizie, bisogna ben ammetterlo, o almeno supporlo, leggendo gli storici antichi, e sopratutto quello che potrebbe esserne dichiarato inventore. Non possiamo stupirci che egli l’abbia accreditato; però che ne fa un accorto e felice uso. Le sue arringhe, ed altri tratti oratorii meno estesi formano una parte essenziale della sua storia: non si sopprimerebbero senza impoverirla, senz’ammorzare lo splendore di cui essa brilla, ed anzi senza spegnere la luce che deve illuminarla. In esse, quantunque cosa ne dica Meierotto, è dove egli dipinge i personaggi, dove prepara o compie i suoi racconti, dove spiega le cause e gli effetti degli avvenimenti. Se non gli permettiamo di istruirci in tale maniera, il corso delle sue narrazioni propriamente dette non ci darà una conoscenza compiuta dei fatti; egli ha concepito così il suo soggetto e la disposizione del suo lavoro. Come negare altronde a tali discorsi un grado eminente tra le produzioni dell’arte di scrivere? Alcuni per verità appartengono al genere che i retori hanno chiamato dimostrativo, genere verboso o sterile, in cui s’accumulano le idee vaghe, le espressioni esagerate, gli ornamenti artificiali: il vano apparato di sì fatte composizioni oziose ha contribuito a ritardare appo gli antichi ed appo i moderni, i progressi della sana istruzione e quelli del buono stile. Si può temere altresì che Tucidide non abbia fatto alquanto troppe concioni militari: ve ne ha che sembrano staccarsi più del bisogno dalle circostanze che vi danno motivo, ricadere nei luoghi comuni, mancare, insomma, d’originalità, quindi di vigore. Ma sa altresì comporne d’eloquenti e veramente guerresche, le quali incominciano in alcun modo le pugne cui annunciano, e che rimbombano già come colpi scagliati al nemico. Sovente spiegano e dipingono i movimenti e gli scontri che stanno per avvenire; istruiscono, scuotono ed animano gli eserciti che le ascoltano. Tuttavia nelle arringhe politiche è dove si fa più ammirare il talento dello storico: senza esse non sapremmo quanto la sua anima fosse sensibile, profondo il suo pensiero, flessibile ed attraente la sua elocuzione. Convien cercare in Eschine ed in Demostene, scegliere in Cicerone, per trovare commovimenti e tratti paragonabili a quelli che folgoreggiano nei Discorsi di Diodoto per gli abitanti di Mitilene, d’Astimaco e di Lacone per gli abitanti di Platea. Il carattere serio ed austero di Tucidide non permette menomamente di supporre che abbia intrapreso una storia espressamente per inserirvi delle arringhe; ma si scorge abbastanza, e troppo forse, che le ha composte per ornare la storia e darvi un compimento. Non è possibile di pensare che si limiti a trascriverle, a compendiarle, a vestirle di forme più regolari, di colori più vivi: tutto dimostra che le inventa, almeno la maggior parte, che la sostanza essa pure è sua, e che salvo Pericle, non avvi altro oratore ch’esso stesso ne’ suoi libri. Non oseremo dire che in ciò sia ancora più lodevole come scrittore, che riprensibile come storico; e perchè ha voluto, di sua piena volontà, senza esservi obbligato dall’oggetto e dalla natura della sua opera, lasciarci esempi d’eloquenza militare e politica, conviene approfittarne. Stampando a parte le sue arringhe, come si è fatto più volte (Parigi, 1531, in-4o... Glasgow, 1755, in-12o; Lipsia, 1758, in-8o; Oxford, 1768, in-8o ec.), si è recato un vantaggio a coloro che vogliono studiare profondamente l’arte oratoria; ma noi restiamo persuasi che nel corpo della sua storia, tali discorsi non erano in effetto destinati che a mandare una grande luce sui racconti. Il talento di narrare, ch’egli possiede in un grado non comune, non è adoprato quasi che sopra fatti militari; e non si dee biasimarnelo, poichè scrive gli annali d’una guerra. Quando il corso naturale delle cose lo tragge sulla scena delle discussioni e dei maneggi politici, ne sa delineare quadri animati e fedeli; ma si contiene rigorosamente nei limiti del suo soggetto, e fa ritorno, quanto più presto può, ai campi ed alle flotte. Non si intrattiene in particolari biografici; non dice molto di parecchi personaggi, celebri nei tempi di cui parla, siccome Socrate, Aspasia, Fidia, Sofocle, Euripide, Aristofane, benchè fosse stato assai facile connettere tali nomi coi fatti cui racconta. È probabile che Erodoto non avrebbe ciò trasandato, che avrebbe cercato più lontane ancora le occasioni di penetrare nell’interno delle città e delle famiglie, che avrebbe anche raccolto volentieri le narrazioni tradizionali che avessero potuto frammischiarsi al corso di tale storia. Ma Tucidide teme sempre di uscire fuori d’un soggetto cui ha circonscritto con iscrupolo; ed ove si eccettui la sua digressione sui Pisistratidi, ed alcune altre molto meno considerevoli, si può dire che non prende altra licenza che quella di arringare in nome dei suoi personaggi; però che non bisogna riguardare come fuor di luogo le descrizioni che il suo sistema esige, e che altronde non moltiplica, quantunque sia in esse veramente sommo. Tali quadri, principalmente quello della peste dell’Attica, sono realmente racconti di particolare, composti di particolarità coesistenti più che successive. In vari altri luoghi, si potrebbe lagnarsi della severità estrema con cui rifiuta ciò che si avvicina alla sua materia. Il carattere del suo stile consiste in quella dignità ed in quella energia costanti a cui gli antichi rettori hanno talvolta applicato il nome di sublime: la prosa, anche nel genere oratorio, non potrebbe inalzarsi o almeno sostenersi più alto; esso è quasi, tranne le finzioni e la versificazione, lo stile poetico: sovente occorrono le stesse commozioni, la stessa arditezza di figure o d’inversioni, que’ slanci subitanei e rapidi che fanno temere il disordine, ma che tanto crescer possono la vaghezza de’ sentimenti, lo splendore dei pensieri e delle imagini. Se mai divenisse possibile alla storia moderna di ripigliare il modo della storia antica, lo sarebbe mercè uno studio accurato dello stile di Tacito, di Tito Livio e di Tucidide. La dizione di tale scrittore greco non è sempre scevra da oscurità; e bisogna bene che tale imperfezione sia reale, poichè gli antichi l’hanno avvertita; è però presumibile che i copisti l’abbiano di assai aumentata. Alquante frasi spostate e poco intelligibili che vi sono qua e là in ciascuno degli otto libri, hanno servito per pretesto a commentarii che non riuscirono poi a meglio chiarirle, se pur non fecero che sparger tenebre e noia sull’opera intera. Il partito più semplice è di considerare tali oscurità di testo come piccole lagune da riempiere, quando ciò sia indispensabile, con le idee che si connettono più naturalmente a quanto precede ed a ciò che segue, senza fermarsi a discussioni grammaticali, cui lo stato dei testi rende affatto infruttuose. Rimane già bastante copia di bellezze, di diletto, d’istruzione letteraria, morale e politica nell’intero corso di questa opera immortale.
DAUNOU.
AI LETTORI
IL TRADUTTORE
La Grecia divisa da prima in piccoli Stati, senza veruna comunanza di commercio, che tanto è conducevole all’incremento della civiltà e dei lumi, trovandosi aspramente tiranneggiata dall’insolente orgoglio di alcuni prepotenti inalzatisi a sovrani di lei, ne scosse il giogo e ordinò il governo popolare. Allora l’amore di libertà si diffuse fra i Greci; le armi loro cominciarono a segnalarsi; le arti, le scienze e le altre nobili discipline presero radici in quel suolo prediletto dalla natura; donde si propagarono a tutte le altre nazioni.
Atene e Sparta, le due città più considerevoli, trassero a sè gli sguardi di tutto il rimanente della Grecia: alla prima aveva dettato leggi Solone, all’altra Licurgo; e da queste due repubbliche dipendevano, per dir così, tutti gli altri popoli di Grecia, per ragione o di alleanza o di colonia o di conquista. Atene si era resa celebre per le vittorie riportate sui Medi nelle battaglie di Maratona, di Salamina, di Platea; e la gloria, di queste vittorie principalmente svegliò la gelosia degli altri Greci, e in specie dei Lacedemoni che mal tolleravano la rinomanza degli Ateniesi. Poichè crescendo questi di giorno in giorno in potere, ed essendo animosi a intraprendere e cupidi sempre di nuove cose, davano sospetto di aspirare al principato di tutta Grecia. Quindi i dissapori e la nimistà tra Sparta ed Atene; quindi la guerra civile nota sotto il nome di guerra del Peloponneso, della quale Tucidide scrisse la Storia che ora si dà in luce, voltata dal greco nel nostro volgare idioma.
Il solo nome di Tucidide equivale a qualunque elogio. Egli discendeva da Milziade vincitore dei Persiani a Maratona. Chiamavasi Oloro il padre suo; la madre Egesipila. Raccontasi che ancor giovinetto di circa sedici anni, in occasione de’ giochi Olimpici udendo Erodoto leggere la sua istoria, pianse e per ammirazione e per bramosia di fare altrettanto: e questa bramosia seppe a suo tempo adempire.
Sotto due aspetti può considerarsi Tucidide: e come scrittore e come istorico; e per l’uno e per l’altro titolo pare tenere egli il primo luogo. Come scrittore, giusta il giudicio di Cicerone, supera tutti nell’artificio del dire; e tanto è pieno di cose, che il numero delle parole equivale quasi a quello delle sentenze: il suo discorso è così proprio e conciso che tu non sai se dalle parole le cose, o piuttosto dalle sentenze prendano lume le parole. Quintiliano, ponendo in parallelo Tucidide ed Erodoto, trova nel primo pienezza e concisione, nell’altro dolcezza, candore, copia: il primo di concitati, l’altro di tranquilli affetti; il primo concionatore, l’altro oratore; l’uno efficace, l’altro piacente.
Relativamente poi al merito di Tucidide come istorico, da Luciano nel suo libro «del modo di scriver l’istoria» viene proposto a modello; esigendo che lo storico narri con schiettezza le cose quali avvennero; che sia libero, impavido, amante della verità, giudice integerrimo, senza odio, senza amore di parte; che incerto modo non abbia nè patria, nè principe; che non studi di lusingare questo o quello; che scriva non per dar nel genio ai contemporanei, ma per giovare a chi verrà dopo; avendo per oggetto, nel caso che cose simili alle narrate avvenissero, che di ciò che è stato scritto possa giovarsene all’occasione.
A tutto ciò potrebbesi aggiungere, a buon dritto, che nella sua storia Tucidide oltre il manifestarsi efficace scrittore e perfetto isterico, si palesa eziandio sommo filosofo, conoscitore profondo del cuore umano, intendentissimo di tutto ciò che appartiene a privato e a civile reggimento. E ciò potranno conoscere tutti coloro che chiamati agli uffizi della cosa pubblica, e allo studio della scienza dei governi, trovansi nella necessità di conoscere l’indole e le passioni degli uomini sì difficili ad esser guidati e corretti, specialmente quando sieno agitati da immoderata ambizione e da avidità di comando.
Ma lasciando stare, di ciò e passando a parlare del presente volgarizzamento, credo inutile l’enumerare le difficoltà cui va incontro chiunque assuma l’impegno di una traduzione qualunque; difficoltà che crescono a dismisura quando si tratti di voltare in una lingua moderna un antico greco scrittore.
Venendo poi più dappresso al mio proposito dirò, che saranno oggimai circa venticinque anni che unicamente per proprio studio e passatempo, negli ozi di un vivere ritirato, incominciai a fare alcuni comenti su questo storico greco, desiderando d’intendere quanto meglio poteva le concioni e i luoghi più oscuri di quel celebre autore. E tanto mi talentava questa occupazione che in breve tempo mi trovai ad avere, giusta il mio avviso, dilucidati gli otto libri nei quali è compresa quell’istoria. Conferii frattanto parte di quei comenti ad alcuni miei amici, i quali discesero nella mia sentenza circa il vero senso di certi passi i più intricati ed oscuri. Perlochè preso animo mi disposi a voler tentare, per proprio studio, il volgarizzamento: col solo scopo d’intendere il mio originale, e farne una spiegazione: e in termine di otto mesi ne venni a capo, allettato dai sublimi concetti di quel succoso scrittore.
Ma non solo fui sempre alieno, ma aborritore eziandio dal pubblicare quel mio lavoro, di cui solo oggetto era l’agevolare per alcuni miei scolari l’intelligenza dell’Istorico greco. Infatti quei molti che in Toscana e fuori mi fecero istanza di darlo in luce possono rendere testimonio che mai e poi mai non aderii alle richieste fattemi; giudicando quel volgarizzamento un aborto indegno della luce, e solo meritevole di rimanersi nella polvere, in cui fino ad ora era stato sepolto.
Senonchè nell’anno decorso vivamente sollecitato dal dott. G. Cioni, ora Direttore della tipografia Galileiana, finalmente annuii a concedere il manoscritto, a condizione però che, prima esaminatolo scrupolosamente, vedesse se fosse conveniente pubblicarlo colla stampa; essendo certo che per la dizione, per la lingua e per molte frasi verrebbe giudicato immeritevole di comparire al pubblico, e anzi di spiacevole lettura; a meno che in più luoghi non ne fosse cangiata e corretta la dettatura.
Ma il suddetto Direttore della tipografia Galileiana protestandosi ignaro affatto del greco, volle approfittarsi dell’opera del mio scolare Giuseppe Meini, giovine che sente molto addentro nelle lettere greche e italiane. I quali due riunitisi in frequenti tornate adempirono il mio desiderio di ridurre il volgarizzamento in modo da non disgradare ai leggitori. Quindi giudicherà il pubblico se sia stato raggiunto lo scopo a cui s’intendeva.
Aggiungerò che quando mi venne fatta premura di pubblicare la mia versione, avendo il sig. Meini voltata in italiano l’orazione funebre detta da Pericle nel secondo libro, desiderai che vi fosse inserita a suo luogo invece della mia; non tanto perchè a mio avviso è dettato con molta proprietà di lingua, quanto ancora per la molta intelligenza dei sensi di quella sublime ed ingegnosa concione.
Appartiene pure ad esso un catalogo di voci, modi e frasi greche corrispondenti onninamente a voci, modi e frasi italiane, compilato a insinuazione dello stesso sig. Cioni: il qual catalogo posto in fine del volgarizzamento dichiarerà rigorosamente il senso metaforico o retto nelle due lingue. E ciò servirà a dimostrare quante maniere di dire sieno passate dalla greca nella nostra lingua.
Non ho creduto che si dovesse corredare l’edizione di comenti e d’interpretazioni a giustificare quei luoghi ove il mio volgarizzamento siasi allontanato dall’intelligenza data di precedenti traduttori; ed è stato mio consiglio l’omettere le annotazioni risguardanti la storia o le costumanze civili o religiose dei Greci, delle quali il Meursio, il Gronovio, il Sigonio ed altri hanno diffusamente parlato; avvisando che chi imprende a leggere Tucidide non può supporsi digiuno affatto delle cose dei Greci.
Finalmente concludendo dirò che se in questo volgarizzamento sì troverà nulla nulla di mediocre, sarà in parte dovuto agli editori, in parte servirà a testimoniare la carità e l’affetto veramente grande che mi stringono a questa nostra Italia, alla quale insultano gli stranieri che tanto, se non tutto, appresero da lei; quasi anelino toglierle anco la gloria delle scienze e delle lettere. I sublimi intelletti, gli alti ingegni, che fra noi non mancano, smentiscano, co’ fatti le male voci dello straniero; che io mi starò contento a mostrare in parte che pure fra noi i buoni studi non mancano di cultori.
NOTE
[1] Nell’anno seguente Aldo publicò come appendice anche gli Scolii. _L’editore._
[2] Questa edizione del 1540 non è di Enrico Stefano, ma del Camerario: comparve a Basilea _ex officina Hervagiana_; è greco-latina cogli Scolii in fine, è ricca di correzioni attinte ad un manoscritto che Camerario stesso possedeva. _L’editore._
[3] Malebranche aveva citato un esempio affatto simile della _Preoccupazione dei commentatori_: Ricerca della verità, lib. 2, seconda parte, capo VII.
[4] Questo volume, di cui parla Daunou non è più mai comparso. _L’editore._
[5] L’edizione di Poppo si compone di undici forti volumi in-8o, dei quali l’ultimo comparve a Lipsia nel 1851 e contiene _supplementi_ ed _indici_. Alle edizioni e traduzioni menzionate dal Daunou, puonno aggiungersi quelle di Berlino ed Oxford (1821), solo testo greco, cogli Scolii, e le note di Wasse e Duker, — di Oxford (1824), solo testo greco, corretto in più luoghi secondo il testo della grande edizione di Beker: è un volume in-8o, — di Lipsia (1824), solo testo greco con alcune note di Luigi Dindorf; un volume in-8o — di Lipsia (1826), solo testo greco in 2 volumi in-8o, con note originali, indice e piano di Siracusa, di Francesco Goeller — di Oxford (1830), solo testo greco con note storiche e geografiche di F. Arnold — di Berlino (1832) in-18o, ristampa accuratamente riveduta di quella di Imm. Beker con molte varie lezioni di Lipsia (1833 e seg.) per cura di G. Gervinus e Morstadt — di Parigi (1842), testo greco e traduzione latina di Haas, di Ambrogio Firmino Didot — aggiungi la traduzione francese di F. Didot (Parigi 1833, vol. 4 in-8o) molto stimata per fedeltà — quella pur francese di Stiévenart (Digione 1851), di Carlo Zevort (Parigi; Charpentier 1853). _L’editore._
DELLE GUERRE DEL PELOPONNESO
DELLA STORIA DI TUCIDIDE
LIBRO PRIMO
SOMMARIO.
Proemio in cui si amplifica la grandezza della guerra che si descrive. — Cagioni per cui ella fu mossa. — Epidamno rifiutata dai Corfuotti ricorre a Corinto. — I Corfuotti si volgono agli Ateniesi. — Battaglia navale. — Potidea si ribella, ed è assediata. — Lacedemone intima la guerra ad Atene. — Come Atene ingrandisse. — Antico stato della Grecia. — Imprese di Pericle. — Ambasciatori lacedemoni ad Atene. — Pausania e Temistocle. — Risposta degli Ateniesi.
1. Tucidide ateniese ha scritto la storia della guerra fra i Peloponnesi e gli Ateniesi quando guerreggiavano tra loro, cominciando subito da poi che fu ordinata; avvisando che grande ella sarebbe e degna di ricordanza più delle passate conghietturandolo dai floridissimi apparati d’ogni maniera onde ambe le parti eran fornite per sostenerla, e dal vedere alcuni del rimanente di Grecia accostarsi subito ad una delle due, e gli altri averne il pensiero. Infatti grandissimo fu questo commovimento pei Greci e per gran parte de’ barbari, e, a dir così, per il più delle nazioni. Poichè, quantunque pel lungo spazio di tempo mi fosse impossibile ritrovar con chiarezza le imprese precedenti a questi fatti, ed anche le più antiche; nondimeno per le conghietture alle quali, spingendo al più lungi le mie indagini, mi avviene di prestar fede, parmi che grandi elle non sieno state nè in fatto di guerra, nè di altro.
2. Egli è invero manifesto che la ora detta Grecia non ebbe in antico stabili abitatori: vi si succedevano anzi da principio trasmigrazioni, e ciascun popolo abbandonava di leggeri il proprio suolo, forzato volta per volta da gente più numerosa. Conciossiachè, non essendovi mercatura nè sicuro commercio nè per terra nè per mare; coltivando ognuno del suo tanto da viverne; non avendo sopravanzo di robe, nè facendo piantagioni nelle loro terre per l’incertezza che, mancanti com’erano di mura, potesse mai alcuno venire a prender tutto per sè; e persuasi potersi procacciare ovunque il necessario vitto giornaliero, senza molta difficoltà lasciavano la patria: e per questo non erano potenti nè per grandezza di città nè per altro apparato. Ma soprattutto i paesi di miglior suolo, come la ora detta Tessaglia, la Beozia, il più del Peloponneso, dall’Arcadia in fuori, e quel che vi era di più ubertoso nel rimanente di Grecia, continuamente mutavano di abitatori, perchè la virtù del terreno vi rendeva di alcuni preponderante il potere; ciò che produceva fazioni interne per cui i popoli si consumavano, ed erano al tempo stesso più esposti alle insidiose macchinazioni degli stranieri. E però l’Attica, fino dai più remoti tempi immune da sedizioni per la magrezza del suolo, ebbe sempre gli stessi abitatori: e la cosa è da ciò principalmente dimostrata, che a causa delle trasmigrazioni la Grecia non si accrebbe altrove ugualmente. Perciocchè dal restante di essa in forza di guerre o sedizioni sbalzati i più potenti si ricovravano presso gli Ateniesi, come a stabile dimora. Ascritti quindi alla cittadinanza, subito fino ab antico pel numero degli abitanti resero più considerevole la repubblica: cosicchè, restando dappoi angusta l’Attica, mandarono colonie anco nella Ionia.
3. Un’altra considerazione mi chiarisce sommamente della debolezza degli antichi. È certo non aver la Ellade (Grecia) prima della guerra troiana fatto impresa veruna in comune: e per me credo che neppure tutta insieme avesse ancora questo nome; anzi che tal cognome punto non fosse, almeno prima di Elleno figliolo di Deucalione; e che popolo per popolo, ed in maggiore estensione degli altri, i Pelasgi si attribuissero da sè il proprio soprannome. Ma che poi, Elleno ed i suoi figlioli fattisi potenti nella Ftiotide, e quei popoli invitandoseli per proprio vantaggio anche nelle altre città, sin d’allora presso ciascuni, per lo usare con quelli, prevalesse il nome di Elleni. Il qual nome pur non potette per molto tempo pigliar piede fra tutti, come ne dà principalmente indizio Omero, che quantunque vissuto molto dopo la guerra troiana, in nessun luogo dà a tutti loro insieme cotal nome; anzi non ad altri che ai compagni di Achille venuti dalla Ftiotide, i quali erano pure i primi che ebbero nome Elleni. Ma ne’ suoi versi nomina partitamente Danai, Argivi, Achei. E nemmeno usò il vocabolo barbari, perchè, come sembrami, non ancora gli Elleni erano distinti sotto un medesimo nome che agli altri contrappor si potesse[6]. Or dunque gli Elleni, nè ciascun popolo in particolare, nè quelli che città per città s’intendevano scambievolmente, nè quelli che poi tutti insieme furono chiamati così, mai si erano riuniti fra loro a fare impresa veruna prima della guerra troiana, perchè deboli e senza comunicazione di scambievole commercio: anzi a questa spedizione concorsero perchè la maggior parte già usavano il mare.
4. Infatti Minos, il più antico di quanti ne conosciamo per udita, si procurò flotta, ed estese moltissimo la sua potenza sul mare che ora greco si appella: ebbe il dominio delle isole Cicladi[7], pel più delle quali il primo fondò colonie, scacciandone i Carii per istabilirvi principi i suoi figlioli; e senz’altro sgombrò a tutta possa dal mare i pirati, affinchè più facilmente e in maggior copia gli venissero le entrate.
5. Imperocchè ab antico i Greci, e tra’ barbari quei di terraferma più vicini al mare, e gl’isolani (da che cominciò a rendersi più comune il tragitto scambievole con le navi) si volsero al mestier del pirato sotto la condotta dei più potenti, per trovare lucro per sè e nutrimento per gl’invalidi. Assalendo le città senza mura ed abitate a borghi le depredavano, e di là traevano la maggior parte del vitto; mentre questo mestiero non era ancora in vergogna, ma godea piuttosto una certa reputazione. Ciò mostrano anche adesso alcuni di terraferma, appo i quali è decoroso il farlo con destrezza; lo mostrano altresì gli antichi poeti, i quali tutti ad un modo interrogano coloro che in qualunque luogo approdino, colla domanda «se fosser corsari» come se non ne sdegnassero il mestiere quelli cui ne domandavano, e non ne facessero rimprovero quelli ai quali importava saperlo. Praticavasi pure in terraferma simile scambievole ladroneggio; e parecchi luoghi della Grecia giusta le antiche usanze lo praticano anche adesso, come i Locri Ozolii, gli Etolii, gli Acarnani[8] e la terraferma di cotesti dintorni: ed è pure dall’antico ladroneggio restato costante, presso gli abitanti di terraferma, l’uso di andare armati.
6. Di fatto così costumavasi in Grecia tutta, attesochè i luoghi abitati erano senza ripari, e mal sicure le vie di scambievole comunicazione: però usavano vivere armati come i barbari: e queste
Advertisement