questi monti: m’inspirano pace e coraggio; e nella loro contemplazione, come pérdono d’importanza le piccinerie terrene, e quelle sociali, che sono le più misere, impasto di vanità e di convenzione!„

A Clusone non voleva rumori mondani:

“Io andrò a Clusone verso la metà di luglio, per istarvi tranquillamente, se Dio me lo concede, fino a novembre. Godo della ferrovia in parte già compita; ma temo sarà turbata la quiete, la semplicità di quei monti. Lunedì, il console d’Austria e quello di Francia verranno a Clusone per cercarvi alloggio. A quello d’Austria, ch’io conosco, ho dato delle lettere. — Venite, gli ho detto, a patto però di non portarmi dell’eleganza, del frou-frou: ne ho abbastanza di quello di Milano. — Tu, quando sarai vecchio (scriveva al nipote) saprai quanto stanca....„

Tutte le volte che lasciava la campagna per il suo, pur tanto caro salotto di Milano, la contessa soffriva. Carlo Tenca trovava le giuste ragioni di quel rammarico e le spiegava così:

“Capisco che vi deva dispiacere di lasciare il vostro Clusone. Passare da codesto luogo così ameno e tranquillo in quest’aria greve e agitata della città è sempre cosa che stringe l’animo. Qui in Milano siete compensata da affetti più vivi, da più antiche consuetudini, e da una maggior soddisfazione dello spirito; ma coll’inoltrarsi negli anni diventa più accetta la semplicità, e fin anche la rozzezza del costume piace se non è scompagnata dalla bontà. Che cosa diventa questo nostro ciarlìo cittadino a fronte di codesta serena e semplice vita della campagna?„

Un’eletta amica di Clara Maffei, la contessa Barbara Grismondi di Bergamo, mi dipinge in una bella lettera la vita d’illuminata carità che Clara Maffei conduceva in villa: “Era l’angelo dei poverelli; visitava gli ammalati, i suoi prediletti poveri vecchi, portando a tutti quel conforto che rialza l’animo e ravviva la fede.„ E la stessa Maffei a un amico di Milano:

“La vita che qui conduco è proprio deliziosa. La passo fra il sole ed i fiori: m’occupo della casa che m’è tanto simpatica; dei miei lavori, della lettura, de’ miei scolari, amici, conoscenti; de’ miei poverelli che mi dànno gioja immensa e mi fanno assai più bene ch’io non possa farne ad essi. Dichiaro che nessuna visita mi fa tanto bene quanto quella a’ miei poverelli. Queste mi riposano, le altre spesso mi stancano. Sono un originale forse; ma sento così.„

Una bella scena di quella vita in campagna è resa in un’altra lettera della Maffei:

“Andrò anch’io nei quartieri d’inverno (si era sulla fine d’un ottobre), vi andrò lasciando con mestizia e profonda gratitudine questi luoghi che amo sempre più. Fra le tante mie simpatiche occupazioni, mi sono presa a insegnar a leggere il francese. Ho due scolari tanto assidui e intelligenti; una maestrina di diciott’anni e un giovinetto di dodici che l’anno scorso a caccia perdette la mano destra. Sono due buone e care creature. Facciamo anche delle letture italiane; ed or ora il ragazzo leggeva la visita di Renzo al Lazzaretto. La commozione lo costrinse a fermarsi.... e piangevamo tutti e tre, e anche di compiacenza. Era un semplice ma sincero omaggio a quel libro, vero Vangelo pel cuore e per l’intelletto.„

Anche a Clusone, alla sera, la contessa riceveva; ma per lo più persone dei luoghi. Non vi mancavano comiche macchiette, che divertivano quel fino canzonatore del Tenca.

Una giovinetta gentile, Velleda Ferretti, figlia della scrittrice Emilia Ferretti-Viola, teneva affettuosa compagnia alla contessa. “Velleda è la mia orgogliosa gioja,„ diceva la Maffei; e da lei si faceva leggere le riviste e i libri. Il più bel libro per lei era però sempre lo spettacolo della Natura.

“Il più bel libro è lo spettacolo della Natura nella sua contemplazione. L’anima vi sente proprio la celeste sua origine; perciò si innalza sempre più. Il soggiorno di Clusone mi fa sempre tanto bene allo spirito: poi, sola, posso darmi più esclusivamente a quelle occupazioni che soddisfanno e vi lasciano qualche cosa di buono nel vostro intimo.„

Nella calma campestre, allo spettacolo degli affetti domestici di tante povere famigliuole che soccorreva, Clara Maffei sentiva più che mai l’acuto rimpianto di non possedere una famiglia propria. L’amicizia è luce delle anime, ma la famiglia è l’aria necessaria in cui respirano. “Non illudetevi sull’isolamento degli affetti legittimi e domestici; nulla li sostituisce (scriveva la contessa a un giovane solitario). Nulla li sostituisce; ve lo dico io, che fui e sono circondata di tanta società, di non pochi veri amici, che tanto intensamente amai e trovai forti e forse eccezionali affezioni! Mi chiamano madre, sorella; ma, pur troppo, vi è sempre qualche cosa che vi avverte non essere che amorosi inganni e illusioni quei dolci nomi. L’amicizia è molto, ma non è tutto.„

Ella poi insisteva sulla necessità dell’indulgenza, e la raccomandava sempre, a voce e in iscritto; raccomandava l’amabilità, questa preziosa cartella di rendita che costa poco e rende assai; e dimostrava la necessità di occuparsi anche delle piccole difficoltà, delle minuzie della vita per renderla più agevole.

“.... Ella (allude a una signora del suo salotto) non conosce i modi di alleviare le piccole difficoltà: è sempre stata una delle cause de’ suoi dispiaceri. Il suo spirito superiore rifugge a certe transazioni ed occupazioni: eppure, la vera superiorità sta, parmi, nel saper tutto accettare; e il render facile e serena la vita è un dono divino, per ottenere il quale ci vogliono sforzi di volontà, la fede, e la coscienza che si deve farlo.„

In altre sue lettere, tutte quante elevate, si leggono questi pensieri su varii argomenti:

.... Come pochi bastano a gettare l’onta su molti! È perchè i molti sono buoni; ma buoni a nulla. La terribile verità è questa: manca quel tale coraggio civile di cui tutti parlano.

.... Se ognuno fosse francamente quello che è, molti ci guadagnerebbero; per lo meno i migliori. E per gli altri, forse, vi sarebbe più probabilità di ricondurli sulla retta via, perchè si scorgerebbero più chiaramente le loro tendenze, e non c’è anima che non ne abbia di buone. Alle volte, queste sono sopite anzichè sviluppate; e da ciò viene il male.

.... Nella vera e forte capacità di sentire, sta, io credo, in noi donne, tutta la nostra possibilità di fare e d’essere qualche cosa di bene per tutta la vita; o si è assolte nell’affetto, o si trova la generosità del perdono e della devozione; ma sempre coll’amore: da ciò deriva ogni nostra superiorità. Chi adempie a’ suoi doveri, per retta coscienza se si vuole, ma con una certa aridità, potrà non meritare mai rimproveri, essere fors’anche stimabile, ma esercitare qualche buona influenza giammai. Far l’elemosina, ma esercitare quella carità che ci lega d’amore a quelli che possiamo aver la fortuna d’alleviare.

.... La mia vita, grazie al Cielo, ha poche varietà, perchè ormai pochissimi sono i suoi scopi: godere nella dolcezza degli affetti e delle meste memorie, desiderare il bene sotto ogni aspetto, e trovare la pace nella moderazione dei desiderii, ed in fatto di felicità saper godere di quella degli altri.

.... Io non leggo libri di filosofia, ma sono a modo mio filosofa, tentando sempre di sopportare le sventure che Dio vuol darmi, e vincendo colla ragione tutte quelle che vorrebbe alle volte creare l’inquieta fantasia. In fatto di ideale, cerco d’avere il bene e non ciò che può contristarmi: cerco le dolci memorie, la dolcissima speranza a qualche aspirazione e la fede che Dio assecondi ed ajuti i buoni fermi propositi.

.... Il bene! Ecco una fonte di care gioje e di quelle che non svaniscono perchè ne è dolce anche il ricordo.

.... Il vivere del solo pensiero del mio benessere mi è insopportabile più assai che il soffrire; e diventerei odiosa a me stessa, s’io non sentissi la pietà, lo sgomento di perdere i miei cari e di non poter alleviare i loro patimenti.

.... Ebbi tali e sì lunghi sfinimenti da qualche tempo in qua, che proprio potevo scrivere poco. E poi sapete che allora mi prendono tutte le malinconie, e io mi sono prefissa di pensare il meno possibile sugli altri, e chiudere in me stessa lagrime e lamenti quando l’animo ne è pieno.

.... Scrivete, miei giovani: ve lo ripeto, scrivete. Ogni anno abbia i suoi studii, ogni giorno la sua occupazione, ogni pensiero la sua meta. Se per voi venissero i giorni dello sconforto e del dolore, come vi sarà dolce ricordare quei passati anni!

.... Quanti dolori in questa lunga vita umana! Misero colui che non l’accetta quale prova per un’altra, serena, e tutta pace ed amore!

.... Chi sa alzare il pensiero al disopra di questa povera terra, trova coraggio per ogni dura prova.

Al nipote Cesare Olmo mandava suggerimenti e consigli, sui quali altri giovani dovrebbero meditare:

.... Profitta dell’alacrità della giovinezza per prendere delle buone abitudini. S’io sono un tantino attiva come tu cortesemente mi dici, è perchè, figlia unica adorata ed adorando la mia Mamma, volevo sempre fare quanto ella faceva, e quell’intelligente, eletta Creatura era sempre occupata: si riposava nel baciarmi, nell’abbigliarmi, nel rendermi il meno mesta possibile, povera Mamma! Sia benedetta la santa sua memoria! Più le occupazioni sono serie, per necessità, positive, quasi aride, e più bisogna sollevare lo spirito ad altre sfere; altrimenti, Cesare, non avrai che delle materiali e però molto meschine soddisfazioni, e nelle lotte inevitabili della vita, non avrai nessuna di quelle forze che vengono dalla vera superiorità dell’animo: difficilmente trionferai, e la vittoria sarà lontana dall’appagarti come credevi. Tu dirai che sono una vecchia idealista. Non lo nego: lo sono, e ne benedico il Cielo, perchè così trovai sempre il coraggio e la pace. Sai però, anche, aver io dato la sua parte alle necessità positive: vi deve sempre essere equilibrio nelle proprie facoltà.

.... Làsciati sempre dominare dalla responsabilità del tuo animo. Moralmente, siamo quello che vogliamo essere. Non bisogna abbandonarsi al caso, ma tener la via retta e illuminata.

.... Stare coi buoni, ma non iscacciare i tristi quando possiamo credere d’essere loro d’ajuto a correggersi, e non aver mai lo scrupolo d’averli collo sdegnoso nostro abbandono precipitati nel male.

La contessa rimaneva a Clusone sino alla fine dell’autunno. I suoi amici più intimi andavano a visitarla anche là, e alcuni vi s’intrattenevano più settimane, Carlo Tenca vi soggiornava a lungo. Non mancò di andarvi ogni anno sino all’ultimo della sua vita, ben superiori, egli e l’amica, alle misere ciarle del mondo.

“Io volli almeno acquistare la completa indipendenza delle mie azioni e del mio vivere, e potermi dire: _io appartengo a me medesima_, e _solo_ io _voglio essere giudice del mio operare_. E vinsi, almeno, la schiavitù delle cose convenzionali. È a duro prezzo ch’io acquistai tale libertà; pure è qualche cosa anch’essa quando non si vuole usarla che pel bene.„

Così sentiva, così pensava questa donna, che resse il più celebre salotto italiano e fu una delle gentildonne più ossequiate e più geniali di questo secolo.

CAPITOLO XXI.

ULTIMI GIORNI DEL SALOTTO.

Fine di Andrea Maffei. — Suoi ultimi versi improvvisati. — Amici scomparsi. — Addio di Giuseppe Verdi alla contessa. — Disposizioni testamentarie e funerali di Clara Maffei. — Il suo monumento. — Epigrafi di Ruggero Bonghi.

Il salotto decade.

“La mia società va languendo e direi spegnendosi. Io lascio scorrere l’acqua per la sua china. Bisogna ricevere senza orgoglio e neppur senza troppa umiltà,„ aveva scritto, alcuni anni prima la Maffei a un’intima amica sua, alla signorina Maria Carcano, degna figlia di Giulio Carcano e di Giulia Fontana, anime gentili, unite in un sol nodo d’affetto, care alla contessa. — Ella si sente stanca, rifinita più che mai. Le perdite dolorose d’amiche e d’amici carissimi le riempiono il cuore di lagrime; e un velo di tristezza scende nel salotto, che crolla, non ostante cerchino di ravvivarlo alcune giovani briose, fiori delle rovine.

Muore una delle più intrinseche e affezionate compagne d’ideali di Clara, una delle anime più delicate: la contessa Gina Della Somaglia Greppi. Il 4 settembre dell’83, dopo lunga malattia, muore a Milano Carlo Tenca; e la contessa, senza lagrime, ma trangosciata, pallida come una larva, ne accompagna la salma al cimitero. L’anno dopo, a Lesa, sul lago Maggiore, muore Giulio Carcano, e il 27 novembre dell’85, a Milano, nell’albergo della _Bella Venezia_, dopo non lunga malattia, spira Andrea Maffei.

Appena Carlo Tenca cadde malato, la contessa sospese le serate musicali, consacrandosi alla cura dell’infermo, il quale dinanzi a una serie di sventure onde era stato negli ultimi anni colpito avea serbato stoica serenità, e, anche prossimo a morire, mostrava la calma imperturbabile d’un savio antico. Avea sortito vera tempra di filosofo, egli che, a proposito di certi indegni attacchi diceva a Clara: “Non sento offesa se non quando mi viene dalla mia coscienza: di quel che altri possa dire o pensare di me non mi curo affatto.„ Lavorò assiduo sempre, infaticabile, e senza chiasso. “Voi sapete, soggiungeva all’amica sua, ch’io amo l’operare modesto e produttivo, e aborro da tutto ciò che sa di spettacolo.„ Non si facea schiavo di rispetti umani: e il rispetto umano, che cos’è difatti, molte volte, se non una mancanza di rispetto verso noi stessi? — Nutrito del cibo degli Enciclopedisti, ei non era fra i _tementi dell’ira ventura_; ma al pari del Littré e d’altri sapienti increduli, rispettava la fede religiosa delle anime. “So che la fede religiosa è un gran balsamo (scriveva alla contessa credente). È un gran balsamo, lo so, e nessuno più di me la rispetta in quelli che ne hanno bisogno per alleviare i mali della vita e per tollerare le ingiustizie sociali.„

La contessa si recava ogni giorno in casa del Tenca (in quella casa, al N. 12 di via Andegari dov’egli vivea da tanti anni solo con una vecchia domestica) per prodigare all’infermo le sue cure affettuose, raccogliendo all’uopo tutto il coraggio di cui, dopo lunghe afflizioni, era ancora capace. Un riflesso di que’ giorni di pena ineffabile è rimasto in una lettera della contessa al nipote Cesare Olmo:

“Ora non ricevo che intimamente. Non ho lena morale per fare gli onori a delle brillanti _soirées_, e poi mi stancano molto e voglio tenere tutta la mia forza per conservarmi al caro mio sofferente. È un modello di virtù oggi, come è stato in ogni ora dell’operosa e tanto provata sua vita. Quando esco per andare da lui, quasi le gambe mi mancano; e mi sento turbata, timorosa al suo aspetto sempre calmo e quasi sereno. L’animo mio pure s’inspira al coraggio, a quelle speranze che Dio infonde in chi tutto tenta accettare, con terribili schianti ma con ferma rassegnazione. Pure sono assai misteriosi i suoi decreti! Un uomo così altamente buono soffrire tanto ed aver dovuto lottare tutta la vita! È molto considerato, è vero; e resterà d’onore ed esempio al paese e ad ognuno che lo conobbe intimamente. E questo non è un piccolo conforto per chi sente l’orgoglio dell’affetto!„

Andrea Maffei resse anch’egli con coraggio sino all’ultimo. Ricordo che, qualche settimana avanti d’ammalarsi a morte, venne a leggermi, colla sua voce piana e grave, dalle pause frequenti, una sua nuova poesia per una giovane e abilissima arpista dalle chiome innanellate, ch’egli avea condotto in casa della moglie. Si vedea che soffriva: la sua alta, elegante persona s’incurvava ancor più sotto un tetro pensiero; tuttavia egli non n’era turbato e si preparava ad abbandonare con serenità la vita che non gli era stata avara di sorrisi. Egli presentiva la fine, e non la celava agli intimi. Pochi giorni prima di morire, andò a visitare un suo vecchio amico, il dottor Andrea Verga, e si congedò da lui improvvisando questi versi:

Quando la Morte si farà vicina Del letto alla cortina, Tu ciò che il mondo ignora Deridi, e t’addormenta Nelle tenèbre che non hanno aurora.

Recitati questi versi, di scatto il vegliardo si alzò, disse al Verga _addio_, e scomparve. Alla sera, si recò al Teatro Fiando, allo spettacolo delle marionette, per trovarvi Ernesto Rossi, che gli avea dato ivi appuntamento. Poi si pose a letto dal quale non dovea levarsi mai più. Soffriva atrocemente, e al Verga andava dicendo con fioca voce: Finiscimi!

Morì nella bassa cameretta dove alloggiava da più anni, su un modesto lettuccio di ferro. La moglie non avea fatto a tempo di venire da Clusone per assistere gli ultimi momenti del marito. Pochi amici intimi stavano intorno a quel morente, che, d’un tratto, gettò indietro con forza la testa pallidissima, e spirò.

Gli furono celebrate esequie solenni. Al Cimitero monumentale, Gaetano Negri parlò dell’opera del traduttore celebrato, dinanzi a gran folla, che ben conosceva il nome di quel poeta e l’onda belliniana de’ suoi versi. La bara venne trasportata da Milano a Riva di Trento e, per cura della famiglia Lutti, fu sepolta in quel lembo d’Italia per il quale il Maffei avea un giorno composto un sonetto _irredentista_, non isfuggito al plauso di Benedetto Cairoli che volle il poeta fra i senatori del Regno d’Italia:

Italo non sarà questo ridente Suol che perpetua primavera abbella? L’onda di questo lido è differente Dall’itala di Sirmio onda sorella?

Itali non saranno il cor, la mente D’ogni nostro garzon, d’ogni donzella? Nè suona forse a chi parlar ci sente La melodia dell’itala favella?

E noi fratelli della madre istessa, D’un amor, d’un accento e d’un desìo, Noi dal suo grembo scompagnar si vuole?

No! fin che l’orma del tuo genio impressa Stampi, Italia, in noi pure, e fin che Dio A noi pur riconduca il tuo bel sole[11].

Agli ultimi di giugno dell’86, di sera, nel salotto regna uno squallore quasi sepolcrale. Pochi vengono a stringere la mano della contessa, immota nella sua poltrona e quasi annientata. I suoi occhi d’una profonda espressione di tristezza, girano qua e là in cerca di qualcuno. Il balconcino del salotto nereggia coperto dalle frondi di edera; sul pianoforte chiuso, fiammeggiano le ultime rose; e dalla via Manzoni salgono, intanto, i fragori delle carrozze e della gente, contrasto a quel cupo silenzio. Dei pochi amici intervenuti, nessuno parla; nessuno ha il coraggio di offendere con un tentativo di dialogo la quiete piena d’angoscia. Si comprende che mille visioni dolorose passano davanti agli occhi della donna che non si vede più d’intorno tanti amici carissimi, strappati alle sue conversazioni dalla morte. Forse ella ricorda le parole a lei dirette un giorno da Carlo Tenca: “È doloroso lo scomparire di coloro con cui si hanno avuti comuni pensieri, speranze, opere, vita! Quale solitudine ci si fa intorno!„ E forse rammenta quest’altre, pure di lui: “Le perdite che facciamo non ci toccano solamente negli affetti più cari; lasciano un vuoto nella società che non si riempie o si riempie male. La vecchia generazione porta con sè virtù e caratteri che vanno sempre più illanguidendo in quelle che le succedono; e chi è vissuto in altri tempi ed è rimasto fedele alle buone tradizioni che lo hanno educato si trova a disagio in questo ambiente sociale che ora ne circonda e nel quale diventa sempre più rara la nobiltà del sentire e dell’operare.„

La sera dopo, la contessa non occupa più il suo antico posto.... Colpita da meningite, giace in uno stato lagrimevole; non può più levarsi dal letto, e la malattia inesorabile di giorno in giorno s’aggrava. Alla porta di casa Maffei vengono a prendere notizie numerose persone, e lasciano la loro firma: da Paolo Ferrari, all’Ascoli, ad Arrigo Boito, ai primarii magistrati della città, pure frequentatori del salotto. Giuseppe Verdi vuol essere informato a ogni momento della malattia dell’amica amatissima; e, appena apprende che ormai non v’ha più alcuna speranza di salvezza, lascia affannoso Montecatini, dove s’era recato per la solita cura estiva, e arriva a Milano prima dell’alba; e a quell’ora fa aprire il portone della casa, sale precipitoso, e giunge appena a salutare per l’ultima volta colei che per tanti anni gli fu sorella. Nella stanza, avvolta nelle tristi penombre, si muovevano alcune figure di signore, intime amiche della contessa, che non l’aveano lasciata un istante. La poveretta non era ancora spirata. Si avvide ella della presenza di Verdi?... Qual gioja sarebbe stata per lei l’accorgersi che, nel momento supremo, era venuto Giuseppe Verdi, colui, del quale solea dire: “Egli ha santo il cuore, quanto altissima la mente!...„

Il 13 luglio 1886 fu l’ultimo della povera contessa.

Nel testamento, la Maffei ricordandosi dei poverelli del suo Clusone, lasciò ventimila lire per istituirvi e mantenere un asilo di carità per l’infanzia; e aggiunse: “Lascio alla maestra che custodirà l’asilo a Clusone la preghiera d’amare quelle povere creaturine e crescerle nella fede in Dio, nell’amore del bene.„

I suoi funerali furono semplici, quali ella li avea desiderati. Non molto numeroso corteo d’amici accompagnò la bara al tempio e all’ultima dimora nel Cimitero monumentale. Parecchi erano ai bagni, ai monti, ai laghi, in villeggiatura, e rimasero mortificati di non poter rendere un tributo d’onore alla salma della gentildonna carissima.

Il sole cadeva dietro ai cipressi, quando il feretro fu calato nella fossa “in piena terra„ com’ella avea prescritto nel testamento. A noi pareva che una parte della nostra vita disparisse con quella creatura, la quale, indovinando spesso gli altrui dolori, li consolava con parole profonde; e che tanto avea amato la patria e onorati i forti caratteri e i forti ingegni, facendo rifiorire nelle sue affollate adunanze l’antica ospitalità e gentilezza italiana; primo suo merito codesto, sua splendida corona. Tramontava con lei una cara luce. Ma il ricordo della sua bontà dura tuttavia, come il profumo d’un lento, ricco convoglio di fiori che sia appena passato.

La sera del 1.o luglio 1888, pochi amici si raccoglievano di nuovo nel Cimitero monumentale di Milano, davanti a un piccolo monumento. Il sole discendeva dietro una fila di cippi, di statue, di lapidi, e pareva donare il suo bacio a quel mesto segno di riverenza e d’affetto che si stava per inaugurare in memoria di Clara Maffei. Gli eredi, gli amici, gli estimatori della signora avevano riunito il loro obolo per erigere quel marmo, perenne omaggio all’estinta. È un monumento grazioso, scolpito da un giovane artista meridionale, Salvatore Pisani, che interpretò felicemente il comune pensiero. Consta d’una croce, e d’un angelo che accanto alla croce sparge fiori sulla tomba: la croce, simbolo della Fede da cui tanta forza la poveretta avea attinto ne’ suoi dolori; l’angelo, simbolo della bontà di lei. Uno degli amici, Emilio Bignami Sormani, quale segretario d’un’eletta di signore promotrici del monumento, pronunciò poche parole d’elogio della sepolta. Nessun altro discorso. Parlava abbastanza la mestizia dei volti delle signore, di tutti; parlavano abbastanza le epigrafi di Ruggero Bonghi scolpite sul sepolcro:

_Sulla fronte:_

A

CLARA MAFFEI

CHE NATA AD AMARE A COMPATIRE A PERDONARE PURE TROVÒ NELLA SUA DEVOZIONE ALLA PATRIA L’ENERGIA DELLO SDEGNO L’ARDIRE DELLA LOTTA E TUTTA ACCESA NEL DESIDERIO DEL BENE CUSTODÌ FINO ALL’ULTIMO IMMUTATI GLI ENTUSIASMI DELLA FEDE DELL’AMICIZIA DELLA PIETÀ LE AMICHE GLI AMICI LA EREDE CON MEMORE AFFETTO QUESTO RICORDO POSERO.

_Sul fianco:_

UNA SERENA PACE DIFFUSE INTORNO A SÈ MENTRE VISSE IN UNA PACE ETERNA L’HA RACCOLTA IDDIO —— NATA A BERGAMO CONTESSA CARRARA-SPINELLI A DÌ 13 MARZO 1814 ANDÒ SPOSA AL POETA ANDREA MAFFEI NELL’ANNO 1832 MORÌ A MILANO IL 13 LUGLIO 1886.

La contessa aveva lasciato nel testamento che “sulla croce in camposanto„ fossero scritte solo queste parole: _Implorate misericordia e pace all’anima di Clara Carrara Spinelli-Maffei_; ma gli amici credettero che un elogio era a lei ben dovuto. Si sparsero rose sulla tomba; si guardò ancora quel sepolcro, il quale chiudeva chi si vide intorno il fiore di due generazioni; e si disse l’ultimo addio. Il sole era scomparso: le tenebre della notte scendevano come veli funerei, come ombre d’oblìo sulla città dei morti; ma nei cuori restava una folla di luminose e incancellabili memorie.

CAPITOLO XXII.

CONCLUSIONE.

Le fonti di questo libro. — La _signora_ nella società moderna. — Ricordi storici. — Lettera inedita di Cesare Correnti. — Versi inediti d’Ippolito Nievo.

È finito questo libro?... Nol credo; non già pei numerosi documenti che reputo utile lasciare inediti e che senza arricchirlo, ingrosserebbero solo il volume, ma per le comunicazioni che altri forse mi faranno, e che attendo ed invoco a complemento del lavoro.

Nei dieci anni consecutivi ne’ quali frequentai il salotto Maffei, ebbi l’onore di conoscervi tutti i principali patriotti del periodo più memorando: dalla cortesia squisita dell’erede della contessa, dottor Cesare Olmo, che pubblicamente ringrazio, ebbi tutte le lettere, tutt’i documenti della rimpianta gentildonna, venuti in suo possesso; numerose altre carte da altri amici mi furono generosamente affidate: elette dame vennero pure gentilissime in mio ajuto colle loro comunicazioni, le quali illuminavano qualche momento della vita del salotto: giornali e libri autorevoli furono da me consultati, non senza però che io non sentissi il dovere di verificarne a uno a uno i dati coi ricordi vivi di persone vive, veri _documenti umani_: non risparmiai indagini e fatiche, per ordire coscienzioso una tela istoriata che si svolge mostrando a mano a mano le varie fasi per le quali il salotto Maffei è passato durante mezzo secolo: eppure, ciò non ostante, m’accorgo che forse e senza forse qualche cos’altro si deve aggiungere per compiere la tela, per dipingere il quadro in ogni punto.

L’interesse di questo libro non dovrebb’essere puramente regionale. Il salotto Maffei, si è visto, non fu lombardo, ma italiano; si fregia di nomi che come quelli del Manzoni, Verdi, Liszt, Balzac, sono celebri non solo in Italia e in Francia, ma in tutta Europa, in tutto il mondo. La sua storia non dev’essere obliata, mi sembra, in quella così vasta e agitata del risorgimento, nè in quella della vita sociale moderna, la quale accenna a cambiare carattere se pure non lo ha cambiato da qualche anno.

Nascerà mai più un salotto Maffei?... Il regno dei salotti è passato come il regno delle signore. La donna, la _signora_, che nel secolo scorso e in buona parte di questo, stese il suo scettro, e che nelle cospirazioni patriotiche spiegò le sue ostinate energie e i suoi fascini per affrettare il conseguimento dello scopo supremo, è oggimai rientrata nella penombra. Oggi ella non brilla più coll’uomo negli splendidi apostolati; e nessuno può ripetere: _Au bout de toute grande chose il y a une femme_; manca la donna, e manca la “grande cosa.„

La donna è un fiore ch’esala il suo profumo all’ombra: è vero; ma v’hanno epoche nella storia, in cui si combatte per un ideale, che il suo spirito creato per gl’ideali è ausilio prezioso, è l’ala che solleva, è l’iride che abbellisce la tempesta. Oggi, quasi ogni ideale è frantumato. Questa seconda metà del secolo (fu detto giustamente) è perciò l’opposto della prima. La consacrazione pura e disinteressata di tante anime grandi per il trionfo delle idee liberali; l’olocausto quasi allegro di vite fiorenti in nome d’una patria ch’esisteva solo nei sogni di solitarii pensatori e poeti, oggi sembra una bella favola d’un’epoca leggendaria: si combatte, sì, ancora, ma per altri principii e per altri istinti; non per l’idea poetica ma per la vivanda, non per il cuore ma per la borsa, non più con amore ma con odio. Certo le diseguaglianze sociali, talvolta tanto crudeli, specie nelle classi le quali gemono nella miseria vestita di penoso decoro, e che tacciono (le sole forse che tacciono!) meritano alfine giustizia; ma pure in mezzo alle gare di carità che fervono dappertutto, sentiamo qualche cosa che stride, che irrita, che divide gli uni dagli altri, che divide una classe dall’altra: non è più l’affettuosa fratellanza de’ giorni del pericolo, è il disaccordo; non è più la coesione, ma la disgregazione. Il teatro e la letteratura sono torbidi specchi di torbida vita. La Musa lasciava passare un giorno tutte le impurità per raccogliere le sole purezze; oggi è il contrario. Sono questi, ormai, fatti storici, caratteri del secolo che muore; — che muore con molta scienza; ma non è sublime, no; ed è fosco. Fra le cose belle che vanno travolte si notano appunto le consuetudini eleganti, di quell’eleganza, non puramente esteriore, da parata, da _turf_, ma l’eleganza intellettiva, spirituale, quasi innata che illeggiadrì la vita anche in Italia, in questa “dolce terra latina„ per ripetere la filiale carezza di Dante.

La socievolezza fine e colta della generazione passata non è apprezzata più, non è più capita dalla generazione presente, la quale va, corre, assordata da troppo fragore d’impetuosi movimenti per porgere l’orecchio a voci delicate e gentili. Si è tutti spinti, in verità, da una veemente forza centrifuga, che ci fa obbliare i santuarii tranquilli della ragione interiore, i nidi accoglienti, gli asili del pensiero più nobile e la grazia.

Forse questo libro farà ridestare con qualche palpito patriotico sopito, il desiderio di una vita più intellettualmente ornata e più alta?...

L’eleganza di buon genere accompagnò in tutte le fasi il salotto Maffei. L’abbiamo veduto sorgere coi poeti, coi musicisti, coi pittori di nobilissimi soggetti, in un’epoca in cui la patria scaldava il cuore di pochi. L’Italia allora si librava nella musica; ma ben presto altra musica, quella della mitraglia, la scosse. E allora vedemmo i frequentatori e gli amici del salotto correre alle barricate e ai campi di battaglia frammisti al popolo eroico, colla serenità e alcuni persino collo stesso abbigliamento col quale sarebbero volati a una festa. Come gli amabili Greci, di cui racconta Erodoto, i quali si profumavano i capelli prima di scagliarsi sul nemico; come que’ prodi di cui inneggia il Leopardi:

Parea ch’a danza e non a morte andasse Ciascun de’ vostri o a splendido convito;

così que’ valorosi correano lieti ed eleganti incontro ai cannoni. Mi narra un degno patriota, il quale nell’ultima delle Cinque Giornate, venendo dalla campagna, si cacciò, in mezzo al fuoco nemico, sino a Porta Tosa, che quando, fugato quello, questa si spalancò d’improvviso, gli comparve in cima a una barricata, tra la folla dei combattenti, fiera e superba visione, uno degli amici più gloriosi di casa Maffei, Luciano Manara, che colla sciabola in alto gridava _vittoria_; ed era vestito del panciotto bianco, cravatta bianca, calzoni neri, giubba nera, scarpini lucidi.... insomma da ballo! Su quella fronte creata per l’alloro, ardeva ancora la febbre del cimento disperato; in quella voce, che per più ore avea lanciati miracolosi comandi, fremeva il trionfo. Era l’uomo elegante e l’eroe.

Da quell’epoca di riscossa e di valore un nuovo elemento di vita si diffuse nella società, il sentimento patriotico: nelle vene dei nostri giovani corse un brivido nuovo. Ed è curioso il vedere da quali incanti essi furono attratti, dopo che l’Italia, prostrata a Novara, si trascinava, spasimando, quasi come un ferito sul campo di battaglia. Da un lato Mazzini, il più potente incantatore della fantasia; dall’altro, Camillo Cavour il più potente incantatore della ragione; e qui a Milano, o meglio, qui nel salotto Maffei, a poco a poco il primo perde il suo prestigio e l’altro lo accresce: il genio del primo è troppo assorto fra i bagliori dell’ideale per compiere l’azione; il genio dell’altro infrangibile, tagliente e limpido come il diamante, percorre la sua via e arriva alla meta. E in mezzo a queste due potenze, ne vediamo spuntare un’altra, ben diversa, inviataci da oltr’Alpi per sedurci: un principe di Absburgo, Massimiliano, agitato dalla vertigine d’un inane sogno d’impero. Ma i nostri non lo seguono: la libertà ch’egli promette sarebbe la parodia di quella cui si aspira.

Eppure Cavour temeva tanto il prestigio dell’arciduca che raccomandando agli amici del salotto Maffei la resistenza ad ogni costo, arrivò sino al punto da scriver loro queste testuali parole: “Ma fate metter Milano in istato d’assedio!...„

La signora del salotto Maffei, d’umore sempre eguale (virtù rara che le signore dei salotti devono possedere per reggerli) nei giorni aspri della lotta s’accende, opera e fa oprare. “L’amour de la patrie Italienne est sa vie entière;... (scriveva nella _Revue des Deux Mondes_ del ’60 Edgar Saveney.) Suivant le cours des évènements, elle brille d’un éclat fièvreux ou s’affaisse. Sa voix douce et sympathique vibre quand elle parle de l’Italie. Elle a une eloquence qui va au cœur.„ E così le altre signore del salotto: signore patriotiche (si noti bene) non politicanti. Quest’ultime sono la più antipatica degenerazione di quelle: vino diventato aceto. — Le signore di casa Maffei ebbero il merito di bandire una moda singolare nel bel mondo; la moda più nobile che sia stata mai ideata: quella del patriottismo, della lotta; così le altre signore erano costrette ad adottarla se non volevano essere tacciate di _cattivo gusto_. Nelle cospirazioni, a quale disciplina si sottoponeano volentieri e allegre; disciplina, schiavitù d’idee, di sentimenti, di parole, che dovevano essere _quelle_ e non altre. Volontaria schiavitù per la libertà!

Risorta l’Italia, la contessa Maffei ebbe l’orgoglio di vedere i suoi cospiratori più tenaci, i più eletti amici suoi toccare i fastigii del potere. Ma non tutti: qualcuno, come succede nelle mischie, venne trabalzato e confuso nelle file e lasciato a terra mentre gli altri capitani volavano innanzi. Dimenticato dalla gloria fu il povero Ferdinando De Lugo, uno dei più attivi preparatori delle Cinque Giornate, il quale finì negletto a Parigi; e chi oggi più lo ricorda?... Cesare Correnti ne scriveva un giorno all’afflitta contessa tristi parole: “Avevo in animo di far una corsa quest’autunno a Parigi, e speravo abbracciare il vecchio amico che mi fu, in momenti ardui, fido e sapiente consigliere, e per cui non ho potuto far nulla. Quanto ingegno, quanta nobiltà d’animo, e che fine umile e dolorosa! Sento dir qui che Lugo da più d’un anno non viveva, ma agonizzava, e lo credo. Lontano dagli amici, lontano da ogni cosa più diletta, lontano dalla patria risorta a vita novella, gli mancò prima della vita le consolazioni della vita. Rimpianti inutili, e quasi rimorsi. Avrei dovuto scrivergli spesso, sempre; ma mi pareva che sarebbe venuta un’occasione presto. Ecco ora la bella occasione! Noi siamo fatti così: aspettiamo qualche cosa, che ci ravvii a far quel che si dovrebbe. E viene la morte.

“Perdonate. Ho detto _noi_, e dovevo dir _io_.„

Ma sono le vittime inevitabili, pur troppo: la via del trionfo de’ popoli, come la via Appia, è seminata di tombe.

Incorruttibile come il mare in cui trovò tomba, poeta-umorista d’un riso che fa piangere, garibaldino che alle battaglie dell’indipendenza d’Italia si lanciò come al fulgor d’un ballo, Ippolito Nievo fu tra i molti che il salotto Maffei pianse estinti innanzi tempo, colui che avea sortito l’ingegno più elevato. Tanto ei s’accalorò per il _Crepuscolo_ di Carlo Tenca che volle intitolare _Crepuscolo_ una sua concitatissima ode inedita la quale comincia:

Tenebre e luce, secoli Di secoli ed istanti, Vizii e virtù, delirii Di gioja e angosce e pianti, Ecco la via. Se un aspide Ti fiede, o Madre, il piè, Se minaccioso un turbine Si spiega incontro a te,

Osa! — tra nembi e folgori Sorgi su l’alta via, E le mortali invidïe Schiaccia immortale o oblia! Al vero, al bello, al giusto Drizza tua meta e va: Lambi coll’ala i culmini, E incedi, o Umanità!

Nelle effusioni del canto, il poeta scordavasi la lima, che il Leopardi diceva già smarrita a’ suoi tempi; ma egli spazia securo per gli ampii orizzonti ai quali era nato. In _Crepuscolo_, segue l’umanità nella storia e finisce coll’impeto di chi muove a un assalto:

Avanti, avanti! — Tenebre?... Scïenza mai non muore. Vizii?... Lor germe il saggio Si strapperà dal cuore. Sventura?... In loro affinasi Ciò ch’è sublime e grande Tempo?... Il destin degli uomini Oltre ogni età si espande.

Osa, o gran Madre! — L’ultimo Verbo di quel destino Sulla ragion riverbera Uno splendor divino: “Un sol voler nell’anima Com’una è la virtù! In terra un solo popolo Come un sol Dio lassù!„

Infamia al pusillanime, Infamia a chi non crede! Feconda di miracoli L’Umanità che incede. A lei splendete, o Genii, Che nel pensier gigante Torreggiate sul retore Pigmeo sillogizzante!

Casa Maffei era il vero tempio dell’amicizia, di quest’amore senz’ali. La contessa viveva della medesima vita de’ suoi amici; e il lettore se ne sarà accorto da questo libro dal quale, si spera, la figura di lei esce nitida abbastanza per essere amata. La sua grazia “la grâce plus belle encore que la beauté„ per dirla con un maestro di grazia, il La Fontaine, risplende tuttora nella memoria dei più. Così potesse ella suscitare una gara d’emulatrici e far rifiorire il regno dei forti propositi e delle eleganti consuetudini, il cui strappo offende gli spiriti raffinati che ne deplorano la sparizione come d’una corda infranta alla lira umana.

FINE.

INDICE.

CAPITOLO I.

=La famiglia della Contessa.=

Carattere e influenza del salotto Maffei. — Nascita della Contessa. — Il conte poeta e pedagogista Giambattista Carrara-Spinelli. — In casa Litta. — I parenti della contessa Ottavia Carrara-Spinelli. — Poeti, poetesse, cardinali. — Un conte che spezza la sua corona. — Rivoluzionarii e ribelli in casa Gàmbara. — Un racconto di Balzac _Pag._ 1

CAPITOLO II.

=I fondatori del salotto.=

La prima amica. — Nozze della contessina Clara con Andrea Maffei. — A un ballo in casa Scotti. — Lutto. — Principii del salotto Maffei. — Tommaso Grossi e Massimo d’Azeglio. — Una poesia inedita del Grossi. — Francesco Hayez, i suoi racconti e i suoi quadri. — Chi gli forniva i soggetti? — Un Epigramma inedito di Andrea Maffei all’Hayez. — Relazioni degli artisti coi patrizii. — Giulio Carcano 10

CAPITOLO III.

=Uno sguardo agli altri salotti.=

Salotti italiani nel secolo XVI. — La contessa Gallerana-Bergamini. — Significato dei salotti francesi. — Salotti italiani nel Settecento. — Salotti politici a Milano. — Salotti letterarii e mondani a Venezia, a Milano, a Verona, a Bologna. — Salotti di Berlino e di Bruxelles. — Il teatro alla Scala e Stendhal. — Varie fasi del salotto Maffei. — Aurore patriottiche 22

CAPITOLO IV.

=Balzac.=

La contessa Fanny Sanseverino Porcìa. — Sue lettere, suo brio. — La contessa Bolognini nata Vimercati e la sua bambina Eugenia. — Balzac alla Scala: un ameno _qui pro quo_. — La poetessa dai riccioli d’oro. — Opuscoli milanesi in offesa e in difesa di Balzac. — Visita di Balzac ad Alessandro Manzoni. — Balzac e gli scultori Pompeo Marchesi e Puttinati. — Lavori di Balzac scritti o meditati a Milano. — Lettere di Balzac alla Maffei. — Confessione di Balzac alla signorina ***. — Dediche di Balzac 40

CAPITOLO V.

=Liszt.=

Francesco Liszt e Daniele Stern nel salotto. — Un salotto di madama D’Agoult. — I guanti gialli di Liszt. — Scritti di Liszt e di Daniele Stern sull’album della contessa Maffei. — Un romanzo d’amore. — Allegrie della Sand e di Liszt. — Una conversione. — Orazio Vernet. — Lettera di Filippo Filippi alla Maffei su Liszt. — Thalberg 63

CAPITOLO VI.

=Milano prima del 1848.=

Idee di Francesco I e idee di Metternich. — Un giudizio di Massimo d’Azeglio. — Incoronazione di Ferdinando I. — L’improvvisatore Bindocci. — La Ristori. — Un brindisi dell’Imperatore e un altro di Andrea Maffei. — Il pittore Molteni. — Musicisti della società elegante. — Rossini. — Mercadante. — Poesia patriottica del Rajberti. — La contessa Samoyloff e le sue eccentricità. — L’ispiratrice della _Sonnambula_. — Luciano Manara 73

CAPITOLO VII.

=Verdi.=

Lettera di Giuseppe Verdi. — Giuseppe Verdi e Giulio Carcano. — Loro discussioni su Shakespeare. — Pensieri di Giuseppe Verdi sul vero e sul fantastico. — Nella pace di Clusone. — Un’anima 90

CAPITOLO VIII.

=G. Prati — Niccolini — Giusti.=

Giovanni Prati e le sue ammiratrici. — Giovanni Torti. — Storia dell’ispiratrice di _Edmenegarda_. — Il cardinale conte Gaysruck. — Giuseppe Revere. — Il marchese Giuseppe Arconati Visconti. — Il tipo del _Marchese Colombi_ di Paolo Ferrari. — Giambattista Niccolini, la contessa Maffei e donna Rosa Poldi-Pezzoli nata Trivulzio. — Giuseppe Giusti in casa Manzoni, nel salotto Maffei e sul lago di Como. — Suoi terrori. — Una pagina della polizia segreta. — Carlo Cattaneo. — Enrico Cernuschi. — Abati galanti. — Felice Romani ed altri letterati 99

CAPITOLO IX.

=La separazione.=

Carlo Tenca. — Il conte Alessandro Porro. — La _Rivista Europea_. — Dove si preparò la rivoluzione del ’48. — La letteratura civile. — Andrea Maffei e Paride Zajotti. — Un grande amore. — Sonetto (inedito) di Carlo Tenca a Clara Maffei. — Giuseppe Ferrari. — Ultimi momenti d’un lombardo a Parigi. — Separazione di Clara e di Andrea Maffei. — Memorie della contessa. — La contessa Papadopoli nata Mosconi. — Vita nuova, salotto nuovo 125

CAPITOLO X.

=Nel Quarantotto.=

Le dame milanesi in casa Borromeo. — L’alta società austriaca a Milano. — La Essler. — Nel salotto Maffei cominciano due correnti di idee in conflitto. — Il marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga e il conte Cesare Giulini della Porta. — Cesare Correnti. — Agostino Bertani. — Eroi eleganti ed eroi religiosi. — Ancora Cernuschi. — Manara, Morosini, Carlo De Cristoforis e i due Dandolo. — La principessa Cristina Belgiojoso. — Clara Maffei e Mazzini 142

CAPITOLO XI.

=La lotta dei dieci anni.=

La parola d’ordine e il _Crepuscolo_. — Risoluzione di Mazzini. — Napoleone III e il conte Arese. — Visita di Tullo Massarani a Mazzini. — Decisione antimazziniana. — Emilio Visconti-Venosta e Camillo Cavour. — Arresto di Antonio Lazzati. — Un programma borgiano. — Il 6 febbrajo. — Fuga di Carlo De Cristoforis. — Processi di Mantova. — Un salvamento. — Giuseppe Finzi. — La contessa Maffei e la polizia 160

CAPITOLO XII.

=La lotta dei dieci anni.=

Primizie della politica di Camillo Cavour nel salotto. — La nuova politica di Vienna. — L’arciduca Massimiliano e la società milanese. — Duelli fra cittadini e ufficiali. — La contessa Maffei e altre dame nella lotta patriotica. — Vita gaja. — Il salotto si ravviva; nuovi frequentatori. — Scherzi satirici 191

CAPITOLO XIII.

=Al campo!=

I primi giorni del ’59. — Tumulti al Teatro alla Scala. — Tutti al campo! — Augusto Verga e altri giovanotti della società elegante. — Gaetano Negri. — La contessa Maffei e gli emigrati. — Morte e funerali di Emilio Dandolo. — Comico salvamento del conte Bargnani. — Giovanni ed Emilio Visconti-Venosta 212

CAPITOLO XIV.

=Milano libera.=

Le famiglie milanesi e i feriti di Magenta. — Ingresso di Vittorio Emanuele e di Napoleone III. — Scene grandiose. — Ufficiali francesi nel salotto Maffei. — Amici morti in battaglia. — I garibaldini nel salotto Maffei. — Ippolito Nievo. — Teleki. — Il ricevimento più memorabile della contessa Chiarina. — Giannina Milli e le sue improvvisazioni patriotiche 230

CAPITOLO XV.

=Il salotto nel ’59.=

Il primo carnevalone di Milano libera. — Ballo a Corte con Vittorio Emanuele e Camillo Cavour. — L’Olimpo femminile. — Feste in casa Beretta e in casa Trotti. — Nuovi visitatori del salotto Maffei. — Luisa Colet. — Ritorna Massimo d’Azeglio. — Pacifico Valussi e la _Perseveranza_. — Esortazioni di Cesare Correnti alla contessa Maffei. — Milano nuova 242

CAPITOLO XVI.

=Dopo il ’59.=

Nuovo carattere del salotto Maffei. — Ancora d’Ippolito Nievo. — Teobaldo Ciconi. — Aleardo Aleardi e la Maria de’ suoi canti. — Il maestro Gomes. — Arrigo Boito, Franco Faccio, Emilio Praga. — Mezzo secolo festeggiato. — La guerra nazionale del ’66. — Il cuore di Luigi Calamatta. — Nuovi eroismi. — Venezia libera. — Enrico Martin ed Ernesto Legouvé 250

CAPITOLO XVII.

=Manzoni e Verdi.=

Pensieri del Manzoni sulle donne innamorate, sui grandi poeti, sulla Religione, sulla Chiesa. — Ricordi di Enrichetta Blondel. — Sentimenti del Manzoni sulla propria casa paterna. — Donde trasse il tipo di don Abbondio e del dottor Azzeccagarbugli. — Incontro di Giuseppe Verdi con Alessandro Manzoni. — Emilio Broglio 267

CAPITOLO XVIII.

=La riconciliazione.=

Incontro curioso di Andrea Maffei colla moglie. — Storia d’un sonetto del Manzoni. — Andrea Maffei in pericolo di vita. — La contessa va a Firenze. — Nuove conoscenze: Paolo Mantegazza, Atto Vannucci, Francesco Dall’Ongaro. — Bianca Rebizzo: il suo salotto, i suoi casi, la sua carità. — Alessandro Manzoni visita la contessa Maffei. — Riconciliazione di Andrea Maffei colla moglie 284

CAPITOLO XIX.

=Nuovo periodo letterario e musicale.=

I. U. Tarchetti. — Achille Torelli. — Vittorio Betteloni. — L. Capranica. — Graziadio Ascoli e altri sapienti. — Giovanni Verga. — Scrittrici alla moda. — Una poetessa americana e il suo salotto. — Francesco Coppée e i suoi versi declamati da madame Doche. — Adelaide Tessero. — Teresa Stolz. — Antonio Bazzini e altri musicisti. — Serate musicali 298

CAPITOLO XX.

=Pensieri di Clara Maffei.=

Cultura della Contessa. — La sua carità. — I suoi scolari di Clusone e i suoi poverelli. — Suo concetto della famiglia, della società, della vita. — Suoi sentimenti religiosi. — Suoi consigli ai giovani. — Suo spirito d’indipendenza 311

CAPITOLO XXI.

=Ultimi giorni del salotto.=

Fine di Andrea Maffei. — Suoi ultimi versi improvvisati. — Amici scomparsi. — Addio di Giuseppe Verdi alla contessa. — Disposizioni testamentarie e funerali di Clara Maffei. — Il suo monumento. — Epigrafi di Ruggero Bonghi 321

CAPITOLO XXII.

=Conclusione.=

Le fonti di questo libro. — La _signora_ nella società moderna. — Ricordi storici. — Lettera inedita di Cesare Correnti. — Versi inediti d’Ippolito Nievo 332

NOTE:

[1] Su quel suo bocchino così bello e così grazioso, la lingua meneghina è color di rosa: ha un certo fare.... che so io? Non saprei neanche dirlo. — Scaldato in quest’idea, via! ho detto: facciamoci onore: scriviamo in milanese schietto, che è tutto sapore, un vero linguaggio di maliarde, pieno di fattucchierìe. — E ho scritto, ma sì: cuccù!... Questa lingua del mercato non mi par più quella che parlava Lei: è divenuta slavata e floscia; è tutt’altra cosa. — Però, vuol lei accomodarla? Presto fatto, signora Chiarina: basta soltanto passarla per quel suo caro bocchino, furbetto senza farne mostra, che pare una fragola. E a un tratto, la mi diventa monella, maliziosa, vispa, smagliante come una bella ragazza. Bella?... Non basta punto: la mi diventa _Lei_.

[2] Resisto pertinace.

[3] Nel 1787.

[4] Sa lei, signor Rossini, che cosa devo dirle?... Che questa povera donna malmenata, serva pezzente che perde gli sbrendoli, dopo che ne ha partorito una quantità, adesso d’omenoni ne fa proprio pochi; ma quei pochi, per la Madonna! sono ancora i figli della padrona!

[5] Il Serio bagna Clusone.

[6] Signora Chiarina, quando lei è lì seduta dentro la sua poltroncina, così accoccolata, con quella sua aria di stanca e rassegnata, come una che cova un profondo accoramento; non so, io penso a un’anima caduta per isbaglio giù dal cielo in questo mondo birbone, a qualche angioletto smarrito, fuori di strada, che sente il cruccio della sua carcere. Lei è un angioletto, so bene, bello, grazioso anche quando lei ride; non c’è alcuno che non lo dica. Ma via! quando ella è lì, smorta e senza voce, cogli occhi che cercano in alto, mi pare che proprio, in quel guardare, tutto cuore, pietoso, ci sia qualche cosa che disveli il paradiso. — (_Questo sonetto reca la data dell’autunno 1844_).

[7] Morì a Vienna nel 1884.

[8] V. le sue _Memorie_, pubblicate dall’imperatore Francesco Giuseppe nel 1867.

[9] Tristezza che fa nodo alla gola.

[10] Parole che lo stesso ingegnere Scola riferì al cavaliere Francesco Clerici, consigliere di Corte d’Appello di Milano, alla cui gentilezza devo queste notizie e la riconferma di altre, pure inedite, che qui seguono sul sommo scrittore.

[11] V. _Liriche_ di ANDREA MAFFEI (Firenze, Succ. Le Monnier), da cui furono riportati anche i sonetti alle pagine 15 e 121.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.