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Per buona fortuna egli poteva scacciare da sè i cupi fantasmi, e liberarsi da quel cilizio della memoria per essere il medico ben presente a sè stesso, quando doveva, lungo la via alpestre, scender dal legno per visitare i poderi e le frazioni di Comune dove, secondo le indicazioni dell’ufficiale sanitario, v’erano ammalati di tifo.

Dopo averne visitati parecchi, arrivò la sera stanchissimo a un’osteria con macelleria, e tre camere disponibili. Egli prese la più pulita. Aveva anche la luce elettrica, indizio di molto progresso nel luogo. Egli non sapeva peraltro dove posare i suoi panni: due seggioloni da barbiere erano appiccicosi e nerastri, il tappeto del tavolino pareva un turpe scialle della padrona idropica, che non si poteva muovere dal canto del focolare; e il cassettone era tutto ingombro di fichi, pere, mele, grappoli d’uva, ova affrittellate, fette di cocomero e fette di salame... di marmo! La macelleria mandava su un odorino di manzo sacrificato. Insomma non mancava nulla in quella camera benissimo illuminata, fuorchè l’acqua. Il dottore se ne fece portare un secchione pieno. Prima di coricarsi lasciò aperto uno spiraglio della finestra, e così ebbe tutta la notte aria pura, con inquietudine e freddo.

La mattina incominciarono molto per tempo a tonfare sulla scaletta di legno gli scarponi ferrati a ghiaccio, e gli zoccoletti. L’oste anatomico incominciò a battere la coltella sul ceppo.

Questo lieto rumore sollecitò il dottore ad uscir di casa che non s’erano ancora dileguate le ultime ombre notturne dal cielo pigro di dicembre. Ma era bel tempo: l’azzurro pareva cadere su i monti, tanto v’erano immersi: il sole era ancora al di là, ma quelle cime eccelse già lo vedevano, e lo salutavano con le loro nevi infuocate.

Uno spettacolo non meno superbo attendeva il dottore sulla piazzetta del municipio: quello delle autorità del Comune che l’aspettavano, con molti intorno, muti e immobili come i senatori romani in attesa dei Galli Senoni, e non si saziavano di guardarlo, pensando che egli era un’autorità del Governo venuta apposta per loro. Intanto il povero dottore tossiva molto, e il cuore gli palpitava come se in quei giorni gli fosse divenuto d’un peso enorme...

Nonostante per due settimane, quanto durò l’ispezione, si strapazzò e s’inquietò. Non ebbe intorno che sindaci, i quali, o erano rispettosi e docili contadini; o teste dure di Cesari, di tribuni, o di socialisti alteri del loro progresso mentale. C’entrava qualche volta anche il prete, custode amorevole della chiesa, ovvero un fanatico scontroso che portava la passione politica persino nel fumo dell’incenso, e nel suono delle campane. Ma la persona con cui talora il dottore doveva lottare più lungamente, era il segretario comunale, ben distinto, fra quelle plebi rurali, per l’abito civile, e la sua malizia pratica della legge. Egli era tomo, per esempio, di richiamare in vigore una consuetudine degli antichi Romani, opponendola a una legge del Governo non accetta al Comune, di cui egli era, in ogni simile congiuntura, l’intrigante abile, il diplomatico, l’oratore. Altro bravo atleta, in qualche altro luogo, era il maestro di scuola, cattedrante d’osteria, arca di scienza biologica e pedagogica. Egli portava dovunque l’odore progressista della sua pipa, non parlava il linguaggio comune, scriveva nel giornaletto del capoluogo usando i grecismi della rettorica e della scienza, e traeva dall’urna elettorale il favore della fortuna.

Il dottore diceva: «Se fossero selvaggi, io avrei con costoro la pazienza d’un missionario: invece è tutta gente, questa qui, benissimo illuminata, che riceve lettere affettuose dalla _Camera dei Deputati_, e che la pensa col suo giornale. Se non hanno convinzioni, hanno intenti, hanno idee che spesso esalano l’acquavite, ma sono idee. Non credono più all’eterna dannazione del loro spirito immortale, ma questo allarga le vedute della loro logica: bisogna ch’io li secondi.»

Invece contro il sotterfugio volpesco, contro la mediocrità ipocrita, ciarlona, avventava qualche volta delle parole che parevano scoppiare da una mitragliatrice, e allora li scontentava tutti, e tutti si sfogavano a dirne male.

Si trovava meglio ne’ luoghi più alpestri, abitati da poveri montanari, i quali erano ancora capaci di quella semplice e paziente rassegnazione simile alla mitezza con cui il camoscio o il capriolo soffrono su i greppi nudi la fame lunga, finchè rimangono flebile presa del cacciatore.

In quelle casupole nere, col tetto bianco di neve, esposte talora al precipizio della valanga, il lurido letto andava a toccare in fondo la bassa pietra del focolare preistorico. Ivi, intorno alla brace accesa, o a un cumulo di cenere, o a un abisso di fumo, s’accoglievano uomini dalla fronte solcata da mille stenti e fatiche, donne anemiche e strane, bambini sparuti, col colore di cimitero; o qualche vecchio ricurvo come un angolo ottuso, e che nondimeno sforzavasi a camminare come cammina un povero rospo sopravvissuto alla sassaiuola.

Di fuori il maiale sguazzava nell’abbondanza della fetida pozza.

Quanto meno avevano aiuto dall’uomo, e più lo imploravano quei miseri dalle croci, dalle madonne, e dai santi appiccicati a quelle muraglie bruciate.

In qualche luogo lontano da ogni parrocchia, avevano eretto, con sistema ciclopico, un’informe cappella sul ciglio della montagna, e colà un campano di vacca li chiamava la sera a pregare insieme, nel silenzio della neve crepuscolare.

Il dottore s’arrampicava agilmente su quelle rocce, su quei dirupi, esaminava dovunque, con moltissima cura, la qualità del terreno, e trovava nelle acque impure la causa micidiale: conveniva perciò derivarle da fonti e per condotti più profondi e salubri.

Questo scriveva, nella sua relazione finale, al prefetto Caccianemico, quando gli giunse il dispaccio seguente:

«Villapluvia, 20 dicembre 189...

«Piaccia a Vossignoria trovarsi domattina questa sede per cosa urgente che la riguarda.

_Il Prefetto_ TUMMISTUFETTI.»

Il dottore spedì la sua relazione al Caccianemico, ritornò quella sera stessa a Villapluvia col suo fedele Speranza, e la mattina dopo si presentò al comm. Tummistufetti.

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