Quella risposta piacque poco a don Raffaele che se ne dolse con la signora Pina, e maggiormente quando poi non se ne parlò più, cioè quando quelle belle promesse furono affatto dimenticate da donna Fausta.

Avendo dato ai suoi servi tutte le disposizioni occorrenti, donna Fausta, in segno di lutto, rimase invisibile tutto il giorno. La signora Emilia e il dottore poterono dunque parlarsi con tutta libertà in un salotto della locanda, all’ultimo piano, dove nessuno li udiva, perchè era affatto disabitato.

— Quante cose ho da domandarle, signora Emilia! — le disse il dottore, sedendole accanto, presso la stufa accesa — da quando lasciaron l’Italia, non ho saputo più nulla di loro, non ho saputo che la morte di donna Angioliera! e Maria? ma come mai il conte è venuto a morire qui?

— Perchè da tre anni viaggiava in cerca d’un clima che lo guarisse dalla tubercolosi...

— Oh! — sclamò il dottore — io lo supposi, con que’ suoi occhi di falsa santità e d’agonia, che egli covasse quel germe...

— È un germe ereditario nella sua famiglia — rispose la sora Emilia — l’avo, il padre, il fratello, morirono tutti tisici come lui verso i 60 anni: fu a Cadice, all’isole Canarie, in Egitto, a Arcachon, a S. Remo: l’estate scorsa venne qui al confine, in uno stabilimento famoso che si trova in mezzo a una grande foresta d’abeti: nel novembre peggiorò, e il medico proprietario, per allontanarlo, gli prescrisse di passare l’inverno a Catania, ma arrivati qui...

— Riposi in pace, riposi in pace — disse il dottore — E Maria? è maritata?

— No, è suora di carità da due anni.

— Come!...

— Sì, ora è in America, nello spedale di Cincinnati.

— Come mai?

— Eh... fu costretta!

— Da chi?

— Dalla sventura: ella visse come una straniera in quella famiglia Aquilegi, dove io non avrei potuto reggere, ma sua madre anche nell’agonia, quando non poteva più parlare perchè la congestione le impediva la lingua, pareva raccomandarmela guardandomi... guardandomi disperata... oh che agonia! che martirio! che orrendo distacco fu quello!

— Povera Angioliera! povera Angioliera! buona e santa! — sclamò il dottore — quante volte dopo la sua morte io pensai che Maria doveva essere infelice!...

— Lo fu infatti.

— Patì?...

— Oh patì ogni tormento! patì il rimprovero eterno, il malumore continuo, il terrore di tutti i giorni, le allusioni maligne che le restavano infitte come spine velenose nel cuore, e poi la tortura delle lezioni di donna Fausta!

— Che lezioni?...

— Di mandolino... finivano sempre in percosse e pianti!

— E colei mi stava vicina stanotte lì al letto del moribondo! — disse il dottore fremendo d’ira e d’affanno — aveva ragione d’odiarla, donna Angioliera, aveva ragione!

— E vede — riprese a dire la signora Emilia — arrivò al castello proprio appena spirata donna Angioliera: portò, mi ricordo, dei confetti alla bambina che la guardò diffidente e come stordita di vederla invece di sua madre. E da quel giorno incominciaron le tenebre. Il conte, per ogni più piccolo errore le diceva: maledetta bastarda! don Gastone godeva anche lui a farle dei dispetti, a picchiarla, inasprirla. Divenuto un forte tenente dei lancieri, era l’idolo della zia, l’orgoglio del padre che ritrovava in lui, in quella sua tempra dura e villana, il sangue dei vecchi feudatari di famiglia: ma intanto venne due sole volte a vedere suo padre quasi moribondo, e s’affrettò a lasciarlo con la massima indifferenza.

— Benissimo! così dimostrò anche al padre moribondo il sangue de’ suoi feroci antenati! — sclamò il dottore — mi maraviglio che Maria non morisse sotto que’ suoi carnefici!...

— Non morì — rispose dolcemente la signora Emilia — perchè Dio la destinava a esercitare la carità tra gli afflitti: soltanto verso i sedici anni fu presa da un male indefinibile, e pareva che proprio si avvicinasse alla morte: poi si riebbe, divenne più bella, più ardita, più allegra, cantava delle canzonette d’amore, e fu peggio...

— Peggio?...

— Sì, senta ancora: un giorno la pettinavo; donna Fausta, lì in piedi, la guardava invidiosa, con un sogghigno da strega: Maria mi disse di pettinarla alla moda. «Come siete vana con le vostre pettinature di moda! — disse donna Fausta — non vi dovreste poi tanto tenere di cotesti vostri capelli neri: voi sola li avete neri in casa Aquilegi: vostra madre deve aver fatto qualche sciocchezza.»

— Oh aspide maledetto! — sclamò il dottore — e Maria che disse?

— Non rispose, e io seguitai a pettinarla. Dopo poco, donna Fausta tornò a dire con una voce lenta e sommessa: «dovete avere del sangue plebeo nelle vene.»... «È un’infamia!» gridò Maria «un’infamia senza ragione!» gridava ancora, mentre donna Fausta le percuoteva le spalle nude col pettine dai denti di ferro.

— Quale perversità — sclamò il dottore balzando in piedi — che lotta atroce, che lotta d’una povera creatura sola, buona, innocente e senza difesa contro tutto lo stupido, abietto, ma così potente genio del male! Oh donna Fausta maledetta! Tu offendesti la più santa, la migliore delle madri, e provasti diletto a straziarne l’innocente figliuola! Perchè non posso infliggere i flagelli della mia ira nelle tue carni! perchè non ti posso calpestare come una serpe, o almeno dirti in viso quanto sei vile, abbominevole, scellerata!

— Se ne guardi bene!...

— Oh non dubiti! non dubiti! come potrei?... con quale diritto?...

— Si calmi, signor dottore.

— Sono indignato.

— Lo credo, e mi pento d’averle detto troppo: ma io glie l’ho detto perchè capisse quale aureola di santa e di martire s’è meritata Maria, e perchè sapesse alcuni dei motivi che la condussero a prendere il velo...

— Alcuni?... ce ne fu dunque qualche altro? amò forse?

— Sì, il fratello d’una sua amica, e l’avrebbe sposata, ma pretendeva una dote, che il conte gli rifiutò, e andò a monte tutto. Può figurarsi quel che sofferse Maria, dopo aver creduto che quel giovane l’avrebbe tolta da quell’inferno! Il suo pianto era una frenesia di dolore. Me la vedevo comparire la notte in camera come un’ombra, e mi abbracciava, e mi diceva, piangendo: «Emilia, non ho nessuno; non ho parenti, non ho amici; non ho che te: ma domani anche tu puoi lasciarmi, e io non ci posso più vivere in questa casa!» E dopo quelle notti deste nell’angoscia, passava i giorni a meditare in silenzio tutta l’amarezza del suo destino, e appassiva di quell’appassimento da cui le fanciulle non risorgono più; impallidiva, si consumava, la grazia, la gioventù, la bellezza, le sfiorivano come doni che le fossero stati accordati invano, ed ella se n’accorgeva...

— Povero fiore sopravvissuto alla sua primavera! — sclamò il dottore quasi piangendo.

— Pur d’emanciparsi — continuò la signora Emilia — ella sarebbe ricorsa anche al lavoro servile, ma l’orgoglio della casa vi s’opponeva. Il cuore le si chiuse ad ogni speranza, ad ogni dolcezza, e ricorse a Dio. Sentiva una gran pietà per i bambini orfani, per i poveri, per le donne abbandonate, le donne sole, per tutti gl’infelici... E un giorno passò la soglia d’un convento di suore, e così s’allontanò per sempre dalla casa Aquilegi.

— Capisco — disse il dottore — non aveva altra via, fuorchè la via della perdizione e della disperazione: scelse quella del chiostro... E non l’ha più riveduta?

— Sì, la rividi nel parlatorio del convento, dopo l’anno del noviziato. Non pareva più lei. Aveva già preso l’abito, le avevano tagliato i capelli; i suoi occhi neri erano ancora uno splendore, ma, sotto il velo bianco che le fasciava la fronte, non guardavano più come prima: tutto era in lei contenuto, la voce, i moti, gli sguardi, dalla coscienza di non essere che un’umile suora di carità... E mi disse d’essere tanto felice! tanto contenta!... La rividi poi un’altra volta, la vigilia della sua partenza per l’America, ma solo per un momento, perchè io non ero sola: il conte e donna Fausta erano voluti venire anche loro a dirle addio. Maria lo riseppe, e non ci fece passare. Si presentò un momento alla grata, e disse: «Addio, pregherò per l’anima vostra, ma dimenticatemi come se io non fossi mai nata; come se io fossi morta». E sparì: ma io sentii ancora la sua voce piangente chiamarmi indietro: Emilia! Emilia! Corsi alla grata, ma ella più non v’apparve.

— E non l’ha più riveduta?

— No, ma mi scrive che è felice. Nell’ultima lettera mi scriveva: «Come son felice di sentirmi trasportata sempre per tutti da sentimenti buoni e pietosi! anche per chi m’affligge! anche per chi m’offende!...»

— In queste parole — rispose sospirando il dottore — parla Gesù Cristo, il sublime ispiratore della bontà, ma vi parla anche la sincerità di Maria: dunque v’è ancora chi l’offende, v’è ancora chi la tormenta! Oh alla pace del chiostro io non ci credo! e se io ripenso a qualche suora veduta negli ospedali, io temo che Maria, sotto la placida apparenza della monaca rassegnata, abbia ancora a soffrire il martirio... sì il martirio di chi è chiuso, con persone odiose, in un carcere senza uscita, senza un conforto e senza un affetto!

— Non lo creda, signor dottore: gli affanni per parte delle persone o vicine o lontane, non ci mancano mai: ma a Maria il conforto non mancherà perchè è pura e credente.

— Sì — rispose il dottore — ella ebbe la forza di salire lassù fino all’estremo vertice dell’affanno, e vi trovò l’unico sollievo degl’infelici: la fede; meglio così.

— Non ho altro da dirle, signor dottore.

— Io la ringrazio, signora Emilia, per tutto il bene che ha fatto alla figliuola della mia povera amica. Nell’atroce pugna del mondo dove, in certi momenti, sembra tutto un gran diluvio di mali, una bassezza di fango; è consolante che esista in alcuno una bontà sincera, una bontà come la sua ma è deplorevole che lei così buona sia ancora costretta a vivere con quella donna malefica.

— No, non viviamo insieme; quando Maria partì per l’America, io lasciai casa Aquilegi perchè il mio còmpito era finito. Questo settembre fui chiamata da donna Fausta ad assistere suo fratello. Ella lo seguiva ne’ suoi viaggi, ma lasciava alle infermiere la cura diurna e notturna dell’assistenza: esse, con quell’infermo esigentissimo, non reggevano a tanta fatica, e si licenziavano. Anche ultimamente donna Fausta era rimasta sola, ed era stanca, disperata, annoiata. Io ho pure degli obblighi verso casa Aquilegi; ne ricevo anche una piccola pensione... perciò superai la mia ripugnanza, e venni ad assistere il conte.

— Quale sublime pazienza! — sclamò il dottore.

— No, no, è una cosa semplicissima; è uno scopo della vita anche questo: ormai che cosa posso fare nel mondo? ma non rimarrò di certo con donna Fausta; ora ci separeremo di nuovo, e per sempre.

— Meglio così, e in ogni occorrenza, signora Emilia, si ricordi che ha in me un amico...

— E io per darle una prova di quanto la stimo, le voglio dare un ricordo di Maria — ella disse alzandosi — vado a prenderlo.

Era l’_Imitazione di Cristo_.

Il dottore prese quel libro dalle mani della signora Emilia, l’aprì e gli caddero sotto gli occhi queste parole, indicate da un segno:

«Non costa nulla il disprezzare l’umana consolazione, quando si ha la divina. Ma è grande, anzi grandissima cosa, il potere stare senza l’umana e la divina consolazione, e il volere, per onor di Dio, soffrire di buona voglia la solitudine del cuore.»

— Ed ella la soffrirà per tutta la vita! — disse il dottore — ma sarebbe stato peggio un compagno depravato, che l’avesse corrotta, e depressa in tutte le sue più alte aspirazioni... Oh tragedia dell’anima! E ora un’ultima domanda, signora Emilia: Maria, vestendo l’abito religioso, mutò anche il nome, non è vero?... Come si chiama ora?...

— Suor Angioliera.

In quel nome il dottore vide quasi l’immagine di due anime insieme unite: ma quanto diversa la loro vita! quanto diverso il loro destino!...

Si premè gli occhi piangenti, e strinse la mano della signora.

PARTE QUINTA.

Ritorno e partenza.