Il giorno dopo il dottore e il Barucca fecero colazione insieme. Poi, verso il tocco il dottore e il Barucca, portando seco due sciabole bene affilate e di perfetta misura, avvolte in un panno verde, entrarono quasi furtivamente in una carrozza chiusa che li aspettava.
La carrozza percorse le vie rumorose e lunghe dove, fra la folla varia, è sì frequente anc’oggi la comparsa di preti, frati e seminaristi d’ogni colore, e uscì fuor di Roma. È lì ancora a due passi, Roma, ricinta dalle antiche mura aureliane, sormontata, nel deserto, dalla cupola di S. Pietro; e nondimeno, appena passata la porta, sembra già sì lontana, dinanzi a quella solitudine vasta e improvvisa della campagna. Par d’inoltrarsi nel cimitero più memorabile e più tragico della storia, che ivi tiene come sospesi e raccolti tutti i suoi echi.
Il Barucca era allegro. Sebbene sapesse da quello che aveva detto il conte Aquilegi nel convegno dei testimoni, che l’uno o l’altro dei due campioni doveva restar sul terreno, nondimeno s’era trovato in tanti duelli, aveva visto nel ’59 tanti morti e tanti feriti sparsi pei campi di Lombardia come una sacra sementa, da cui doveva sorgere la nostra libertà sì intemerata e gloriosa; che lui non dava importanza a quel duelluccio di due borghesi. Ormai anche il Barucca era un oscuro borghese, ma per lui non c’era di veramente serio che l’assoluta, inevitabile esigenza del dovere militare. Egli dunque a quando a quando cantarellava:
La stagion delle morette È l’aprile, il maggio e il giugno.
— E delle bionde? — gli domandò il dottore.
— Tutto l’anno!
Il dottore guardò fuori per la campagna: era grande e tetra. Dalla parte buia del mare vedevasi come un continuo elevarsi e percuotere d’onde lucenti: un forte vento di marzo tribolava le erbe, faceva bisbigliare le siepi, squassava, in cima alle collinette verdi, i foschi ombrelli dei pini, e cacciava a nubi la polvere dei sepolcri per quel deserto muto e ondeggiante: le lunghe linee spezzate degli acquedotti parevano un disastro.
Dietro la carrozza galoppavano due cavalli.
— Ferma — disse il dottore al cocchiere.
Il capitano Giustini, impedito di venir prima dal suo servizio in caserma, scese da cavallo, lo lasciò al soldato, e salì in carrozza tutto polveroso, salutando gli amici. La carrozza riprese la corsa per quella strada sì lunga che pareva portare ai confini dell’impero romano.
— Questo ventaccio non è punto favorevole allo scontro — disse il Giustini di malumore.
— Se non ci fosse il vento — gli rispose il dottore — ci sarebbe la pioggia con questi nuvoloni neri che vanno attorno pel cielo come anime disperate: ringraziamo dunque chi ce lo manda il vento, e speriamo che il mio colpo non vada al vento, come tante altre cose.
— Non anderà, se gli misura bene il mio colpo — disse il Barucca.
— Sì sì, non uscirà vivo dalle mie mani! — rispose il dottore sentendo in sè ribollire l’ira.
— Siamo arrivati — disse il capitano. — Siamo in orario — soggiunse dopo aver guardato l’orologio; e additò una carrozza ferma là sulla strada, presso il limite d’una macchia.
Scesero a una cappella rustica che aveva sul povero altare, davanti un antichissimo crocifisso, alcuni mazzi di fiori appassiti. Lasciarono qui la carrozza insieme con l’altra, e si misero su per un bosco di querci, a cui il vento strappava le ultime foglie secche e volanti.
Non andarono molto innanzi che scorsero, sulla cima d’un poggio, tra gli scheletri nudi delle querci, il marchese di Mascarpone, il conte Aquilegi, l’avvocato di San Secondo, e un altro signore che era il chirurgo. Essi vennero subito ad incontrarli, serissimi, e tutt’e quattro col sigaro in bocca.
Dopo una levata di cappello reciproca, procederono tutti nella medesima direzione, in silenzio.
I quattro padrini e il medico s’affrettarono innanzi per cercare uno spazio piano, possibilmente riparato dal vento e meno ingombro di foglie.
I due avversari si sogguardavano a quando a quando.
Il marchese di Mascarpone voleva conoscere dal viso, dal contegno, dall’andatura; il valore, la forza, il pensiero del suo nemico, e si augurava di trionfarne con un buon colpo mortale.
«Se posso, ti riposo per sempre» egli diceva tra sè, vibrando le dure mascelle.
«Bello scheletro per un gabinetto d’anatomia!» pensava intanto il dottore «Ma che ne sarà di me fra mezz’ora? L’avrò io la gloria d’essere un omicida?... Non la voglio. L’inquietudine del rimorso, la giustizia del tribunale, le testimonianze bugiarde di tutte le false gentildonne e gentiluomini di casa Gobbetta, tutto questo sarebbe per me un’odiosa subordinazione agli uomini disonesti e alla mia coscienza, mia accusatrice spietata; tutto questo sarebbe per me più orribile della morte. La giustizia è ora qui affidata al mio braccio, ma io non ne abuserò: io risparmierò ai vivi, ai prodi, questa cima di farabutto.»
I padrini, guardando dall’alto dei poggi, scorsero finalmente un sentiero piano, abbastanza spazioso e riparato dal vento, sotto un dirupo, tra virgulti e rovi sfrondati.
Si raccolsero tutti laggiù in quell’ombra umida e triste.
Il dì declinava, e il sole, come un’immensa e luminosa tela di ragno, spandeva nel bosco il rossore della sua ruota sanguigna: occorreva affrettarsi.
Il conte Aquilegi, come superiore d’età, fu nominato direttore della pugna. I due si tolsero l’abito, si nudarono il petto, le braccia, e andaron di fronte, ciascuno ai due limiti opposti, segnati all’azione... Non si salutarono, salutarono solo i padrini: poi rimasero con la sciabola in linea e l’occhio fisso. Quell’aura cruda di marzo scrosciava tra le foglie come un furore di riso, e faceva oscillare la punta delle sciabole...
— Avanti, signori! — gridò il conte Aquilegi con la sciabola sguainata.
Si vennero incontro in mezzo al silenzio degli astanti. Il dottore, che sapeva con quali ingiurie avesse risposto alla provocazione del marchese, s’aspettava di vederselo piombare addosso con un gran fendente di testa, o colpo di punta. Invece il marchese era freddissimo: smorto come un cadavere, con gli occhi mobilissimi ed esprimenti un’attenzione paurosa e feroce, non s’avventurava all’offesa, indietreggiava, parava le botte strettamente, abilmente, e sì frettoloso che i suoi moti, più che cavallereschi, eran grotteschi. E indietreggiando sempre, l’impetuoso dottore lo respingeva sempre al di là del varco prescritto al combattimento.
— Avanti, signori! — doveva ripetere a ogni nuovo assalto il conte Aquilegi: e vedendo che il suo amico non si risolveva ancora ad assalire e finire il dottore:
«Che vigliacco! che vigliacco!» mormorava tra sè, e avrebbe voluto assalirlo e finirlo lui.
«Che stupido d’un borghese!» pensava il sergente Barucca: «ha slancio, ma manca assolutamente di buon senso: vibra sempre quei colpi al braccio, sopra, in dentro, di fianco: il marchese li para sempre benissimo, non vuole scoprirsi, e così non si finisce mai: ma dagli giù una buona _puntata di filo_, come io t’ho insegnato, e mandalo fuor di combattimento, prima che lui ti mandi!»
L’avvocato di San Secondo rinforcava le lenti impazientemente su quel suo nasetto da sparviere legale, ma il capitano Giustini, rubicondo e grosso com’era, aveva un cuore ottimo e onesto. Trepidava per il suo amico, ne capiva l’intento, e fidandosi poco del direttore Aquilegi, accompagnava con gli occhi ogni moto, ogni passo, ogni anelito quasi dei combattenti, per arrestarli non appena l’uno o l’altro fosse rimasto _toccato_.
Finalmente, al dodicesimo assalto, il dottore, stanco di quel continuo attaccare e incalzare, vibrò impaziente, per finirla, il colpo infallibile del Barucca; e gliene balenò uno a lui sulla fronte, rapido come una beccata di falco, ma in parte sviato da una _parata di sesta_, senza la quale il marchese gli avrebbe spaccato il cranio... Il sangue gli corse come un ruscello sugli occhi abbagliati: il capitano Giustini si slanciò in mezzo ad arrestare il marchese, ed il Barucca e il medico accorsero a sostenere il ferito che vacillava, cercando un sostegno.