Rincasò che suonavano le sette ai due orologi di Villapluvia, e gli pareva già un secolo ch’era incominciato a far notte.

Salì al buio le scale di legno, e aperto l’uscio, cercò a tastoni i fiammiferi e il candeliere, che la serva s’era scordata di lasciargli al solito posto.

Acceso il candeliere, l’alzò a portata del viso, guardò intorno, e il disordine che scoprì in quella sala gli parve anche più brutto, a quel debole lume della candela incontro alla notte, che annerava i vetri delle finestre.

Tre finestre piccole, ottuse; quattro grandi usci neri, pesanti e carichi di ferrami; il soffitto basso, orribilmente dipinto a stampino con figure geometriche come quadrati, losanghe e stelle di mare ad angoli acuti; quella sala spirava la goffaggine d’una vecchia canonica, o d’una foresteria di villaggio. Dal centro del soffitto pendeva un rampino di ferro per la lampada che non c’era; l’orologio alla parete era fermo perchè nessuno si curava di caricarlo. Un monte di biancheria, che aspettava d’essere stirata e riposta, giaceva su un canapè, mista a panni di lana, su i quali, arrotondato come una chioccioletta, se ne stava un bel gatto rosso, a cui il dottore aveva messo nome Camuffi. Con quell’aria beata e beffarda che assume talora il mostaccio del gatto, e anche dell’uomo quando sta bene, Camuffi guardava a occhi socchiusi il dottore, che mandava le più eloquenti maledizioni alla serva anarchica.

Invero pareva passata da quella sala la furia di Tesifone, o di Megera.

Sedie, stampe, fotografie riproducenti qualche capolavoro di pittura, scultura, o cari visi di grata o malinconica rimembranza, tutto era fuor del suo posto.

La serva, per uno di quegl’impeti di zelo furibondo da cui era presa due o tre volte all’anno, aveva pensato quella sera di ripulir bene la sala; ma per l’appunto era aspettata, a una cert’ora, dall’amoroso in una di quelle asfissianti osterie di Villapluvia, dove, al suono perverso d’un organetto, le serve sentimentali e procaci s’abbandonan sì volontieri a ballare con gli operai e con i soldati. Ella dunque, tra lo zelo della pulizia, lo spirito anarchico da cui ella pure era invasa, e l’ansietà dell’amore, aveva menato su quei poveri mobili il cencio da spolverare come un flagello rivoluzionario, li aveva mossi a destra, torti a sinistra, ammassati in un luogo, capovolti in un altro, e poi era corsa via, smemorata, al buio, lasciando come un’impronta di convulsione violenta in tutta quell’orrida sala.

Il dottore, che era un desideroso dell’eleganza e dell’armonia, incominciò col dare un maledetto ceffone a Camuffi che fuggì, e incappato nel cane, questo lo addentò per la cuticagna, e prese a strascicarlo qua e là come un gatto morto: gioco che piaceva a Camuffi, e però se lo lasciava fare.

Il dottore sorrise a quell’innocente brio delle bestie, si calmò alquanto, e si mise a raddrizzare quei mobili, e rimetterli al loro posto, togliendoli da quella specie di contrasto, o d’_odio di classe_, che pareva insorto fra loro. Quella faccenda servì a distrarlo, e a fargli scuoprire nuovi rapporti d’armonia tra le cose; ma poi, aperto uno di quegli usci per andarsene in camera, una ventata, quasi l’aspettasse lì sulla soglia, gli spense il lume.

La serva anarchica e innamorata gli aveva lasciato le finestre aperte come d’estate; quindi nella camera c’era un frescolino di paradiso, oltre l’umidità della neve e del fiume, che s’udiva scorrere nella valle.

Tutte cose che non sarebbero successe, dirà l’accorta lettrice, se non fosse mancata a quella casa l’amorevole provvidenza d’una moglie casta e fedele.

Verissimo: il dottore era pervenuto ai suoi cinquantasei anni senza le soavità palesi e ignorate che procura sempre il dolce legame di due teneri cuori concordi nell’amorosa pace, e nella santa fede matrimoniale. Non s’era neppur curato di affezionare stabilmente alla propria casa, per esempio, una brava cuoca, possibilmente grassa e formosa. Aveva la fisima che una simile convivenza comunicasse come un odor prosaico di cucina, un basso colore canonicale alla sua vita di scapolo indipendente, e vittima (benchè prossimo alla vecchiezza) di quel sincero spirito di poesia, che l’aveva sempre diretto o sviato, e reso incapace d’accomodarsi volentieri alle falsità e volgarità d’ogni giorno. Uomo di poca fede, egli credeva quasi impossibili nelle serve quelle virtù solide e sincere, che non sempre hanno le padrone, ma che le padrone, a buon conto, esigono dalla serva, per esser servite bene. Certe amare vicende della sua fanciullezza, orbata dell’affetto materno, gli avevano troppo presto mostrato a che si riduce infine la bontà femminile, o diciamo delle serve. Quei ricordi infantili accrescevano questa sua diffidenza, che egli stesso riconosceva soverchia, e anche ingiusta talora, ma dalla quale non poteva mai astrarre il suo giudizio su tali donne, perchè, a confronto di quanto è loro ispirato dalla malizia e dalla forza impulsiva dei loro istinti, le giudicava troppo scarse d’intendimento, di coscienza e di riflessione. Anelanti d’avere anche loro una casa propria dove spadroneggiare, e inasprite invece dalla dura necessità di dover servire e obbedire nelle case degli altri; esse mirano naturalmente, per quell’istinto di dominazione che è in ogni donna, ad avvolgere l’uomo solo nel vincolo delle loro attrattive muliebri, se ne hanno; e in qualunque modo a sottoporlo a una tutela domestica che poi si cambia in arrogante e scaltra soverchieria. Il dottore s’era sempre ribellato a questa pretesa servile e donnesca, non volendo sacrificare a nessuno, e tanto meno a esseri subordinati, pericolosi o, per lo meno, sospetti, il suo assoluto bisogno d’indipendenza. Non esigeva da quelle povere donne cose perfette, nè straordinarie, ma non poteva tollerare che esse corrispondessero, come più volte aveva sperimentato, odio permaloso al suo giusto rigore, menzogna, intrigo, abuso confidenziale, e ingratitudine villana alla sua tollerante bontà.

Ultimamente poi era avvenuto un caso. Una notte la bella Diana non potè aprire così adagino l’uscio di casa a un suo amabile pastorello (un pastorello calzolaio, a cui ella dava anche la roba non sua), che Speranza, abbaiando, non avvertisse il padrone di quei notturni misteri. Da quella volta il dottore teneva la serva soltanto per le faccende diurne, e la notte era solo.

Un uomo di così poca fede provava quasi una superba voluttà nel suo isolamento, e nella certezza, quale ora gli pareva di avere, che nessuna insidia si tramava la notte vicino al suo capezzale; ma anche questo ripiego di sicurezza e di libertà aveva i suoi bellissimi inconvenienti, come s’è visto. E poi nel caso di qualche male improvviso, a chi domandar soccorso?... al cane Speranza forse, al gatto Camuffi?...

A questo non ci pensava: amava e stimava quegli animali, perchè, quanto a Camuffi, era un po’ ipocrita, ladro, egoista, ma a paragone dei ladri, degli egoisti e degli ipocriti umani, pareva un innocente tortorello, al dottore; Speranza era sincero sempre, e ambedue poi facevano il proprio dovere, senza che loro venisse imposto, o insegnato. Soltanto Camuffi, in certe stagioni, era come se una tromba lo chiamasse a prestar servizio: abbandonava la casa, e talora ne rimaneva assente sì a lungo, da far temere che qualche buon gustaio del genere non se lo fosse mangiato in teglia, e fattosi del suo pelo un ricco bavero da pastrano. Ma eccoti che un bel giorno ricompariva, ma così diminuito che sembrava un’ombra scampata a un anno di carestia. Con la fame c’era stata anche la guerra. Perchè non solo la pelliccia gli ciondolava sulla compagine delle ossa, come un vestito fatto a crescenza, ma pareva gli fosse rimasta attaccata ai pruni; di più aveva un orecchio fesso, o la pelle della gola orribilmente squarciata, o la coda divenuta come uno stoppino sanguinolente. Tutto ciò per assicurare la perpetuità della sua progenie; ma quando non era preoccupato da questo suo grande pensiero, Camuffi era un animale ragionevole e calmo, un mostro d’intelligenza e di ladroneria. Il sollecito suo zampino, adatto come un grimaldello, preciso come la bacchetta d’un direttore d’orchestra, celere come un’ala, apriva gabbie e dispense, arraffava a volo, sottraeva piano piano di striscio, carpiva ignoto tutto quello che gli piaceva, o che poteva giovare al suo pelo morbido e lucido come il manicotto d’una signora. Rapido e silenzioso come una rotolante pallottola di mercurio liquido, egli accorreva in ogni luogo della casa ove udisse un qualche rumore sospetto. Anche quella sera, nello studio del dottore, udendo dei rumori sotterranei, fece lo stesso: poi salì sulla sedia, e come fosse il suo comodo canapè, s’appoggiò alla pancia del cane.

Il dottore, vedendo dormire insieme quelle due bestie: «Sono, disse, l’immagine dell’amicizia fondata sull’interesse. Ci guadagnano tutt’e due a prestarsi scambievolmente il calore. Ma è sempre Camuffi che ricerca l’utile proprio nella sua relazione amichevole con Speranza. È malizioso, cortigiano, dissimulatore, e atto a dei calcoli mentali di cui Speranza è assolutamente incapace. E dovendo convivere con Speranza, tanto più forte e prode di lui, se lo vuol mantenere amico. Perciò lo liscia, lo spazzola ben bene con la sua ruvida lingua, l’accarezza con l’ondeggiare del groppone e del capo, lo provoca con qualche lieve schiaffetto; e poi, potendo, lo deruba di qualche boccone e lo fa servire per suo guanciale. Giocano insieme per delle ore con una festività fanciullesca, ma sempre senza nuocersi, senza odiarsi, senza tradirsi. L’invidia, il sospetto, la gelosia, la differenza d’opinioni non mutano mai in dissidio amaro la lieta concordia di questi due animali così dissimili d’indole, di forma, di costumi, di gusti. Soltanto quando l’uno vuol mettere il muso o lo zampino nella scodella dell’altro, allora affermano la loro individualità dissocievole, coi brontolii, coi soffi, coi ringhi. Come è semplice la natura! In tanta innumerevole varietà di viventi, l’appetito è la sua unica molla.»