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Il dottore, neppure a farlo apposta, quella sera capitò proprio in casa del banchiere commendatore Anatolio Gobbetta.

Era una casa ricchissima, dove andava donna Angioliera, e perciò anche lui quando, come questa volta, ella lo avvertiva. Ma vi andava così di rado, che il comm. Anatolio e la sua bella moglie, donna Aganippe, quando, dopo mesi e mesi, lo rivedevano, non si ricordavano mai del suo nome. Non trovando in quel salotto nessuna intima rispondenza che lo potesse rendere socievole ed espansivo, egli vi rimaneva solitario, e quasi silenzioso, tra un nuvolo di aristocratici vecchi e di borghesi nuovi, tutti maldicenti, e molto bene mescolati dal comm. Gobbetta intorno al suo gran potere bancario.

E alla banca, il commendatore (bell’uomo tra i 45 e i 49), è inutile dirlo, era serio come un musulmano nella moschea, era assetato, occorrendo, come Shyloch che esige la libbra di carne; ma la sera, quando si riposava, col sigaro in bocca, in mezzo agli ospiti, nello splendore del suo salotto, era gaio e leggiero e lingua assassina anche lui, come occorreva per divertire e non affaticare la conversazione delle signore.

La loquacità gentile delle signore ricreava l’orecchio come il murmure vario d’un’uccellanda, più festosa però, perchè accompagnata spesso da risa argentine, ed esclamazioni, provocate facilmente dai loro amici: mariti, amanti, clienti, tutti concordi; taluno dei quali, con la canna in mano dondolante, arieggiava a certi nobili nobilissimi dell’epoca goldoniana.

Donna Angioliera non era ancora venuta, e il dottore, aspettandola, girellava tra quei signori, cercava qualche viso femminile simpatico, o qualche punto dove fermare il discorso, ma le parole che rivolgeva o che riceveva da qualche labbro gentile, erano presto rapite dall’onda invadente degli altri, che volevano conquistare per sè tutta l’attenzione, tutta la stima della signora; sicchè il colloquio annegava, e il dottore passava oltre. C’era per altro di che ammirare con tutta quella gioconda esposizione di veli trasparenti come le ali di certi coleotteri, di fiori, di piume, di merletti lievi come la spuma del mare, di perle occhieggianti a gorgiera sui seni, di carni spalmate di cipria grassa, e diffuse per le poltrone e per i sofà suntuosi.

L’idolo della sera era una contessina non so se più nivea o più bionda, ma così bene accordata nelle due note, che pareva una composizione d’oro e d’avorio; con un bocchino dolce come un confetto, e aperto a un sorriso che pareva imparato a memoria. Aveva intorno un corteo di donne e fanciulle tutte innamorate di lei, in una briosissima gara d’ammirazioni e di scherzi coi giovinotti. La povera contessina rimaneva quasi spossata dalle sue stesse risa vezzose. Soltanto donna Aganippe la guardava severa, perchè alcune volte la contessina era scomparsa in altre stanze con Anatolio.

Proprio l’opposto di questa immagine di fanciulla sì pura, sì sorridente, era una signora seria, in tutta la pompa ben nutrita della sua mezza età. Seduta sola sopra un sofà, parlava affabile e modesta con alcuni signori in piedi. Le signore pareva che rifuggissero da lei come da qualche cosa di troppo evidente. E la signora invece pareva affatto inconsapevole d’aver raggiunto il massimo effetto dell’eleganza, unendo, nel suo abbigliamento, il nero della farfalla notturna alle rose di primavera. Bellezza vigorosamente orientale, l’ebano lucente delle sue sopracciglia, de’ suoi occhi, de’ suoi capelli corvini, risaltava così bene per l’accento vivo di quelle rose sparse sulla sua veste di velo nero, molto abbreviata! Ella, col massimo candore, era trascorsa anche un po’ più giù di quell’estremo limite delicato, a cui può arrivare, in una _soirée_, lo studio del nudo: taluni quello studio lo facevano con piacere, e poi ne mormoravano e ne ridevano intorno: bella gratitudine!

Dopo il thè e il _punch_, approssimandosi l’ora del gioco, il salotto incominciò a diradare: giù nell’ampio cortile s’incominciò a sentire il rumore delle carrozze partenti.

Un po’ più tardi, quando la compagnia era ridotta ai congiunti e ai più intimi consorti di casa Gobbetta, entrò a invadere il salotto il marchese di Mascarpone, con la sua grossa figura di sciabolatore e d’intenditore d’equini, incivilito abbastanza dall’abito nero e dal piastrone bianco della camicia, donde gli ciondolavano, tra lo sparato e il _gilet_, un paio di guanti nuovi.

Egli guardò intorno con aria altera e trionfante, e strinse la mano a tutti fuorchè al dottore.

— Il conte Aquilegi non c’è? — domandò a donna Aganippe.

— No.

«Che vigliacco!» egli bisbigliò, e tornò a fissare il dottor Fabio Stellini, così con una grinta severa tra lo scozzone e il giandarme di servizio...

Egli era geloso; non poteva dimenticare che donna Angioliera l’aveva mortalmente offeso nel suo amor proprio: non poteva capire come donna Angioliera favorisse quell’individuo con quella faccia antipatica da poeta!... Invece l’individuo non sapendo in che cosa avesse mancato verso colui, non poteva capire perchè lo guardasse tanto e con tanto livore.

Da quella tensione era forse per scattare qualche parola o atto impaziente, quando il marchese, sentendosi chiamare dall’amabile voce di donna Aganippe, si volse, e vide signori e signore attenderlo al tavolino verde, dove già eran seduti in mezzo allo sfolgorìo d’un gran lume.

Il capitano si sedè anche lui al tavolino, ma il pensiero del dottore lo distraeva dal gioco. L’avrebbe volentieri condannato ai ferri, alle verghe, alla fucilazione.

Incominciò la partita, e presero tutti un aspetto serio, di gravità pensierosa e superba. Donne e uomini, occupati da una medesima sete, dismesso ogni brio, ogni civetteria, pareva implorassero tacitamente la dea Fortuna che teneva su i loro capi sospese le sue bilance. Non s’udiva che il rumore dei gettoni scambiati, e voci e vocine, che chiedevano carte, carte. Fumavan tutti, donne e uomini; v’era pure qualche _sigaressa_ tra i sigari; cioè qualche signora che fumava maschiamente un lungo virginia da trenta chiedendo carte, carte.

Il dottore se ne sarebbe andato ben volontieri, ma era un uomo fantastico e sensuale. Era, per esempio, una sua idea fantastica, quella di parergli che l’ottusa volgarità, la sordidezza, la falsità del cuore cattivo, e la bassa bindoleria si allargassero e si sdraiassero nell’opulenza grassa di quel salotto, la cui pompa aristocratica gli pareva presa a nolo dai tappezzieri, e dagli antiquari. Gli pareva di sentire alitare colà, in mezzo a tanti profumi, un lieve sitarello di sepoltura morale. Ubbie, ubbie d’una testa fantastica! Quando si vogliono avere simili ubbie, non si è così sensuali: non si soffre la pena della propria sensualità tollerando le stramberie e la servitù d’una donna svagata ormai da altri pensieri. Ella gli aveva scritto, è vero, che quella sera sarebbe venuta, dopo il teatro, in casa Gobbetta a giocare, ma intanto l’ora già declinava, ella non compariva, e il dottore si rodeva nell’inquietudine cupa del non vederla venire. Eppure sperava ancora, restava ancora là in piedi presso quel tavolino! Non aveva abbastanza quattrini per cimentarsi con la fortuna come que’ signori ricchissimi, e li guardava per vedere che specie di viso facessero ora che eran sinceri, cioè ora che non pensavano che a vincere danari, danari in quell’ingorda battaglia di carte.

Il marchese di Mascarpone buttò là le carte sul tavolino. Aveva perduto due partite una dopo l’altra. Il dottore sorrise.

— Dottore — gli gridò il marchese, con l’autorità d’un comando minaccioso — si scosti dal tavolino: lei mi dà la iettatura!

Tutti risero gaiamente.

Il dottore non si mosse.

— Ha capito? mi dà la iettatura.

Le risa continuavano, e dimostravano la soddisfazione generale di veder quell’uomo schernito, e così pallido e serio, in mezzo a quell’allegria.

— Non mi maraviglio — egli disse — che qui si rida tanto agli scherzi napoletani del sor marchese.

Il marchese lo guardò con una certa vibrazione dura e truce delle mascelle.

— Non mi maraviglio! — esclamò — scherzi napoletani! che intende dire? che scherzi? io non scherzo mai cogl’inferiori!

— Sia pure — gli rispose accigliato il dottore — io non vorrei esserle eguale! lei mi provoca inutilmente!

Il marchese fece scattare, col pollice iroso, un mazzo di carte, e lo passò al banchiere.

— Commendatore — gli disse — su un’altra partita! guardiamo se mi porta ancora la iettatura: chi non sa stare allo scherzo, dovrebbe andare in cima ad una montagna, non venire nei salotti tra le signore.

Il dottore non si mosse: non voleva andarsene come scacciato e pauroso; non voleva rispondere, non essendoci parola valida contro quella deliberata malevolenza di tutti: perciò taceva, e aspettava.

«Non vorrei esserle eguale!... mascalzone!» mormorò a voce più bassa il marchese.

Il dottore l’udì, come l’udirono tutti, e si slanciò con la mano alzata; ma prima che quella mano arrivasse al marchese, la faccia olofernica di costui balenò inorridita tra due che entrarono in mezzo, ed ei la salvò, la faccia, rovesciandola indietro sul petto di donna Aganippe: questa gridò e s’alzò: tutte le signore gridavano impaurite, o indignate; i gridi degli uomini significavano biasimo, ira, minaccia. Una rissa da taverna nel salotto del banchiere Gobbetta! Il dottore si fogò di nuovo per barbare un terribile pugno al marchese che, tenuto indietro da forti braccia, potè ancora schivare il colpo, e il dottore fu di nuovo respinto con un urlo generale d’indignazione.

— Lei non è un gentiluomo! non è una persona educata.

— M’ha detto mascalzone!

— Non è vero! — gridarono tutti col capitano.

— Ah brutta razza di gentiluomini bugiardi! fango signorile! larve di maschere turpi!... canaglia!

— Esca! esca!

— A domani! a domani! — gridava il capitano.

— Sì sì, preparerò i miei ferri chirurgici, o bestia più stupida di Golia filisteo!

Tutti i servitori della casa, accorsi, lo premevano alle calcagne; e il dottore uscì dal luminoso salotto in mezzo allo scompiglio, alle minacce, ai gridi, ai fremiti generali. Due o tre signore svennero.

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