GLORIA E SVENTURA

CANTI REPUBBLICANI

DI

_Giuseppe Ricciardi._

PARIGI, DAI TORCHI DELLA SIGNORA LACOMBE, Strada d’Enghien, 12. 1839.

Che s’aspetti non so, nè che s’agogni Italia, che suoi guai non par che senta. Vecchia ozïosa e lenta Dormirà sempre, e non fia chi la svegli? _Petrarca_.

Considerate la vostra semenza! _Dante_.

Scrivo perchè non mi è dato di _fare_. _Alfieri_.

_Quando mai la nazione italiana videsi moralmente prostrata come oggidì? apriamo le storie dal duedecimo secolo fino a tutto il decimottavo. Troveremo essersi mostra dagl’Italiani in tutto quel tempo una grande insofferenza della servitù, ma quel che più vale, una maravigliosa energia contro la dominazione straniera. E c’imbattiamo dapprima nella lega Lombarda[1], di cui non fu mai spettacolo più magnifico, e nel terzodecimo secolo i Parmigiani ponevano in fuga Federico IIo con tutto il suo esercito[2], e la Sicilia sterminava i Francesi[3]. Il quartodecimo secolo vide la cacciata del duca di Atene[4] e Cola da Rienzo[5], e il decimoquinto Stefano Porcari a Roma[6], Girolamo Olgiati a Milano[7], e Niccolò Capponi a Firenze[8]. Quattro gran fatti risplendono poi nel decimosesto, l’assedio di Firenze, e tutto che risguarda Francesco Ferrucci[9], la congiura di Burlamachi a Lucca[10], la sollevazione di Napoli contro il Toledo, a cagione del sant’Uffizio[11], e la cacciata degli Spagnuoli da Siena, seguita indi a poco dalla gloriosa caduta di quella forte Repubblica[12]. Quanto al secolo decimosettimo basterà ricordare le rivoluzioni condotte da Giuseppe d’Alessio e da Masaniello, a Palermo ed a Napoli[13]. Un battiloro ed un pescivendolo valsero a scuotere il giogo della potentissima Spagna, ed avrebbero purgato al tutto il mezzogiorno d’Italia da quella peste, se i nobili fossero stati col popolo. In sui principii del secolo decimottavo Torino assediata si difendeva con immenso valore contro l’armi francesi[14], e quarant’anni dopo Genova discacciava dalle sue mura gli Austriaci[15], fatto sublime che dovrebbe valere sol esso a dimostrare agl’Italiani, che chi vuol veramente può quel che vuole. Aggiungi la resistenza dei Corsi contro la Francia, duce Paoli[16], e quella della plebe napoletana nel 1799 contro le schiere di Championnet, resistenza unica al mondo, e la quale degnamente chiudeva il secolo scorso. Quai glorie scorgiamo in questi ultimi quarant’anni, che ne paiano degne di venir contrapposte a quelle delle quali ho cennato? Negl’Italiani, bisogna pur dirlo, è scemato il vigore, in quel tratto medesimo che la lor mente s’è ita aprendo più sempre, tanto che la rivoluzione morale è già fatta nella penisola, dove niun partigiano oramai s’hanno i governi che la torturano, e tutti desiderano veder migliorate le condizioni politiche della patria comune. Ma il difetto di vigore che ho detto, derivante principalmente dal difetto di fede in noi stessi, sta potentissimo ostacolo al gran fatto dell’insurrezione, e fa sì che dai più si guardi fisamente nello straniero, e massime nella Francia, senza la cui mercè molti pur troppo non credono possa la nazione italiana redimersi dalla sua schiavitù. E questo difetto di fede in noi stessi, e questa fiducia negli stranieri bisogna appunto combattere con tutte le forze, e agli scrittori segnatamente incombe un tal obligo, e a’ poeti in ispecie, la cui arte è vanissima, se a nobile ed alto scopo non mira. D’una sola poesia abbisogna l’Italia, d’una poesia che la commova all’azione. Io