Advertisement

aggiustamento si faccia sia col consenso di tutt’e due le parti. Ancora, a tutte le truppe che si trovino negli Stati del re chiamate da lui, paghi egli le spese. Finalmente, se alcuna città di quelle comprese in questo concordato andrà contro le terre del re, gli altri debbano impedirlo e soccorrere il re quanto è possibile: come pure, se alcuna città degli Stati del re o de’ luoghi soggetti al suo impero andrà contro i Lacedemoni o i loro alleati, il re debba impedirlo, e portar soccorso quanto è possibile.»

38. Dopo questo concordato Teramene, consegnate le navi ad Astioco, partì sopra una barca, nè altro si seppe di lui[139]. E gli Ateniesi da Lesbo passati con l’armata a Chio, e padroni all’intorno del mare e della terra fortificavano Delfinio, luogo per natura forte dal lato di terra, e fornito di porto, nè molto distante dalla città de’ Chii. I quali afflitti per le molte passate battaglie, e di più coll’animo non del tutto ben disposto tra loro, stavano quieti; ma sospettosi l’un l’altro, per questo perchè Tideo di Ione co’ suoi complici erano stati messi a morte da Pedarito come partigiani di Atene, e il resto della città era contenuto a forza degli ottimati. Per tali ragioni nè essi nè le genti ausiliarie di Pedarito si credevano sufficienti a combattere con gli Ateniesi. Pur nondimeno spedirono a Mileto chiedendo soccorso ad Astioco il quale non vi prestò orecchio: lo che mosse Pedarito a scriver di lui a Sparta come d’uomo iniquitoso. Tale era lo stato degli Ateniesi a Chio. Le loro navi facevano talvolta delle sortite da Samo contro quelle di Mileto; ma siccome queste non movevano incontro ritornarono a Samo, e rimanevano in quiete.

39. In questo inverno medesimo, verso il solstizio, le ventisette navi preparate per Farnabazo dai Lacedemoni a sommossa di Calligete megarese e di Timagora ciziceno, salparono per alla volta dell’Ionia, sotto il comando di Antistene spartano. Con esso spedirono i Lacedemoni altri undici personaggi spartani per consiglieri ad Astioco, del qual numero era Lica di Arcesilao; ai quali commisero che venuti a Mileto di comun consenso, ponessero cura al miglioramento possibile delle cose, e poi (se lo credessero ben fatto) spedissero queste navi medesime, o più o meno, nell’Ellesponto a Farnabazo deputandone ammiraglio Clearco di Ramfia che con essi era a bordo; cessassero dall’ammiragliato Astioco, purchè fosse col consenso di tutti e undici i consiglieri, e vi sostituissero Antistene; essendochè per le lettere di Pedarito sospettavano del primo. Queste navi adunque da Malea venute nell’alto si accostarono a Melo; ove incontratesi in dieci delle ateniesi, ne prendono tre vuote e le abbruciano. Dopo di che temendo (siccome avvenne) che le altre fuggite da Melo non dessero avviso del loro arrivo agli Ateniesi che erano a Samo, si avviarono verso Creta; e per cautela allungato il viaggio, approdarono a Cauno dell’Asia. Quivi credendosi al sicuro mandarono significando alla flotta di Mileto che venisse ad accompagnarli.

40. Nell’istesso tempo i Chii e Pedarito, non rifinivano di mandare avvisi ad Astioco, nonostante la sua lentezza, pregandolo a soccorrerli con tutte le navi, e (assediati com’erano) a non lasciare che la grandissima tra le città confederate dell’Ionia fosse stretta dalla parte di mare, e disertata da quella di terra coi ladronecci. Imperciocchè, i servi di Chio che erano molti e cresciuti disorbitantemente per una città sola, se non fosse quella de’ Lacedemoni, e però difficili a tenersi a dovere nelle loro nequizie, per lo più disertavano subito da che pareva loro che l’esercito ateniese col costruire le fortificazioni avesse preso ferma stanza; e come pratici della campagna facevano danni grandissimi. Laonde dicevano i Chii esser d’uopo soccorrerli mentre vi era speranza e possibilità d’impedire l’afforzamento di Delfinio che ancora era imperfetto, ed una maggiore circonvallazione che si faceva intorno alla città coll’esercito e colle navi. Astioco, sebbene per la passata minaccia non pensasse di soccorrerli, nondimeno si accinse a farlo, vedendo che anche gli alleati molto vi propendevano.

41. Ma intanto viene da Cauno la nuova dell’arrivo delle ventisette navi e de’ consiglieri lacedemoni. Il perchè Astioco stimando esser da posporre ogni altra cosa al dovere di accompagnarli con flotta sì grande, acciocchè ella più sicuramente signoreggiasse in sul mare, e potessero tragittar senza pericolo i Lacedemoni venuti a sorvegliarlo, lasciato in tronco l’affare di Chio moveva verso Cauno. E piaggia piaggia sceso a Co Meropide saccheggiava la città sguarnita di mura, e rovinata da un terremoto ivi accaduto grandissimo sopra ogni altro a nostra memoria, per cui la gente era fuggita alle montagne; con le scorrerie depredava la campagne rilasciando però illese le persone di condizione libera. Da Co pervenuto di notte a Cnido fu astretto dalle istanze degli Cnidii a non isbarcare le sue genti, ma senz’altro far vela tostamente contro le venti navi degli Ateniesi, colle quali Carmino uno dei capitani di Samo spiava il passaggio delle ventisette navi che venivano dal Peloponneso, per proteggere le quali era in mare lo stesso Astioco. Gli Ateniesi in Samo aveano ricevuto avviso da Mileto che quelle navi erano in corso; e Carmino informato che già elle erano a Cauno stava alle vedette incrociando tra Sione, Calce, Rodi e la Licia.

43. Astioco adunque senza più, innanzi d’essere scoperto, indirizzossi alla volta di Sime per veder di sorprendere in qualche luogo le navi nemiche nell’alto. Ma la pioggia e le dense nuvole onde il cielo era coperto fecero in quella oscurità andare smarrita e disordinata la sua flotta. E sul far del giorno trovandosi essa divisa col corno sinistro omai sotto la vista degli Ateniesi, e coll’altro smarrito tuttora intorno all’isola, Carmino e le sue genti andavano ad incontrarla con meno di venti navi, credendo esser quella l’armata di Cauno contro la quale stavano in osservazione; ed assaltatala senza indugio ne affondarono tre navi e conciaron malamente le altre. Erano gli Ateniesi vincitori in quel combattimento; quando comparvero inaspettatamente un maggior numero di legni nemici, dai quali furono per ogni banda accerchiati. Allora datisi alla fuga vi perdono sei navi; e col resto si ricovrano nell’isola Teutlussa; e di lì ad Alicarnasso. Dopo questo i Peloponnesi approdarono a Cnido, e riunitesi a loro le ventisette navi di Cauno, andarono con tutte insieme a Sime; ove ersero il trofeo, e ritornarono a pigliar porto a Cnido.

43. E gli Ateniesi poichè seppero l’esito di quel combattimento navale, recaronsi a Sime con tutte le navi di Samo; e senza assalire la flotta di Cnido od esser da quella assaliti, presero gli attrezzi delle navi restate in Sime; quindi dato l’assalto a Lorima in terraferma si ricondussero a Samo. Le navi peloponnesie che tutte erano già a Cnido si andavano raddobbando secondo che bisognava; e gli undici consiglieri dei Lacedemoni tenevano parola con Tissaferne arrivato colà, intorno alle cose operate, se qualcuna non attagliava loro, e intorno al modo onde potrebbesi guerreggiar meglio e più utilmente per entrambi. Rifletteva Lica principalmente alle operazioni presenti, e diceva i due concordati (senza escluder quello di Teramene) non essersi stipulati con dignità di Sparta; essere anzi cosa strana che il re pretenda di signoreggiar tutte quelle terre le quali egli adesso ed i suoi maggiori prima signoreggiavano; essendochè quest’articolo porterebbe nuovamente al servaggio tutte le isole, e la Tessaglia ed i Locrii con gli altri luoghi fino a’ Beozii; ed i Lacedemoni invece che in libertà metterebbero i Greci sotto il dominio de’ Medi. Però proponeva che altri patti migliori si stabilissero, od egli certamente non istarebbe a questi; che a tali condizioni non avea bisogno de’ suoi stipendii. Questi discorsi turbarono l’animo di Tissaferne che partì sdegnato senza effettuata cosa alcuna.

44. E i Lacedemoni, invitati per solenne ambasciata a Rodi da’ più ragguardevoli cittadini, avevano in animo di navigarvi, sperando di aggiugnere alla parte loro quell’isola potente per forze marittime e terrestri; ed insieme stimando che coll’alleanza di essa si procaccerebbero il mezzo di alimentare la flotta senza addomandare il denaro a Tissaferne. Laonde subito in quel medesimo inverno fatto vela da Cnido approdarono per primo a Camiro sulle coste di Rodi con novantaquattro navi, e misero lo spavento nei popolani, che ignari di quella pratica si erano messi a fuggire, tanto più che la città era senza mura. Poi convocati a parlamento da’ Lacedemoni insieme cogli altri Rodiani delle due città chiamate Lindo ed Ielisso, si indussero tutti a ribellarsi ad Atene. Così Rodi si accostò ai Peloponnesi. Gli Ateniesi risaputo ciò, in quei giorni mossero colle navi da Samo per prevenir quella ribellione; e comparvero in alto mare. Se non che vedendosi giunti un po’ tardi, retrocederono immantinente a Calce, e quindi a Samo; e poi facendo delle sortite da Calce, da Co e da Samo, guerreggiavano Rodi. I Peloponnesi ricevettero dai Rodiani trenta talenti in moneta; e tirate le navi al secco stettero del rimanente quieti per ottanta giorni.

45. Ma in questo mezzo tempo, ed anche prima che i Lacedemoni andassero a Rodi, accadevano le cose seguenti. Alcibiade, dopo l’uccisione di Calcideo e la giornata di Mileto, era divenuto sospetto ai Peloponnesi; i quali con una lettera spedita da Sparta ordinavano ad Astioco che l’uccidesse, giacchè era in odio ad Agide, e d’altronde compariva uomo di mala fede. Laonde intimorito, primieramente si era ricovrato presso Tissaferne, e quindi danneggiava a tutto potere le cose de’ Peloponnesi presso di lui. E fattosi in tutto consigliere di esso diminuì gli stipendii, sicchè invece della dramma attica, si davano tre oboli, ed anche questi non sempre; e lo confortava a dire ai Peloponnesi, che gli Ateniesi da maggior tempo esperti nella marinaresca disciplina, davano ai loro soldati tre oboli. Lo che facevano non tanto per povertà, quanto perchè le ciurme insolentendo nella dovizia, non guastassero i loro corpi spendendo le paghe in cose pregiudicevoli alla sanità, o deteriorassero la flotta coll’abbandonarla; rilasciando per mallevadoria di loro ritorno la mercede non per anche pagata. Fu parimente insegnamento di Alcibiade che, largheggiando coi trierarchi ed i capitani, li persuadesse a convenire in questa riforma, senza però impacciarsi dei Siracusani. Anzi tra questi il solo Ermocrate si opponeva a nome di tutta la lega, e ripulsava le città che dimandassero denari, protestando a favor di Tissaferne che sfacciati sarebbero i Chii se (essendo i più ricchi fra i Greci, e ciò nonostante trovandosi salvi per le truppe degli alleati) pretendessero che altri dovesser mettere a repentaglio le persone e gli averi per la libertà di loro. Quanto alle altre città poi soggiungeva che esse aveano il torto, se laddove prima di ribellarsi spendevano per gli Ateniesi; ora poi non volessero contribuire altrettanto, e più ancora, per se medesime; dichiarava che Tissaferne a ragione usava risparmio al presente, dovendo sostener la guerra co’ propri denari; e che se mai il re mandasse le paghe, allora darebbe loro intero il soldo, e aiuterebbe le città come conveniva.

46. Inoltre Alcibiade consigliava Tissaferne che non si desse troppa pena di terminare la guerra; nè, col far venire le navi fenicie che andava lentamente preparando, e pagar così gli stipendii a un maggior numero, volesse riunire in un sol popolo l’imperio marittimo e terrestre; lasciasse anzi che fosse diviso tra due, acciocchè il re potesse spingere l’uno contro l’altro che gli fosse molesto. Conciossiachè riunito che sia in un solo il dominio di terra e di mare, egli non avrà con chi associarsi ad abbatterne il possessore a meno che non voglia, quando che sia, moversi da per sè a quell’impresa con suo gran dispendio e pericolo. Ma i pericoli ai quali si va incontro con tenue spesa sono più leggeri; e di più il re potrà con sua sicurezza lasciare i Greci logorarsi tra loro. A partecipar poi con lui dell’imperio, mostrava gli Ateniesi esser più a proposito, perchè meno aspiravano al dominio di terra, e guerreggiavano con mire e modi ad esso confacentissimi. Imperocchè essi vorranno assoggettarsi le terre marittime, e lascieranno in potere del re quanti Greci abitano ne’ suoi Stati: laddove i lacedemoni all’opposto verrebbero per liberarli: e non era da credere che costoro i quali intendon di liberare i Greci dai Greci, non vogliano sottrarli dal giogo dei barbari Persiani, quand’anche non riescano a cacciare i barbari stessi: però lo consigliava a lasciare primieramente logorarsi le due Repubbliche tra loro; e tarpate l’ali più che potesse agli Ateniesi, allora finalmente rimandar da’ Suoi stati i Peloponnesi. E così, più che altro, la pensava Tissaferne, almeno per quanto si poteva conghietturare dal suo operare. Poichè abbandonatosi per queste ragioni alla fede di Alcibiade, come di buono consigliatore, teneva scarsi nelle paghe i Peloponnesi, nè consentiva che venissero a battaglia navale; ma col dire che doveano arrivare le navi fenicie, e che allora combatterebbero con forze superiori, rovinò le cose loro, tolse all’armata quel vigore grandissimo che ella avea acquistato, e nel resto mostrossi contrario anche troppo apertamente per potersi celare.

47. Tali consigli porgeva Alcibiade a Tissaferne ed al re quando si trovava con loro, sì perchè gli stimava i migliori, sì eziandio perchè voleva procurarsi il ritorno in patria, avvisando che se non la rovinasse del tutto potrebbe col tempo persuadere gli Ateniesi a lasciarvelo tornare, e che il modo di ottener ciò era principalmente quello di mostrarsi intrinseco di Tissaferne. E così avvenne. Imperciocchè quando l’esercito ateniese di Samo ebbe inteso che egli era innanzi appresso Tissaferne, si invogliò grandemente di abolire lo stato popolare. La qual volontà era fomentata da Alcibiade che mandava a dire ai più potenti cittadini che di lui facessero menzione ai migliori, significando esser sua intenzione di ritornare alla patria perchè ella fosse retta dal senno di pochi, invecechè dalla malvagità e dalla plebaglia che lo avea bandito; e rendendo loro amico Tissaferne, di aver parte con loro nel governo. Senza di che già assai inchinavano spontaneamente a questa parte i trierarchi ateniesi di Samo, ed i cittadini più ragguardevoli.

48. La cosa fu primamente agitata negli accampamenti di Samo, e di lì poi in città. E siccome alcuni da Samo erano andati a trovare Alcibiade e si erano sentiti promettere da lui che prima di tutto renderebbe amico di Atene Tissaferne (se abolissero lo stato popolare), e quindi anche il re che allora meglio si fiderebbe, così essendo essi i più potenti tra’ cittadini ed anche i più travagliati, si levavano a grandi speranze di potersi recare in mano le redini della Repubblica, e di abbattere la parte contraria. E tornati a Samo si unirono in cospirazione colle persone loro aderenti, e spargevano apertamente nel volgo che il re sarebbe loro amico e somministrerebbe i denari, se Alcibiade fosse rimesso in patria, e si abolisse la democrazia. La moltitudine benchè di presente sentisse un po’ male quelle pratiche, nondimeno per la molta speranza che il re darebbe gli stipendii, stavasi quieta. Ma quei che cospiravano a stabilir l’oligarchia dopo aver conferito ciò colla moltitudine, di nuovo tra loro e colla maggior parte degli amici stavano esaminando le proposizioni di Alcibiade; le quali tuttochè agli altri sembrassero facili e sincere, non andavano punto a genio di Frinico che era tuttora il generale. Anzi egli opinava, come infatti era vero, che Alcibiade nulla più si curasse dell’oligarchia che della democrazia; e che non altro cercasse che il modo (quel che si fosse) di mutare l’attual reggimento della città, per esser richiamato in patria dagli amici. Però badassero bene di non suscitar discordie. Diceva inoltre che mentre i Peloponnesi occupavano il mare non meno che gli Ateniesi, e possedevano città non dispregevoli negli Stati del re, a questo non tornerebbe conto comperar brighe per unirsi con Atene della quale non si fidava, quando poteva farsi amico il Peloponneso dal quale non aveva sofferto alcun male. Quanto alle città confederate (alle quali avean promessa l’oligarchia mentre essi pure abolirebbero il governo popolare) veder lui chiaro, proseguiva, che le già ribellate non per questo piegherebbero maggiormente alla parte d’Atene, e quelle che tuttora stanno all’obbedienza, non diverrebbero più ferme nell’amicizia. Perciocchè o coll’oligarchia, o colla democrazia, elle non vorranno chinare il capo sotto il giogo, innanzichè aver libertà; qual che si sia il governo che lor possa toccare. Aggiugneva poi che anche quelli i quali hanno nome di uomini probi andranno convinti che gli ottimati di quelle città daranno loro delle molestie non meno che il popolo, essendo essi operatori e apportatori al popolo stesso di mali, dai quali sperano ricavar per sè grandi vantaggi; e che avendo costoro in mano il governo, i cittadini saranno esposti a morti violente e senza processo; laddove il popolo suol essere il refugio di questi, ed il moderatore di quelli. E finiva con dire che quanto a sè era sicuro che le città istruite dai fatti la penserebbero in questo modo, e che però nulla piacevagli di ciò che presentemente si trattava da Alcibiade.

49. Con tutto questo i cospiratori intervenuti a quel congresso approvarono quelle proposizioni di Alcibiade conforme innanzi aveano risoluto, e si disponevano a spedire in ambasceria ad Atene Pisandro con alcuni altri per trattare del ritorno di Alcibiade e detto scioglimento del governo popolare, e per render Tissaferne amico agli Ateniesi.

50. Conoscendo Frinico che ad Atene si terrebbe parola della tornata d’Alcibiade, e che i cittadini l’approverebbero, e temendo per le cose dette in contrario che ritornandovi non nuocesse a lui come ad oppositore, si volge a questo compenso. Manda segretamente una lettera ad Astioco ammiraglio de’ Lacedemoni che tuttora era intorno a Mileto, significandogli come Alcibiade col render Tissaferne amico agli Ateniesi guastava le cose de’ Peloponnesi: e mettendolo al chiaro del resto degli affari, lo pregava a compatirlo se si studiava di far del male ad un nemico anche con pregiudizio della sua Repubblica. Astioco non pensò neppure a punire Alcibiade, tanto più che non avea più che far nulla con lui, siccome prima. Ma andato in Magnesia a trovar lui e Tissaferne, narra e mostra ad entrambi la lettera scrittagli da Samo; e, come correva voce, cercò di attaccarsi a Tissaferne per privati interessi non in questa cosa sola, ma in altre ancora: e però si dava poca cura degli stipendii non pagati interamente. Ed avendo Alcibiade spedito subito una lettera ai magistrati di Samo colla quale li ragguagliava delle operazioni del loro generale, e chiedeva che fosse condannato a morte; trovossi Frinico sconcertato da quella denunzia ed in pericolo veramente grande. Nondimeno riscrisse ad Astioco dolendosi che non avea per lo passato tenuto il segreto come doveva; ed aggiugnendo che ora era disposto a dar nelle mani de’ Peloponnesi tutto l’esercito ateniese di Samo perchè lo trucidassero. Gli esponeva poi minutamente il modo di metter ciò ad effetto, essendo Samo senza mura; e diceva non dover essergli ascritto a delitto se dopo aver arrischiato la propria vita per colpa de’ suoi, s’induceva a far questa e qualunque altra cosa, innanzi che lasciarsi manomettere dai più fieri nemici. Anche questa lettera fu da Astioco mostrata ad Alcibiade.

51. Ma Frinico presentito il tradimento di Astioco, e conoscendo che in breve verrebbero lettere da Alcibiade concernenti queste cose, si fece innanzi dichiarando egli stesso all’esercito che essendo Samo senza mura e le navi non tutte dentro il porto, i nemici avean risoluto di assalirli, e che egli sapeva ciò di sicuro; e però bisognava fortificar Samo prestissimamente, e stare ben guardati su tutto il resto. E poichè egli era il capitano ed aveva autorità di operar così, i soldati si accingevano a fabbricar quelle fortificazioni: talchè tra per questo stratagemma, e per esser già preparati i materiali, le condussero prestamente a fine. Non molto dopo venne la lettera di Alcibiade che Frinico tradiva l’esercito, e che i nemici erano per assalirlo; ma fu creduto che Alcibiade non meritasse fede, e che essendo egli informato delle intenzioni de’ Peloponnesi volesse per inimicizia dar colpa a Frinico che s’intendesse con loro. Onde questa dinunzia non pregiudicò punto al generale ateniese, ma gli servì piuttosto di bella testimonianza.

52. Dopo questo Alcibiade disponeva e moveva all’amicizia degli Ateniesi Tissaferne il quale temeva dei Peloponnesi che si trovavano presenti con flotta più numerosa di quelli, e voleva ad ogni costo mantenersene la confidenza quanto fosse possibile, specialmente da che avea saputo la controversia insorta a Cnido circa il concordato di Teramene. Questa controversia avea già avuto il suo principio allora quando i Peloponnesi erano a Rodi; e nella discussione di essa, Lica aveva dimostrato la verità del discorso già fatto da Alcibiade, intorno alla intenzione loro di mettere in libertà le città tutte, ed affermato non doversi ricever tra i patti che il re signoreggiasse sulle città, cui già per l’innanzi od egli o i suoi padri avessero dominate. Alcibiade adunque siccome trovavasi in lizza per cose importanti, stava al fianco di Tissaferne usandogli studiosamente officiose maniere.

53. Intanto gli ambasciatori degli Ateniesi spediti da Samo insieme con Pisandro erano arrivati ad Atene e tenevan discorso al popolo di molte cose in succinto, di cui la principale fu che stava in facoltà loro l’avere alleato il re e vincere i Peloponnesi, purchè rimettessero in patria Alcibiade e cessassero dal governo popolare. Molti furono i contradittori intorno al cangiamento del governo, ai quali si aggiunsero i nemici di Alcibiade gridando, che indegna cosa sarebbe il rimettere in patria un violatore delle leggi; e con essi gli Eumolpidi ed i Cerici[140], testimoniando dei profanati misteri, cagione del suo bando, e scongiurando per gli Dei perchè non fosse riammesso. Per lo che Pisandro, nonostante le molte contradizioni e querimonie, fattosi avanti e pigliando ad uno ad uno i contradittori domandava loro: qual mai speranza di salvezza restasse alla Repubblica, se non fosse quella di trarre alla sua parte il re, ora che i Peloponnesi aveano in mare una flotta non punto minore di fronte a loro; e maggior numero di città confederate e denari dal re stesso e da Tissaferne, mentre essi Ateniesi più non ne avevano? E poichè a tale dimanda rispondevano di non aver speranza veruna; allora Pisandro apertamente sogghignava: «Questa salvezza adunque non può ottenersi ove non mettiamo maggior moderazione nel reggimento politico, e menomiamo il numero de’ magistrati, acciocchè il re si fidi di noi; ove al presente non vogliamo darci pensiero piuttosto della salute nostra che non della forma del governo, poichè in seguito starà in nostro arbitrio cambiar quello che non ci piaccia; ed ove non rimettiamo in patria Alcibiade, il solo tra’ viventi sufficiente a render l’opera compiuta.»

54. Il popolo che da principio sentiva di mal animo il progetto dell’oligarchia, avvertito chiaramente da Pisandro che non vi era altro modo di scampo, cedè; parte mosso dalla paura, parte anche sperando che le cose potrebber mutarsi. Poscia fu decretato che Pisandro con altri dieci personaggi partisse per trattare degli affari nel miglior modo possibile con Tissaferne ed Alcibiade; e per le accuse di Pisandro stesso Frinico fu deposto del comando unitamente al suo collega Scironida, e furono sostituiti ammiragli Diomedonte e Leone. Pisandro avea accusato Frinico come traditore di Isso e di Amorge, perchè lo stimava contrario alle pratiche che si facevano con Alcibiade. Ricercò inoltre tutti i cospiratori che di prima erano in città, e che faceano la parte di oppositori ne’ giudizi contro i magistrati, e li confortò a riunirsi insieme con gli altri, e deliberare in comune l’abolizione della democrazia. Finalmente dopo aver disposto il rimanente delle cose, come richiedevano i tempi presenti, acciò non fosse ritardato il corso agli affari, s’imbarcò co’ suoi dieci compagni per recarsi a Tissaferne.

55. Ma Leone e Diomedonte arrivati già nel medesimo inverno alla flotta degli Ateniesi, la condussero sopra Rodi; e trovate le navi de’ Peloponnesi tirate a secco, sbarcarono in qualche parte di quelle terre, vinsero in battaglia i Rodiani che erano accorsi alla difesa, e retrocederono a Calce. E d’allora in poi facevano la guerra piuttosto dal lato di Co; perchè di qui restava ad essi più facile l’osservare, se l’armata peloponnesia movesse da Rodi verso qualche luogo. Intanto giungeva in Rodi Xenofantide laconico cui Pedarito avea da Chio spedito colà, con la nuova che gli Ateniesi aveano omai condotto a termine il muro, e però, se non fossero andati in soccorso con tutte le navi, Chio era perduta. Fu risoluto adunque di soccorrerla. In quel mentre Pedarito, con tutto l’esercito che avea seco composto di truppe ausiliarie e di milizie chie, andò ad assaltare il riparo con che gli Ateniesi avean circondato la loro flotta, ne espugnò una parte e s’impadronì di poche navi che erano state tirate sul lido. Ma gli Ateniesi accorsi alla difesa, fugarono primieramente i Chii, vinsero il rimanente dell’esercito con Pedarito, uccisero lui stesso con molti Chii, e presero gran quantità di armi.

56. Dopo questi fatti erano i Chii assediati più strettamente di prima per terra e per mare, e grande vi era la fame. E gli ambasciatori ateniesi con Pisandro pervenuti da Tissaferne mossero parola intorno ai patti. Ma Alcibiade (il quale non poteva far capitale con sicurezza di Tissaferne, perchè questi temeva più i Peloponnesi che non gli Ateniesi, e voleva secondo gl’insegnamenti del medesimo Alcibiade lasciarli logorarsi tra loro) immaginò questo compenso; cioè, che Tissaferne facendo agli Ateniesi richieste troppo grandi non rimanesse d’accordo. Ed io per me credo che Tissaferne ed Alcibiade avessero le medesime mire; quegli perchè temeva; questi perchè, vedendo che Tissaferne con tutta quell’ambasceria non inclinava ad accordarsi, non voleva esser creduto dagli Ateniesi inabile a persuaderlo, ma dare a vedere che gli Ateniesi stessi non facevano sufficienti offerte a Tissaferne già persuaso e disposto a fare accordo. Infatti Alcibiade che parlava per Tissaferne ivi presente, tanto rincarò nelle dimande, che sebbene gli Ateniesi per un pezzo gli menassero buono quel che domandava, pure alla fine ebbero la colpa di non aver voluto concludere l’accomodamento. Perciocchè pretendeva egli la cessione di tutta la Ionia, e poi delle isole adiacenti ed altre cose, alle quali gli Ateniesi non si opposero. Alla fine nel terzo abboccamento, temendo davvero di essere scoperto per uomo senza credito presso Tissaferne, domandava che al re fosse permesso fabbricar navi, e scorrere le loro costiere con quante gli piacesse. Allora poi fu che gli Ateniesi giudicando niente meno che ineseguibili quelle proposte, e tenendosi beffati da Alcibiade, si levarono indispettiti dall’abboccamento, e tornarono a Samo.

57. Subito appresso queste cose, durante l’inverno, Tissaferne recossi a Cauno perchè desiderava di ricondurre i Peloponnesi a Mileto, e di pagare gli stipendii fatti che avesse con loro altri patti ne’ termini che potesse, acciò e’ non venissero intieramente debellati. Temeva egli che i Peloponnesi, mancando di viveri per la numerosa flotta, ed astretti dagli Ateniesi a combattere, non rimanessero vinti; o che abbandonate le navi, e privi del suo soccorso, non dessero occasione agli Ateniesi medesimi di arrivare al loro intento. Oltre di che stava in grandissima apprensione che andando a foraggiare non guastassero la terraferma. Mosso adunque dalla considerazione e provvedimento di tutte queste cose, perchè voleva tener bilanciate le forze de’ Greci, manda a chiamare i Peloponnesi, dà ad essi le paghe, e per la terza volta pattuisce questi accordi.

58. «L’anno tredicesimo del regno di Dario, essendo eforo in Sparta Alessippide fu fatto concordato nella pianura del Meandro, tra i Lacedemoni ed alleati per una parte, e Tissaferne, Ieramene ed i figlioli di Farnace per l’altra, intorno agli affari del re e a quelli de’ Lacedemoni e degli alleati, in questo tenore. Primo, che tutto il territorio del re che è nell’Asia appartenga al re, e del territorio suo proprio il re disponga a suo talento. Secondo, che i Lacedemoni e gli alleati non entrino nel territorio del re a farvi danno veruno, nè il re in quello de’ Lacedemoni e degli alleati a farvi alcun male. Terzo, se alcuno de’ Lacedemoni o degli alleati entrerà nel territorio del re per nuocervi, i Lacedemoni e gli alleati debbano impedirlo; e se alcuno degli Stati del re vada per nuocere ai Lacedemoni od agli alleati, il re debba impedirlo. Quarto, che Tissaferne, secondo il convenuto, dia le paghe alle navi ora presenti, sino all’arrivo della flotta del re. Quinto, che dopo arrivata la flotta del re stia in facoltà de’ Lacedemoni e degli alleati di dare, se vogliano, le paghe alle navi; ma se piacerà loro pigliarle da Tissaferne, Tissaferne le sborsi, con questo però che a guerra finita egli debba essere rimborsato dai Lacedemoni e dagli alleati del denaro che avranno preso. Sesto, che arrivata la flotta del re, le navi de’ Lacedemoni, degli alleati e del re facciano in comune la guerra, secondochè piacerà a Tissaferne, ai Lacedemoni ed agli alleati; e se vorranno scioglier la guerra cogli Ateniesi, si debba sciogliere di comune consentimento.»

59. Tale fu questo concordato, dopo il quale Tissaferne si accingeva a far venire le navi fenicie siccome erasi stabilito, e ad eseguire tutte le altre cose promesse, volendo almeno far veder chiaro che di ciò si occupava.

60. Ma i Beozii, essendo omai quel verno al suo termine, presero per tradimento Oropo presidiato dagli Ateniesi; e in ciò prestarono loro mano alcuni di Eretria e d’Oropo stesso, i quali macchinavano la ribellione di Eubea. Imperciocchè, quella terra dominando l’Eretria, era impossibile finchè la ritenevano gli Ateniesi, che non facessero gravi danni ad Eretria stessa ed al resto dell’Eubea. Gli Eretriesi adunque già padroni di Oropo vanno a Rodi per invitare i Peloponnesi a passar nell’Eubea. I quali siccome erano piuttosto infiammati per il soccorso di Chio travagliata, salpando da Rodi con tutta la flotta, colà si avviarono. Arrivati intorno a Triopio scorgono in alto le navi ateniesi che venivano da Calce; ma nissuna delle due flotte si mosse incontro. Cosicchè gli Ateniesi recaronsi a Samo, ed i Peloponnesi a Mileto, vedendo l’impossibilità di soccorrer Chio senza venire a battaglia navale. Finiva intanto l’inverno e l’anno ventesimo di questa guerra descritta da Tucidide.

61. Nell’estate seguente subito al cominciamento di primavera fu con poche genti spedito per la via di terra da Mileto nell’Ellesponto Dercilide gentiluomo spartano per sommovere alla ribellione Abido colonia de’ Milesii. Ed i Chii, stretti dall’assedio, intanto che Astioco non sapeva trovare il come soccorrerli, furono necessitati a combattere in mare. Avevano essi (mentre Astioco era tuttora in Rodi) dopo la morte di Pedarito ricevuto per capitano Leone venuto da Mileto e gentiluomo spartano, che come per sopraccarico aveva accompagnato Antistene e le dodici navi che stavano di presidio a Mileto, delle quali cinque erano di Turio, quattro di Siracusa, una di Anea, una di Mileto ed una di Leone. I Chii adunque fecero una sortita con tutto l’esercito ed occuparono un luogo forte; e nel tempo stesso le loro trentasei navi si spinsero contro le trentadue ateniesi, e vennero a battaglia, la quale fu combattuta ferocemente. E sebbene i Chii con gli alleati in quel fatto d’arme non avessero la peggio, pure essendo venuta la sera rientrarono in città.

62. Dopo di che subitamente arrivato da Mileto per la via di terra Dercilide, Abido nell’Ellesponto si ribellò e si diede subito a lui ed a Farnabazo, e lo stesso fece Lampsaco due giorni dopo. Lo che intesosi da Strombichide che era a Chio corse egli frettolosamente al riparo con ventiquattro navi ateniesi (alcune delle quali erano da trasporto ed avevano a bordo dei soldati di grave armatura), superò in battaglia i Lampsaceni venuti ad opporsegli, prese con quel primo impeto Lampsaco sguarnita di mura, fece preda di armi e di schiavi, e rimessa in città la gente di condizione libera recossi ad Abido. La quale non facendo vista di rendersi, fu da Strombichide assaltata, ma inutilmente. Laonde tragittò al lato opposto ad Abido, e munì Sesto città del Chersoneso già una volta occupata dai Medi acciò fosse come un luogo di presidio e di osservazione su tutto l’Ellesponto.

63. Allora i Chii e le genti di Mileto poterono un po’ più allargarsi sul mare; ed Astioco sentito l’esito della battaglia di Chio, e la partenza di Strombichide colla flotta, prese coraggio, passò con due navi a Chio, si aggiunse quelle di lì, e con tutte riunite navigava diviato contro Samo. Ma siccome quelli di Samo per la diffidenza che regnava tra loro non si mossero ad incontrarlo, ritornossene a Mileto. E veramente circa questo tempo, ed anche innanzi si andava sciogliendo in Atene lo stato popolare: imperciocchè Pisandro con gli altri ambasciatori tornati da Tissaferne a Samo vi avean trovato l’esercito rassodato nelle intenzioni di prima, ed i Samii stessi, quantunque per l’innanzi fossero stati in sedizione tra loro onde non venisse stabilito il governo di pochi, incitavano ora i più potenti perchè cooperassero con loro a stabilirvelo. Parimenti quelli Ateniesi che si trovavano a Samo messo il capo insieme tra loro soli, aveano deliberato di lasciare a parte Alcibiade che di ciò non volea brigarsi, e che non credevano punto disposto ad entrare nella oligarchia, e di cercare il modo da per sè, siccome quelli che trovavansi in pericolo, onde l’affare non si addormentasse; e al tempo medesimo sostenere la guerra, e contribuir sollecitamente denari col proprio patrimonio, e far tutto quello che occorresse; persuasi che ogni travaglio che si pigliassero era a provvedimento della propria salvezza.

64. Confortatisi scambievolmente in tal modo spedirono tosto Pisandro ad Atene con la metà degli ambasciatori per trattare delle cose di là; ed ordinarono ad essi di stabilire l’oligarchia in tutte quelle città presso le quali si fermassero. Gli altri ambasciatori che componevano la seconda metà furono mandati chi in un luogo chi in un altro in diverse terre de’ sudditi. E Diotrofe che era allora intorno a Chio fu mandato al governo di Tracia al quale era stato eletto. Pervenuto egli in Taso abbattè lo stato popolare; ma non erano scorsi due mesi dalla sua partenza che i Tasii cingevano di muro la loro città, avvisando non aver più punto bisogno dell’aristocrazia degli Ateniesi, ed aspettandosi di giorno in giorno la libertà per le mani de’ Lacedemoni. Imperciocchè i loro concittadini cacciati fuori dagli Ateniesi, si erano ricovrati presso i popoli del Peloponneso, e facevano di tutto, d’accordo co’ loro amici rimasti in città, per condurre delle navi a Taso e moverla alla ribellione. Pertanto quelli Ateniesi che erano a Samo conseguirono ciò che soprattutto bramavano, cioè che senza pericolo si raddrizzassero le cose in Atene, e che la parte popolare, la quale si sarebbe opposta, venisse depressa: ma a quelli tra gli Ateniesi medesimi che in Taso volevano stabilire l’oligarchia successe tutto il contrario; e, a mio credere, lo stesso avvenne anche in molti altri luoghi del loro dominio. Conciossiachè le città, fatto senno ed operando senza timore, si avviarono a sicura libertà, senza preferire la speciosa ma fraudolenta costituzione degli Ateniesi.

65. I colleghi di Pisandro nello scorrere le costiere abolivano, secondo che erasi determinato, la democrazia nelle città; e presi a compagni d’arme dei soldati gravi da alcune terre, vennero ad Atene, ove trovarono il più delle cose eseguito da’ loro fautori. Perciocchè, alcuni dei più giovani conspirando insieme aveano ucciso furtivamente Androcle uno de’ primi sostenitori del popolo, quello stesso che si era fatto duce degli altri a cacciare Alcibiade. Ed a ciò fare erano stati spinti da due motivi: primo, dal vedere Androcle atto a tirare a sè gli animi del popolo; secondo, e questo fu il più grave, dal pensare che s’ingrazionerebbero con Alcibiade, come quegli che tornerebbe in patria e procurerebbe loro l’amicizia di Tissaferne. Nell’istessa maniera si levarono copertamente dinanzi alcuni che non la tenevano da loro. Avevano inoltre composta una diceria al pubblico, colla quale mostravano non doversi dar pensioni altro che a’ militari, e non doversi ingerir della cosa pubblica più che cinquemila cittadini, e tra questi quelli specialmente che fossero in grado di giovare alla Repubblica colle sostanze e colle persone.

66. Era questo un bel pretesto presso la moltitudine, perchè di fermo eran per avere il governo della Repubblica quelli stessi che volevano cambiarlo. Pur nondimeno il popolo ed il senato[141] si adunavano per suffragi, ma nulla si decideva senza l’approvazione dei cospiratori. Anzi anche gli oratori erano del numero di questi, i quali esaminavano le cose prima che e’ le dicessero al pubblico. Nissuno degli altri contradiceva perchè temeva e vedeva che la trama avea molte fila; e se pur vi era chi contradicesse era subito con qualche acconcio modo levato di mezzo. Ricerche di tali omicidi non si facevano, i sospetti non si processavano, e il popolo stava fermo e pieno di tanto terrore, che si recava a guadagno se anche tacendo non soffrisse qualche violenza. Inoltre la opinione che i cospiratori fossero più numerosi di quello che veramente non erano, avea avvilito gli animi; e non v’era modo di saperne il vero, attesa la grandezza della città e il non conoscersi l’un l’altro. E per questo appunto chi di ciò fremeva non potea sfogar con alcuno il suo dispetto per cercar modo di vendetta; essendovi il pericolo di trovarsi a parlare o con persona non conosciuta, o, se conosciuta, non fedele; perciocchè tutti i popolani si avvicinavano sospettosamente, come se ognuno avesse parte in quei maneggi. Infatti vi avea di quelli che nissuno avrebbe creduto doversi voltare all’oligarchia, e questi seminarono diffidenza grandissima nella moltitudine; e con aver raffermato nei popolani questa diffidenza medesima, aiutarono la sicurezza degli oligarchici.

67. In tale stato di cose giunto ad Atene Pisandro e gli altri deputati, si occupavano subito di quello che rimaneva a fare. E primamente adunarono il popolo, e dissero esser loro consiglio che si scegliessero dieci personaggi con piena autorità, per la compilazione delle leggi; compilate le quali dovessero in un determinato giorno esporre al popolo il loro parere del come la Repubblica potesse governarsi ottimamente. Quindi, poichè venne quel giorno, intimarono l’assemblea a Colono (che è un luogo sacro a Nettuno, distante dalla città intorno di dieci stadii) ove i compilatori null’altro promulgarono se non questo: che chiunque degli Ateniesi il volesse, potesse dire la sua opinione; e posero gravi multe per chi accusasse di trasgressione alle leggi o in altro modo nuocesse a qualunque pigliasse a parlare. Ed allor davvero fu detto a chiara voce che non si esercitasse magistratura alcuna nè si dessero le pensioni nel modo di prima; che si creassero cinque presidenti, che questi cinque scegliessero cento personaggi, e che ognuno di questi cento se ne aggiungesse altri tre; e così in numero di quattrocento entrando nella sala del consiglio avessero intera balìa di governare nel modo che credano il migliore, e di adunare cinquemila cittadini ogniqualvolta lor piaccia.

68. Questo parere fu proposto da Pisandro, che anche nel resto mostrossi alla scoperta il più premuroso ad abbattere lo stato popolare. Ma quegli che avea congegnato tal macchina, e meditato di lungo tempo per condurla a quel termine, fu un tale Antifonte, cittadino ateniese, per merito a nissuno secondo tra’ suoi contemporanei, valentissimo a immaginar disegni e a dichiarare i suoi concetti. Giammai egli compariva dinanzi al popolo, nè spontaneo interveniva a qual si fosse dibattimento; che anzi di lui adombravasi la moltitudine per l’opinione in che lo aveva di dicitore eloquentissimo. Nondimeno da sè solo poteva giovare moltissimo a chiunque, dovendo sostenere liti nei tribunali o dinanzi al popolo, fosse in qualche cosa ricorso al consulto di lui. Ed egli medesimo, caduti in appresso i quattrocento e perseguitati dal popolo, quando fu citato in giudizio come reo di cospirazione, apparisce aver difesa la causa di morte a lui comune con essi, meglio di quanti vissero fino a’ miei tempi[142]. E lo stesso Frinico per timore di Alcibiade, cui sapeva essere informato delle sue pratiche con Astioco a Samo, si fe’ conoscere deditissimo sovra ogni altro all’oligarchia, sotto la quale giudicava con tutta probabilità impossibile il ritorno di lui; e mostrossi guarentissimo sostenitore de’ pericoli ch’e’ si fosse addossati. Anche Teramene di Agnone, cittadino non mancante di eloquenza e di discernimento, non rimase indietro a veruno dei sovvertitori dello stato popolare. Talchè non è meraviglia se quest’affare, come che grande, trattato da tanti e prudenti personaggi, sortisse l’effetto. E certo non era lieve impresa il torre la libertà al popolo ateniese quasi cent’anni dopo l’estinzion de’ tiranni, popolo non che soggetto ad alcuno, ma usato a comandare agli altri per più che la metà di quel tempo.

69. Scioltasi pertanto l’assemblea, che nullo contradicendo avea stabilite queste cose, subito dopo furono introdotti nella sala del consiglio i quattrocento con questo stratagemma. Stavano continuamente tutti gli Ateniesi sull’armi, a cagione de’ nemici di Decelia, parte in sulle mura, parte in ordinanza. In quel giorno adunque, vi lasciarono andare, secondo il solito, quelli che non erano consapevoli della trama, e ordinarono segretamente ai congiurati di fermarsi ad una certa distanza dal posto ove era quella gente armata: e se mai alcuno volesse opporsi a ciò che si meditava di fare, pigliassero le armi e vi si opponessero. Tra quelli ai quali erano stati dati per tempo tali ordini vi furono degli Andrii, de’ Tenii e trecento Caristii, ed alcuni inquilini di Egina, che gli Ateniesi vi aveano spediti in colonia, e che eran venuti appunto a quest’oggetto colle loro armi. Ordinati in tal modo costoro, vennero i quattrocento ciascuno con una spadetta nascosta; e con essi centoventi giovanastri greci de’ quali si servivano quando occorreva menar le mani. Sorpresero i senatori già scelti per suffragi mentre erano nella sala senatoria, e ad essi intimaron di uscire ricevendo la loro pensione. Infatti avean portato seco la pensione che i senatori dovevano avere pel tempo che durava la carica, e ad essi la pagarono mentre uscivano.

70. In tal guisa sciolto il senato senza opporre veruno ostacolo, e il rimanente della cittadinanza stando quieta e non levando romore, vennero i quattrocento nella sala del senato, tirarono a sorte dal loro numero i Pritani, e fecero in onor degli Dei quanto di voti e sacrifizi usano quelli che entrano in carica. Poi cambiato non poco il governo popolare, senza però riammettere in patria i banditi per dispetto d’Alcibiade, in tutto il resto reggevano violentemente la città. Uccisero non molti cui crederono ben fatto levar di mezzo, altri misero a ferri, altri esiliarono. Spedirono inoltre un’ambascieria ad Agide re dei Lacedemoni il quale era in Decelia, dicendo volersi riconciliare seco lui, ed esser da credere che e’ vorrebbe pattuire con loro innanzi che con un popolo senza fede.

71. Agide però era d’avviso che la città non fosse quieta; che il popolo non cederebbe così per fretta la sua antica libertà; e che se vedesse un numeroso esercito di Lacedemoni non starebbe alle mosse. Di più non sapeva al presente darsi del tutto a credere che tra loro non vi fossero delle turbolenze. Onde agli ambasciatori de’ quattrocento non diè risposta veruna concernente gli accomodamenti. Bensì fece venir dal Peloponneso un grosso esercito; e non molto dopo egli in persona colla guarnigione di Decelia unita a quell’esercito scese fin sotto le mura stesse degli Ateniesi; sperando o che essi agitati dalle turbolenze si sarebbero resi a discrezione alle sue armi, o che gli avrebbe superati di primo impeto per la confusione che naturalmente dovea esser dentro e fuori della città. Imperciocchè stimava che la presa delle mura lunghe non gli potesse fallire perchè erano abbandonate. Fattosi adunque vicino, gli Ateniesi nell’interno non fecero il più piccolo movimento; ma fatta uscire la cavalleria, e una parte delle milizie gravi e leggere e degli arcieri, uccisero alcuni dei nemici che si erano troppo appressati, e s’impadronirono di qualche armatura e di pochi cadaveri. Per lo che Agide ricredutosi ritirò indietro l’esercito, e fermossi a Decelia colla sua guarnigione; e l’esercito sopravvenuto ritornò a casa dopo essersi trattenuto pochi giorni in quei luoghi. In seguito i quattrocento non cessarono di mandare ambascerie ad Agide che omai le accoglieva più favorevolmente; e per suo consiglio spedirono legati a Sparta intorno all’accomodamento, essendo bramosi di rappacificarsi.

72. Inviarono ancora dieci personaggi a Samo per abbonir quell’esercito, e mostrargli che non si era stabilita l’oligarchia a danno della Repubblica e dei cittadini, ma per salvezza di tutto il comune; che cinquemila e non soli quattrocento erano al governo degli affari; e che per gli Ateniesi non si erano mai adunati in numero di cinquemila per venire a deliberare di cosa quanto si voglia rilevante, perchè impediti dalle spedizioni, ed occupati fuori dei confini. E aggiunte a queste altre parole acconcie ad esser dette li spedirono subito dopo il cangiamento da lor fatto nel governo; perchè temevano (siccome avvenne) che i soldati di marina non volessero starsene al reggimento oligarchico, e che il male cominciato di là non venisse a dar loro la volta.

73. E veramente già si tentavano a Samo delle novità rispetto alla oligarchia; e verso il tempo medesimo in cui si stabiliva il magistrato de’ quattrocento si diè il caso che vi accaddero queste cose. Quelli tra’ Samii che erano insorti contro i nobili, e che la tenevano del popolo, mutata nuovamente parte, e indotti da Pisandro quando recossi colà, e da alcuni Ateniesi che fatta cospirazione in numero di quattrocento parteggiavano in Samo per la congiura, volevano dare addosso agli altri che riguardavano come popolani. E sostenuti da Carmino uno dei generali e da alcuni Ateniesi che erano in Samo, ai quali avevano impegnata la loro fede, uccisero un tale Iperbole cittadino d’Atene, uomo perverso e bandito coll’ostracismo, non già per tema della sua potenza o del suo credito, ma perchè era malvagio e facea vergogna alla città. Altre cose a queste consimili adoperarono d’accordo con quelli Ateniesi, ed erano al punto di assaltare i popolani. I quali avutone sentore palesano l’attentato a Leone e Diomedonte, che per essere onorati dal popolo non sapeano contentarsi dell’oligarchia, e poi a Trasibulo ed a Trasillo, quegli sopraccomito di trireme; questi capitano di soldati gravi; e finalmente a tutti gli altri che sempre eransi mostrati sommamente avversi ai congiurati. E li pregavano a non permettere ch’e’ fossero trucidati, e che Samo venisse alienata dagli Ateniesi nei quali per opera di lei era fino a quel giorno rimasto fermo l’impero. Quelli udito ciò andavano pregando ad uno ad uno i soldati a non stare indifferenti in tale attentato, e con impegno anche maggiore quei che erano a bordo della nave Paralo, cittadini ateniesi e liberi, nemici sempre mai dell’oligarchia anco quando non era stabilita. E Leone e Diomedonte ogni volta ch’e’ facevano qualche corsa per mare rilasciavano loro alcune navi per difesa. Laonde quando quei trecento assalirono i popolani di Samo, questi ebbero vittoria, perchè sostenuti da tutte quelle genti e principalmente da quei della Paralo; ed uccisero circa trenta di quei trecento, e punirono coll’esilio tre dei più colpevoli. E accordata amnistia agli altri, d’allora innanzi tutti di consenso si reggevano a popolo.

74. Dipoi gli abitanti di Samo ed i soldati ignari ancora che il governo fosse in mano dei quattrocento, spediscono ad Atene a dar avviso dell’accaduto la nave Paralo, e sovr’essa Cherea di Archestrato cittadino ateniese stato uno dei più caldi ad operar quella mutazione. Approdati questi colà, i quattrocento imprigionarono due o tre della nave Paralo, e levati gli altri da questa nave li fecero montare sopra un’altra da trasporto, e li destinarono a star di presidio intorno all’Eubea. Ma Cherea, scapolato non so come, alla vista di quei fatti torna diviato a Samo, racconta ai soldati lo stato di Atene, esagerando ogni cosa col dire, che tutti i cittadini si punivano con battiture, che non era permesso il piatire contro quelli che erano alla testa del governo, che le stesse loro mogli ed i figli si vituperavano, e che si pensava di arrestare ed incarcerare tutti i parenti dei soldati di Samo che fossero dalla parte opposta, per farli morire qualora essi non obbedissero. Ed a queste molte altre menzogne aggiungeva.

75. Al sentir tali cose il primo impeto de’ soldati fu di avventarsi addosso a’ principali fautori dell’oligarchia, ed agli altri che vi avean prestato mano; ma poi impediti dalla gente entrata di mezzo, ed avvertiti a non voler rovinare gli affari, co’ nemici d’appresso ed alle vedette, si racquetarono. Dopo di che Trasibulo di Lico e Trasillo, i primari capi della rivoluzione, volendo omai ridurre apertamente il governo di Samo alla democrazia, fecero giurare co’ più solenni giuramenti a tutto l’esercito, e in specie ai fautori dell’oligarchia, che starebbero fermi e concordi nel reggimento popolare, che sosterrebbero vigorosamente la guerra contro i Peloponnesi, che sarebbero nemici a’ quattrocento, e che con essi non tratterebbero di accordi. Si unirono a prestar li stessi giuramenti tutti i Samii che erano per età atti all’armi, ed i soldati fecero causa comune con essi in tutti gli affari e le conseguenze di quei pericoli; stimando non esservi nè per sè, nè per i Samii altro rifugio di salvezza, ma dover tutti morire ove i quattrocento ed i nemici di Mileto la vincessero.

76. In questo tempo levossi gran contrasto, perchè l’esercito di Samo voleva costringere Atene al governo popolare, ed Atene, l’esercito al reggimento dei pochi. Ed i soldati a Samo fecero tosto una dieta ove deposero dal comando i generali di prima e quei trierarchi de’ quali sospettavano, e sostituirono altri generali ed altri trierarchi, e tra questi Trasibulo e Trasillo. E levandosi a parlare si esortavano l’un l’altro, e dicevano non doversi perder di coraggio che la città si fosse divisa da loro, perchè questa divisione era stata fatta da pochi a petto a loro che erano in più quantità e meglio forniti di tutto. Infatti avendo in mano la flotta astringeranno le altre città sulle quali comanda Atene a somministrar denaro, non altrimenti che se si fossero mossi da Atene stessa; perchè stando per loro Samo, città non debole e che quando era in guerra con Atene poco mancò che non le togliesse l’impero del mare, di lì sarebbero in grado di respingere i nemici come per l’avanti. Poter loro, come padroni delle navi, procacciarsi le vettovaglie meglio di quei d’Atene; aver questi, sì bene per paura di loro accampati a Samo, occupato di prima l’ingresso del Pireo, ma ora ove non vogliano rimettere in piedi il governo antecedente saranno ridotti a tale, che l’armata di Samo provvista di forze maggiori li escluderà dal mare, invece che essi escludano lei; lieve essere e di niun conto l’aiuto che Atene porgeva loro per superare i nemici; non aver perduto nulla nel trovarsi abbandonati dagli Ateniesi che non avevano più denaro da mandare all’esercito, (mentre i soldati se lo procacciavano da sè) nè verun consiglio salutevole donde procede l’autorità delle repubbliche sugli eserciti; aver peccato quei d’Atene nel caso presente abrogando le patrie leggi, ed essi volerle conservare e tentare di costringere anche loro; talchè quelli che ancor rimanessero colla mente sana, non eran per esser tenuti appresso i soldati di Samo cittadini meno pregevoli. Aggiungevano per ultimo che Alcibiade, ove ottenesse sicurezza e ritorno in patria, di buon grado procaccierebbe loro l’alleanza del re; e, quel che più rilevava, se ogni cosa andasse fallita, essi padroni di flotta sì rispettabile avrebbero molti luoghi ove ritirarsi, ne’ quali troverebbero città e terreno.

77. Dette queste cose dai soldati nella dieta, e incoraggiatisi l’un l’altro, si occupavano dei guerreschi apparecchi niente meno che prima. E i dieci ambasciatori spediti dai quattrocento a Samo, poichè arrivati a Delo ebbero inteso ciò, fermarono il corso.

78. In questo tempo medesimo i soldati in sulla flotta dei Peloponnesi a Mileto vociferavano tra loro che Astioco e Tissaferne rovinavano gli affari. Dicevano che Astioco per l’innanzi, quando essi erano in forze maggiori e l’armata ateniese in piccol numero avea schivato la battaglia navale, ed ora pur la schivava mentre si sentiva i nemici essere in sedizione, e le navi loro non per anche riunite; e che intanto coll’aspettar senza pro le navi fenicie promesse da Tissaferne (che dava parole e non fatti), si andava incontro al pericolo di trovarsi al tutto rovinati; che Tissaferne poi non conduceva le navi promesse e danneggiava la flotta non dando puntualmente ed interamente le paghe. Laonde concludevano non doversi più indugiare, ma venire a decisiva battaglia per mare; e più di tutti insistevano i Siracusani.

79. Gli alleati ed Astioco all’udir tali bisbigli si adunarono, e stabilirono di venire a battaglia; da che avean pure avuto lingua delle turbolenze di Samo. Perocchè fatto vela con tutte le navi, che erano cento dodici, ed ordinato ai Milesii di condursi per terra a Micale, s’indirizzarono alla volta di Micale. Gli Ateniesi con le ottantadue navi di Samo che aveano stazione a Glauce del territorio di Micale (perciocchè dalla parte che guarda Micale Samo è poco distante da terraferma) vedendosi venir contro la flotta de’ Peloponnesi, ritiraronsi a Samo, avvegnachè non si credessero in numero bastante a tentare un pericolo che dovea decidere della somma delle cose. Inoltre, siccome aveano presentito che i nemici erano partiti da Mileto per venire a battaglia navale, voleano aspettare che Strombichide tornasse dall’Ellesponto in loro aiuto colle navi che da Chio erano arrivate ad Abido. E già gli avevan mandato innanzi l’avviso. Così gli Ateniesi si ritirarono a Samo; ed i Peloponnesi approdati a Micale vi si accamparono insieme coi fanti dei Milesii e dei circonvicini. Ed il giorno appresso erano per navigar sopra Samo, quando avuto nuova dell’arrivo di Strombichide dall’Ellesponto colle navi, voltarono subito addietro per Mileto. Gli Ateniesi anch’essi rinforzati dalla flottiglia di Strombichide si mossero verso Mileto con otto e cento navi, desiderosi di tentare una battaglia decisiva; ma siccome nessuno si mosse loro incontro tornarono indietro a Samo.

80. Seguite appena queste cose, nell’estate medesima i Peloponnesi, che credendosi insufficienti con tutte le navi riunite ad opporsi al nemico non erano usciti ad incontrarlo, non sapevano donde procacciarsi i denari per flotta sì numerosa, tanto più che Tissaferne li teneva scarsi nelle paghe. Laonde spediscono (conforme di prima era stato ordinato dal Peloponneso) Clearco di Ramfia con quaranta savi a Farnabazo, il quale gli invitava, ed era pronto a pagare gli stipendii; ed insieme significava loro per mezzo di legati di voler ribellare Bisanzio. Pertanto quelle navi peloponnesie trattesi in alto mare per tragittar di nascosto agli Ateniesi, furono colte da una tempesta. Cosicchè la maggior parte di esse con Clearco dieder fondo a Delo e poi ritornarono a Mileto (tranne Clearco che si era ricondotto per terra all’Ellesponto, e ne avea preso il comando); e sole dieci condotte dal generale Elisso di Megara arrivarono a salvamento, nell’Ellesponto, e mossero Bisanzio alla ribellione. Appresso, gli Ateniesi di Samo informati di ciò spediscono un soccorso di navi per tener guardato l’Ellesponto; e fuvvi un leggiero combattimento dinanzi a Bisanzio tra otto navi da una parte e otto dall’altra.

81. Ma in Samo quelli che erano al governo delle cose, e specialmente Trasibulo, da che ebbe cambiato gli affari, fermo sempre nel suo pensiero di rimettere in patria Alcibiade, riuscì con un’arringa a tirar nella sua opinione la più gran parte dei soldati. I quali avendo decretato ad Alcibiade il ritorno alla patria e l’impunità, Trasibulo andato da Tissaferne ricondusse a Samo Alcibiade medesimo, stimando non esservi altra salvezza se non quella che egli recasse alla parte loro Tissaferne. E tenutasi una dieta, Alcibiade fece grandi querele e lagnanze del suo bando, e intertenendosi molto a parlare della Repubblica destò in loro non piccole speranze sull’avvenire, e magnificò oltre modo il suo credito presso Tissaferne, per farsi temere da chi in Atene reggeva l’oligarchia, per disciogliere più facilmente le congiure, per essere onorato maggiormente da quei di Samo e rincorargli meglio; e per screditare al più possibile i nemici dinanzi a Tissaferne, e farli decadere dalle concepute speranze. Vantava egli adunque queste grandissime promesse, che Tissaferne, qualora potesse fidarsi degli Ateniesi, si era impegnato con lui di non far loro mancare in verun modo gli stipendii finchè gli restasse qualche cosa del proprio, anche a costo di vendere il letto per far denari; che agli Ateniesi non a’ Peloponnesi condurrebbe le navi fenicie già arrivate in Aspendo; ma che solo si fiderebbe di loro quando esso Alcibiade tornato in patria ne stesse mallevadore.

82. I soldati al sentir questo e molte altre cose, lo elessero subito generale insieme cogli altri di prima; rimisero in lui il governo di tutti gli affari, e nissuno di essi avrebbe commutato con qualsivoglia altro bene la speranza presentemente conceputa di salvarsi, e di pigliar vendetta de’ quattrocento. E per le cose dette da Alcibiade erano pronti in quel primo impeto a navigar sopra il Pireo, mettendo in non cale gli attuali nemici, ove egli, non ostante le istanze di molti, non avesse al tutto impedito che, lasciando addietro i nemici più vicini, facessero quella mossa. Disse anzi che essendo egli stato creato generale, volea recarsi da Tissaferne per trattare delle bisogne di guerra; e appena sciolta l’adunanza vi andò; sì perchè volea parere di comunicar tutto con lui, sì eziandio perchè bramava venirgli in maggior estimazione, e farsi bello d’essere omai stato eletto generale, e di trovarsi in grado di procacciargli del bene e del male. Cosicchè venne fatto ad Alcibiade d’incuter paura agli Ateniesi col nome di Tissaferne, ed a Tissaferne col nome degli Ateniesi.

83. Ma i Peloponnesi di Mileto udito il ritorno d’Alcibiade, se per lo passato non avean fede in Tissaferne, allora sì che vie più se ne disgustarono. Imperciocchè fin da quando si erano essi tenuti di venire a battaglia contro la flotta ateniese uscita sopra Mileto, era accaduto che Tissaferne andava assai più a rilento nel dare le paghe, e che anche prima di questi fatti, per gl’intrighi di Alcibiade, era incorso a gran passi nel loro sdegno. Laonde i soldati nei loro capannelli (e non solo i soldati, ma ancora altre persone di conto) ritornavano sulle riflessioni di prima; cioè che non ricevevano mai intera la paga, che piccola era quella che veniva data e neppur questa si dava sempre, che se non si tentasse un decisivo combattimento navale, o non si andasse in altro luogo donde cavar si potessero i viveri, le truppe avrebbero abbandonata la flotta, e che di tutte queste cose era cagione Astioco, il quale per privati guadagni secondava gli umori di Tissaferne.

84. Mentre che essi erano in queste considerazioni, avvenne riguardo ad Astioco questo tumulto. I marinari dei Siracusani e de’ Turii, quanto erano la più gran moltitudine di gente libera, altrettanto con più audacia si affoltavano a dimandar la paga. Astioco rispose loro arrogantemente anzi che no, ed alzò il bastone minacciando Dorico che patrocinava le sue ciurme. A tal vista la moltitudine de’ soldati, da truppa marinaresca com’erano, alzarono le grida e si avventarono addosso ad Astioco per batterlo; ed egli previsto ciò ricovrossi ad un altare. Nè già fu ferito, ma la calca si dileguò. Ed i Milesii assalirono furtivamente ed espugnarono un forte fabbricato da Tissaferne in Mileto, e cacciarono via il presidio che vi era; operazione che riscosse l’approvazione degli alleati e specialmente de’ Siracusani, ma che dispiacque a Lica; il quale diceva che i Milesii doveano, con discrete condizioni star sotto Tissaferne come pure gli altri che trovavansi nelle terre del re, e tenerselo caro finchè non avessero bene acconciata la guerra. Ma i Milesii erano omai sdegnati con Lica; e per questi motivi ed altri consimili, quando egli venne a morire per malattia, non permisero ai Lacedemoni che si trovavano a Mileto ch’ei fosse seppellito nel luogo che desideravano.

85. Nel tempo appunto che nel campo peloponnesio bollivano questi mali umori contro Astioco e contro Tissaferne, arrivò da Sparta Mindaro per succedere nell’ammiragliato ad Astioco, e recossi in mano il comando. Astioco imbarcò per andarsene; e Tissaferne spedì con lui in qualità di ambasciatore un tale del suo seguito, per nome Gaulete, della Caria, perito delle due lingue, il quale accusasse i Milesii del fatto del castello, ed insieme purgasse lui dalle imputazioni che gli venivano date: perchè sapeva bene che anche i Milesii si erano messi in cammino col fine principalmente di querelarlo, in compagnia d’Ermocrate che dovea denunziarlo come uomo doppio ed unito con Alcibiade a rovinar le cose dei Peloponnesi. Qui è da sapere che Ermocrate nutriva mai sempre l’inimicizia conceputa con Tissaferne a cagion del pagamento degli stipendii. E in ultimo quando e’ fu bandito da Siracusa, e vennero a Mileto pel comando delle navi siracusane altri generali, cioè, Potami, Miscone e Demarco, Tissaferne si mise con più ardore a perseguitarlo come bandito, e fra l’altre lo incolpava che si fosse fitto in testa di odiar lui, da che chiesti una volta i denari non gli aveva ottenuti. Astioco adunque, i Milesii ed Ermocrate s’imbarcarono per Sparta, ed Alcibiade già da Tissaferne era ripassato a Samo.

86. Partiti da Delo i legati de’ quattrocento già spediti a Samo per attutire ed informare l’esercito, vi giungono quando v’era presente Alcibiade; e tenutasi adunanza si sforzavano di pigliar la parola. I soldati da prima non volevano udirli; e gridavano che si uccidessero i disfacitori dello stato popolare; ma poi quetatisi s’indussero ad ascoltarli. Allora i legati annunziavano che la mutazione del governo non era stata fatta a perdizione, ma a salvezza della Repubblica, e non per darla in mano ai nemici, ai quali si sarebbe potuta dare quando e’ l’assalirono essendo in carica i quattrocento; che a tutti toccherebbe la sua volta di entrare nel numero de’ cinquemila; che i loro congiunti non erano insultati (siccome aveva calunniosamente riferito Cherea), e non che ricevessero alcun male, stava ciascuno di essi al suo posto padroni de’ propri beni. Molte altre cose poi aggiunsero a queste che non furono punto meglio udite dai soldati, i quali invece s’infastidirono, e proponevano chi un partito, chi un altro, e specialmente quello di navigare contro il Pireo. Allora fu che Alcibiade riscosse la opinione d’aver il primo e non meno di qualunque altro giovato alla Repubblica. Conciossiachè, essendo risoluti gli Ateniesi di Samo di navigar contro quelli d’Atene (nel qual caso i nemici a dirittura avrebber sicuramente occupato la Ionia e l’Ellesponto), egli ebbe il vanto di essersi opposto a quella furia, nella quale nissuno sarebbe stato atto a contenere la moltitudine; distolse l’esercito da quella mossa, e garrì e represse quelli che si versavano contro ai legati. I quali egli medesimo rimandò con questa risposta; che non impedirebbe a’ cinquemila di ritenere il governo, ma che ordinava loro di deporre i quattrocento, e di rimettere come prima il consiglio de’ cinquecento. Se poi per economia fosse stata fatta qualche riforma, ad oggetto che i soldati fossero meglio pagati, in ciò li lodava sommamente. Del resto li confortava a tener il fermo e non cedere ai nemici; perciocchè mantenendosi salva la Repubblica, vi era molta speranza di accomodarsi tra loro; ma una volta che una delle due parti, o quella di Samo o quella di Atene soccombesse, non vi resterebbe più nemmeno con chi rappacificarsi. Trovavansi presenti a questo dibattimento anche gli ambasciatori degli Argivi, i quali promettevano di soccorrere i popolani ateniesi che erano in Samo. Di che Alcibiade, colmatili di lodi, disse loro che si dovessero presentare quando fossero chiamati, e così li accomiatò. Questi Argivi erano venuti a Samo con quei della nave Paralo, i quali al tempo soprallegato erano stati destinati dai quattrocento a volteggiare intorno all’Eubea con una nave da trasporto, e doveano condurre a Sparta per parte de’ quattrocento gli ambasciatori ateniesi, Lespodia, Aristofonte e Melesia. Se non che quando navigando furono presso ad Argo arrestarono gli ambasciatori, e come principali sovvertitori dello stato popolare li consegnarono agli Argivi. Nè già ritornarono ad Atene, ma conducendo seco gli ambasciatori, da Argo arrivarono a Samo colla nave sulla quale erano.

87. Nella medesima estate volendo Tissaferne (come di fermo fu creduto) sventare le imputazioni dategli da’ Peloponnesi, i quali tra le altre, a cagione del ritorno d’Alcibiade erano scorrubbiati con esso lui quasi la tenesse apertamente da Atene, si dispose a portarsi ad Aspendo per le navi fenicie, e comandò a Lica di essergli compagno in quel viaggio. E quanto all’esercito disse che lascerebbe ordine a Tamo suo luogotenente di pagar gli stipendii, in quel tanto ch’ei stesse assente. La cosa però non si racconta in un medesimo modo, nè è facile intendere perchè andasse ad Aspendo, e poi andatovi non conducesse le navi. Conciossiachè egli è cosa indubitata che centoquarantasette navi fenicie erano arrivate ad Aspendo; e d’altronde molte sono le congetture del perchè non venissero. Alcuni tengono che Tissaferne andasse ad Aspendo per logorar con questa sua partenza i Peloponnesi, come veramente era suo pensiero. Ed infatti Tamo suo luogotenente pagava gli stipendi non punto meglio, ma anzi peggio di lui. Altri opinano che dopo aver fatti venire i Fenicii sino ad Aspendo ei volesse cavarne denari congedandoli; poichè non aveva intenzione di valersi di loro. Altri poi son d’avviso che facesse ciò mosso dalle male voci giunte fino a Sparta, acciocchè si dicesse che la sua condotta non era disleale, ma che egli andava apertamente per una flotta al certo equipaggiata. Con tutto questo a me pare che il motivo più chiaro del non aver condotto quella flotta fosse per indebolire e tener sospese le cose de’ Greci; per farli consumar tra loro mentre egli era assente e si tratteneva colà; e per tenere in bilancia i loro interessi senza farla preponderar da alcuna parte colla sua aggiunta; perchè è manifesto che, se lo avesse voluto, arebbe posto fine alla guerra; e l’esito non sarebbe stato dubbioso. Essendochè, conducendo la flotta fenicia ai Lacedemoni, avrebbe ragionevolmente dato la vittoria ad essi, i quali anche di presente stavano a fronte degli Ateniesi con eguali forze marittime piuttostochè minori. Lo scusarsi poi del non aver condotto quelle navi, col dire che erano state accolte in più piccol numero di quello che il re aveva ordinato, fu un parlare da sonnolento; perchè in tal caso arebbe meglio incontrato il gradimento del re spendendo non molti denari, e con più sottile spesa avrebbe conseguito l’istesso. Ma (qual che si fosse la sua intenzione) Tissaferne arriva ad Aspendo e si abbocca coi Fenicii; ed i Peloponnesi per ordine di lui vi spediscono Filippo gentiluomo lacedemone con due triremi, persuasi che gli dovessero esser consegnate quelle navi.

88. Non sì tosto sentì Alcibiade la partenza di Tissaferne per Aspendo che anch’egli si mise in mare con tredici navi, promettendo di sicuro a quei di Samo un di questi due importantissimi servigi; o condurrebbe le navi fenicie agli Ateniesi, o impedirebbe al certo che venissero ai Peloponnesi. Sapeva egli di lunga mano, com’è da credere, non essere intenzione di Tissaferne condurre quelle navi; e di più voleva screditarlo sommamente appresso i Peloponnesi, per conto dell’amicizia che Tissaferne medesimo aveva con lui e con gli Ateniesi; affinchè così fosse maggiormente costretto ad accostarsi alla parte ateniese. Laonde fatto vela direttamente da Samo per alla volta di Cauno e di Faselide proseguiva la sua gita verso Aspendo.

89. Ma i mandatari de’ quattrocento tornati da Samo ad Atene, e riferite le risposte di Alcibiade con cui ordinava di persistere e non cedere ai nemici, giacchè egli avea molta speranza di riconciliare con loro l’esercito e di superare i Peloponnesi, ispirarono assai maggior coraggio a coloro, i quali, tuttochè avesser parte al reggimento oligarchico, pure ne erano di prima indispettiti, e volentieri avrebber preso qualche via di sicurezza per uscir da quell’intrigamento. E già si accoglieano in brigate, e biasimavano quello stato di cose, avendo in ciò per capi generali ragguardevolissimi addetti all’oligarchia e costituiti in carica, come Teramene di Agnone, Aristocrate di Sicelio ed altri, che avean mano tra’ primi al governo degli affari, e che temendo (per quanto dicevano) dell’esercito di Samo e di Alcibiade, ed anche de’ loro ambasciatori a Sparta, mandaron dicendo a quest’ultimi che badassero bene di non recar danno alla patria, ove qualche trattato concludessero senza il consenso del maggior numero de’ cittadini. Credevano essi che con questo temperamento libererebbero la Repubblica dal cadere sotto il governo di troppo pochi; e dicevano che bisognava creare i cinquemila non in parole, ma in fatti, e ridurre lo Stato a maggiore eguaglianza. Tutto questo però era un pretesto politico delle loro mire, e la maggior parte di essi, mossi da private ambizioni, erano attaccati a tal forma di governo, in cui l’oligarchia, più che altro nata dalla democrazia è un sogno. Essendochè nel primo giorno stesso del governo oligarchico, ciascun pretende di primeggiar di gran lunga sugli altri, non che di essere eguale: laddove negli squittinii che si fanno dal popolo, ognun si accomoda più facilmente al resultamento senza credersi soverchiato, perchè è opera di cittadini eguali. Quello poi che manifestamente sollevò gli animi di costoro fu la ferma autorità che avea Alcibiade in Samo, e la opinione in cui essi erano, che il reggimento de’ pochi non potesse durare stabilmente. Laonde ciascuno faceva oltremodo a gara per essere il principal protettore dello stato popolare.

90. Quelli però tra i quattrocento che erano grandissimamente avversi a tal forma di governo, e che avevano maggiore autorità, come Frinico, il quale anche nel tempo del suo generalato a Samo avea contrariato Alcibiade, ed Aristarco uno de’ più accaniti ed invecchiati nemici del popolo, e Pisandro ed Antifonte ed altri de’ più potenti, già fin da prima appena essi furono assunti al governo, e poi quando i fautori che avevano a Samo passarono alla democrazia, spedivano a Sparta ambasciatori del loro numero; e si davano ogni cura pel reggimento oligarchico; e costruivano un muro nel sito chiamato Etionea. Le quali cose con sollecitudine anche maggiore facevano, dopo che per i loro ambasciatori tornati da Samo ebbero compreso che la plebe e quelli che prima sembravano fedeli avean mutato mantello. E temendo delle cose d’Atene e di Samo spedirono prestamente Antifonte e Frinico con altri dieci, ordinando loro di accomodarsi coi Lacedemoni in qualunque modo si fosse tollerabile, e con premura più grande edificavano il muro di Etionea. La loro intenzione nel fabbricar questo muro era (come diceva Teramene e quelli della sua parte) non d’impedire ai soldati di Samo l’entrata nel Pireo, qualora venissero ad assaltarlo colla flotta; ma piuttosto di ricevervi dentro i nemici colle navi e coi fanti, quando loro piacesse: imperciocchè Etionea è come un gomito del Pireo, e presso di lei si trova l’ingresso delle navi. Attaccavano adunque questo muro all’altro che vi era di prima e che guardava terraferma; in modo che con poche genti le quali vi stessero sopra, erano padroni dell’ingresso; perchè il muro vecchio verso terraferma, e dalla parte interna il muro nuovo che andava al mare, terminavano entrambi ad una delle due torri sulla bocca del porto che è angusto. Edificarono inoltre una grandissima loggia che si estendeva immediatamente nella maggior vicinanza a questo muro nel Pireo; e di essa erano eglino i padroni, ed astringevano tutti a scaricarvi il grano del paese e quello che veniva dalla parte del mare, ed a cavarlo di lì per venderlo.

91. Teramene pertanto da molto tempo facea gran romore di queste cose; e dopo che furono ritornati da Sparta gli ambasciatori senza nessuna conclusione di accomodamento circa la somma degli affari, diceva che con quel muro vi era il pericolo di rovinar tutta la città. Essendochè si dava il caso che quarantadue navi (alcune delle quali erano italiane e siciliane cioè di Taranto e di Locri) venute circa questo tempo dal Peloponneso a petizione degli Eubeesi, aveano dato fondo in sulle coste della Laconia, e si preparavano a navigar per l’Eubea capitanate da Egesandrida spartano. Quest’armata, diceva Teramene, esser diretta piuttosto verso quelli i quali fabbricavano il muro ad Etionea, che non verso l’Eubea; e però se non si pensasse a mettersi tosto in guardia, resterebbero tutti sterminati quando men se l’aspettavano. Tal sospizione era in parte vera rispetto a quelli su cui cadeva, e tali parole non erano al tutto una mera maldicenza. Conciossiachè i fortificatori di Etionea bramavano principalmente coll’oligarchia avere impero sugli alleati; se no, ritenendo le navi e le mura, essere gli arbitri del governo; e posto che questo non riuscisse, non voleano trovarsi a cadere i primi sotto le unghie del popolo quando avesse ripreso il suo grado, a patti anche d’introdurre i nemici e di rimettere la città nella loro discrezione; cedendo le mura e le navi, purchè le proprie persone fossero salve.

92. Il perchè si affrettavano a costruir quel muro con postierle ed ingressi per introdurvi i nemici, volendo terminarlo innanzi d’essere impediti dalla fazione contraria. Tali discorsi pertanto da principio si comunicavano a pochi, e piuttosto di soppiatto, ma poichè Frinico tornando dalla sua ambascieria di Sparta fu a posta fatta ferito in piena piazza da uno della ronda, e venuto non molto lungi dalla curia morì; e poichè, fuggito essendo l’uccisore, un tal di Argo suo complice arrestato e torturato da’ quattrocento non volle palesare il nome di nessuno che avesse ordinato quel delitto, e solo disse che si faceano molte radunanze presso il capo delle ronde e altrove per le case; allor daddovero, siccome quell’accidente non avea partorito veruna novità, Teramene ed Aristocrate, e quanti tra’ quattrocento e fuori de’ quattrocento eran del medesimo parere, si misero tosto con più ardire all’impresa. Imperciocchè in quel tempo appunto le navi nemiche dalla spiaggia laconica volteggiando si erano fermate ad Epidauro, ed aveano fatto delle scorrerie sopra Egina; e Teramene diceva non essere consentaneo, se esse andavano verso l’Eubea, che avesser piegato il corso al golfo d’Egina; e quindi presa stazione ad Epidauro, qualora non fossero state invitate a quel fine ch’ei sempre annunziava: e però non doversi più stare inoperosi. Alla fine moltiplicati i discorsi sediziosi e cresciuti i sospetti Teramene ed i suoi partigiani misero mano all’impresa. Conciossiachè i soldati gravi che nel Pireo fabbricavano il muro di Etionea (e tra questi era anche Aristocrate centurione colla sua centuria) arrestano Alessicle capitano degli oligarchici e sommamente inclinato alla parte contraria a Teramene; e condottolo a casa lo tennero prigione. E tra gli altri cooperatori che avevano vi era Ermone uno dei comandanti delle ronde di Munichia; e, quel che più rileva, il corpo dei soldati gravi stava per loro. Appena fu recato avviso di ciò ai quattrocento adunati a consesso nella sala del senato, tutti, salvo quelli ai quali non piaceva il presente governo, erano pronti a correre all’armi, e minacciavano Teramene ed i suoi aderenti. Egli per discolparsi disse d’esser pronto a recarsi a liberare Alessicle; e preso seco un capitano che era della medesima congiura di lui, si avviava verso il Pireo, sostenuto da Aristarco e da’ giovani cavalieri. Frattanto grande e spaventevole era il tumulto; poichè quei di città pensavano che il Pireo fosse già occupato, e messo a morte l’imprigionato Alessicle; e quei del Pireo temevano di trovarsi or ora addosso quelli di città. Già per Atene correasi furiosamente all’armi, ed i più vecchi si paravano innanzi a’ loro concittadini per impedirli, e Tucidide farsalico, ospite della città ed ivi presente, entrando animosamente di mezzo ritenea ciascuno, e gridava che non volessero rovinar la patria co’ nemici d’appresso ed alle vedette; cosicchè a gran pena si quetarono e non si venne all’armi. Teramene che era uno de’ generali arrivato al Pireo mostrossi a parole adirato co’ soldati gravi; ma Aristarco e gli altri della parte contraria erano sdegnati veramente. Con tutto ciò la maggior parte di quelle milizie, non che si pentissero del fatto tiravano innanzi, e domandavano a Teramene se credeva egli vantaggiosa la fabbrica del muro, e se meglio fosse demolirlo. E Teramene rispondeva che se piacesse loro demolirlo e’ piaceva anche a lui. Laonde tostamente i soldati gravi e molti di quei del Pireo salirono sul muro e lo spianavano, esortandosi tutti l’un l’altro con queste parole «deve prestar mano all’opera chi vuole il comando de’ cinquemila, anzichè quello de’ quattrocento;» avvegnachè tutti coloro che bramavano ristabilito il governo popolare si andassero ancora celando sotto il nome de’ cinquemila onde non nominare apertamente il popolo; perchè temevano che i cinquemila veramente esistessero; e che dicendo qualche cosa ad alcuno di essi senza conoscerlo, non avessero a trovarsi perduti. Ed i quattrocento non volevano nè che i cinquemila esistessero, nè che fosse manifesto ch’e’ non esistevano, per questo appunto perchè giudicavano che il metter tanti a parte del governo sarebbe una vera democrazia, e che d’altronde con l’incertezza si seminerebbe la paura tra’ cittadini.

93. Il giorno seguente i quattrocento, benchè sconcertati si assembrarono nella sala senatoria; ed i soldati gravi del Pireo, lasciato in libertà l’arrestato Alessicle e demolito il muro, vennero al teatro di Bacco presso Munichia, e posate le armi fecero adunanza, e secondo la risoluzione presa marciavano a dirittura verso la città, ed ivi fecero alto nel sacro recinto de’ Dioscuri[143]. Quivi vennero a trovarli alcuni deputati de’ quattrocento; e discorrevano testa testa con loro, e persuadevano quelli che vedessero più docili a mettersi in calma e contenere anche gli altri; promettendo che si promulgherebbero i cinquemila, e che dal numero di questi si creerebbero a vicenda i quattrocento, secondo che piacesse ai cinquemila medesimi; e intanto li pregavano che non volessero in alcun modo perdere la Repubblica nè darle la spinta a cadere in mano de’ nemici. Cosicchè per i molti discorsi che si facevano a molti, il maggior numero de’ soldati gravi divennero più ammansati di prima, e sopra tutto temevano del pericolo universale della Repubblica. Convennero adunque che in un certo giorno si tenesse una dieta nel tempio di Bacco intorno all’accomodamento.

94. Arrivato il giorno della dieta nel tempio di Bacco, mentre erano per adunarsi venne la nuova che Egesandrida con le quarantadue navi fatto vela da Megara rasentava Salamina. Allora tutti i soldati gravi giudicavano esser questo ciò che tempo fa dicevasi da Teramene e dai suoi seguaci, cioè che la flotta nemica era diretta al muro; e tenevano per vantaggiosa la demolizione di esso. E forse Egesandrida si tratteneva intorno ad Epidauro ed in cotesti luoghi per essersi indettato co’ quattrocento; ma è ancora probabile che vi si fermasse sperando dover essere opportuno il suo arrivo all’occasione della presente sedizione degli Ateniesi. Questi però a tal nuova accorrevano subito a stormo al Pireo, giudicando più della domestica guerra formidabile quella de’ nemici, che non da lontano, ma sulla bocca del porto si faceva; ed alcuni montavano su le navi già pronte, altri le varavano in mare, ed altri scendeano precipitosi a difendere le mura e la bocca del porto.

95. Ma le navi de’ Peloponnesi seguitarono il corso; e fatto il giro di Sunio fermaronsi fra Torico e Prasia, e poi giunsero ad Oropo. Gli Ateniesi in mezzo a quelle sedizioni astretti frettolosamente a valersi di ciurme non ordinate, e desiderosi di provveder con prestezza a cosa tanto rilevante (poichè bloccata l’Attica, l’Eubea era per loro il tutto) spediscono delle navi ad Eretria sotto il comando di Timocari. Le quali arrivate colà e riunitesi con quelle che di prima erano nell’Eubea compirono il numero di trentasei, e furon subito costrette a venire a battaglia. Imperocchè Egesandrida dopo il pranzo aveva mosso la flotta da Oropo che è distante circa sessanta stadii di mare dalla città degli Eretrii; e gli Ateniesi nel tempo di quella mossa armavano tostamente le navi, credendo che i soldati fossero appresso di quelle. Essi invece erano andati a comprarsi il mangiare non alla piazza del mercato (ove gli Eretrii premeditatamente non aveano esposto nulla a vendere), ma alle case situate alla fine della città, affinchè mentre le navi si armavano lentamente, i nemici fossero in tempo ad assalirle, e potessero forzare gli Ateniesi a movere loro incontro così come si trovavano. Inoltre fu da Eretria alzato il segnale verso Oropo ai Peloponnesi, per avvertirli quando dovean recarsi nell’alto. Pertanto venuti in mare gli Ateniesi con sì meschino apparecchio, ed appiccata la battaglia al di là del porto di Eretria, ressero nondimeno qualche tempo; ma poi voltatisi in fuga erano perseguitati fin sulla costa. E quanti di loro si rifugiarono nella città degli Eretrii credendola amica, vennero trattati crudelissimamente e messi a morte dai cittadini; e gli altri che ricovravansi nella fortezza di Eretria, che si tenea per loro, si salvarono; come pure quelle navi che arrivarono a Calcide. I Peloponnesi presero agli Ateniesi ventidue navi; parte delle persone uccisero, parte le tennero prigioni, ed alzarono il trofeo; e non molto dopo ribellarono tutta l’Eubea (eccetto Oreo che ritenevano gli Ateniesi) e diedero ordine a tutto quello che al governo di lei apparteneva.

96. Pervenuta agli Ateniesi la nuova dei fatti dell’Eubea vi sorse sbigottimento grandissimo oltre ogni altro di prima; nè la disfatta di Sicilia, tuttochè allora paruta grande, nè verun altro caso finora gli atterrì mai cotanto. Imperciocchè essendo accaduta sì grave sciagura nella quale avean perduto le navi, e (che grandissima cosa era) l’Eubea, da cui traevano vantaggi maggiori che dall’Attica, mentre era già ribellato l’esercito di Samo, e non avean più navi nè genti da empirle, e mentre bollivano le fazioni nè vedevasi quando si sarebber potuto mai riconciliare; come non era ragionevole il loro scoraggiamento? Sopra tutto poi li turbava l’imminentissimo pericolo che i nemici usando della vittoria osassero spinger subito la flotta contro il Pireo sguarnito di navi, e già li credean poco meno che presenti. Lo che sarebbe loro agevolmente riuscito se fossero stati più ardimentosi, ed assediando Atene l’avrebber divisa maggiormente, ed astrette le navi della Ionia, sebbene nemiche del governo de’ pochi, a correre in soccorso de’ propri parenti e di tutta quanta la città; ed in questo l’Ellesponto, la Ionia, le isole e quanto v’è di spazio fino all’Eubea, insomma tutto l’imperio ateniese sarebbe venuto nelle loro mani. Nè già in questa sola occasione, ma in altre molte ancora, i Lacedemoni furono per gli Ateniesi quelli, contro a’ quali guerreggiarono più comodamente. Imperciocchè essendo diversissimi d’indole, gli uni pronti, gli altri tardi, questi intraprenditori quelli dubitosi, specialmente nel governo delle flotte, procuravano agli Ateniesi vantaggi grandissimi. E la cosa è stata comprovata dai Siracusani, che essendo di maniere consimili agli Ateniesi li combatterono bravissimamente.

97. A tali nuove pertanto gli Ateniesi, quantunque sbigottiti, armarono venti navi; e allora subito da primo tennero un’adunanza nel luogo chiamato Pnice, ove ancora altre volte eran soliti adunarsi[144]; nella quale abolirono il magistrato de’ quattrocento, e decretarono di affidar lo stato ai cinquemila, del qual numero dovessero esser quei soli che prestassero servizio nella milizia, e che nissuno per qualsivoglia carica dovesse aver pensioni: altrimenti fosse dichiarato esecrabile. Si tennero in seguito altre frequenti adunanze con le quali stabilirono i conservatori delle leggi[145], ed altre cose pertinenti al reggimento del Comune. E parmi che, almeno a mia ricordanza, gli Ateniesi in questo primo tempo si sieno ben governati; perciocchè vi fu un moderato temperamento tra gli ottimati ed il popolo, ciò che fu cagione principale che le cose loro si rialzassero dal cattivo stato in che erano cadute. Decretarono altresì il ritorno d’Alcibiade e de’ suoi seguaci; e spedirono a lui e all’esercito di Samo pregandoli efficacemente ad applicarsi al governo degli affari.

98. In tal rivoluzione Pisandro, Alessicle e quanti erano primari sostenitori dell’oligarchia si trafugarono a Decelia. E solo fra essi Aristarco, uno dei generali, tolti seco prestamente alcuni arcieri dei più barbari[146], marciava verso Enoa fortilizio degli Ateniesi sulla frontiera della Beozia, il quale era assediato da’ Corintii (rinforzati da alcuni volontari Beozii) per vendicare l’uccisione operata dagli Ateniesi usciti da Enoa sulle genti loro che ritornavano da Decelia. Aristarco adunque comunicato il suo disegno agli assedianti inganna il presidio di Enoa, dicendo che siccome quelli d’Atene si erano del resto accordati coi Lacedemoni, così essi dovean render quella terra ai Beozii, giacchè erasi fatto l’accomodamento a questi patti. Quelli del presidio fidandosi di lui come generale, e nulla sapendo dell’accaduto perchè assediati, uscirono sotto la pubblica fede. In tal maniera i Beozii riebbero Enoa lasciata dagli Ateniesi; e così cessò in Atene il governo dei pochi, e la sedizione.

99. In questa estate verso i medesimi tempi, ai Peloponnesi che erano a Mileto non venivan pagati gli stipendii da veruno dei luogotenenti lasciati da Tissaferne quando partì per Aspendo, nè si vedean comparir le navi fenicie con Tissaferne stesso. E Filippo spedito con lui, ed anche Ippocrate gentiluomo spartano che era a Faselide, aveano scritto all’ammiraglio Mindaro che le navi fenicie non comparirebbero, che i Peloponnesi erano in tutto trattati male da Tissaferne, e che Farnabazo li invitava, ed era pronto a condurre a loro la sua flotta, e a ribellare egli stesso (siccome dovea fare Tissaferne) le altre città della sua provincia agli Ateniesi, ripromettendosi da ciò qualche profitto maggiore. Per le quali cose Mindaro con molta regola e con subito ordinamento, onde celarsi alla flotta ateniese di Samo, salpò da Mileto con settantatre navi, e veleggiava alla volta dell’Ellesponto, ove in questa medesima estate ne erano innanzi arrivate sedici, ed aveano corso qualche parte del Chersoneso. Se non che colto da burrascoso vento fu astretto a pigliar terra ad Iecaro; ove trattenuto cinque o sei giorni dalla contrarietà del tempo, giunse poi a Chio.

100. Appena seppe Trasillo la partenza di Mindaro da Mileto, mosse anch’egli da Samo con cinquantacinque navi, affrettandosi, per non esser prevenuto, ad arrivar nell’Ellesponto. Ma sentendo che Mindaro era a Chio, e stimando che vi si tratterrebbe, collocò degli speculatori a Lesbo e sull’opposto lido, acciocchè, se mai le navi nemiche movessero in qualche luogo, fossero osservate; ed egli andò costeggiando fino a Metimna, ed ordinò provvisioni di farine e di altri viveri col fine di far delle sortite da Lesbo contro Chio, qualora l’ammiraglio peloponnesio vi si trattenesse più a lungo. Voleva inoltre vedere se navigando ad Ereso già ribellata da Lesbo, potesse espugnarla. Conciossiachè alcuni fuorusciti di Metimna, non già dell’infima classe, avendo condotti da Cuma circa cinquanta soldati di grave armatura affezionati a loro per ispirito di parte, e presi a soldo alcuni di terraferma, tanto che in tutti furono da trecento, eran venuti primieramente a dar l’assalto a Metimna, capitanati da Anassarco tebano per affezione di parentela. E ributtati indietro dal presidio ateniese uscito da Mitilene, e nella battaglia occorsa cacciati nuovamente fuor di città, si erano condotti per la via del monte ad Ereso, e l’avean fatta ribellare. Laonde Trasillo recatosi per mare colà pensava di assalirla colle navi, e prima di lui vi era con cinque navi arrivato da Samo Trasibulo, appena si seppe la nuova del tragitto di quei banditi a Metimna. Ma non essendo stato a tempo a raggiungerli, venne ad Ereso e fermossi sull’ancore. Vi si aggiunsero poi altre due navi che dall’Ellesponto tornavano a casa, ed anche quelle di Metimna. Talchè in tutte vi se ne trovavano presenti sessantasette, e colle truppe che aveano a bordo, gli Ateniesi si preparavano ad espugnare Ereso a viva forza, o con le macchine od in qualunque altra maniera.

101. Frattanto Mindaro ed i Peloponnesi colle navi che erano a Chio, preso il foraggio per due giorni, ed avute dai Chii tre tessaracoste chie a testa[147], il terzo dì partirono sollecitamente da Chio, e vennero nell’alto per non incontrare la flotta ateniese ad Ereso; e veleggiavano verso terraferma, avendo Lesbo in sulla sinistra. Ed approdati al porto di Crateree nella Focaide vi pranzarono; indi percorrendo la costa di Cuma vanno a cenare nell’Arginusse di terraferma dirimpetto a Mitilene; e di lì essendo ancora alta la notte, giungono piaggia piaggia ad Amatunta situata in terraferma di faccia a Metimna. Poscia dietro mangiare trascorsero frettolosamente la spiaggia di Lecto, di Larissa, di Amassito e di altri luoghi di questo tratto; e prima della mezzanotte arrivarono a Rezio, ove comincia l’Ellesponto. Alcune di queste navi approdarono anche a Sigeo ed altrove ne’ luoghi di quella costiera.

102. Gli Ateniesi che erano a Sesto con diciotto navi, poichè videro il segnale delle faci e molti fuochi accesi repentinamente nel territorio occupato dai nemici, conobbero che i Peloponnesi entravano nell’Ellesponto. E nella medesima notte, al più presto possibile, tenendosi d’appresso alla costa del Chersoneso navigarono ad Eleunte, volendo schivare le navi nemiche col tirarsi in alto mare. E veramente non furono osservati dalle sedici navi di Abido, tuttochè elle avessero ordine dalla flotta amica di Mindaro di stare in guardia, per osservare diligentemente se gli Ateniesi uscissero dalla loro stazione. I quali, avendo veduta, sul far dell’aurora, la flotta condotta da Mindaro, si diedero tostamente a fuggire. Nè già poterono tutte le loro navi sottrarsi al nemico: nondimeno la maggior parte di esse si ricovrarono ad Imbro ed a Lemno; e quattro che erano alla coda dell’armata furono prese dinanzi ad Eleunte; una urtata a terra presso il tempio di Protesilao fu presa insieme colle persone, due altre senza persone, ed una abbruciata vuota presso ad Imbro.

103. Dopo questo i Peloponnesi, riunitisi con le navi d’Abido ed altre, sicchè in tutte erano ottantasei, il giorno stesso si misero intorno ad Eleunte; e siccome non facea vista di rendersi, rinavigarono ad Abido. Gli Ateniesi poi ingannati dai loro speculatori, e persuasi che la flotta nemica non potrebbe tragittar furtivamente, stavano fermi a batter le mura di Ereso. Ma appena si avvidero che i Peloponnesi eran passati, abbandonata subito Ereso corsero prestamente a soccorso nell’Ellesponto, e presero due navi de’ Peloponnesi, che trasportatesi troppo arditamente nell’alto nell’inseguire i nemici, come innanzi dicemmo, s’imbatterono in loro. Il giorno appresso arrivano ad Eleunte, ove fermarono il corso, e ricondussero da Imbro quelle navi che vi si erano rifugiate; e per cinque giorni si preparavano alla battaglia navale.

104. La quale fu poi combattuta in questo modo. Gli Ateniesi con le navi schierate in fila si avanzavano radendo la costa verso Sesto; ed i Peloponnesi sentito ciò da Abido si mossero incontro anch’essi. E vedendosi da ambe le parti inevitabile la battaglia, gli Ateniesi distesero le ali delle loro sessantotto navi rasente al Chersoneso, incominciando da Idaeo fino ad Arriana; ed i Peloponnesi schierarono le loro ottantasei da Abido fino a Dardano. Tenevano i Siracusani l’ala destra de’ Peloponnesi: la sinistra Mindaro in persona con le navi più spedite: dalla parte degli Ateniesi, Trasillo era sulla sinistra, Trasibulo sulla destra, e gli altri capitani nel posto assegnato a ciascuno. Si affrettavano i Peloponnesi d’essere i primi a menar le mani, e di serrare ai nemici (se fosse possibile) l’uscita fuori dell’Ellesponto, sorpassando con la loro sinistra la destra degli Ateniesi, e urtandoli sul centro ributtarli verso la terra che non era lontana. Di che accortisi gli Ateniesi spingono le navi a far fronte nel luogo ove i nemici volevano loro chiudere il passaggio, e li prevennero vogando con più prestezza. Già il corno sinistro de’ Peloponnesi avea oltrepassato il promontorio chiamato Cinossema; e gli Ateniesi per quella mossa si ridussero nel centro con navi deboli e disgregate, tanto più che ne aveano un minor numero. Cosicchè l’ambito del Cinossema[148] presentando una voltata acuta ed angolare, impediva la vista di ciò che accadesse al di là di esso.

105. I Peloponnesi pertanto scagliatisi sul centro degli Ateniesi sospinsero le navi di essi nell’asciutto, e superiori di gran lunga nel combattimento sbarcarono a terra. Non poteva Trasibulo dalla destra recar soccorso al centro a cagione delle tante navi che gli erano addosso; e nemmeno lo poteva Trasillo dalla sinistra, perchè il promontorio Cinossema che era di mezzo gli togliea la vista de’ suoi, e perchè i Siracusani e gli altri schierati di contro a lui, che non eran meno di quei che stavano a fronte di Trasillo, gli davano che fare. Finalmente i Peloponnesi inseguendo sicuramente, perchè vincitori, chi una nave, chi un’altra, vennero a mancare in qualche parte al buon ordine. E Trasibulo vedendo ristarsi le navi che aveva a fronte cessò di più prolungare la sua ala, e girato di bordo si diede a respingerle, e le caccia in fuga. Quindi venuto su quel lato ove i Peloponnesi vincevano, trovò le loro navi sparpagliate, e si diede a percuoterle, e mise in paura la maggior parte di esse, senza nemmeno combatterle. Già anche i Siracusani avean ceduto a Trasillo; e quando videro fuggire gli altri, essi pure si diedero maggiormente alla fuga.

106. Messi in rotta i nemici, e da prima ricovratisi i Peloponnesi al fiume Pidio principalmente, e poi ad Abido, gli Ateniesi impossessarono di poche navi, perchè essendo stretto l’Ellesponto offriva agli avversari de’ rifugi a breve distanza; ma pure ebbero essi veramente opportunissima questa vittoria navale. Imperocchè laddove fino a qui temevano della flotta peloponnesia, per le disgrazie in breve tempo sofferte per la sconfitta di Sicilia, cessarono adesso di accusar se stessi, e si tolsero giù dall’opinione che i nemici avessero qualche pregio nella disciplina marinaresca. Ed in questa battaglia presero otto navi ai Chii, cinque ai Corintii, due agli Ambracioti, due ai Beozii, ed una per uno ai Leucadii, ai Lacedemoni, ai Siracusani ed ai Pellenii. Quindici furono quelle che essi perderono. Alzarono poscia il trofeo sul promontorio ov’è il Cinossema, ripresero i rottami delle navi, restituirono i cadaveri ai nemici sotto salvocondotto, e spedirono una trireme ad Atene ad annunziar la vittoria. Gli Ateniesi all’arrivo di questa nave, ed al sentire sì inaspettata fortuna, dopo le recenti sciagure dell’Eubea e quelle della sedizione, ne presero gran conforto, e giudicarono possibile che i loro affari tornassero alla primiera superiorità, ove animosamente vi si addessero.

107. Quattro giorni dopo il combattimento navale gli Ateniesi di Sesto risarcite sollecitamente le navi sciolsero sopra Cizico che si era ribellata, e viste ferme sull’ancora, presso Arpagio e Priapo, le otto navi ritornate da Bisanzio, mossero contr’esse, vinsero in battaglia le persone che erano scese a terra, e s’impadronirono di quelle navi. Quindi pervenuti anche a Cizico che era senza mura la riguadagnarono e ne cavaron denaro. In questo mentre i Peloponnesi da Abido diressero il corso ad Eleunte, e delle loro navi fatte prigioniere ripresero quelle che erano in buono stato (che le altre erano state abbruciate dagli Eleusi), e spedirono nell’Eubea Ippocrate ed Epicle per ricondurne le navi che colà erano.

108. Circa questi medesimi tempi Alcibiade da Cauno e Faselide ritornò con tredici navi a Samo, recando la nuova di aver distornato la flotta fenicia dal venire a soccorso dei Peloponnesi, e d’aver reso Tissaferne amico agli Ateniesi vie più di prima. Armò poi nove navi oltre quelle che aveva, riscosse molto denaro dagli Alicarnassii, e principiò a munire Co. Fatto questo e stabiliti magistrati in Co, ritornò in Samo, ed era omai verso l’autunno. Tissaferne, quando ebbe inteso che la flotta de’ Peloponnesi da Mileto era andata nell’Ellesponto, si mosse da Aspendo alla volta della Ionia. Ora è da sapere che mentre i Peloponnesi erano nell’Ellesponto, gli abitanti di Antandro, che sono Eoliesi, trovandosi oppressati da Astace persiano luogotenente di Tissaferne, introdussero in città delle truppe gravi fatte venire da Abido per la via di terra attraverso il monte Ida. Questo Astace medesimo dissimulando il suo odio segreto contro i Delii passati ad abitare in Atramittio (quando per purgar l’isola furon fatti spatriare dagli Ateniesi) avea invitati i più prodi di loro ad una spedizione, e gli avea condotti in campagna sotto colore d’amicizia e di alleanza; e colto il tempo che essi pranzavano, li fece accerchiare dalla sua gente, ed uccidere a furia di dardi. Per questo fatto adunque temendo gli Antandrii che e’ non fosse per commetter qualche barbarie anche contro loro, e vedendosi posti addosso de’ carichi che non poteano sopportare, cacciaron via dalla rocca la guarnigione di lui.

109. Informato Tissaferne anche di questa azione dei Peloponnesi oltre a ciò che era seguito a Mileto ed a Cnido, donde medesimamente furon cacciate via le sue guarnigioni, credette di essere caduto in gran discredito dinanzi a loro. E perchè temeva che non gli facessero qualche altro danno, ed aveva a male che Farnabazo in minor tempo e con spesa minore tiratili nella sua amicizia non riuscisse meglio di lui a concludere qualche cosa contro gli Ateniesi, pensò di andare a trovarli nell’Ellesponto, per querelarsi dell’accaduto ad Antandro e per giustificarsi nel modo più soddisfacente, delle accuse che gli venivano date per cagione delle navi fenicie e d’altre cose. Arrivato primieramente ad Efeso fece sagrificio a Diana. E quando finirà l’inverno sussecutivo alla corrente estate, verrà con esso a compiersi l’anno ventesimo primo di questa guerra.

FINE DELL’OTTAVO ED ULTIMO LIBRO.

NOTE DELL’EDITORE

[1] _Pag._ 5. Cioè al secondo anno della LXXXIII olimpiade, il 423 av. C., e precisamente al cominciare della primavera.

[2] _Pag._ 5. Vedi al lib. III, § 104. Secondo Diodoro (XII, 73) sarebbe stata cagione di questa cacciata la segreta alleanza contratta dai Delii co’ Lacedemoni.

[3] _Pag._ 5. Oggidì Adramiti, in fondo al golfo dello stesso nome.

[4] _Pag._ 5. Dopo il 2 aprile.

[5] _Pag._ 5. Secondo Platone anche Socrate avrebbe preso parte a questa infelice spedizione.

[6] _Pag._ 6. Era il nome di un piccolo golfo sul territorio di Torona: ignorasi perchè avesse il nome di porto de’ Colofonii. Colofone è città dell’Asia Minore nella Ionia; era celebre per un tempio consacrato ad Apollo Clario: ed era fra le città che si disputavano la gloria d’aver dati i natali ad Omero.

[7] _Pag._ 6. Poco più di sette chilometri.

[8] _Pag._ 7. Secondo Zevort qui trattavasi d’una nuova partizione delle terre publiche, resa necessaria dall’essersi maggiormente esteso il diritto cittadino.

[9] _Pag._ 8. Vedi al lib. IV. § 132.

[10] _Pag._ 12. Diodoro (lib. XII) suppone che Cleone combattesse e morisse da valoroso: forse in ciò seguì l’opinione di qualche scrittore della fazione di questo demagogo.

[11] _Pag._ 12. Era presso i Greci vietato il dar sepoltura nell’interno della città: nè era ciò consentito che a titolo di sommo onore. Così in Elide mostravasi la tomba di Pelope (Schok PINDAR., Od., I, v. 149); quella di Teseo in Atene (PLUTAR., TESEO); e quella di Semele a Tebe (EURIPID., _Bacch._, v. 6 e 7).

[12] _Pag._ 12. Era questa una consuetudine generale presso gli antichi: le tombe venivano circondate da un recinto di legno, di muro od anche di marmo. Erano pure ornati di boschetti d’alberi d’ogni specie.

[13] _Pag._ 12. Ciascuna colonia celebrava sempre una festa in onore del proprio fondatore: era questo un mezzo di tenere sempre più stretti i legami che l’univa alla sua metropoli.

[14] _Pag._ 14. Questo territorio era in litigio fra i Lacedemoni e gli Argivi. Vedi al lib. V, § 41.

[15] _Pag._ 14. Vedi più avanti al § 29.

[16] _Pag._ 15. Circa la disgrazia e l’esilio di Plistoanatte vedi il lib. II, § 21.

[17] Pag. 15. Qui Boni traduce Θεωρης per _legati_: noi avremmo conservato il nome di _teori_: erano costoro una specie di deputati spediti per le città quando per consultare gli oracoli, quando per compiere sagrificii nei tempii publici; Sparta avea quattro teori mantenuti dall’erario dello Stato. Il nome loro veniva da _Teoria_, nome con cui indicavasi la deputazione destinata a celebrare le feste ad onore di Apollo in Delfo, in Nemea, in Olimpia, ecc., da Θεος (Dio) e ὁράω (vedo). Il capo della deputazione chiamavasi _architeoro_.

[18] _Pag._ 15. Cioè Ercole.

[19] _Pag._ 15. Avrebbero cioè, per la sterilità delle loro terre, sofferti gli orrori della fame, avrebbero a carissimo prezzo procacciati i viveri.

[20] _Pag._ 15. Per fine d’essere protetti dalla santità del luogo, rifugiandosi nella parte inviolabile del sacro recinto.

[21] _Pag._ 15. Forse qui correrebbe meglio la traduzione — _coi medesimi cori e sacrificii, stati già stabiliti al tempo della fondazione di Sparta per l’inaugurazione dei re;_ e questi re erano Procle ed Euristene.

[22] _Pag._ 16. I principali di questi templi, comuni a tutti i Greci, erano quelli di Delfo; d’Olimpia, di Nemea; di Nettuno istmico. Tutti i popoli poteano celebrarvi sagrificii.

[23] _Pag._ 16. Tutti i Greci aveano un comune interesse perchè il tempio e la Città di Delfo fossero indipendenti onde avere un terreno neutro in cui ciascuno potesse in ogni tempo sagrificare e consultare l’oracolo.

[24] _Pag._ 16. Da ciò, come nota Zevort, si rileva come l’autonomia potevasi conciliare colla dipendenza delle città tributarie. Si distinguevano esse per tal modo da quelle cui si imponeva il dominio e le leggi del vincitore. Il tributo primamente stabilito da Aristide di 460 talenti era stato portato a 600, e fu più tardi da Alcibiade raddoppiato.

[25] _Pag._ 16. Argilo, Stagiro e Acanto, eransi date a Brasida; le città calcidiesi d’Olinto e Spartolo, aveano defezionato al cominciare della guerra. Tucidide non parla della separazione di Scolo.

[26] _Pag._ 16. Poichè Tucidide in nessun luogo dice che essi fossero stati cacciati, si suppose, e molto verosimilmente, che senza far defezione, fossero essi venuti in sospetto degli Ateniesi, per qualche intelligenza co’ Lacedemoni.

[27] _Pag._ 17. Il passo che Boni traduce — _giurino per quel che hanno di più sacro in ciascuna città,_ — sarebbe reso più fedelmente tradotto — _presteranno il giuramento più sacro_, o anche _il più solenne del paese_. In Grecia vi aveano diverse gradazioni di vincolo e di solennità nei giuramenti, secondo le formole con cui erano questi fatti; si giurava per Giove, per gli dei infernali, per suo padre, per la madre, pei figli.

[28] _Pag._ 17. Questo rinnovamento era consigliato dal proposito di impedire che i magistrati annuali si ritenessero non vincolati da un giuramento fatto dai loro predecessori.

[29] _Pag._ 17. Era il tempio di Apollo in Amiclea a venti stadii di distanza da Sparta (POLIBIO, v. 29). Era questi il tempio più famoso del Peloponneso.

[30] _Pag._ 17. Che equivale all’undecimo anno della guerra peloponnesiaca, terzo della LXXXIX olimpiade, il dieci aprile del 422 av. C.

[31] _Pag._ 20. Plistoanatte ed Agide sono i due re di Sparta, il loro nome non si trova in calce al primo trattato.

[32] _Pag._ 20. Il testo dice Καὶ ἐπὶ ἕξ ἕτη μὲν χαι δίκα μῆνας, ma qui vi ha certamente errore; giacchè le ostilità non furono realmente riprese che in capo a sette anni e qualche mese, come concordemente mostrarono tutti i critici.

[33] _Pag._ 21. Contro gli Ateniesi.

[34] _Pag._ 21. Ciò non significa che questa tregua o sospensione d’armi non dovesse durare oltre i dieci giorni, ma che di dieci in dieci giorni ciascuna parte avea il diritto di dichiararla cessata. In altri luoghi Tucidide ci mostra come queste tregue di dieci giorni si protraessero a mesi ed anni.

[35] _Pag._ 22. Boni traduce _città che sia libera_, ciò che noi avremmo tradotto _città autonoma_, come traduzione più letterale e meglio esprimente l’idea di Tucidide, che coll’appellativo di _autonoma_ volle qui indicare una città nella più compiuta indipendenza, e vivente colle proprie leggi.

[36] _Pag._ 22. Cioè il disastro di Sfatteria, l’occupazione di Pilo e di Citera, ecc,

[37] _Pag._ 23. Vedi al lib. II, § 30.

[38] _Pag._ 23. Gli Ateniesi aveano preso Anactorio per tradimento. Vedi al lib. IV, § 49.

[39] _Pag._ 30. Per errore tipografico qui è stampato Atene in luogo di Antene Ἀνθήνην. È castello posto sui confini della Laconia, in un paese in cui parlavasi il dialetto dorico, e quindi avrebbe dovuto chiamarsi, come la chiamava Plinio, _Anthane._ Tucidide la chiama Anthene seguendo l’ortografia e la pronuncia del dialetto attico.

[40] _Pag._ 33. Perchè il terremoto sopraggiunto avanti il principio di qualsiasi fatto era avuto segno di mal augurio; era invece segno di buon augurio se sopraggiunto mentre il fatto era già cominciato.

[41] _Pag._ 35. Tre oboli di Egina valevano cinque oboli attici, e la dramma d’Egina, dieci oboli attici, cioè a dire circa una nostra lira e cinquanta centesimi.

[42] _Pag._ 36. Cioè buoi e pecore, e non animali ancora lattanti, come vitelli, agnelli, ecc.

[43] _Pag._ 36. Non sono ben note le funzioni di questi magistrati detti _artini_; forse presiedevano il consiglio degli ottanta. In Epidauro un corpo di 180 cittadini sceglievano fra loro i membri del senato, e questi portavano pure il nome di Artini.

[44] _Pag._ 36. Questi che Boni chiama i _tribuni della plebe_ sono da Tucidide detti δημιουεγον, e pare fosse una magistratura popolare assai analoga ad un tribunato. Demiurgi erano pure detti quelli che in Atene componevano una delle tre classi in cui era il popolo diviso, e che erano gli esercenti le arti meccaniche, e del vendere e comprare.

[45] _Pag._ 36. I _Teori_ componevano un collegio di preti incaricati di consultare gli oracoli. I polemarchi erano magistrati cui era commessa la sopraintendenza agli affari militari e di guerra. Secondo Erodoto (VI e VII), v’aveano polemarchi di due sorta, gli uni regolavano gli affari interni della città, gli altri quelli della guerra.

[46] _Pag._ 36. _Tesmofilaci_, cioè custodi della legge.

[47] _Pag._ 37. Gli Elei, incaricati dell’amministrazione del tempio e dei giuochi olimpici, facevano publicare una tregua mentre celebravansi i giuochi, durante la quale erano vietate tutte le ostilità; e questo si facea perchè tutti i Greci potessero assistere alle feste; i Lacedemoni erano stati condannati, come qui narra Tucidide, per avere violata questa sacra tregua, come più sotto espone.

[48] _Pag._ 37. Questa multa equivaleva il riscatto di un soldato lacedemone durante le guerre dei Peloponnesi fra loro. Tutti i soldati che aveano portate le armi durante la tregua olimpica, erano considerati come captivi di Giove.

[49] _Pag._ 37. La tregua veniva proclamata da alcuni araldi chiamati _spondofori_; quelli che Boni chiama qui _genti gravi_ sono detti da Tucidide _opliti,_ soldati pedoni di terra e di mare, forniti di scudo e di lunga asta.

[50] _Pag._ 38. Lica, non potendo concorrere come Lacedemone, aveva fatto inscrivere il suo carro sotto il nome del Popolo Beota.

[51] _Pag._ 38. I Lacedemoni aveano inviata una colonia a Trachinia, e mutato il nome di questa in Eraclea.

[52] _Pag._ 39. V’avea ad Asina un tempio di Apollo Pitio.

[53] _Pag._ 39. La maggior parte dei commentatori si discervellarono per ben intendere questo passo; i manoscritti portano παραζοταμίων o παραποταμίων. Qui Boni si attenne alla prima lezione, e secondo noi assai ragionevolmente, considerando a Βοτάμια che significa erbe, da cui per logica illazione si va a pascolo, e quindi a tributo di pascolo, come tradusse il Boni.

[54] _Pag._ 39. Tanto in Tucidide quanto in tutti gli altri storici greci abbiamo molti esempi di questa superstizione.

[55] _Pag._ 39. Durante questo mese i Lacedemoni non intraprendevano alcuna cosa, tranne il caso di un’estrema urgenza: il mese carneo corrispondeva al _metagitnione_ degli Ateniesi, il nostro luglio. In questo mese venivano celebrate dai Lacedemoni le feste _carnee_ in onore di Apollo, instituite per ordine del di lui oracolo, onde espiare, secondo taluni, la morte di Carno o Carneo, da Apollo istruito nella divinazione: ma più verisimilmente istituite per rammentare la vita pastorale ed errante degli avi: e per ciò si innalzavano nove tende, nelle quali nove uomini di tre differenti tribù vivevano per lo spazio di nove giorni sotto le leggi di un pubblico araldo, ed alla foggia dei popoli primitivi. Le feste duravano nove giorni.

[56] _Pag._ 39. A proposito di questo passo Και ἄγοντες τὴν ἡμίραν ταύτην παντα τὸν χρόνον, cioè _et ducentes hanc diem omne tempus,_ Zevort commenta — et considérant ce jour comme tout le temps, c’est-à-dire pensant que du moment où le jour de l’entrée en campagne n’était pas réservé, il devait communiquer son caractère à tout le reste de l’expédition. — Quindi soggiunge, che aucun des traducteurs n’a compris ce passage.

[57] _Pag._ 40. Qui il testo sarebbe meglio tradotto — _i Lacedemoni li portarono contro Caria_ (Καρύας), per evitare l’equivoco fra i popoli della Caria e gli abitanti di quella città, che sorgeva al nord della Laconia, sulla frontiera dell’Arcadia: altra città dello stesso nome era al nord dell’Arcadia.

[58] _Pag._ 40. Allorchè si dichiarava rotto un trattato rovesciavasi la colonna su cui era stato scritto; gli Ateniesi non volendo definitivamente venire alle ostilità, stettero paghi della vendetta di un pubblico insulto verso i Lacedemoni.

[59] _Pag._ 41. Questi _amippi_ erano soldati leggieri, i quali, come lo indica il loro nome, venivano interposti tra le file dei cavalieri, e combattevano quando a piedi, e quando a cavallo; equivalevano i nostri dragoni.

[60] _Pag._ 42. Due efori accompagnavano sempre i re spartani nelle loro spedizioni.

[61] _Pag._ 43. Questo Caradro era un torrente presso Argo, nel letto dal quale siedeva questo tribunale improvvisato.

[62] _Pag._ 43. Diodoro aggiunge che la sua casa venne rasa al suolo.

[63] _Pag._ 44. I Lacedemoni non pronunciavano mai una condanna; senza prendere il tempo necessario a maturamente pensarvi ed assicurarsi della giustizia dei loro decreti. Di ciò Tucidide offerse altri argomenti, e fra gli altri al lib. I, § 132, a proposito di Pausania.

[64] _Pag._ 46. Il piano di Mantinea forma un bacino chiuso: le acque vi s’infiltrano a traverso le calcari porose delle montagne e delle caverne, per risorgere poi qua e là più lontane. Questo piano è siffattamente basso, che le acque dei torrenti lo innonderebbero, ove non si curasse di dirigerle per mezzo di canali verso i gorghi che le assorbono.

[65] _Pag._ 46. In ciò non vi era nulla di straordinario: Tucidide fa però notare questa cosa perchè in tempo di pace i poteri del re erano assai limitati.

[66] _Pag._ 46. Quelli che Boni qui chiama _colonnelli_ sono detti da Tucidide _polemarchi_; questi polemarchi non comandavano un corpo particolare, giacchè i _lochos_, che corrispondono ai nostri reggimenti, avevano i loro capi i _lochagos_. Il _polemarco_ era come generalissimo; avea sotto di sè i due _ipparchi_ o generali di cavalleria, e dieci _pilarchi_ che erano come i mastri di campo; finalmente dieci _tassiarchi_, ossia i colonnelli, i quali comandavano l’infanteria. Il _polemarco_ posto immediatamente dopo il re ed incaricato di trasmettere i suoi ordini, quando era il re a capo dell’esercito, poteva assumere secondo il bisogno il comando di uno o più reggimenti (lochos). Onde formarsi un’idea delle altre funzioni proprie del polemarco, basti notare che i _lochos_, comandati da un _lochago_, erano composti di circa cinquecento dodici uomini; si dividevano in quattro _pentecoste_ di cento venti uomini, comandate da un _pontecontero_, che Boni traduce _capitano_; la pentecoste si suddivideva in quattro _enomotie_ comandate da un _enomotarca_, che Boni traduce _tenente_.

[67] _Pag._ 46. I sciriti, da quanto ne dice Tucidide, pare fosse un corpo di fanteria; aveano il privilegio di non essere permischiati con altre truppe come i veterani de’ Romani; erano sempre adoprati nei posti di maggior pericolo; quindi collocati sull’ala sinistra, come la più esposta agli assalti nemici. Secondo Meursio (_Lect. Att._, lib. I, cap. 16), i sciriti formavano una coorte dell’esercito spartano, composto di 600 cittadini di Sciro, città dell’Arcadia, che stava intorno al re; nelle battaglie era un corpo di riserva che decideva spessissimo della vittoria. Notisi però che Tucidide al libro V, § 33, parla della Sciritide provincia della Laconia, e che questi soldati anzi che di Sciro, d’Arcadia, più probabilmente saranno stati di questa provincia.

[68] _Pag._ 47. La città di Erea era situata sulla frontiera della Trifilia, sulla destra riva dell’Alfeo.

[69] _Pag._ 48. L’antico principato si riferisce al tempo dei Pelopidi; l’uguaglianza sociale al tempo della guerra persica.

[70] _Pag._ 48. Portavasi lo scudo colla mano sinistra; la destra portava la lancia; i corpi erano quindi scoperti da questa ultima parte.

[71] _Pag._ 51. Secondo lo Scoliaste d’Aristofane questi due capitani erano Lachete e Nicostrato.

[72] _Pag._ 52. Cioè gli _Argivi faranno rendere_, giacchè questi ostaggi erano in mano dei Mantineesi, siccome narra Tucidide stesso lib. V, § 61; qui l’errore però non è di Boni; egli tradusse letteralmente il testo.

[73] _Pag._ 52. Gli ostaggi arcadi deposti dai Lacedemoni in Orcomene e trasferiti a Mantinea dopo che Orcomene fu presa dagli Argivi.

[74] _Pag._ 52. Per ben comprendere questo articolo del trattato, è necessario rileggere il § 53 di questo libro V. Si avverta che l’oggetto principale della quistione fra gli Epidauri e gli Argivi era appunto questo sacrifizio.

[75] _Pag._ 53. I Calcidesi eransi divisi dagli Ateniesi sino dal principio della guerra (vedi TUCIDIDE, lib. I, § 58). Fu probabilmente a quest’epoca ch’essi strinsero alleanza coi Lacedemoni.

[76] _Pag._ 54. Il passo che Boni traduce — _si fecero anch’essi alleati dei Lacedemoni, e abbandonarono il governo popolare_, (ξυνέζησαν και αὐτοὶ τοις Λακιδαιμονίοις καὶ τὴν ρκὴν ἀφεῖσαν τῶν πόλεων), sarebbe meglio tradotto, _trattarono quindi anch’essi coi Lacedemoni, e rinunciarono alla supremazia delle città_. Secondo Senofonte (_Hellen._, V, 2), fecero una tregua coi Lacedemoni di trent’anni. Le città di cui è qui discorso, sono le piccole città di Arcadia, state oggetto della guerra.

[77] _Pag._ 54. Questi _giuochi di fanciulli_, detti da Tucidide γυμνοπαιδίας erano feste della gioventù celebrate a mezzo la state, in onore di Apollo; vi si cantavano dai giovanetti in coro degl’inni a gloria dei guerrieri morti in battaglia.

[78] _Pag._ 54. Forse in luogo di _per dar contezza del fatto_, sarebbe stato meglio tradurre _per esporre le reciproche querele_: Boni qui non pensò a tradurre l’ἀγγέλων quasi generalmente omessa dagli altri traduttori.

[79] _Pag._ 55. Sorgeva questo castello al sud di Argo, lungi da questa città tre o quattro leghe.

[80] _Pag._ 66. Vedi la nota 65 del volume I.

[81] _Pag._ 66. Appiano, contemporaneo degli Antonini, parla di questa statua, come esistente ancora a’ suoi tempi (_Guerre civili_, lib. V).

[82] _Pag._ 66. Questo nome, che si riscontra in Tucidide una sol volta, vuolsi da alcuni critici sia a leggersi Trogilo, così almeno congetturano Emilio Porto e Pinedo ne’ suoi commenti a Stefano da Bisanzio.

[83] _Pag._ 67. Queste leggi tenevano dello spirito di un governo aristocratico, temperato da alcune instituzioni democratiche.

[84] _Pag._ 81. Questa nota è qui fuor di posto per errore tipografico; essa si riferisce alla linea 30 della stessa pagina 81, cioè dove si parla dei colpevoli del misfatto d’avere mutilati i Mercuri. Plutarco nella vita di Alcibiade narra, che i Corintii fossero sospettati autori di queste mutilazioni, fatte collo scopo di favorire i Siracusani, obbligando con questo caso di sinistro presagio a procrastinare la guerra.

[85] _Pag._ 83. Che equivaleva novanta centesimi italiani.

[86] _Pag._ 83. Chiamavansi _traniti_ i rematori del banco più elevato, ed erano quelli che soggiacevano a maggior fatica; chiamavansi _zugiti_ quelli del secondo banco; e _thalamiti_ quelli del terzo. Qui la traduzione del Boni differisce alquanto dal testo, che da Haas è letteralmente tradotto — trierarchi vero, præstantissimos ministros his et praeter publicum stipendium etiam extraordinarium adderent illi nautis, qui thranitae vocantur, et ministris etc. etc. Gail traduce _les triérarques qui pourvoyoient ces bâtimens des meilleurs équipages, accordaient aux thranites et aux autres rameurs une augmentation de solde indépendamment de celle que payait le trésor publique_.

[87] _Pag._ 98. Cioè ad Apollo Pitio in Atene.

[88] _Pag._ 103. Che equivalevano sei milioni dugentoquarantamila lire italiane.

[89] _Pag._ 104. Questo Olimpico che Tucidide chiama Ολυμπιεῖον era il nome di un borgo e di un tempio presso Siracusa. Il tempio, uno dei più celebri dell’antichità, era stato innalzato da Gelone colle spoglie dei Cartaginesi.

[90] _Pag._ 105. Golfo all’ovest di Siracusa.

[91] _Pag._ 106. Cioè Ateniesi, Argivi, Mantineesi ed alleati di Sicilia.

[92] _Pag._ 109. Così chiamato da Apollo Temenite, il di cui tempio trovavasi in questa parte della città, chiamata poi _città nuova_.

[93] _Pag._ 120. I Cartaginesi aveano nelle loro armate di questi mercenari iberi. Erodoto parla di un corpo di Iberi, i quali facevano parte dell’armata d’invasione ai tempi di Gelone (lib. VII, § 165).

[94] _Pag._ 121. Decelia era sulla strada che dalla Beozia conduceva in Atene, lontana circa venti stadi da questa città. La sua posizione elevata e a cavaliere della strada, rendevala un punto militare assai importante. I Lacedemoni seguirono più tardi il consiglio di Alcibiade, siccome narra più avanti Tucidide medesimo (lib. VII, § 19), fortificarono Decelia e con ciò chiusero la via di terra alle spedizioni dell’Eubea.

[95] _Pag._ 122. Nella vece di _vantaggi_ noi avremmo qui tradotto _proventi_. I commentatori non hanno ancora potuto determinare in che consistessero questi proventi de’ tribunali, e come le fortificazioni di Decelia potessero toglierne le fonti. Secondo lo Scoliaste di Tucidide questi proventi dei tribunali erano il prodotto delle accuse di venalità, di sevizie, di calunnia, d’adulterio, di falso, di prevaricazione nelle ambascerie, di diserzione ecc. Gli Ateniesi quindi, dice Zevort, dovevano essere privati di queste rendite, se i nemici stabilitisi nel paese non permettevano loro d’instituire liberamente i processi; giacchè la città pigliava i proventi delle ammende.

[96] _Pag._ 123. Gilippo, figlio di quel Cleandrida, che fu condannato a morte per essersi lasciato corrompere dall’oro di Pericle (Vedi lib II, § 21).

[97] _Pag._ 123. Sul territorio di Leonzio, oggidì _fiume di San Leonardo_.

[98] _Pag._ 124. Centoripa situata a poca distanza da Latonia, ebbe molta ed importante parte nella storia di Sicilia: prestò validi aiuti agli Ateniesi contro Siracusa. Distrutta nella guerra di Roma contro Cartagine, fu ricostruita da Augusto. Federico II la distrusse interamente nel 1233.

[99] _Pag._ 124. Questa giace ai piedi dell’Etna, oggidì _S. Nicola dell’arena_.

[100] _Pag._ 124. Che ragguagliano un milione e seicento venti mila lire italiane.

[101] _Pag._ 124. Fra Argo e Corinto a ottanta stadii da quest’ultima città secondo Strabone, ed a centoventi da Argo.

[102] _Pag._ 129. Questo doppio muro correva parallelo e munito di torri: le truppe stavano nello spazio intermedio di esso.

[103] _Pag._ 130. Cleandrida dopo condannato a morte, come notammo alla precedente nota (96), erasi rifugiato a Turio, ove ottenne il diritto di cittadinanza.

[104] _Pag._ 130. Questo passo ha fatto discervellare tutti gli interpreti di Tucidide. Il golfo Terineo trovasi sulla costa occidentale di Bruzio, mentre Gilippo doveva trovarsi sulla costa orientale, nel golfo di Scilace, o in quello di Taranto. Qui vi ha evidentemente errore degli amanuensi o dello storico.

[105] _Pag._ 131. Lo stesso che Locri Ozolii.

[106] _Pag._ 135. La battaglia erasi attaccata fra lo spazio compreso fra le mura della città, quello trasversale dei Siracusani e il doppio muro degli Ateniesi.

[107] _Pag._ 136. Questo passo va forse tradotto — quanto a lui si limitò alla guardia del suo campo, evitando intanto di cercar pericoli volontariamente — leggendo ἑκουσιων κινδὺνων (ἀ) πεμελεῖτο. Bastava lo spostamento di una sola lettera, per dare un senso ragionevole alla frase che tutti i commentatori furono sempre costretti di spiegare contrariamente al testo ricevuto ἐπεμελεῖτο.

[108] _Pag._ 140. Il testo primitivo portava _con venti talenti d’argento_. Boni però non avvertì che questo passo era stato corretto da Valla in _cento venti talenti_; e che la correzione era stata accettata da tutti i critici, considerando essere assai improbabile che si fosse inviata la piccola somma di venti talenti a Nicia; che domandava forti aiuti pecuniarii. Diodoro porta la cifra a cento quaranta talenti.

[109] Pag. 141. Boni traduce il τῶν νεοδαμωδῶν _degli ascritti di recente alla cittadinanza_. Alcuni presero questi _neodamodi_ per iloti fatti liberi, ma con evidente errore. Tucidide stesso altrove li fa molto bene fra loro distinti. Vedi lib. V, § 34.

[110] _Pag._ 145. Oggidì Castelvecchio poco lungi da Locri.

[111] _Pag._ 149. Cioè uno dei Beotarchi Tebani: fra undici Beotarchi ve ne aveano due di Tebe.

[112] _Pag._ 151. Oggidì _Capo di Santa Maria dell’acque di Leuca_ od anche _Porto Salentino_.

[113] _Pag._ 151. Sono due piccole isole in faccia al porto di Taranto.

[114] _Pag._ 151. La Japigia e la Messapia, ch’essi abbandonavano, non erano allora comprese ancora nell’Italia. Questo nome non si estendeva alle contrade poste al nord-est del Metaponto e del fiume Laos.

[115] _Pag._ 158. Secondo la lezione di Didot che ristabilì nella sua traduzione comparsa nel 1833, le parole εν προτεικίσμασιν soppresse dalla maggior parte degli editori, in luogo di alloggiamenti, dovrebbe leggersi _campi fortificati stabiliti come difese avanzate_; questi campi equivalgono quasi i nostri _forti distaccati_.

[116] _Pag._ 160. In luogo di _scossi gli scudi_, noi tradurremmo _gettate le armi e gli scudi_, o _inermi e senza scudi_; οὶ γὰρ κατα τῶν κρημνῶν βιασθέντες ἄλλεσθαι ψιλοι ἄγευ τῶν ἀσπὶδων οἴ μὲν ἀπωλλυντο οἴ δεσώθησαν.

[117] _Pag._ 162. Che ragguagliano dieci milioni ottocento mila lire italiane.

[118] _Pag._ 164. Non è senza ragione che qui Boni, come tutti gli altri traduttori conservano la frase _tre volte nove_, in luogo di ventisette: giacchè Tucidide usò questa espressione per notare il significato superstizioso che Nicia e gli indovini applicavano al numero nove moltiplicato per tre.

[119] _Pag._ 167. Gli Ateniesi aveano, sul principiar della guerra, cacciati tutti gli abitanti di Egina, stabilendovisi essi medesimi. Vedi lib. II, § 27.

[120] _Pag._ 167. Gli Ateniesi avevano pure cacciati gli abitanti d’Estiea per occuparne essi il paese. Vedi lib. I, § 114.

[121] _Pag._ 167. In questo periodo vi hanno due errori del Boni a correggersi. Primamente in luogo di _tra i sudditi tributarii_ leggi _tra i sudditi e i tributarii_, e più sotto in luogo di _delle isole i Chii, gli Andrii_, leggi _delle isole i Cei e gli Andrii._

[122] _Pag._ 174. Boni traduce _lanciatori terrestri_ il χερσαῖοι di Tucidide; questo vocabolo che suona abitanti della terra, è qui usato in senso di dispregio che corrisponderebbe al _land-lubbers_ degli Inglesi, al _marin de terreferme_ dei Francesi, che noi non sapremmo come fedelmente riprodurre in italiano, ma che certamente non risponde al _lanciatori terrestri_ del Boni.

[123] _Pag._ 175. Nella Grecia antica era un atto di squisita urbanità, una prova di considerazione, chiamar un cittadino pel nome suo e per quello del proprio padre; una cortesia ancor maggiore era quella di aggiungervi a questi nomi anche quello della propria tribù. Si mostrava con ciò di ben conoscere la persona cui si parlava, e gli uomini amano credersi conosciuti e considerati. Nicia era quindi collo scopo di lusingare la loro vanità, che chiamava questi trierarchi pel nome loro, per quello del loro padre e della loro tribù.

[124] _Pag._ 189. Già accennammo alla nota 242 del vol. I, come un cotile, e come dice Boni, una cotila equivalesse un quarto di chenica. Or qui possiamo soggiungere che questo vocabolo κοτυλη significa il cavo della mano, e secondo l’_onomastico_ di Polluce ed Ateneo (lib. XI, c. 8), servì per ciò appunto ad un modo di misure. Pare quindi che una cotila ragguagliasse la quantità che poteva essere compresa nel cavo delle due mani congiunte.

[125] _Pag._ 191. Zevort in luogo di _soldati ragguardevolissimi_ traduce _ben conosciuti per tali_. Riportiamo testualmente le ragioni della sua lezione: _Je rends, dice egli, ainsi les mots_ τοῖς πάνυ τῶν στρατιοτῶν, _qui n’ont pas été compris des traducteurs. Il ne peut pas être question ici de soldats d’élite ou de soldats distingués, ce qui n’a aucune importance dans la circonstance; le témoignage d’hommes qui avaient vu, qui faisaient incontestablement partie de l’expédition_ τοῖς πάνυ, τ. σ. _avait au contraire une irrécusable autorité._ — Si noti poi che secondo Plutarco (_Nicia_ 30), il disastro venne annunciato primamente da una nave mercantile.

[126] _Pag._ 194. Si dava il nome di _provincie inferiori_ o marittime alla parte dell’Asia minore composta della Caria, della Licia, della Pamfilia, della Misia e della Lidia.

[127] _Pag._ 194. Qui, come anche più avanti al § 19, Boni legge male il testo, il quale non porta _Armoge_, ma _Amorge_ (Αμόργην).

[128] _Pag._ 195. Uno degli antenati di Alcibiade l’ateniese, stretto per vincolo di ospitalità con uno degli avi di Endio, chiamato Alcibiade, avea dato al suo figliuolo il nome del suo ospite. Questo nome di Alcibiade si trasmise quindi nelle due famiglie, passando, secondo la consuetudine di quei tempi, dall’avo al pronipote.

[129] Pag. 195. Qui Boni traduce il _Perieci_ per _persona di quei dintorni_. Già alla nota 240 del volume I abbiamo accennato che fossero i _perieci_ presso i Lacedemoni; qui soggiungeremo che con questo vocabolo erano nel dialetto cretese chiamati i sudditi di un popolo. I Lacedemoni aveano attinto a questo molte delle loro voci, come avevano tolte ai Cretesi anche buon numero delle loro istituzioni.

[130] _Pag._ 199. Non parlasi qui del Pireo di Atene, ma sebbene di quello di Corinto.

[131] _Pag._ 201. Anche qui si parla del Pireo di Corinto.

[132] _Pag._ 202. Vuolsi da alcuni critici, che qui manchi qualche cosa nel testo. Tucidide nel prossimo paragrafo parla di quattro navi di Chio che rimaste erano a Mitilene, e narra che gli Ateniesi tolsero a Mitilene la flotta di Chio. Ciò ha fatto credere al Valla (nella sua traduzione), che qui si dicesse che le navi di Chio giunsero a Metimna ed incitassero questa città a sollevarsi; che di queste se ne fossero fermate quattro per difenderla, e che la rimanente flotta si fosse vôlta a far ribellare Mitilene.

[133] _Pag._ 204. Gli equipaggi ed i soldati di marina erano ordinariamente presi fra i Teti, che formavano l’ultima classe del popolo, e di cui parliamo alla nota 186 del volume I. L’arruolamento per l’armata regolare non comprendeva che le tre prime classi.

[134] _Pag._ 204. Promontorio di Chio in faccia alle Enusse.

[135] _Pag._ 204. Oggidì Fana o capo Mastico.

[136] _Pag._ 204. Oggidì Leuconia.

[137] _Pag._ 207. _Statere dorico_ come scrive Boni è un errore; leggi _statere darico_ (Δαρεικὸν); lo statere era una denominazione comune di monete, come sarebbe fra noi quella dello scudo; vi avevano _stateri darici, filippei, alessandrei_, ecc., e ne variava il lor valore come fra noi lo scudo di Francia, lo scudo romano, ecc. Pare che lo _statere darico_ valesse venti dramme attiche, equivalenti circa diciotto lire nostre italiane.

[138] _Pag._ 208. Qui Gail in luogo di 3 legge 30 talenti.

[139] _Pag._ 211. L’ἄφανιζεται che Boni traduce _nè altro si seppe di lui_, fa tuttavia quistionare i critici per intendere se Tucidide abbia voluto dire che Teramene abbandonò Mileto, oppure che non si seppe più notizia di lui.

[140] _Pag._ 221. Gli Eumolpidi ed i Cerici erano due famiglie sacerdotali; discendevano quelli dal trace Eumolpo, questi da Cerice, che si dicea figliuolo di Mercurio. Gli Eumolpidi erano sacerdoti di Cerere assai dotti nella conoscenza dei riti religiosi, incaricati d’interpretarli e conservarne la tradizione. I Cerici, ugualmente sacerdoti di Cerere, non attendevano che ai sacrificii.

[141] _Pag._ 229. Il testo non dice solo il _senato_, ma il _senato della fava_ (τοῦ κυάμου). Il senato della fava era composto di cinquecento membri, e veniva così chiamato perchè i membri venivano eletti a sorte con le fave. Ponevasi in un’urna un certo numero di fave bianche e nere: i nomi dei candidati venivano deposti in un’altra urna, ed estraevasi simultaneamente una fava ed un nome; quegli il cui nome sortiva con una fava bianca era fatto senatore. La maggior parte dei magistrati di Atene erano tratti a sorte di questo modo. Socrate ed Aristofane si prendevano giuoco assai spesso di questa maniera di elezione.

[142] _Pag._ 230. Antifonte o Antifone, corte altri legge, era stato maestro di Tucidide (vedi vol. I, pag. IX, XIV). Debbesi quindi ascrivere in parte a simpatie politiche l’entusiasmo di Tucidide pel suo antico maestro ed amico. Gli Ateniesi furono assai meno benigni di lui verso Antifonte, avendolo condannato a morte, confiscandone i beni e vietando perfino gli fosse data sepoltura nell’Attica.

[143] _Pag._ 249. Il testo dice nell’_Anacio_; era questo un tempio che sorgeva ai piedi dell’Acropoli, dedicato a Castore e Polluce, i quali venivano anche designati sotto il nome di Dioscuri.

[144] _Pag._ 251. Luogo prossimo all’Acropoli. Anche dopo tutti gli abbellimenti d’Atene, la Pnice conservò l’antica sua semplicità.

[145] _Pag._ 251. Questi conservatori delle leggi sono detti da Tucidide _nomoteti_. Secondo il Potter (_Archeol. Graec._, lib. I, c. 13), mille erano i nomoteti; venivano eletti a sorte fra coloro che avevano coperta la carica di _eliasti_ o giudici. Nonostante che il vocabolo nomoteta sembri significare _legislatore_, vuolsi però qui intendere per _nomoteta_, _l’esaminatore_ della legge, giacchè non potevano essere fatte leggi nuove, se non mediante l’approvazione del senato ed il suffragio del popolo. I _nomoteti_ esaminavano le leggi antiche, e quando ne trovavano di inutili e nocevoli, curavano di farle abrogare mediante un plebiscito.

[146] _Pag._ 252. Gli Ateniesi avevano arcieri della Siria i quali conoscevano assai male la lingua greca. La loro ignoranza era assai utile ai disegni di Aristarco. Egli non avrebbe potuto far troppo assegnamento sopra truppe che potevano conoscere gli affari di Atene, e penetrare le sue intenzioni.

[147] _Pag._ 254. Secondo Ducker la _tessarocosta_ che suona _quarantesima_, era la quarantesima parte di una moneta a noi sconosciuta. Secondo Spanheim e Abresch si dovrebbe tradurre _quaranta tre dramme del paese_.

[148] _Pag._ 256. Cioè il monumento del cane. Diodoro chiama questo medesimo punto la tomba di Ecuba. Era questo un sepolcro presso Abido in un promontorio del Chersoneso di Tracia, innalzato ad Ecuba dai Greci, che l’uccisero irritati per le ingiurie ed imprecazioni d’ogni maniera da Ecuba scagliate contro di loro, quale rabbiosa cagna, in cui favolosamente si disse trasformata. (_Dictys Cretens._ lib. V, c. 16).

CRONOLOGIA COMPARATA

DEGLI AVVENIMENTI MENZIONATI NELLE STORIE DI TUCIDIDE

anni | ATENIESI | PELOPONNESI | ALTRI POPOLI A. C.| — | — | — 804 | | Licurgo dà le | | | sue leggi a | | | Lacedemone, altri | | | dicono circa l’880.| 733 | | | Fondazione di | | | Nasso prima colonia | | | dei Greci in | | | Sicilia, altri la | | | riportano al 736, | | | altri al 759. 732 | | | Fondazione di | | | Siracusa, altri | | | 735. 704 | | | Aminocle corintio | | | fabbrica le triremi | | | de’ Sami. 687 | | | Fondazione di | | | Gela. 664 | | | Antichissima | | | battaglia navale | | | fra i Corintii ed i | | | Corfuotti. 597 | | | I Siracusani | | | fondano Camarina. 579 | | | Fondazione di | | | Agrigento. 548 | | | Creso vinto da | | | Ciro. 527 | Ippia dopo la | | | morte di Pisistrato| | | si fa tiranno | | | d’Atene. | | 519 | I Plateesi | | | accolti in società | | | dagli Ateniesi. | | 514 | Morte di Ipparco.| | 510 | Ippia cacciato | | | d’Atene. | | 490 | Battaglia di | | | Maratona. | | 486 | | | Morte del re | | | Dario. 487 | Comincia la | | | costruzione del | | | Pireo. | | 480 | Gli Ateniesi | | Spedizione di | riducono da | | Serse contro la | Salamina e Trezene,| | Grecia. | le mogli ed i | | | figliuoli in Atene.| | | E per consiglio di | | | Temistocle rifanno | | | le mura della | | | città, invano | | | ripugnando i | | | Lacedemoni. | | 479 | Fortificato il | Pausania, | I Persiani | Pireo, porto | capitano dei | cacciati dalla | d’Atene, per | Lacedemoni, in | Grecia. | consiglio dello | compagnia di Cimone| | stesso Temistocle. | ed Aristide | | Gli Joni ed altri| Ateniesi, libera le| | popoli della Grecia| città greche | | si danno sotto la | oppresse dai Persi | | protezione degli | ch’erano in Cipro | | Ateniesi, dai quali| e nell’Ellesponto. | | poscia sono posti | | | in tributo. | | 478 | Gli Ateniesi | Pausania ritorna | Leochitido e | ricostruiscono e | in Bisanzio. In | Santippo vinsero i | fortificano la | Troade si ferma ad | Persiani a Micale. | città. | abitare, e va di | | | accordo coi | | | Persiani. | 477 | Il Pireo | Perciò vien | | compiutamente | richiamato a Sparta| | fortificato. | la seconda volta, | | | ed è posto in | | | prigione dagli | | | Efori, ma data una | | | piaggeria, | | | vien liberato. | 476 | In questo tempo | | | si crede che | | | Pausania | | | comunicasse con | | | Temistocle ai | | | Persiani i consigli| | | dei Greci. | | 475 | Temistocle dagli | | Eruzione | ingrati cittadini | | dell’Etna. | è mandato in esilio| | | l’anno decimo dopo | | | la guerra di | | | Salamina, e va in | | | Argo ad abitare. | | 474 | Cimone capitano | | | degli Ateniesi, | | | prende Eiona sul | | | Strimone, tenuta | | | da Boge duce | | | persiano. | | 473 | Occupa l’isola di| | | Sciro e la mette a | | | fuoco asportandone | | | l’ossa di Teseo. | | 472 | | La città di | | | Micene è spianata | | | dagli Argivi. | | | _Diodoro Siculo | | | ci è testimonio._ | | | Pausania convinto | | | di molti delitti, | | | fugge nel tempio | | | di Minerva, di dove| | | a forza cavato, | | | muore. | 470 | I Greci federati | | Artabano, nativo | trasferiscono il | | d’Icania, uccide | supremo comando | | Serse e dà ad | dagli Spartani agli| | intendere ad | Ateniesi. | | Artaserse suo figlio | | | e successore, che | | | Dario suo fratello | | | era autore di tal | | | morte: per lo che | | | Dario è ucciso dal | | | fratello: quel | | | scellerato tenta di | | | uccidere Artaserse, | | | ma scoperto da | | | Megabazo, Serse | | | l’uccide. Eusebio | | | dice che Artabano | | | regnò sette mesi, | | | e che dopo di lui | | | Artaserse | | | principiasse a | | | regnare. | | | Artaserse, detto | | | Longimano, uccide | | | Artabano, assume il | | | regno, _Giust. in | | | Trog._ lib. III, | | | e regna anni 44. 469 | Temistocle, | Morte di | Temistocle fugge | accusato dagli | Pausania. | in Persia ad | Ateniesi di essere | | Artaserse, ottiene | stato complice nel | | dal re tre città in | consiglio di | | dono: Magnesia, | Pausania, si fugge | | Lampsaco e Miunte. | a Corfù, indi ad | | | Ameto re dei | | | Molossi. | | | Tasso, isola, | | | ribellasi agli | | | Ateniesi. | | | Battaglia navale | | | e terrestre presso | | | Eurimedonte. | | 468 | Cimone riporta | | Artaserse vinto | due segnalate | | dagli Ateniesi | vittorie per terra | | all’Eurimedonte, | e per mare al fiume| | assente a quella | Eurimedonte. | | pace cotanto celebre | | | scritta da Plutarco | | | nella vita di | | | Cimone. Questo | | | Artaserse è creduto | | | da molti l’Assuero | | | di cui fa menzione | | | la Sacra Storia, ma | | | altri tengono che | | | sia stato Assuero | | | non Artaserse ma | | | Dario d’Itaspe. 466 | Li Tasii | Terremoto | | ribellansi dagli | orribile in | | Ateniesi. | Laconia. | 465 | Gli Ateniesi | I Messeni | | mandano una colonia| ribellansi ai | | a Strimone. | Lacedemoni, loro | | | occupando Itome in | | | Messenia dove sono | | | dagli Spartani | | | tosto assediati. | 464 | I Tasii, il terzo| | Gli Egizii si | anno da che furono | | ribellano ai | dagli Ateniesi | | Persiani | assediati, si | | nell’Olimpiade 80, | arrendono ad essi: | | e si danno agli | dai quali sono | | Ateniesi. Esdra è | privati e delle | | spedito da Artaserse | navi e delle | | in Giudea, e vi | miniere. | | ristabilisce il | | | governo ed il | | | tempio. 463 | Cimone esiliato | Andando in lungo | Gli Egizii | da Atene si rifugia| l’assedio d’Itome, | condotti da Inaro | in Isparta. | chiamati gli | sono sconfitti dai | Strage degli | Ateniesi dai | Persi. | Ateniesi presso | Lacedemoni in | | Drabesco. | aiuto, indi quelli | Junaro, re di | | per sospetto | Libia occupa | | vengono | l’Egitto. | | licenziati, il che | | | fu il primo | | | motivo della | | | rottura fra loro. | 462 | Gli Ateniesi | I Lacedemoni | Achemene, fratello | portano aiuto agli | aiutano i Doriesi | di Serse, è ucciso | Egizii. | contro i Focesi. | in Egitto | | | da Junaro. 461 | Gli Ateniesi sono| Giorni 62 dopo la| | vinti da Nicomede | battaglia di | | Spartano presso | Tanagra i Beozii | | Tanagra. | son vinti di nuovo | | Dopo la guerra | dagli Ateniesi, i | | Cimone è chiamato | quali occupano | | in patria per opera| tutta la Beozia. | | e consiglio di | | | Pericle. | | 460 | | | Artaserse, | | | Longimano. Junaro, | | | re di Libia, si | | | unisce all’armata | | | ateniese ch’era in | | | Cipro, ed assaltano | | | entrambi la città | | | di Memfi, ed | | | intraprendesi una | | | una guerra che dura | | | sei anni. 458 | Gli Ateniesi | Li arsenali | Megabazo di Zopiro | vanno sopra Egina | dei Lacedemoni | è spedito in Sparta | e vincono | vengono dagli | per trattare la | guadagnando 70 navi| Ateniesi abbruciati| diversione agli | dei Peloponnesi; | sotto la condotta | Ateniesi, ma senza | indi i Corinti e | di Tolmide, | far nulla ritorna in | gli Epidauri | pigliando inoltre | Persia. | soccorrono gli | Calcide Corintia. | Junaro, re di | Egineti, ma sono | | Libia, è preso e | volti in fuga da | | posto in croce. | Mironida capitano | | Artaserse | degli Ateniesi. | | Longimano. | Guerra dei | | | Corintii e loro | | | alleati contro gli | | | Ateniesi. | | 457 | Tolmide, capitano| | | dell’armata navale | | | attica, occupa | | | Gitio, porto di | | | Laconia, Modone, il| | | Zante e la | | | Cefalonia. | | | Gli Ateniesi | | | cacciati | | | dall’Egitto. Si | | | cominciano le mura | | | lunghe di Atene. | | 456 | Li Romani | | Megabazo, | spediscono Legati | | figliuolo di Zopiro, | in Grecia ed in | | fa l’espedizione | Atene che allora | | contro gli Ateniesi | fioriva, per | | in Egitto, e li | descrivere le leggi| | caccia da Memfi, | di Solone, e | | indi li chiude | indagare | | nell’isola | gl’instituti e i | | Prosopitide, ove li | riti delle altre | | tiene un anno e | città della Grecia,| | mezzo assediati. | governando Pericle | | | in quel tempo la | | | repubblica d’Atene.| | | Battaglia | | | d’Enosita. | | 455 | | I servi dei | | | Lacedemoni dopo | | | aver sofferto Itome| | | un assedio di anni | | | dieci, s’arrendono | | | agli Spartani. | | | I Messeni | | | cacciati da Itome. | 454 | Oreste, re di | Basilica è | Megabazo piglia | Tessaglia, cacciato| assediata e presa | l’isola Prosopitide | dal regno, agli | da Pericle | dissipando gli | Ateniesi ricorre, i| Ateniese. | Ateniesi, pochi dei | quali unitamente ai| | quali e miserabili | Beozii e Focesi | | per la Cirenaica si | vanno contro | | riconducono in | Farsalo, città di | | patria. | Tessaglia, ma | | Dario Noto di | ritornano senza | | Persia. | far nulla. | | 453 | Cimone essendo | | | stato mandato in | | | Cipro, capitano di | | | 200 navi, ed avendo| | | già superato gran | | | parte dell’isola, | | | infermò e si morì | | | in Citio, città | | | di quell’isola. | | | Tregua per anni tre| | | fra i Lacedemoni e | | | gli Argivi. | | 451 | Erodoto di | I Lacedemoni | | Alicarnasso legge | stringono cogli | | la sua storia | Argivi una alleanza| | pubblicamente in | di tre anni. | | Atene. | | | | I Lacedemoni | | | fanno la guerra | | | chiamata sacra per | | | la giurisdizione | | | del tempio Delfico.| 450 | Gli Ateniesi, | | | vinti a Cheronea, | | | mettono la Beozia | | | in libertà. | | | Alleanza di | | | cinque anni fra i | | | Peloponnesi e gli | | | Ateniesi. | | 449 | L’Eubea e Megara | I Lacedemoni | | si ribellano agli | devastano l’Attica | | Ateniesi. | sotto Plistoanatte | | L’Eubea ritorna | lor duce. | | all’obbedienza | | | degli Ateniesi | | | per opera e valore | | | di Pericle. | | 445 | I Sami sono vinti| | | da Pericle in | | | battaglia, e sono | | | ridotti alla | | | devozione degli | | | Ateniesi. | | 444 | | Nasce guerra fra | | | i Corinti e | | | Corfuotti, e quelli| | | sono vinti da | | | questi ad Attio. | 443 | I Corfuotti | | | mandano Legati agli| | | Ateniesi chiedendo | | | alleanza ed aiuto, | | | e l’ottengono. | | 442 | | Fatto d’arme | | | navale a Sibota fra| | | i Corfuotti (con | | | l’aiuto degli | | | Ateniesi) contro i | | | Corinti. | 441 | | Fatto d’arme fra | | | gli Ateniesi ed i | | | Corinti che | | | rimangono con la | | | peggio. | 440 | | | Guerra dei Sami e | | | dei Milesii. 437 | | | Amfipoli | | | fabbricata da | | | Agnone. 436 | | | Gli Epidamni | | | implorano l’aiuto | | | dei Corintii. 435 | | | Vittoria dei | | | Corfuotti. Presa di | | | Epidamno. 433 | | | Alleanza stretta | | | fra i Corfuotti e | | | gli Ateniesi. 432 | Pericle mette i | I Lacedemoni | Seconda battaglia | proprii beni in | deliberano la | navale fra i | comune. | guerra. | Corfuotti ed i | Quei di | Terremoto in | Corintii. | Salonichi, di | Delo. | | Larizzo, i Farsali | Archidamo, re di | | ed altri popoli | Sparta, è creato | | soccorrono gli | capitano dei | | Ateniesi. | Lacedemoni. Tenta | | Gli Ateniesi e | l’espugnazione di | | Corfuotti | Enoe, indi entra in| | assaliscono Modone,| quel d’Atene, e | | ma invano; indi | mette l’assedio ad | | vanno sopra Fia, | Acarne. | | luogo d’Elide, e lo| Quei di Legina | | saccheggiano. | sono scacciati | | Fanno lega con | dalla terra loro | | Scitalce re di | dagli Ateniesi, ma | | Tracia, e Perdicca | gli Spartani | | re di Macedonia, | accolti son posti | | indi con l’armata | ad abitar in | | navale prendono | Bardugna. | | Solio, Astaco e | Astaco vien tolta| | Cefalonia. | agli Ateniesi | | Potidea abbandona| dai Corinti, e resa| | gli Ateniesi. | ad Evarco. | 431 | | Gli ambasciatori | I Tebani opprimono | | dei Lacedemoni ad | Platea. | | Artaserse, re di | | | Persia, sono | | | intercetti e fatti | | | morire dagli | | | Ateniesi. | 430 | Comincia ad | Archidamo assedia| | infierire la peste | Platea. | | in Atene. | I Peloponnesi sono | | Argo è presa | vinti da Formione, | | dagli Ateniesi. | duce degli | | Indi si rende loro | Ateniesi, a | | anche Potidea. | Lepanto. | | Senofonte è | | | spedito contro i | | | Calcedoni nella | | | Tracia, ma è vôlto | | | in fuga. | | | Pericle il sesto | | | mese di quest’anno | | | mancò di vita. | | | Formione va sopra| | | l’isola di Candia, | | | e dà il guasto al | | | territorio della | | | Canea. | | | Indi rimette | | | Cinete, figliuolo | | | di Teolito, in | | | Corone. | | 429 | L’isola di | Spedizione dei | Espugnazione di | Metelino, già | Lacedemoni contro | Potidea. | Lesbo, ribellasi | Platea. | Scitalce re degli | dagli Ateniesi. | Spedizione dei | Odrisii muove | | Lacedemoni e degli | l’esercito contro | | Ambracioti contro | Perdicca ed i | | l’Acarnania. | Calcidesi nella | | Li Mitilenei si | Macedonia. | | danno agli | | | Spartani. | | | Cleomene, zio di | | | Pausania, capitano | | | dei Lacedemoni. | 428 | Metelino, isola, | Li Plateesi | | è recuperata da | arrendonsi agli | | Pachete, duce degli| Spartani, e | | Ateniesi. | trattata la causa | | | loro con grande | | | energia contro i | | | Tebani, nulladimeno| | | sono 200 di essi | | | ammazzati e | | | distrutta la città | | | loro. | 427 | Si tratta nel | I Lacedemoni | Le sedizioni | Senato di Atene | riempiono Eraclea | agitano Corfù. | la causa dei | in Trachinea, | | Mitilenei con | d’abitatori. | | bellissime | I Lacedemoni e | | orazioni. | quei di Larta sono | | Gli Ateniesi | vinti dagli | | soccorrono i | Ateniesi. | | Leontini in | | | Sicilia contro i | | | Siracusani. | | | Peste la seconda | | | volta in Atene, che| | | dura un anno. | | | Ducento dodici | | | Plateesi, | | | trapassato il muro | | | dei Peloponnesi, | | | si evadono | | | dall’Attica. | | 426 | Terremoto | Il Zonchio, già | Fondazione di | grandissimo. Delo | Pilo, è circondato | Eraclea Trachinia. | è purgato dagli | di mura dagli | | Ateniesi. | Ateniesi, indi i | Spedizione degli | Spedizione di | Lacedemoni vi | Ambracioti contro | Demostene contro | accorrono con li | Argo Amfilochio | gli Iloti e strage.| confederati, onde | e strage. | | ne segue battaglia | Artaserse, re di | | navale e | Persia, finisce di | | terrestre, restando| vivere e comincia | | molti dei | Dario Noto a | | Lacedemoni | regnare. | | assediati | | | Sfatteria, e però | | | spedisconsi da | | | Sparta ambasciatori| | | in Atene a trattar | | | di pace. | | | I Corinti sono | | | vinti da Nicia, | | | Ateniese. | 425 | Cleone e | Ecclissi e | | Demostene dopo 72 | terremoti | | giorni d’assedio | grandissimi in | | assaltano i | Grecia. | | Lacedemoni | | | nell’isola | | | Sfatteria, oggi una| | | delle isole di | | | Sapienza, e li | | | vincono facendo | | | ducento e | | | novantadue | | | prigionieri di | | | guerra. | | | Crudeltà | | | grandissima dei | | | Corfuotti. | | | I Lesbi occupano | | | Rezio ed Antandro. | | | Nicia prende | | | Cerigo, già Citera.| | | Gli Ateniesi | | | fortificano Pilo | | | posta nella | | | Messenia. | | 424 | Perciò gli | Brassida, | | Ateniesi mandano | capitano dei | | Pitodoro e Sofocle | Spartani, accorre | | in esilio. | per impedire la | | Ipocrate e | resa di Nisea, ma | | Demostene, capitani| ma tardi vi arriva;| | degli Ateniesi, | per lo che tenta di| | tentano di | entrare in Megara, | | sorprendere Megara,| dove alla fine vien| | ma invano, indi | ricevuto, indi | | prendono Nisea. | ritorna a Corinto, | | I fautori degli | e si accinge ad | | Ateniesi, | entrare nella | | assicurati con | Tracia. | | giuramento dai | I servi dei | | Megaresi, vengono | Lacedemoni vengono | | poi trucidati. | incoronati e posti | | Ipocrate circonda| come in libertà al | | Delio. | al numero di | | Perdicca, re di | duemila circa, i | | Macedonia, è | quali di poi | | pubblicato dagli | ignotamente | | Ateniesi loro | periscono. | | nemico. | Perdicca re, | | Ipocrate è | unitosi a Brassida,| | assalito e morto | va contro di | | dai Beozii sotto la| Arribeo, re de’ | | condotta di Pagonda| Linceati, il quale | | loro capitano, e | con Brassida | | gli Ateniesi sono | abboccatosi, | | vôlti in fuga, per | lo persuade a | | lo che Delio viene | desistere | | in potere dei | dall’ostilità | | Beozii. | contro di lui; | | | Perdicca se ne | | | sdegna, e si aliena| | | dai Lacedemoni. | | | Brasida occupa | | | Accanto e Stragira.| | | Scitalce, re | | | degli Odrisii, | | | avendo mosso la | | | guerra ai Triballi,| | | è da essi vinto, | | | indi manca di vita | | | vita e gli succede | | | Sente nel regno. | 423 | Tucidide prende | Brasida | | Eione. | s’impadronisce | | Torone è presa | di Amfipoli. | | da Brassida | Pitacco, re degli| | a tradimento. | Edoni, vien | | Indi prende | ammazzato dalla | | Lecito, | moglie, figlia di | | ricoverandosi gli | Goasse, per lo | | Ateniesi in | che Mircinia, città| | Pallene. | capitale degli | | | Edoni, ribellasi | | | dai Lacedemoni, | | | lo stesso facendo | | | anche Gapseto ed | | | Esima. | 422 | Due giorni dopo | Perdicca e | | la tregua, | Brassida vanno | | Basilica, già | contro di Arribeo, | | Sciona, ribellasi | re dei Lincesti, e | | dagli Ateniesi. | lo superano, ma | | Indi Menda fa | ma soccorso dagli | | pure lo stesso. | Illirici vien | | Ma è tosto dagli | liberato. | | Ateniesi | Li Mantinei ed i | | ricuperata. | i Tegeati | | Perdicca, | combattono con | | disgustato dai | egual evento a | | Lacedemoni, si | Leudicea. | | volge agli | I Beozii prendono| | Ateniesi. | Panatto, castello | | Cleone Ateniese | degli Ateniesi. | | prende Corone. | | | Indi prende | | | Fanisselo. | | 421 | Pace e | Gli Argivi, i | | confederazione | Corinti, i Mantinei| | stabilita fra gli | e quei di Veglia, | | Ateniesi ed i | già Elea, fanno | | Lacedemoni per | confederazione | | anni cinquanta, la | insieme. | | qual però non è | Sendo stato | | approvata dalle | distrutto Panattaro| | città confederate | dai Beozii, quindi | | coi Lacedemoni. | nasce occasione di | | Gli Ateniesi | di rinnovarsi la | | prendono Basilica, | guerra tra gli | | già Sciona, | Ateniesi e i | | ammazzando tutti i | Lacedemoni, al che | | i Scionei dalli | non poco vi | | quarant’anni in su,| vi contribuisce | | e facendo schiavi | Alcibiade | | le donne ed i | ateniese. | | fanciulli. | Gli Eraclei di | | Di poi rimettono | Trachinia | | i Delj nella patria| combattono con gli | | loro. | Eniani, Dolopi, | | Tiffo è presa | ecc. ma rimangono | | dai Dittidiesi, | perditori con la | | e Meciberna dagli | morte di Zenaro | | Olintj. | spartano. | | Pace di | I Lacedemoni | | cinquant’anni fatta| instaurano | | fra gli Ateniesi | l’alleanza coi | | ed i Lacedemoni. | Beoti. | | Poco dopo è | I capitani argivi| | ridotta in | fanno alleanza | | alleanza. | contro i | | | Lacedemoni. | 420 | Alcibiade, | Eraclea viene in | | capitano degli | potere dei Beozii. | | Ateniesi ed i | I Lacedemoni | | confederati loro | muovono guerra ad | | vanno sopra | Argo. | | Orcomeno che se | Agide, re di | | gli arrende. | Sparta, vien | | Indi sono | processato per la | | disfatti dai | cattiva | | Lacedemoni a Tegea.| amministrazione | | Alleanza fra gli | della guerra contro| | Ateniesi, gli | gli Argivi, ma egli| | Argivi, i | purgatosi | | Lacedemoni e gli | dall’accusa sfugge | | Elei. | il castigo. | | | Lega per anni | | | cinquanta fra gli | | | Argivi e gli | | | Spartani. | | | I Mantinei, | | | seguendo l’esempio | | | degli Argivi, si | | | accordano ancor | | | essi cogli | | | Spartani. | 419 | I Dittiniesi | Agide, re di | Guerra degli | ribellansi | Sparta, va sopra | Epidauri e degli | dagli Ateniesi. | la città di Argo, | Argivi. | | ed avendo presa | | | la muraglia che gli| | | Argivi per fortezza| | | fabbricavano, | | | spianatala, prende | | | Isio coll’eccidio | | | di quelli abitanti.| 418 | | Battaglia fra gli| | | Argivi ed i | | | Lacedemoni condotti| | | da Agide. Pace fra | | | fra gli Argivi ed i| | | Lacedemoni, che si | | | converte in | | | alleanza. | 417 | Gli Argivi | | | rinnovano | | | l’alleanza cogli | | | Ateniesi. | | 416 | Gli Ateniesi | | | prendono l’isola | | | di Milo, già Melo, | | | sotto la condotta | | | di Filocrate | | | ammazzando quegli | | | abitanti dai | | | quattordici anni in| | | su, e facendo | | | schiavi le donne | | | ed i fanciulli. | | | Gli Ateniesi | | | fanno giornata in | | | in mare presso | | | Epidauro restando | | | vittoriosi contro | | | i Spartani; | | | Alcamene, duce de’ | | | quali, vi rimane | | | estinto. | | | Udita in Atene la| | | ribellione dei | | | Sciotti ed altri | | | loro sudditi, | | | mettono mano a | | | mille talenti che | | | tenevano in serbo | | | per l’estrema | | | delle accorrenze. | | | Il popolo di Samo | | | sollevasi contro | | | i cittadini, 200 | | | de’ quali vengono | | | ammazzati; per lo | | | che è fatto libero | | | dagli Ateniesi. | | | Clazomene ritorna| | | in potere degli | | | Ateniesi. | | | In quest’istesso | | | tempo assaltano | | | Calcideo spartano | | | e Panorma di | | | Mileto, e | | | l’ammazzano; dipoi | | | Dionte e Lione | | | ateniesi vanno | | | sopra Chio. | | | Lorima è presa | | | dagli Ateniesi. | | 415 | Un fortissimo | I Lacedemoni | | esercito degli | istigati da | | Ateniesi, guidato | Alcibiade si | | da Nicia, Lamaco | accingono ad una | | ed Alcibiade | nuova aperta | | parte contro la | guerra contro gli | | Sicilia. Alcibiade | Ateniesi. | | richiamato dalla | | | Sicilia, si rifugia| | | nel Peloponneso. | | | Prima battaglia fra| | | gli Ateniesi ed i | | | Siracusani vinta | | | dagli Ateniesi. | | 414 | Gli Ateniesi | Arrivo dello | | vincitori in altra | spartano Gilippo. | | battaglia | Gilippo prende | | stabiliscono di | Plemmirio. | | rinchiudere fra | | | mura i Siracusani. | | | Giugno. Prima | | | battaglia navale | | | fra gli Ateniesi | | | ed i Siracusani. | | | 26 luglio. | | | Seconda battaglia | | | navale fra i | | | medesimi. | | | 29 luglio. Arrivo| | | di Demostene ed | | | Eurimedonte nella | | | Sicilia. | | | 31 luglio. | | | Battaglia | | | combattuta di notte| | | presso Epipole. | | | 31 agosto. | | | Battaglia navale | | | vinta dai | | | Siracusani, | | | terrestre dagli | | | Ateniesi. | | | 1o settembre. | | | Battaglia navale, | | | nella quale si | | | distrugge la flotta| | | degli Ateniesi. | | | 3 settembre. Gli | | | Ateniesi | | | abbandonano | | | Siracusa. | | | 8 settembre. | | | Demostene colla | | | sua parte di | | | esercito si dà a | | | Gilippo ed ai | | | Siracusani. | | | 10 settembre. | | | Nicia si dà coi | | | suoi a Gilippo. | | 413 | | I Lacedemoni | Alcibiade si | | fanno la seconda | rifugia presso | | lega col re Dario. | Tissaferne. 412 | | Rodi si congiunge| | | ai Peloponnesi. | Tisaferne, | | Segue la terza | prefetto del re, | | alleanza fra i | re, si porta in | | Lacedemoni ed il | Aspendo visitato | | re Dario. | prima da Alcibiade. 411 | Marzo. La | L’Eubea occupata | Tisaferne, sendo | democrazia in | dai Peloponnesi. | state scacciate le | in Atene abbattuta.| Agide, re di | le guardie di | Giugno. Battaglia| Sparta, chiamato | Astaco, uomo | in Eretria. | dal popolo | persiano d’Antandro, | La democrazia | ateniese, si | da Mileto e da | risorge in Atene. | conduce sotto le | Cnido, sdegnato, e | Luglio. Vittoria | le mura d’Atene per| malamente | di Trasibulo | rendersene padrone,| che Farnabazo | presso Lesbo. | ma non gli riesce. | operasse cose | | Sdegnati i | maggiori che lui | | soldati collegati | oprato non aveva, si | | della restituzione | porta | | d’Alcibiade, | nell’Ellesponto. | | tentano di ammazzar| | | Astioco. | | | Al qual succede | | | Mindaro al | | | capitanato. | | | Enae viene in | | | potere dei Beozii | | | per opera di | | | Aristarco. | 404 | Aprile. Atene in | | | mano di Lisandro. | | | Fine della guerra | | | peloponnesiaca. | |

INDICE GEOGRAFICO-COMPARATO

DEI LUOGHI MENZIONATI NELLE STORIE DI TUCIDIDE

A.

Abdera, città della Tracia. _Polistilo._ Abido, città dell’Ellesponto. _Aveo._ Acaia, regione. _Livadia_, o _Romania alta_ nella Grecia. Acanto. _Porto Doari._ Acesine, fiume in Sicilia, _Cantara_. Achei, popoli. _Quei di Livadia._ Acheloo, fiume. _Aracheo._ _Asprì_ e _Catochi_. Acheronte, fiume. _Verlichi._ Acra, città in Sicilia, altramente Acrea. _Chiaramonte._ Acresia o Acrisia. _Acrefnia._ Afilea. _Quei di Comenolitari._ Afrodisia, isola. _Pazj._ Agria o Agra, città, e Agrei, popoli. _Abia._ Agragante, forse è l’Agraga di Tolomeo, città in Sicilia. _Montesecco._ Agrigento. _Agrigento o Girgenti._ Alece, fiume, o Alabo. Oggi l’_occhio della Zilica_. Ali, fiume. _Ottomangivch._ Alicarnasso, città patria d’Erodoto. _Castel San Pietro e Cometi._ Alonte o Alonsio, in Sicilia. _Pietra di Roma._ Castello. Altomonte. _Oetamonte_, e _Montesanto_. Ambracia, regione. _Quei dell’Arta._ Amfipoli. _Crisopoli_, già città di Macedonia, ora di Schiavonia. Anapo, fiume in Sicilia. _Aretusa._ Anattorio. _Vonizza._ Ancira. _Mediaco._ Andro, isola. _Andri._ Andropolite. _Androne._ Anfissa. _Vidrinizza._ Antandro. _S. Dimitri._ Antissa, era una città nell’isola di Metelino nell’Arcipelago. Apollonia di Migdonia. _Pella._ Apollonia, città in Macedonia, era dove Ottaviano studiava quando Cesare fu morto, ed egli fu chiamato a sì gran nome, oggi _Ceres ed Apolini_; ma è luogo quasi distrutto. Apollonia, nel seno jonico. _Pollina, Piergo e Sissopoli._ Arcadia nella Morea, ritiene il nome. Argivi. _Quei di Romania._ Argo Anfilochico. _Nicopoli._ Argo. _Argos._ Argolico Seno. _Golfo di Napoli di Romania_, in Grecia. Aria, già Ambracia. Arna, o Arnissa. _Alada_, città in Macedonia. Artemide. _Valni._ Asiaco. _Astagus._ Asine. _Asina_, o _Fanari_. Asopo, fiume. _Osopo_, ed _Acheron_. Astipalca, isola e città, una delle Cicladi. _Stampalia._ Atalante, isola. _Talanda._ Atene. _Atines._ Attica. _Livadia._ Attio, promontorio. _Capofigo_, e _Dime_. Atramitteo. _Adramiti._ Aulone. _La Valona._ Axio, fiume. _Vardari._ Azoto di Palestina. _Tania._

B

Beo, forse la Boa di Tolomeo. _S. Angelo._ Beozia. _Stramuzupa._ Bisanzio. _Costantinopoli._ Bitinia. _Becsangial._

C

Calcedone in Ponto. _Scutari._ Calcide, città di Eubea. _Negroponte._ Calcidica. _Jaboli_, regione. Camarena, città in Sicilia. _Camarana._ Camico, o Camiro in Sicilia. _Camarata_, come piace all’Alberti. Canastreo, promontorio. _Capocanistro._ Canni, popoli. _Quei della Rossa._ Caonia. _Canninia_, regione. Cardamila. _Parama._ Caria. _Aidinelli_, regione. Caristo, città di Negroponte. _Caristo_ oggi pure _Caresto_ e _Castelrosso_. Casareo, promontorio. _Capodoro._ Cassiteride, isole. Isole di _Bajona_ Catanea, città in Sicilia. _Catania._ Caulonia, oggidì _Castelvecchio_, poco lungi da Locri. Cenerea, città di Corintia. Centoripa in Sicilia. _Centorbi._ Cerdillo, Cerilio, o Crocilio, come legge il Porcacchi. _Sicillo isola_ nell’Arcipelago. Chersonneso, o Cheronneso della Morea. _Capo Scilli._ Chersonneso. _Braccio di S. Giorgio._ Chio, isola. _Scio._ Cicladi, isole. _Isole dell’Arcipelago._ Cidonia, città nell’isola di Candia. _La Canea._ Cilicia. _Caramania._ Cillene. _Chiarenza._ Cinosura. _Capo delle Colonne._ Ciparisio. _Il Zonchio._ Altri vogliono che il Zonchio sia Pilo e non Ciparisio. Ciparisio Seno. _Golfo del Zonchio._ Ciparissa. _Nico._ Ciparissi, promontorio di Messenia. _Capo Gonello._ Cipro, isola, ritiene l’antico nome. Cirene, città in Egitto. _Pentapoli Cahiroan e Battida._ Citera, isola. _Cerigo._ Citerone, monte appresso lo stretto di Corinto. Citinio. _Dorico._ Citinione, città o Citno. _Chitno_ e _Sichino_. Citio, città di Cipro. _Limiso._ Citro. _Pidna._ Cizico; _Chezico._ Claro, isola dell’Egeo. _Calamo._ Clazomene, città. _Grina._ Cleona. _Cleda_, altri _S. Vasilii_. Cnido, o Gnido. _Capo di Crio._ Colofone, città. _Altobosco._ Coo, isola. _Langi_ o _Lango_. Corcira, isola, oggi _Corfù_. Corifasio, prom. _Capo di Modon._ Corinto, città, oggi pure _Corinto_. Cranoni, popoli, sono forse quelli pure di Crano nella Tessaglia nelli Pelasgioti. Crestona, città. Creta, isola, oggi _Candia_. Crisseo, seno. _Golfo di Lepanto._ Crotona, città di Callauria. _Crotona_ oggi pure, ovvero _Crotone_. Cuma in Eolia. _Castri._

D

Dacia, provincia. _Transilvania._ Dardania, provincia. _Servia._ Dauglio, luogo di Focide. _Eladasagni._ Delfinio, era un porto in Grecia vicino allo stretta di Negroponte, appresso ad Oropo. Delfo. _Salona._ Deio, isola. _Sdiles._ Dj, popoli della Tracia, abitano Rodope, monte, oggi _Catena del Mondo._ Dio, città. _Standia._ Dione, Castello in Macedonia. Diracchio. _Durazzo._ Dobero di Peonia. _Resido._ Dolopi, popoli poco lontani dal golfo dell’Arta. Doride. _Val di Livadia._ Drepano, città di Sicilia. _Trapani._ Drimissa. isola vicina a Clazomene.

E

Ebro, fiume. _Mariza._ Echedoro, fiume. _Varataser._ Echinadi, isole. _Salie_, altri le dicono le _Curzolari_. Efeso, città. _Figena._ Egeo, mare. _Arcipelago._ Egina. _Legiena._ Ejone, città posta al fiume Strimone. _Anfipoli._ Elea. _Lea_ o _Jalea_. Elea, porto. _Parga._ Eleusina. _Saline._ Elide. _Belvedere._ Ellesponto. _Braccio di S. Giorgio._ Elo o Elao, città dell’Epiro. _Docna._ Emo, monte. _Cumoniza._ Enia, Eno. _Moncastro._ Enipeo, fiume; alcuni vogliono che sia il _Titareso_. Enna, monte della Sicilia. _Castrogiovanni._ Enoe. _Cidariso._ Epidamno. _Durazzo._ Epidauro. _Malvasia._ Eraclea, appo Latenoe. _Palazia._ Eretria. _Vazia_ e _Rocco._ Erice, città in Sicilia; e distrutta. Il luogo ove era la quale appare tuttora nel sito ove si discende dall’Erice monte, oggi _Monte di San Giuliano_ traguardante il mare. Ermione, nel golfo di Napoli di Romania. _Maria._ Etna, monte in Sicilia. _Mongibello._ Eubea, isola. _Negroponte._ Eurico, muro di Siracusa. _Euriale_, secondo l’Alberti. Euripo, _stretto di Negroponte_. Eusino, mare. _Mar Nero._

F

Farsalo di Tessaglia, e Farsali popoli, sono in una parte della Macedonia, che da Tolomea è detta Emazia, ed ora _Comenolitari_ regione. Fenice, isola nell’Arcipelago. _Palma_ o _Nio_. Fenice, castello. _Anconitam._ Fere, città nel Peloponneso. Era nell’Acaia poco lontano da Patrasso, _Scidro_. Vi e un’altra Fere oggi detta _Calamata_ nel golfo di Coron. Vi è anco un’altra Fere in Macedonia, poco lontana dal golfo di Salonichi, e secondo alcuni ora si chiama _Jemsar_. Fia, o Fialia, luogo d’Elide. _Neospiti._ Flio, o Flia, città nel Peloponneso. _Pilis._ Flio di Siciona. _Foica._ Focea, città greca. _Foglia vecchia_; c’è anche un’altra Focea in Sicilia. Frigia maggiore. _Cuttia._ Frigia minore. _Magnesia_ magg.

G

Gallipoli, ritiene l’antico nome. Gela, città in Sicilia, e Geloi popoli. _Galati_ in val di Noto; altri dicono che Gela oggi _Chezza_ s’appelli, ma quasi affatto distrutta; anzi alcuni vogliono ch’ella fosse ov’oggi è _Butero_. Gerania città, e Gerania monte. _Botonia._ Ghizio, Gitio o Gitteo. _Capo di Pagù._ Gignone o Gigone, città della Macedonia. Girtone. _Tochivolicati._ Golfo Ambraccio. _Quei della Prevesa_, altri dicono dell’_Arta_. Gonno, città. _Goniga._

Advertisement