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Laconia e la Messenia. Successivamente il Peloponneso si fece constare di otto parti, nelle quali fu sempre diviso da tutti i geografi greci e latini, delle quali otto parti diamo qui un cenno che gioverà a meglio intendere Tucidide, nelle descrizioni e narrazioni che viene facendo, nel corso della sua storia. Queste parti erano 1o l’Arcadia, paese montagnoso ed abbondante di pascoli, in mezzo alla penisola; lunga 20 leghe, larga al più 13, s’alzano i monti Cillene, Erimanto, ec.; è divisa dai fiumi Alfeo ed Erimanto, e da fiumetti; le città sono Mantinea, Tegea, Orcomeno, Erea, Psofide, e poi Megalopoli, città principale di tutto il paese: 2o Laconia, pur montagnosa; la sua maggior lunghezza corre per 20 leghe, e la maggior larghezza per 15; il fiume Eurota la divide; s’alzano i monti Taigeto, e si veggono i promontorii Maleo e Tenero. V’era Sparta città presso l’Eurota; e le borgate Amicla, Sellasia ed alcune altre eran poco considerevoli. 3o Messenia, è posta a parte occidentale della Laconia, paese piano ed assai fertile, che nell’anno 668 fu soggiogato dagli Spartani; la sua maggior lunghezza è di 12 leghe, e la larghezza 15. Messene città; fortezze alle frontiere, Itome ed Ira. Fra le altre borgate Pilo e Metone, sono le più note. 4o Elide col piccolo territorio detto Trifilia è nella parte occidentale del Peloponneso; la sua lunghezza 25 leghe, e larghezza 12; è divisa dai fiumi Peneo, Alfeo e Sello, e da minori fiumi: eranvi nella settentrionale parte Elide; Cillene, e Pilo città: presso l’Alfeo era Pisa, ed a lato Olimpia: nella Trifilia eravi un’altra Pelo. 5o Argolide che distendesi lungo la costa orientale della penisola, dirimpetto all’Attica, con la quale forma il golfo Saronico; è lunga 27 leghe, larga da 3 a 12: contiene le città Argo, Micene, Epidauro; e l’altre minori Nemea, Cinuria e Trezene. 6o Acaja, per antico detta Jonia, ed anche Egialo, formava la côsta settentrionale: era lunga per 24 leghe, e larga da 6 a 12; e comprendeva 12 città, e le più considerevoli erano Dime, Patra e Pellene. 7o Il piccolo paese di Sicione, che era lungo 8 leghe e largo 3 con le città di Sicione e di Flio. 8o La piccola contrada di Corinto, quasi della stessa ampiezza, stava vicino all’istmo che unisce il Peloponneso alla terraferma; Corinto città, innanzi detta Efira, coi porti di Lecheo sul golfo di Corinto e di Cencre su quella di Saro. V. HEEREN, _Storia antica considerata rispetto alle costituzioni_ ecc. Sez. III.

[12] _Pag._ 8. Strabone (lib. IX) e Diodoro (lib. XIX) riferiscono pure che i Beozi dopo avere preso possesso del territorio cui essi diedero il proprio nome, ne furono cacciati dai Traci e dai Pelasgi, ritraendosi ad Arne nella Tessaglia, d’onde ripartirono più tardi per rioccupare la Beozia. Questa regione avea a settentrione la Focide, al mezzodì l’Attica, al ponente il mare e il golfo di Corinto, ed al levante l’isola di Eubea. Secondo Pausania ebbe il nome di Beozia da Beoto figlio di Itono e della ninfa Menalippe; secondo Diodoro, di Nettuno e di Arne, la quale diede il proprio nome alla città capitale del regno. Questa regione ebbe il nome di Aonia dagli Aoni di cui parla Strabone; quella di Ogigia da Ogige, che secondo Varrone fondò la città di Tebe; quella di Cadmeide da Cadmo fondatore di Cadmea, città che in progresso fu congiunta a Tebe. Ovidio pretende che il nome di Beozia derivasse da bove, perchè Cadmo fu condotto in questa terra da un bue. Sono celebri in questo paese le montagne di Idmeto, Citerone ed Elicona; le fontane di Aretusa, di Dirce, di Aganippe; ed i fiumi Asopo, Cefiso ed Ismeneo. I Beozi aveano riputazione di uomini rozzi e di grosso ingegno; ciò nondimeno il loro paese diede Esiodo, Pindaro, Plutarco, Epaminonda e Pelopida.

[13] _Pag._ 9. Vedi ciò che dice Tucidide di questa isola al lib. III, § 104. Renea ed anche Renia e Renaca era il cimitero dell’isola di Delo, perchè non era permesso il tumulare i morti in un’isola sacra. Secondo Giustino (lib. XLIII, c. 5) la guerra di cui parla qui sotto Tucidide, sorta fra i Focesi ed i Cartaginesi, ebbe occasione da questioni per alcune barche pescareccie. Forse invece di _mentre fondavano Marsilia_, sarebbesi meglio detto _fondatori di Marsilia_, giacchè Marsilia venne fondata dai Focesi, secondo notano i cronologi, il primo anno della XLV olimpiade, e la battaglia navale di cui parla Tucidide non avvenne che circa cinquant’anni dopo.

[14] _Pag._ 10. Gelone offeriva ai Greci dugento triremi contro Serse, a condizione gli venisse affidato il comando supremo della spedizione. Od. Muller contro l’asserzione di Tucidide raccolse numerose testimonianze di storici antichi comprovanti che anche prima della spedizione di Serse la Grecia avea messe in mare flotte assai numerose. E particolarmente Egina dovea avere fatto mostra di una grande forza marittima, da poi che gli storici danno ad essa il titolo di regina dei mari.

[15] _Pag._ 10. Cioè la venuta di Serse; ecco che dice Erodoto diversamente da Tucidide circa Temistocle. — Una gran massa di danaro era stata raccolta de’ tributi della Republica; che però quella del provento dei metalli che sono in Sannio, poteali dividere a tanto per testa che ne toccassero dieci dramme a ciascuno della gioventù. Allora Temistocle dissuase agli Ateniesi questa divisione; ma li persuase a preparare di cotal danaro un’armata di dugento navi per la guerra di Egina. Poichè questa guerra, allora svegliata, apportò alla Grecia salute; forzando gli Ateniesi a divenir buoni marinari (lib. VII, § 144). Plutarco e Cornelio (_Vita di Temistocle_) e Polieno (_Strateg._, lib. I, c. 30) differiscono nel numero e nella qualità delle navi fatte costruire da Temistocle, perchè dicono cento triremi.

[16] _Pag._ 11. L’Alis è fiume della Paflagonia nella Cappadocia, regione dell’Asia minore, sulle sponde del quale Creso ricevette l’oracolo che lo ingannò (STRABONE lib. IX; TOLOMEO, lib. V, c. 4). Gli antichi designavano ordinariamente per tal modo l’Asia minore, che essi chiamavano anche _marittima, Asia al di qua del Tauro_.

[17] _Pag._ 11. La Fenicia era stata sottoposta alla Persia da Cambise. Erodoto (lib. I, § 41) dice però che le isole Jonie si erano sottomesse a Ciro volontariamente.

[18] _Pag._ 11. Infatti Ippia, tiranno di Atene, fu cacciato da Cleomene re di Sparta. Aristotele riferisce pure (_Polit._ lib. V, C. 8) che la maggior parte dei tiranni fu distrutta dai Lacedemoni. In Sicilia la tirannia cessò in Agrigento verso il 472 av. C. mediante la cacciata di Trasideo. Trasibulo, ultimo tiranno di Siracusa, fu espulso nel 465.

[19] _Pag._ 11. I Dorii non furono i fondatori di Lacedemone; essi l’occuparono cacciandone gli Achei.

[20] _Pag._ 11. Questo giudizio di Tucidide è opposto a quello di Erodoto, il quale asserisce che nessun popolo avea avute leggi peggiori di quelle che governavano gli Spartani avanti Licurgo (lib. I, § 65). Intorno a ciò veggasi HEYNE, _De Spartanorum republica judicium_, nei _Comment. Soc. Gott._, vol. IX, e _Sparta, ossia saggio dell’istoria e del governo di questo Stato_, di T. C. F. MANSO. Lipsia 1810. Opera tedesca e di cui i Tedeschi fanno tuttavia un gran conto.

[21] _Pag._ 12. Leocorio era un tempio d’Atene consacrato alle figlie di Leo figliuolo di Orfeo, sagrificate dal padre stesso, avendo Delfo dichiarato la loro morte necessaria per salvare Atene (ELIANO, _Hist. div._, XII, 28).

_Panatenaica_ ed anche _panatenea_ era detta la grande festa che ogni anno si celebrava in Atene in onore di Minerva. Institutore di questa festa, secondo alcuni, fu Erittonio, secondo altri Orfeo; ma pare più verosimilmente ne sia stato Teseo, all’epoca in cui centralizzò nel governo di Atene le diverse borgate dell’Attica, come narra Tucidide stesso più avanti lib. II, § 15; e le _panatenee_ commemoravano appunto una tale riunione. A queste feste erano ammessi tutti i popoli dell’Attica, coll’intendimento di assuefarli a riconoscere Atene, in cui si celebravano, come loro patria comune. Quelle feste nella loro prima origine erano semplicissime e non duravano più di un giorno: ma in progresso ne fu accresciuta la pompa e la durata. Furono quindi instituite le grandi e le piccole _panatenee_; le grandi celebravansi ogni cinque anni il 23 del mese ecatombeone, che corrisponde al nostro settembre, ma che era il primo dell’anno ateniese; le piccole solennizzavansi ogni tre anni o piuttosto, come altri vuole, tutti gli anni il 20 del mese targellione che era l’undecimo dell’anno ateniese e corrispondeva il suo principio al nostro fine di aprile. Ogni città dell’Attica, ogni colonia in quelle occasioni dovea come tributo offrire un bue a Minerva. La dea avea l’onore dell’ecatombe, e al popolo ne spettava il profitto, venendo le carni della vittima distribuite agli spettatori. Durante queste feste vi aveano tre sorta di combattimenti. Il primo era una corsa a piedi, che poscia divenne equestre; il secondo una lotta di atleti ignudi; il terzo, stabilito da Pericle, era una gara di poesia e di musica. In queste gare interveniva il fiore dell’ingegno greco, e i vincitori aveano in premio una corona d’alloro ed un barile di olio squisito. La festa avea fine con pubblici banchetti.

[22] _Pag._ 13. Certamente Tucidide qui fa allusione ad Erodoto, poichè è Erodoto stesso che riporta la tradizione del doppio suffragio dei re di Lacedemone (lib. VI, 67), e quello relativo alla compagnia o coorte _pitanate_. Circa questa coorte veggasi l’Erodoto di Larcher, tom. VI, p. 117, prima edizione, il MEURSIO, _Att._, I, 16, e POPPO, VIII, p. 177.

[23] _Pag._ 14. Le due battaglie di mare furono quelle di Artemisio e di Salamina, quelle di terra delle Termopili e di Platea.

[24] _Pag._ 14. Ciò fu il 445 A. C. La tregua fu mantenuta per quattordici anni.

[25] _Pag._ 15. Epidauro più tardi fu chiamato Dyrrachium; è il Durazzo d’oggidì sull’Adriatico.

[26] _Pag._ 15. Ecco a che allude Tucidide colla frase _giusta l’antica usanza_. Allorquando una colonia intendeva fondare essa stessa una nuova città dovea chiedere un capo alla sua metropoli: Corfù, colonia di Corinto, fondando Epidamno non avea mancato di conformarsi a questa usanza. I coloni ricevevano dai loro concittadini armi e viveri; si dava loro una specie di atto pubblico chiamato ἀποίκια, con cui venivano mantenuti ed assicurati i loro diritti e i loro rapporti verso gli alleati della metropoli; portavano seco, partendo, il fuoco sacro, preso al tempio della madre patria, e al quale doveano ricorrere quando si fosse estinto per riaccenderlo. Veggasi su di ciò le _Nozioni istoriche e geografiche sulle colonie greche_ del tedesco D. A. HEGEWISCH (Altona 1808); il SAINTE-CROIX, _De l’état et de la sort des colonies des anciens peuples_ (Paris 1806), e RAOUL-ROCHETTE, _Histoire critique de l’établissement des colonies grecques_ (Paris 1815).

[27] _Pag._ 17. Vi avevano parecchie specie di dramma, quella di Atene che valeva sei oboli (circa 90 centesimi); quella di Egina che valeva dieci oboli attici, e quella di Corinto che pare avesse lo stesso valore. Cinquanta dramme corrispondevano quindi a circa 75 lire italiane.

[28] _Pag._ 17. Notisi che i Megaresi erano strettamente confederati co’ Corintii, dappoichè riuscirono coll’aiuto di questi a scuotere il giogo di Atene.

[29] _Pag._ 17. Vuote, cioè destinate pel trasporto delle truppe.

[30] _Pag._ 18. Questo Azio è l’_Actium_ dei latini, posta in faccia a Nicopoli, è l’attuale Prevesa vecchia.

[31] _Pag._ 26. I Megaresi mentre erano in guerra coi Corintii, per una questione di territorio aveano abbandonata la lega dei Lacedemoni per unirsi agli Ateniesi. Vedi in seguito lib. I, § 103. Più avanti il Boni traduce _perocchè l’ultimo beneficio_, ec.; noi avremmo tradotto _perocchè un ultimo beneficio_, ec.: si allude qui al servizio che i Corintii sollecitavano e che potea far dimenticare l’offesa fatta e che riferivasi ai Megaresi.

[32] _Pag._ 28. Ecco in che consistevano questi segnali; onde far conoscere in mezzo alla mischia gli ordini dei capi si innalzava come si farebbe oggidì colla bandiera, un segno, il quale venendo abbassato ordinava la cessazione del combattimento. Vedremo più innanzi in Tucidide come gli antichi sapessero anche per mezzo de’ fuochi sollevati o abbassati, segnare l’arrivo o la partenza del nemico, ed anche il numero delle navi.

[33] _Pag._ 29. Usavasi rimorchiare le carene delle navi sommerse le quali divenivano quindi i trofei della vittoria. I vincitori raccoglievano tutti gli avanzi che galleggiavano sul mare, e il poter far ciò era pure un argomento di riportata vittoria, giacchè mostrava di essere stati padroni del campo di battaglia.

[34] _Pag._ 29. _Peana_ veramente nel senso più comune è inno o cantico in onore degli Dei e dei grandi uomini. Qui però ed anche altrove (lib. IV, § 43, lib. VII, § 44), Tucidide lo usa in senso di canto militare dopo una vittoria. Era questo un inno cantato in onore di Apollo, ed anche per allontanare qualche sventura. Il nome di _peana_ tragge la sua origine da una avventura di cui ci conservò memoria Ateneo. Ci narra egli che essendo Latona partita dall’isola Eubea coi due figliuoli Apollo e Diana, passò presso l’antro del serpente Pitone; essendo il mostro uscito per assalirli, Latona prese Diana fra le sue braccia e gridò ad Apollo _ie paian_, cioè _fermati figlio mio_; o _lancia i tuoi dardi Apollo_; nel tempo stesso le Ninfe di quelle contrade, essendo accorse per incoraggiare il giovine dio, seguendo l’esempio di Latona, gridarono _ie paian, ie paian_, e questo motto servì poscia di intercalare a tutti gli inni in onore di Apollo. Anche per Marte furono composti dei _peana_, e si cantavano accompagnati dal suono del flauto, andando alla battaglia. Diversi esempii abbiamo di ciò anche in Senofonte. Su di che lo scoliaste di Tucidide osserva che al principio di un combattimento con siffatti inni invocavasi il dio Marte, mentre dopo la vittoria Apollo diveniva il solo oggetto del cantico. Ciò è pure confermato da Suida.

[35] _Pag._ 29. Qui _presero a indietreggiare_ non riproduce abbastanza fedelmente e chiaramente la frase di Tucidide, il quale dice _presero a remigare dalla poppa_, cioè a remigare in modo da indietreggiare insensibilmente senza cessare di mostrar faccia al nemico.

[36] _Pag._ 30. Era il Caduceo una verga attorcigliata ad una estremità da due serpenti i cui corpi erano piegati in due semicerchi uguali sì che la testa dell’uno guardava quella dell’altro, e con due piccole ali in cima. Questa verga era uno dei principali attributi di Mercurio. L’opinione più sparsa presso gli antichi e la più ricevuta dai moderni circa la sua origine è questa. Mercurio avendo un giorno trovato due serpenti che si battevano, avea placato il loro furore percuotendoli colla verga di cui si serviva per guidare le gregge. Questo avvenimento fe’ nascere l’idea di porre due serpenti attortigliati sulla verga di Mercurio, la quale pigliò di poi il nome di Caduceo e fu riguardato come simbolo di pace. Di qui il nome di _Caduciferi_, dato presso gli antichi agli araldi o ambasciatori incaricati di negoziare od annunciare la pace. In questo passo, Tucidide dice _senza caduceo_, giacchè l’inviare un araldo con Caduceo avrebbe significato che si fosse in guerra cogli Ateniesi.

[37] _Pag._ 32. Nella Calcide, l’istmo di Pallene era compreso fra il golfo Termaico (golfo di Solonicco) ed il golfo Canastreo (golfo di Cassandria). Potidea posta sull’istmo medesimo, potea essere separata dal continente e dalla penisola di Pallene col mezzo di un doppio muro. Pallene giaceva al sud di Potidea sul golfo Termaico.

[38] _Pag._ 32. Chiamavansi _Demiurgi_ i magistrati spediti dalla metropoli come amministratori della colonia. Erano poco dissimili dai _demarchi_ ateniesi.

[39] _Pag._ 33. Olinto era città libera di Tracia, molto fortemente situata sull’istmo di Pallene al nord di Potidea. Durante la guerra del Peloponneso seppe mantenersi indipendente così dagli Ateniesi come dai Lacedemoni. Estese la sua dominazione sopra la maggior parte della Calcide, nè fu soggiogata che da Filippo di Macedonia (il 348 av. C.)

[40] _Pag._ 34. Abbandonando Pidna, essi doveano, onde restituirsi per terra a Potidea, far il giro del golfo Termaico seguendo la côsta e lasciar Berrea sulla sinistra. Egli è per ciò che Tucidide disse in seguito κακειθεν επιστρεψαντες: dopo aver troppo inclinato all’ovest. La costruzione di questa frase imbarazzò molto i traduttori. Bastava, per togliere ogni difficoltà, por mente che le parole πειρασαντες πρωτον τοὺ X.... debbono logicamente precedere κακειθεν επιστρεψαντες; la voce πρωτον l’indica assai chiaramente come nota il Zevort.

[41] _Pag._ 34. Gli Ateniesi seguendo la côsta, doveano lasciar Olinto alquanto sulla sinistra, mentre si innoltravano nella parte angusta dell’istmo.

[42] _Pag._ 34. Quella di Filippo e di Pausania.

[43] _Pag._ 35. Settanta stadii ragguagliano circa undici chilometri.

[44] _Pag._ 35. Fu in questa battaglia che Socrate meritò il premio del valore, che però i capitani conferirono ad Alcibiade che erasi al pari di lui mostrato valoroso, ma che era per nascita a lui superiore. In altro fatto d’arme in cui fu l’esercito ateniese sbaragliato, Socrate ha pure col suo valore salvato la vita a quel suo amico e discepolo.

[45] _Pag._ 35. Assediando questo muro, gli Ateniesi intercettavano ai Potideati ogni comunicazione coi loro alleati del continente, e particolarmente di Olinto; la circonvallazione dal lato della penisola non era del pari importante e necessaria.

[46] _Pag._ 35. Afitide è piccola città all’est di Pallene; avea un tempio d’Apollo assai celebre pei responsi. Narra Pausania che Lisandro avendo intrapreso l’assedio d’Afitide, fu costretto di abbandonarla atterrito da un ordine avuto da Apollo in sogno (lib. III, c. 18).

[47] _Pag._ 36. La campagna bottica di cui è qui parola, non vuol essere confusa colla Bottia che stava al nord-est del golfo Termaico, di cui era capitale Pella. I Bottiesi cacciati dai Macedoni, eransi stabiliti all’ovest del golfo medesimo, verso i confini nordici della Calcide, e di quivi s’erano disseminati fino alla Tracia; ed è questa la contrada appunto di cui qui parla Tucidide. Dei Bottiesi Tucidide parlò già al lib. I, § 58, e ne parla più avanti al lib. II, §§ 79, 89 e 100.

[48] _Pag._ 36. Nessun commentatore ha ancora potuto riconoscere quali siano gli accordi a cui qui allude Tucidide; la tregua dei trent’anni a cui taluno vorrebbe trovar riferimento, certo non può riguardarli, giacchè la sommissione degli Egineti era anteriore. Su di ciò vedi KRUEGER _Studi. hist._, I pag. 192 e seguenti.

[49] _Pag._ 37. Il decreto che escludeva dai mercati dell’Attica i Megaresi, era stato promosso da Pericle. Lo Scoliaste di Tucidide riferisce che Pericle era stato a ciò indotto per sue vendette personali contro i Megaresi, i quali avevano insultata Aspasia come prostituta.

[50] _Pag._ 40. Evidentemente Aristotele nella sua _Politica_ allude a questo passo di Tucidide, come nota Zevort, quando scrive: — Si fa quistione se sia più utile o di danno agli Stati mutar le loro antiche leggi. — Non v’ha dubbio essere assurdo il rimanere in perpetuo negli stessi errori..... ma fa d’uopo aver in ciò somma prudenza.... Ciò nondimeno il paragone colle arti è fuor di ragione; far progredire le arti e mutare le leggi sono cose fra loro ben diverse (lib. II, 5).

[51] _Pag._ 40. I Potideati erano d’origine Dorica.

[52] _Pag._ 42. Secondo Erodoto (lib. VIII, 44) gli Ateniesi ne somministrarono 160: quanto complessivamente tutti gli altri confederati.

[53] _Pag._ 42. I Lacedemoni gli decretarono una corona di olivo ed il più bel carro di Sparta. Uno stuolo di giovanette l’accompagnò sino ai confini del loro territorio.

[54] _Pag._ 44. Qui meglio che non _disonore_ avrebbe dovuto dirsi _vituperio_.

[55] _Pag._ 44. Tutte le querele d’interesse publico fra gli Ateniesi e gli alleati loro venivano giudicate in Atene, e davano sempre campo a recriminazioni molte e violenti perchè non sempre imparziali; la sede del tribunale non dava guarentigie sufficienti di imparzialità.

[56] _Pag._ 44. La durezza di Pausania aveva irritati tutti i confederati, e fatto quindi deferire agli Ateniesi il comando.

[57] _Pag._ 45. La frase _esca di patria_, vuolsi prendere in senso di _in tempo di guerra_. La licenza dei Lacedemoni nei tempi di guerra era somma e proverbiale.

[58] _Pag._ 45. Questo Archidamo era figlio di Zeusidamo del secondo ramo dei re di Sparta; cominciò a regnare il 476 A. C., succedendo non al padre, che era morto avanti occupare il trono, ma all’avo Leutichide, esiliato dai Lacedemoni. Verso il dodicesimo anno del suo regno, la Laconia fu devastata dai terremoti, in seguito ai quali i Messeni ribellaronsi ai Lacedemoni e fortificaronsi sul monte Itome. Archidamo mostrò molta forza d’animo in tali avvenimenti, e andò ad assediare i Messeni, i quali dopo una difesa di dieci anni capitolarono a patto che si permettesse loro di ritirarsi dove volessero. Tale è l’uomo che qui si oppone col suo consiglio alla guerra del Peloponneso, nella quale si distinse poi come egregio capitano ed ambasciatore (Vedi più avanti Tucidide, lib. II, §§ 7, 10, 11, 12, 13, 18, 19, 20, 47, 71; lib. III, §§ 1, 89). Nei primi suoi dieci anni questa guerra fu chiamata guerra d’Archidamo. Pausania nel suo libro III ha dato un buon sommario della vita di questo re, il quale morì il 428 A. C., lasciando due figli Agide ed Agesilao ed una figlia Cinissa.

[59] _Pag._ 49. Leggi meglio _Stenelaida_ Σθενελαῖδας.

[60] _Pag._ 49. Gli efori, cioè _esaminatori_, formavano un corpo di magistrati spartani i quali godevano di grandi privilegi. Comunemente si attribuisce l’istituzione di quest’uffizio a Teopompo, nipote di Carilao il Proclide: ma dall’esistenza d’un’_eforeria_ negli altri Stati dorici prima che vivesse Teopompo, e dall’essere apparentemente posta fra le istituzioni di Licurgo da Erodoto e Senofonte, si conchiuse che fosse un antico magistrato dorico. Il dottore Arnold suppone (nel suo Tucidide, vol. I, p. 646), che gli efori, i quali erano in numero di cinque, fossero coevi col primo stabilimento de’ Dorii in Isparta, e non fossero che magistrati municipali di cinque villaggi che componevano la città (Vedi i _Dorii_ di Muller, II): ma che di poi, quando gli Eraclidi incominciarono trarre a sè i privilegi degli altri Dorii, e, a quanto pare, sotto il regno di Teopompo che cercò di scemare il potere dell’assemblea generale dell’aristocrazia spartana, i Dorii, nella lotta che ne seguì, guadagnarono per gli efori un’estensione di autorità che li pose virtualmente alla testa dello Stato, quantunque si lasciasse ancora la sovranità nominale nelle mani degli Eraclidi. Così gli efori furono magistrati popolari per quanto concerneva gli stessi Dorii, e furono infatti i custodi de’ loro dritti contro le usurpazioni de’ re e del senato, quantunque fossero in relazione coi Perieci (Περιωικοι), stromenti oppressivi di una soverchiante aristocrazia (PLATONE, _Legg._, IV, p. 712D.). Gli efori venivano scelti nell’autunno d’ogni anno; il primo dava il suo nome all’anno, e ciascuno spartano era eleggibile senza riguardo ad età o ricchezza. Avevano facoltà di multare chi loro piaceva, e farsi pagare immediatamente la multa; potevano sospendere le funzioni di qualunque altro magistrato; e arrestare e processare fin anco i re (SENOFONTE, _Degli Spartani_, VIII, p. 4). Presiedevano e votavano nelle pubbliche assemblee (come mostra Tucidide nel seguente § 87) e facevano tutte le funzioni del principato, ricevendo e congedando ambascerie, trattando cogli Stati forestieri, e facendo spedizioni militari. Il re, quando comandava, era sempre accompagnato da due efori che lo facevano stare a segno ne’ suoi andamenti. Gli efori vennero trucidati nelle loro sedi di giustizia da Cleomene III, e allora se ne abolì l’uffizio. Volendosi prestar fede a quanto Plutarco fece dire da questo re a giustificazione di questa uccisione, gli efori non erano dapprima più che delegati de’ re, de’ quali fungevano le veci in Isparta, mentre erano occupati nelle guerre contro i Messeni. Gli efori furono rimessi in vigore da Antigono Dosone e dagli Achei nell’anno 222 A. C., e il loro uffizio sussisteva ancora sotto il dominio dei Romani.

[61] _Pag._ 49. Gli alleati si ritiravano nel tempo della deliberazione allorquando trattavasi di quistioni sottoposte alla decisione dei Lacedemoni. Dal contesto di questo passo risulta, nota Zevort, che il governo aristocratico dei Lacedemoni avea conservato alcune delle forme democratiche, e particolarmente l’intervento del popolo per deliberare della pace o della guerra.

[62] _Pag._ 50. Questa città era di somma importanza, poichè assicurava ai Persi il passaggio dell’Asia nella Tracia, e di lì nella Macedonia e nel resto della Grecia, giacchè sorgeva al mezzo della costa dell’Ellesponto dirimpetto alla città di Abido. È celebre questa città per gli amori di Eco e Leandro, e pel ponte di battelli fattovi costruire da Serse per passare lo stretto, che quivi non è più largo di mezza lega.

[63] _Pag._ 54. Plutarco parla in più luoghi (particolarmente nella vita di Cicerone e d’Aristide) delle violenze di Pausania: le enormezze sue andavano al punto di percuotere i capi stessi dei popoli alleati e d’infligger loro delle pene derisorie. La defezione di cui qui parla Tucidide avvenne l’anno stesso delle battaglie di Micale e di Platea (479 A. C.)

[64] _Pag._ 54. _Prontavano_, cioè importunamente sollecitavano.

[65] _Pag._ 55. Qui Boni traduce la parola φορος per _tributo_; ma questo era un tributo, tutto speciale, era una contribuzione unicamente destinata per la guerra medesima: la ripartizione di questo tributo venne fatta da Aristide.

[66] _Pag._ 55. Quest’Ellanico è uno dei più antichi prosatori e storici della Grecia: nacque a Mitilene nell’isola di Lesbo, verso il 496 av. C. (A. GELLIO, XV, 23). Secondo Luciano (_Macrob._, c. 22) visse sino all’età di 85 anni. Suida lo fa vissuto insieme ad Erodoto alla corte di Aminta re di Macedonia; ma questa asserzione è erronea, poichè nella Macedonia ai tempi di Ellanico e di Erodoto non fu alcun re del nome di Aminta. Ellanico scrisse più opere frequentemente citate dagli antichi scrittori. Fra le più importanti si annoverano una _Storia d’Argo_ disposta per ordine cronologico secondo le successive sacerdotesse del tempio di Ena di questa città; la _Storia dell’Attica_, di cui fa qui menzione Tucidide, la _Storia di Cipro, dell’Eolia e di Lesbo_; un ragguaglio della Fenicia, della Persia, della Siria e di altre nazioni orientali; e alcuni scritti geografici. I frammenti che ci rimangono dei suoi scritti, furono pubblicati da Sturz a Lipsia nel 1788, e quivi stesso ristampati nel 1826; comparvero pure nel _Musæum criticum_ di Cambridge nel 1826 (vol. II, pag. 90-107). La miglior edizione di Ellanico è però quella data da Creuzer nella sua celebre raccolta _Historicarum græc. antiquis fragmenta_, ecc. (Eidelberga 1806, 8).

[67] _Pag._ 55. Eiona nella Tracia, alla foce dello Strimone, sulle frontiere della Macedonia (POMPONIO MELA, lib. II, c. 2). Ella portò successivamente i nomi di Acra, Anfipoli, Mirica, di _Città di Marte, Nove-strade_; e porta oggi quello di Crisopoli o Cristopoli. Di questa città vedi quanto ne dice più avanti Tucidide stesso al lib. IV, §§ 50, 102, 104, 106, 107.

[68] _Pag._ 55. I Dolopi erano popoli della Tessaglia alle falde del monte Pindo, che Bolco mandò all’assedio di Troia sotto il comando di Fenice: questi popoli erano dati alla pirateria; spogliavano e trucidavano tutti gli stranieri che capitavano sulle loro coste (_Æn._, lib. II. STRAB., lib. IX).

[69] _Pag._ 55. I Caristii erano il solo popolo dell’Eubea che non fosse stato sottomesso dagli Ateniesi. Cariste, loro città principale posta alla estremità della punta meridionale dell’Eubea, venne in fama pel suo marmo chiamato caristio. Avea un tempio dedicato ad Apollo che ebbe il soprannome di Apollo _marmoreo_. Questa città sussiste tuttavia sotto il nome di Caristo; detta _Château roux_ dai Francesi.

[70] _Pag._ 55. Questi Nassii non vanno confusi cogli abitanti di Nasso, di cui lo stesso Tucidide parla in progresso. I Nassii di cui è qui parola, sono gli abitanti di Nasso isola del mare Egeo, di cui dicemmo già alla nota (2). Nasso è pure città di Creta rinomata per le sue pietre da affilar ferri; città di Acarnania conquistata dagli Etoli sugli Acarnani, ed è città di Sicilia prossima ad un’altra Nasso, chiamata, per differenziarla, anche Taurontinium (Taormina), ed è di questa che parla appunto Tucidide più avanti (al lib. IV, § 25; lib. VI, §§ 3, 98) fondata dai Calcidesi d’Eubea.

[71] _Pag._ 56. Guidati, secondo Erodoto (lib. IX, 75), da Leagro e da Sofane. Diodoro però (XII, 68) e con lui Pausania, dicono essere stati disfatti dai soli Edoni.

[72] _Pag._ 56. Il terremoto di cui qui parla Tucidide avvenne il 446 av. C. Secondo Diodoro, (XII, 53) fece perire ventimila Lacedemoni, e atterrò, secondo narra Plutarco (nella vita di Cimone), tutta la città tranne sole cinque case. Gli Iloti a cui qui allude Tucidide, erano popoli della Laconia abitatori della città di Elo, e ridotti dai Lacedemoni nella più abbietta schiavitù. Iloti vennero anche chiamati i Messenii poscia che furono dai Lacedemoni soggiogati.

[73] _Pag._ 57. Anche Diodoro (XI, 64) narra che i Lacedemoni temevano di vederli passare alla parte dei Messenii.

[74] _Pag._ 58. Naupatto è la moderna Lepanto, città d’Etolia che deve il suo nome all’essere stato il luogo in cui gli Eracliti costrussero la prima nave. Sorge all’imboccatura del fiume Eveno. Dopo d’avere appartenuta ai Locriozoli cadde in potere degli Ateniesi, i quali la cedettero, come narra Tucidide, ai Messenii. I Lacedemoni essendosene poscia impadroniti, dopo cioè la battaglia di Egospotamos, la restituirono ai Locri. Fu anche presa da Filippo il Macedone, il quale donolla agli Etoli, che ne fecero la loro città principale (Vedi STRABONE, lib. IV. PAUSANIA, lib. IV, 25.)

[75] _Pag._ 58. Era questo il porto, secondo che ne dice Strabone (lib. VII), in cui i Megaresi aveano i loro arsenali ed i loro cantieri, sorgeva sul golfo Saronico ad otto stadii da Megara.

[76] _Pag._ 58. Marea era un borgo a breve distanza da Alessandria, sul ramo Canopico: diede il nome al lago o palude Mareotide. Faro poi, qui menzionata da Tucidide, era una piccola isola alla foce del ramo Canopico, che più tardi venne riunita al continente mercè d’un rialto. Fu in questa isola che venne costruita sotto Tolomeo Sotero e Tolomeo Filadelfo la celebre torre di marmo bianco, su cui s’accendevano dei fuochi per guida dei naviganti in tempo di notte. Di qui venne il nome di Faro a tutte le torri destinate allo stesso scopo. Il nome di quest’isola servì pure ai poeti per designare tanto l’Egitto, quanto le cose ad esso appartenenti. Così troviamo in Ovidio _pharia juvenca_ per giovenca egizia; _pharius piscis_ per pesce egizio o coccodrillo; Lucano chiama i re d’Egitto _pharii reges_; e l’egizia nazione _pharia gens_; Stazio chiama _pharia puppis_ una nave d’Egitto.

[77] _Pag._ 58. È questi l’Artaserse Longimano che regnò dal 467 al 425 av. C. La spedizione ateniese di cui qui parla Tucidide, avvenne verso il 460 av. C.

[78] _Pag._ 58. Piccola città dell’Argolide, poco lungi da Trezene (V. Tucidide, lib. II, § 56; IV, § 45); oggidì è detta Haack.

[79] _Pag._ 58. È un’isola al nord-ovest d’Egina nel golfo Saronico.

[80] _Pag._ 59. È un promontorio della Megaride di malagevolissimo passo. Vedi Tucidide più avanti, lib. I, §§ 107 e 108, lib. IV, § 70.

[81] _Pag._ 60. L’aristocrazia vedea a malincore il progressivo incremento della marina che spostava continuamente le fortune a tutto beneficio della democrazia. Furono gli aristocratici che chiamarono i Lacedemoni.

[82] _Pag._ 60. È il patto di cui già parlò Tucidide al § 102 di questo libro I.

[83] _Pag._ 60. A poca distanza da Tanagra, sull’Asopo.

[84] _Pag._ 60. Questo arsenale era Gizio, al nord del Peloponneso, sul golfo della Laconia.

[85] _Pag._ 61. Qui Boni cade in errore nella sua traduzione. Questo secondo inviato, non fu più un altro _Megabazzo_, ma sibbene Megabizo, figlio di Zopiro, quegli di cui Erodoto (lib. III, 160) racconta la volontaria mutilazione; tutti i testi di Tucidide dicono Μεγαβυζον e il vocabolo _altro_ fu aggiunto dal Boni.

[86] _Pag._ 61. Isola posta in uno dei rami del Nilo: in seguito venne chiamata isola di Nicia, secondo che ne dice lo Scoliaste di Tucidide.

[87] _Pag._ 61. Queste paludi formavano una parte del Delta, e propriamente quella compresa fra il ramo Bolbitico ed il Sebennitico.

[88] _Pag._ 61. Ciò avvenne il 457 av. C. Diodoro narra questo fatto assai diversamente. Gli Ateniesi, secondo lui, abbandonati dagli Egizii loro alleati, non ismarrirono il coraggio; abbruciarono le loro navi, e giurarono di difendersi l’uno l’altro sino all’ultimo sangue; per il che i Persi, veduta l’impossibilità di vincerli senza troppo gravi sacrifizii, vennero seco loro a patti, in forza dei quali abbandonarono liberamente l’Egitto, e si portarono a Cirene, di dove rinavigarono ad Atene (lib. XI, 77).

[89] _Pag._ 62. Diodoro dopo aveva narrato ciò, soggiunge, che la ragion che avea particolarmente mossi a ciò gli Ateniesi; era una vendetta ch’essi agognavano di fare del tradimento dei Tessali a Tanagra.

[90] _Pag._ 62. Vedi in Plutarco, nella vita di Pericle, maggiori particolari di questo fatto: fu a Nemea, città molto addentro in quelle terre, che Pericle attaccò i Sicionesi, li sconfisse, ed elevonne trofeo.

[91] _Pag._ 62. Diodoro narra molto diversamente: secondo lui gli Ateniesi si sarebbero impadroniti di Cipro, ed avrebbero fatto ritorno, dopo la morte di Cimone, vincitori.

[92] _Pag._ 63. Qui il Boni cade in errore; Tucidide dice: _condotti da Plistoanace figlio di Pausania_.

[93] _Pag._ 63. Tucidide dice: _pianura triasia_, e Boni stesso così traduce più innanzi a pag. 99, al § 19, lib. II. Vuolsi che questa pianura fosse fra Eleusi, Eleutera e Acarne.

[94] _Pag._ 63. Plutarco, nella vita di Pericle, scrive che Pericle corrompesse Plistoanace e Cleandrida suo consigliere, comperando la ritirata dei Peloponnesi.

[95] _Pag._ 64. Vuolsi da molti scrittori dell’antichità, che fra questi nove capitani vi fosse Sofocle il tragico. Nel 440 av. C. avea egli publicata la trentesimaseconda sua tragedia, l’_Antigone_, che ebbe il premio. Gli Ateniesi, che in questo componimento aveano scôrta la sapienza di uomo di stato e di capitano, lo nominarono tra i comandanti preposti a questa guerra contro gli aristocrati di Samo. Non trovasi alcuna menzione di ciò ch’egli facesse come soldato; solo dicesi che egli si giovasse di tal congiuntura per arricchirsi. Per maggiori particolari vedi lo SCHULTZ, _De vita Sophoclis poetae_, (_Bona_ 1836), e A. SHÖLL, _Sophocles, sein Virken und Leben_, ecc. (Francoforte 1837).

[96] _Pag._ 64. È una piccola isola, prossima a Samo.

[97] _Pag._ 64. In questa battaglia i Samii erano capitanati dal filosofo Melisso, secondo che narra Plutarco nella vita di Pericle.

[98] _Pag._ 64. Questo Tucidide non va confuso col nostro storico: era cognato di Cimone, uomo di somma saggezza; fu il rivale che opposero a Pericle i nemici di costui. Non avea egli i grandi talenti militari di Pericle, ma possedeva quanto questi l’arte di dominare lo spirito del popolo. Sistematicamente in opposizione a Pericle, riuscì per qualche tempo a frenare il predominio di lui; ma dovette poi egli stesso soggiacere alla prepotenza del genio di Pericle, e subire l’ostracismo. Vedi Plutarco nella vita di Pericle; Marcellino nella _vita di Tucidide_. Vi fu un terzo Tucidide di Farsaglia, di cui è discorso al lib. VIII, § 92.

[99] _Pag._ 65. Secondo Diodoro le spese di guerra ammontarono a dugento talenti (lib. III, p. 28).

[100] _Pag._ 65. Il testo dice κατὰ κράτος πολεμοῦσι νίκην ἔσεσθαι, cioè _che combattendo con tutte le forze ne avrebbero avuto vittoria_: il qual _ne_ è riferibile ad amendue i popoli; colla traduzione del Boni, l’amfibologia dell’oracolo scomparirebbe.

[101] _Pag._ 65. Lo Scoliaste fa notare essere evidente qui l’allusione alla peste che infierì poscia in Atene, essendo Apollo il dio che mandava le pestilenze. Di questa peste Tucidide porge una stupenda descrizione più avanti al lib. II, § 47 al 54.

[102] _Pag._ 67. Qualche commentatore scorgeva qui un saccheggio dei templi; ma evidentemente sbagliando; qui i Corinti non facevano più che proporre di ricorrere, come era consuetudine nelle supreme necessità, ai tesori di Delfo e di Olimpia.

[103] _Pag._ 70. Secondo lo Scoliaste di Tucidide si celebravano feste olimpiche tanto in Macedonia, come in Atene.

[104] _Pag._ 70. Queste Diasìe erano feste dedicate a Giove collo scopo di pregare questo dio perchè allontanasse i mali di cui si era minacciati. Celebravansi fuori della città di Atene verso la fine del mese _antesterione_ (il nostro dicembre); mese particolarmente consacrato alla memoria dei morti, in onore dei quali celebravansi molte pratiche lugubri e superstiziose. Il popolo, che in gran moltitudine vi accorreva, affettava una profonda tristezza. Questa festa era accompagnata da una fiera assai rinomata, e finiva con banchetti e bagordi d’ogni natura. E Giove, a cui erano le Diasìe consacrate, avea il soprannome di _melichio_, cioè _propizio_, datogli dagli Elei dopo una guerra civile. Era festeggiato sotto questo nome anche in altre parti di Grecia; in Atene era adorato sotto la figura di una piramide.

[105] _Pag._ 71. È questa la sedizione di Isagora sôrta in occasione della cacciata di Clistene, capo del partito democratico, autore della legge dell’ostracismo che egli applicò primamente contro di Ippia.

[106] _Pag._ 72. A Minerva si dava il soprannome di _Calcieca_ (da καλκος: rame), come quella che avea insegnato il lavoro del rame. Sotto questo nome gli veniva celebrata una festa detta _Calcea_ dagli Ateniesi il 13 del mese _Pianepsione_ (sta fra l’ottobre e il novembre nostro), intervenendovi particolarmente i ramai: in progresso fu celebrata in onore di Vulcano dio dei fabbri.

[107] _Pag._ 72. Erodoto riferisce, però senza asseverarlo, che egli sposasse la figlia di Megabate della stirpe degli Achemenidi, cugino di Dario figliuolo d’Istaspe (lib. V, § 32).

[108] _Pag._ 73. Qui la traduzione del Boni _resterà eternamente scritta in seno di mia famiglia_ non è esatta. Notisi innanzi tutto essere stata costumanza dei re di Persia far registrare negli annali domestici il nome di coloro che prestavano al trono qualche servigio. Qui Tucidide allude evidentemente a quella costumanza; e vuol quindi essere tradotto il _tuo beneficio rimarrà eternamente nella mia casa ricordato_.

[109] _Pag._ 73. Scitala era chiamato un pezzo di legno intorno al quale si avvolgeva una pergamena scritta. Volendo i Lacedemoni impedire che si scoprissero gli ordini ch’essi inviavano per iscritto ai loro capitani, immaginarono di formare due rotoli di legno d’uguale lunghezza e grossezza, lavorati sul torno onde ridurli a perfetta rotondità; di questi uno era conservato presso gli efori, l’altro era dato al capitano in guerra. Ogni qualvolta gli efori volevano inviare ordini secreti al loro generale e che non potessero essere conosciuti dal nemico nel caso fossero intercettati, prendevano una lista di pergamena strettissima e lunga quanto era necessario, e l’attorcigliavano esattamente intorno alla scitala. Vi scrivevano quindi fra un orlo e l’altro della pergamena i loro ordini, i quali quando la pergamena fosse stata svolta dalla scitala si rendevano inintelligibili, perchè del tutto interrotta la scrittura. Non v’era che il solo possessore dell’altra scitala che fosse in grado di discifrarli, riavvolgendo nella prima disposizione sulla scitala la lista scritta.

[110] _Pag._ 74. Circa il potere degli efori veggasi quanto fu già detto nella nota (55).

[111] _Pag._ 74. Secondo lo Scoliaste di Tucidide, questo tripode fu in progresso collocato dai Romani sopra l’ippodromo di Bisanzio.

[112] _Pag._ 75. Nel tempio di Nettuno, considerato come un asilo inviolabile.

[113] _Pag._ 76. Plutarco e Diodoro consentono pure nel dire che Temistocle conosceva il tradimento di Pausania; ma soggiungono che Temistocle erasi rifiutato di associarvisi. Diodoro opina poi che lo scopo dei Lacedemoni, accusando Temistocle, era di far pesare anche su gli Ateniesi l’onta di questo tradimento.

[114] _Pag._ 76. Secondo lo Scoliaste Temistocle avea impedito che venissero punite le città che non aveano preso parte alla lotta contro i Persi; fra queste eravi Corfù.

[115] _Pag._ 77. Diodoro narra che passasse direttamente in Argo presso Admeto, e di là nell’Asia.

[116] _Pag._ 77. E, secondo Diodoro (XII, 56), malgrado anche le loro minaccie.

[117] _Pag._ 77. Sul golfo Termaico, giacchè gli Stati di Admeto giacevano sul golfo Pagasetico.

[118] _Pag._ 77. Alessandro Filelleno.

[119] _Pag._ 78. Temistocle che volle e seppe sempre unire l’arte col valore, dopo di avere con falsi consigli e con segreti raggiri tratti i Persi nell’agguato da lui teso a Salamina, avea fatto uso degli stessi mezzi dopo la battaglia per liberare intieramente la Grecia e della presenza di Serse e della maggior parte dell’innumerevole suo esercito, facendogli giungere, per segreti avvisi, la notizia che i Greci aveano risoluto di rompere il famoso ponte di barche, stato costrutto sull’Ellesponto; a tale annunzio Serse, côlto da subito spavento, di nottetempo prese la fuga seguendolo il suo esercito a grandi giornate.

[120] _Pag._ 78. Plutarco e Diodoro (l. c.) porgono una lunga narrazione degli onori concessi a Temistocle nella corte persiana.

[121] _Pag._ 79. Di questo uso dei Persiani nell’assegnare a diverse città come tributo le somministranze cibarie, ne parlano tutti gli storici antichi. Erodoto narrando delle spese domestiche del preside di Babilonia ci narra: — Di cani indiani poi tale moltitudine si nutria, che quattro gran borghi nella pianura essendo immuni degli altri tributi, erano destinati di somministrare a’ cani le vivande — (lib. I, § 192).

[122] _Pag._ 79. Miunte era città della Caria.

[123] _Pag._ 79. Le legge portava: — Chi sia convinto d’aver tradito lo Stato o rapite cose sacre, non abbia sepoltura nell’Attica, e vengano i suoi beni confiscati. — Vedi SAM. PETITUS, _De legibus atticis_, 1635.

[124] _Pag._ 79. Questo territorio, posto sui confini dell’Attica e della Megaride, era chiamato _Orgas_, e consacrato a Cerere e Proserpina.

[125] _Pag._ 79. Allusione alle serve d’Aspasia di cui parla Aristofane negli _Acarnani_ (Vedi pag. 18 della bella traduzione del Capellina, tom. I, Torino 1852).

[126] _Pag._ 81. lin. 12. Ah! serbiamo i nostri pianti, ecc. Questo periodo vorrebbe essere tradotto — Non le ville adunque deplorate e le campagne, ma la perdita delle persone; con queste quelle si acquistano non con quelle si acquistano gli uomini. — Questa variante la dobbiamo all’Illustre abate Peyron.

[127] _Pag._ 87. Chi fossero questi alleati vedi la nota più avanti al § 9, pag. 92.

[128] _Pag._ 87. L’Eubea fu presa da Pericle. Vedi retro al lib. I, § 114. Il tempio di Giunone, di cui Criside era sacerdotessa, non era in Argo, ma secondo Pausania (lib. II, c. 17), sulla via che da Argo mette a Corinto, lungi circa 40 stadii dalla città. — La sacerdotessa Criside essendosi addormentata, lasciò prender fuoco agli ornamenti sacri da una lampada che essa avea imprudentemente dimenticata ad essi troppo vicina; il fuoco s’apprese al tempio, rimanendone vittima essa stessa. Altri pretendono che ella fuggisse ricovrandosi presso l’altare di Minerva Alea in Tegea, di dove non si potè trarla per rispetto che aveano gli Argivi a quell’asilo. Essi conservarono anzi la sua statua, che al tempo di Pausania vedevasi ancora all’ingresso del tempio. Questo incendio dicesi essere succeduto al nono anno della guerra del Peloponneso. Gli Argivi avendo scelta un’altra sacerdotessa, Feinide, la nomina a questa dignità servì poscia ad essi per regolare le loro date e la loro cronologia.

[129] _Pag._ 87. Gli Arconti assumevano la loro magistratura nel mese ecatoarbeone (settembre). Il tentativo quindi su Platea sarebbe avvenuto al primo anno della LXXXVII Olimpiade.

[130] _Pag._ 87. I Beotarchi erano nella Beozia ciò stesso che erano gli Arconti in Atene: eletti in numero di dodici, rappresentavano ciò che si direbbe da noi il potere esecutivo, sotto il sindacato di un Senato.

[131] _Pag._ 88. Questa nota per errore tipografico porta il numero (121). La frase del Boni _stranezza veruna_, va intesa per _nessuna novità_, od anche _ostilità_.

[132] _Pag._ 89. Cioè sul declinare della luna.

[133] _Pag._ 91. Cioè non prendessero alcuna deliberazione circa quei Tebani, ecc.

[134] _Pag._ 91. Qui Boni si discosta dal testo; il vero significato del quale è — _I Lacedemoni oltre le navi che fornivano l’Italia e la Sicilia, ordinarono alle città che seguitavano la parte loro_, ecc.

[135] _Pag._ 93. Cioè due terzi del contingente di ciascuna città.

[136] _Pag._ 94. Meglio che non _più generosi_, qui starebbe la frase _più valorosi_.

[137] _Pag._ 95. Tenere in pugno, cioè contenere gli alleati.

[138] _Pag._ 95. Ciò facea più di tre milioni di lire italiane, giacchè il talento attico ne equivaleva 5,560. Il tributo degli alleati fu in seguito portato alla somma 1,200 talenti. Le sorgenti principali delle rendite ateniesi, erano l’affitto delle terre pubbliche, le miniere d’oro e d’argento, l’imposta sugli stranieri domiciliati in Atene.

[139] _Pag._ 95. Antiporti, cioè Propilei (προπύλαια), erano superbi vestiboli o portici, che mettevano alla cittadella di Atene, di cui formavano una delle maggiori bellezze. Pausania li descrive coperti di un bel marmo bianco, il quale per la mole dei pezzi ed il lavoro degli ornamenti, sopravanzava tutto ciò che di più magnifico erasi altrove veduto. Pericle gli avea fatti edificare da Mneside, uno dei più celebri architetti del suo secolo, e furono terminati in cinque anni: costarono 2,012 talenti attici.

[140] _Pag._ 96. Fra queste spoglie eravi il trono, sul quale Serse contemplò la battaglia di Salamina, e la scimitarra di Mardonio.

[141] _Pag._ 96. Questo valore ragguagliava quattrocento talenti in moneta d’argento, giacchè allora l’oro era in proporzione decupla dell’argento. Gli ornamenti d’oro poteano essere levati, perchè Fidia incaricato di questo lavoro, ed al quale era stato pesato l’oro destinato per questi ornamenti, avea preso questa precauzione onde avere un mezzo pronto di giustificarsi ogni qualvolta fosse stato imputato d’avere sottratto una qualche porzione di quel metallo.

[142] _Pag._ 97. La voce greca che il Boni traduce qui per _tribunali_, è πρυτανεῖα: e noi la tradurremmo _pritaneo_, giacchè questo magistrato non era solo un tribunale, ma sì anche ciò che dicesi fra noi municipio, e sede della amministrazione locale. Secondo lo Scoliaste di Tucidide era anche il luogo in cui si conservava il fuoco sacro.

[143] _Pag._ 97. Cioè di Minerva. Queste feste celebravansi in commemorazione di questa unione, come lo dinota il loro nome, ed erano dedicate a Minerva per esprimere la sapienza dell’atto politico di Teseo. Queste feste cadevano nel giorno 16 del mese ecatombeone (luglio). Plutarco nella vita di Teseo chiama queste feste col nome non di ξυνοικια dinotante la coabitazione, ma di μετοικια, significando il trasferimento della popolazione in Atene.

[144] _Pag._ 97. Limne di Bacco era il quartiere di una tribù dell’Attica in poca distanza da Atene, ove sorgeva il tempio di Bacco accennato da Tucidide. In questo tempio leggevasi un decreto degli Ateniesi, il quale obbligava il loro re, ammogliandosi, di prendere una donna che fosse del paese, e, vergine.

[145] _Pag._ 98. Era da questo luogo che i Pelasgi aveano assalita Atene; dopo la loro cacciata, era stato assolutamente vietato l’abitarlo.

[146] _Pag._ 99. Piccola fortezza sulla strada che da Eleusi metteva a Tebe: secondo Stanhope e Bloomfield è la _Gifto Castro_ d’oggidì.

[147] _Pag._ 99. Verso la metà di giugno. L’eclisse di sole di cui Tucidide parla più avanti a pag. 104, § 28, avvenne il 3 agosto, dopo la partenza dei Lacedemoni, i quali non ponno esservi rimasti più oltre di un mese.

[148] _Pag._ 102. Questo passo — ciascuno dei quali comandava la sua parte — non è esatta traduzione; noi avremmo detto _anche di diversa fazione_, o _partito_ (απο τῆς στασεως εκατερος). Larissa era allora divisa in due fazioni, democratica l’una, e a questa apparteneva Polimede, l’altra oligarchica, ed a questa apparteneva Aristenoo. Così lo Scoliaste di Tucidide. Ben qui fa meraviglia che la parte di Aristenoo non siasi dichiarata pei Lacedemoni, i quali furono sempre fautori e protettori dell’aristocrazia e dell’oligarchia.

[149] _Pag._ 102. Parnete, oggidì Nozia, è la montagna più elevata dell’Attica; estendesi dalle falde del Pentelico alle pianure di Tria. Pausania dice che su di essa si cacciava il cinghiale e l’orso (lib. II, 32). Britesso è il _Turko Boni_ di oggidì.

[150] _Pag._ 102. Gli Oropii abitavano il territorio detto pur oggidì Oropo, sui confini della Beozia poco lungi dal mare. La campagna Piraica era interposta fra Oropo e Tanagra.

[151] _Pag._ 102. Questo periodo sarebbe più conforme al testo, tradotto così — Dopo la loro ritirata gli Ateniesi stabilirono le guardie, che per terra e per mare far si dovrebbero durante la guerra. — Ἀναχωρὴσαντων δεαυτῶν οἱ Ἀθηναιόι φυλακὰς κατεστήσαντο κατὰ γῆν καί κατὰ θάλασσαν ἴσπερ δή ὤμελλον διὰ παντὸς τοῦ πολέμον φυλὰξειν.

[152] _Pag._ 103. Qui pure la traduzione non è esatta; noi tradurremmo — mandarono trenta navi verso la Locride che guardassero anche l’Eubea. — Gli Ateniesi non potevano certamente mandar soccorsi ai Locri, i quali, come vedemmo al § 9, erano alleati dei Lacedemoni.

[153] _Pag._ 104. Più innanzi Tucidide (lib. II, § 97, pag. 151) dice che questo impero degli Odrisii era il più potente che fosse in Europa dal Ponte Eussino al Mar Jonio. Vedi in Tacito maggiori particolari di questo popolo.

[154] _Pag._ 104. Iti era figliuolo di Tereo e di Procne; avendo suo padre fatto violenza a Filomela sorella di Procne, queste due sorelle risolvettero di vendicarsi di lui, uccidendo il figliuolo Iti ed imbandendoglielo cotto sulla mensa; Tereo per siffatta atrocità, già stava per punirle, ma gli Dei, narra la favola, cambiarono l’una in rondine, l’altra in usignuolo, detto eziandio Filomela, cioè amante dell’armonia; Iti fu convertito in fagiano.

[155] _Pag._ 105. Pouqueville crede avere scoperte le ruine di Solio a breve distanza di Slavena.

[156] _Pag._ 105. Presso la foce dell’Acheloo, oggi _Dragomestri_.

[157] _Pag._ 105. La pestilenza di cui porge la celebre descrizione più avanti, § 47.

[158] _Pag._ 106. Un decreto di Carino obbligava i generali ateniesi al giuramento di invadere per ben due volte ogni anno la Megaride.

[159] _Pag._ 106. Oggidì _Talantonisi_, di fronte alla città di Talanti.

[160] _Pag._ 115. La traduzione del celebre elogio di Pericle, pubblicata dal Boni e che venne da noi qui riprodotta, non è opera del Boni ma del Meini, siccome è detto nella prefazione del medesimo Boni che sta in fronte a questo volume; Boni la stimò sì perfetta, da non osare a farne egli una seconda; noi crediamo far cosa grata ai nostri lettori, riferir qui quella che ne fece l’illustre ellenista abate Peyron, tratta dalla elaboratissima sua traduzione del Tucidide tuttavia inedita, con grave danno dei classici studii.

35. Sebbene la maggior parte degli oratori, che già di qui parlarono, suolesse lodare colui, che alla legge dei funerei onori aggiunse questa orazione, siccome bella a pronunziarsi sopra i sepolti guerrieri, io crederei tuttavia che per gli uomini di forti fatti basta mostrarne gli onori altresì col fatto, nel pubblico funebre apparato che vedete; nè vorrei che ad un solo uomo si avventurassero le virtù dei molti, cosicchè dalla sua od alta, o povera eloquenza dipender dovesse la persuasione degli uditori. Imperocchè egli è difficile di parlare con esattezza sopra un soggetto, del quale si possa a mala pena stabilire in altrui l’estimazione del vero. Infatti l’uditore, che ama e conobbe i defunti, per avventura giudicherà che l’orazione abbia scarsamente toccato quanto egli vorrebbe e sa; ma l’uditore, che sia del tutto ignaro, se ode cosa della sue forze maggiore, invidioso la stimerà aggrandita a parole. Perchè gli uomini in tanto tollerano le lodi sopra altrui pronunziate, in quanto reputano di aver la capacità di arrivarle; quelle, che la trascendono, già si invidiano, e non si credono. Ma dacchè i nostri antichi giudicarono conveniente tal orazione, fa di mestieri che obbedendo anch’io alla legge mi argomenti di soddisfare a poter mio la volontà, e l’espettazione vostra.

36. Dagli avi primieramente incomincierò; chè giusto e decoroso si è in tanta solennità il tributar loro questo onore di ricordanza. Infatti essi non avendo cessato mai di abitare questa contrada, libera per la loro virtù la trasmisero alle generazioni succedentisi sino alla nostra. Ma se costoro si meritano lode, meritevolissimi ne sono i padri nostri, i quali allo Stato che ereditarono avendo non senza fatica aggiunto quanto possediamo, a noi viventi lo lasciarono. Se non che il principale incremento dello Stato si debbe a noi medesimi che ora tocchiamo alla giusta età, ed ordinammo la repubblica in guerra ed in pace per tutte cose a sè bastevolissima. Le loro geste guerriere, che via via fruttarono conquisti, non che le vittorie da noi e dai nostri padri alacremente riportate contro ai Barbari ed ai Greci, io le tralascierò, sdegnando allungarmi in cose all’uditorio notissime. Ma per quali instituti sì alto ci levammo, e per quali ordini politici e civili venimmo in tanta grandezza, avendo io primamente esposto, passerò quindi a dir delle lodi di costoro, riputando tale argomento essere nella presente occasione decoroso a discorrersi, ed a tutta l’adunanza dei cittadini e dei forestieri utile ad ascoltarsi.

37. Noi abbiamo una forma di governo non imitatrice delle leggi altrui, essendo noi anzi esemplari a taluni, che non copia d’altrui; il suo nome è democrazia, perchè lo Stato è dei molti, e non dei pochi. Per le leggi ognuno gode ugual diritto nelle private differenze; ma pel merito, come uno sale in qualche riputazione, così viene agli onori della repubblica prescelto non per qualità di classe, ma per virtù. Per la povertà niuno, che possa beneficare la patria, ne viene dall’oscurità del grado impedito. Liberalmente procediamo sì nell’amministrare i pubblici negozi, e sì nel sospettoso spiare l’un dell’altro la giornaliera condotta, non mai adirandoci col vicino che a suo genio si sollazza, nè mostrandogli il volto atteggiato da una tristezza inoffensiva bensì, ma sempre molesta. Gravosi a nessuno nelle relazioni private, all’ordine pubblico non contravveniamo massimamente per riverenza, obbedendo ai magistrati succedentisi, ed alle leggi; sopratutto a quelle, che proteggono gli oppressi, ed alle altre che, sebbene non iscritte, tuttavia nella pubblica opinione infliggono ignominia.

38. Inoltre in varie guise ristoriamo l’animo dalle fatiche, e coi certami, e con gli annui sacrifizii e colla splendidezza del viver privato, cosicchè dal quotidiano diletto viene la tristezza scacciata. Per la grandezza poi della città ogni bene vi concorre da tutta la terra, donde avviene che con pari domestico godimento ed i patrii frutti raccogliamo e gli stranieri.

39. Ma altresì negli studii guerrieri noi avanziamo i rivali. Conciossiachè la nostra città sta aperta a tutti; nè fu mai che cacciandone i forestieri vietassimo a chicchessia l’impararvi od il vedervi alcuna disciplina, di cui il nemico trovandola scoperta potesse avvantaggiarsi, giacchè noi confidiamo non così nei preparativi e negli inganni, come nell’animosità di noi stessi nel momento dell’azione. Nell’educazione poi costoro sin dalla prima giovinezza procacciano con laboriosi esercizii di raggiungere la fortezza virile; e noi anche menando una più larga vita, nulladimeno pari cimenti affrontiamo. Vagliane il vero. I Lacedemoni, non già soli, ma assistiti da tutta la confederazione guerreggiano la nostra contrada; laddove noi soli scendendo nell’altrui paese facilmente e spesso riportiamo vittoria sul nemico suolo contra chi la sua patria difende. Se non che niuno sinora ebbe a provare le nostre forze riunite, perchè, oltre all’attendere alla marineria, dobbiamo noi stessi correre in varie parti, ad imprese di terra. Che se il nemico avvenutosi in una qualche banda dei nostri ne vinca alcuni, tosto si vanta d’averci respinti tutti, ma, lui vinto, proclama d’essere stato da tutti noi sconfitto. Ora sebbene noi anzi indolenti che esercitati nelle fatiche, e con un coraggio ispirato più dai costumi, che non dalle leggi, vogliamo incontrare i pericoli, abbiamo però questo vantaggio, che, senza tribolarci anzi tempo pei mali avvenire, giunti poi nel frangente ci mostriamo non meno prodi di chi sta penando ognora.

40. Ma, oltre a questi, altri pregii fanno ammiranda la nostra città. Giacchè noi amiamo il bello, ma con parsimonia; filosofiamo, ma senza ammollirci; ci serviamo delle ricchezze per l’occorrenza dell’uopo, non per vento di parole; a niuno è turpe il confessare la sua povertà, ma turpissimo il non fuggirla coll’operosità. Inoltre gli stessi uomini attendono alle bisogne domestiche ed alle civili, e la gente al lavoro intesa bastevolmente pur conosce i civili interessi; perchè quel cittadino, che non prenda parte alla pubblica cosa, noi soli lo riputiamo non che ozioso, ma inutile. Noi altresì rettamente o concepiamo gli affari, od almeno li giudichiamo, persuasi che i discorsi non nuocano all’operare, ma nuoca bensì il non illuminarci coi discorsi prima di venire ai fatti. Imperocchè abbiamo questo pregio singolare di essere e ardimentosi al sommo, e ponderatori delle imprese; diversi dagli altri, nei quali l’ignoranza ingenera audacia, e la ponderazione lentezza. Epperò fortissimi d’animo si debbono meritamente giudicare coloro, che pienamente conoscendo le dolcezze ed i travagli della vita, nientemeno non si ritraggono dall’incontrarne i cimenti. Oltracciò la nostra bontà differisce dalla altrui, perchè non ricevendo, ma compartendo benefizii acquistiamo amici. Ed il benefattore è amico più stabile volendo coi benevoli modi conservare nel gratificato viva l’obbligazione; laddove chi contraccambia è anzi ottuso che no, ben conoscendo che la sua bontà non è favore, ma debito. Quindi noi soli non già per calcolo di profitto, ma per la fiducia inspirataci dalla nostra libertà benefichiamo gli altri senza timore.

41. E per raccogliere il molto in poco io dico: Atene è la scuola della Grecia. In ciascun cittadino parmi di vedere un corpo con somma disinvoltura e grazia acconcio a più generi d’opere. E che questo ora non sia uno sfoggio di fraseggiamento, ma una verità di fatto, lo palesa la presente potenza, che per tali modi acquistammo. Atene, sola tra le città d’oggidì, maggiore della sua fama, ne viene alla prova; da lei sola il nemico assalitore non si sdegna d’esser vinto, ed il suddito non si lagna d’esser governato quasi che da indegna. Epperò noi presentando una potenza da insigni prove e testimonianze avvalorata, saremo da questa e dalle future età ammirati; senza che inoltre abbisogniamo o d’un Omero encomiatore, o d’altro poeta, i cui versi bensì momentaneamente dilettano, ma l’impressione sarà poi distrutta dalla verità dei fatti. Sì, saremo ammirati noi, che le vie del mare e della terra costringemmo ad aprirsi al nostro ardire, ed in ogni parte collocammo di vendette e di beneficenze monumenti sempiterni. Ora costoro, deliberati a non lasciarsi privare di una città cotanta, morirono per lei generosamente combattendo, e niuno di noi superstiti dee per lei ricusare qualunque travaglio.

42. Diffusamente io ho discorso sin qui i pregii della città, volendo mostrare che uguale non è la gara proposta a noi, ed a coloro che nulla di simile possedono; inoltre io voleva con argomenti porre in chiara luce l’elogio di chi io ragiono. Epperò l’elogio è quasi compiuto. Conciossiachè lodando la città io lodava le virtù di codesti e dei pari loro, che le aggiunsero ornamento. Pochi Greci vantano, siccome costoro, geste uguali alla fama; ed a me sembra, che primo indizio ed ultima conferma delle virtù d’un uomo sia questa loro catastrofe. Imperocchè gli uomini anche per altro rispetto biasimevoli hanno pur diritto di produrre quella fortezza, che nelle guerre mostrarono in pro della patria, perchè con un bene avendo cancellato un male più giovarono come uomini pubblici, che non nocquero come privati. Niuno di essi o per ricchezze, che ei preferisse di continuar a godere, si ammolliva; ovvero sedotto dalla speranza di sottrarsi pur una volta alla povertà e di arricchire, differiva di affrontare il pericolo. Ma più che a tali voti anelando a vendicarsi dei nemici, e riputando esser questo il più illustre dei cimenti, vollero nell’affrontarlo pigliar vendetta del nemico, e quindi ottenere il compimento dei voti. Epperò alla speranza accomandando l’incertezza della felice riuscita, ed in realtà fidando in se stessi circa al periglio già presente, meglio amarono morire resistendo, che non salvarsi cedendo; così schivarono un nome opprobrioso, sostennero col corpo il conflitto, e per un breve volger di fortuna, nel fior della gloria, impavidi trapassarono.

43. Tali furono questi, quali la città se li meritava. Voi superstiti invocate fortuna più durevole, ma opponete al nemico un animo non meno intrepido. Non vi contentate di risguardare nel solo discorso dell’oratore i vantaggi d’una pari fortezza; perchè tal soggetto, a voi pure notissimo, potrebbesi facilmente amplificare enumerando i beni che ridondano dal vendicarsi dei nemici. Ma piuttosto operando ogni giorno osservate la potenza della repubblica, e per lei di carità v’infiammate. E quando la repubblica vi sembri grande, allora ripensate, che a tanto grado la sublimarono uomini coraggiosi, conoscitori del dovere, sensitivi dell’onore nelle imprese, uomini, che, quando loro fallivano i disegni, non credevano di dovere pertanto defraudare la città del loro valore, ma nientemeno in pro di lei contribuivano la loro illustre quota. Quindi nell’abbandonare alla repubblica i loro corpi ciascuno ne riportò gloria immortale e tomba insigne. Non parlo di questa tomba nella quale riposano, ma di quella in cui la loro fama sempre memoranda in ogni occasione di discorso o di forti fatti, perennemente si conserva. Imperciocchè degli illustri uomini è tomba l’universa terra. Nè soltanto dentro la loro patria li mostrano le lapidi inscritte, ma altresì nelle straniere contrade la loro memoria da niuna iscrizione ricordata sta impressa nell’animo d’ognuno, anzichè sui monumenti. Ora voi emulando questi prodi, e stimando che la felicità consiste nella libertà, e la libertà nel coraggio, non mai schivate i guerrieri pericoli. Non i miseri, che perderono ogni speranza di bene, hanno più giusto motivo di prodigare la vita, che gli altri, i quali vivendo corrono ancor pericolo di contrario rovescio, e per un menomo fallo possono grandemente scapitare. Perchè all’uomo di alti spiriti torna più acerbo un discapito patito per ignavia sua, che non una neppur sentita morte fortemente e colla speranza del pubblico bene incontrata.

44. Per la qual cosa, o voi quanti qui siete genitori di questi trapassati, non voglio compiangervi, ma sì consolarvi. Voi sapete che l’uomo cresce fra mezzo a vicende d’ogni maniera, sapete essere ben avventurati coloro, cui tocchi l’onorata sorte o d’un fine, pari al loro, o d’un lutto simile al vostro, così che una bella vita sia coronata da una bella morte. Tuttavia io scorgo la difficoltà di consolarvi sopra un soggetto, di cui sovente vi ricorderete vedendo altri felici posseditori di quanto formava già il vostro vanto; ben so, che il dolore non deriva dalla mancanza di beni non provati mai, ma dalla privazione di quelli a cui fummo avvezzi. Se non che, o genitori, voi, cui l’età concede ancora di generare, durate sperando altri figli; così nelle famiglie la nuova prole farà obliare la trapassata, e la città avrà doppio vantaggio di popolazione e di sicurezza. Giacchè non può alla repubblica dare imparziali e giusti consigli colui, che non abbia, come altri, a pericolare esponendo per lei i figli. Voi poi già provetti riflettete: un vero guadagno sono i molti anni da voi felicemente passati; sopravvanzano pochi, e dei pochi alleviate il peso rammentando la gloria dei figli. Perchè il solo amor dell’onore non invecchia; ed in codesta inutile età non così, come dissero alcuni, l’avarizia diletta, quanto l’onore.

45. Figli, fratelli, quanti qui siete, di questi prodi, io prevedo un difficile gareggiamento. Sogliono tutti lodare chi più non è; epperò voi, anche mostrando straordinaria virtù, tuttavia non che eguali a loro sarete giudicati, ma inferiori d’alquanto. Perchè i viventi sono gelosi del rivale; morto poi, lo onorano con benevolenza scevra d’emulazione. Finalmente se debbo toccare della virtù di quante donne ora rimangono vedove, il tutto ristringerò in una breve esortazione: Donne, conservate il vostro natural carattere, fra gli uomini non levate gran fama nè di virtù, nè di vizii; sarete gloriosissime.

46. Colla mia orazione, comandata dalla legge, io esposi quanto stimai conveniente, ma col fatto, ed i sepolti già furono onorati, ed i loro figliuoli saranno per l’avvenire sino all’età della milizia allevati a spese della repubblica, la quale per simili certami propose una tal utilissima corona sì a questi e sì a quelli che verranno. Imperocchè lo Stato, che massimi premii alla virtù promette, quello è patria di cittadini prestanti. Ora voi, dopo avere pianti i vostri congiunti, partite.

[161] _Pag._ 115. La stupenda descrizione che viene qui facendo Tucidide della pestilenza di Atene rivela ad un tempo il filosofo, il medico, lo storico, il poeta. Gran numero di scrittori antichi e moderni, o se la appropriarono con traduzioni e riduzioni, o se la presero a modello; fra gli antichi potremmo citare LUCREZIO (lib. V, verso 1136 e seg.), VIRGILIO (_Geor._, III, 478), OVIDIO (_Metamorf._, VII, 623), ELIANO (_Nat. Anim._, XIV, 20), PROCOPIO (_Bell. Pers._, II, 20), XIFILINO (lib. III); fra i moderni il BOCCACCIO (_Decamerone_), BARTHÉLEMY (_Viaggi del giovane Anacarsi_, tom. I), LA FONTAINE (I primi 14 versi della fav. I del lib. VII), ecc., ecc. In questa descrizione vuolsi notare l’ordine ammirabile con cui Tucidide procede: divide egli la descrizione in due parti; nella prima (dal § 47 al 49) nota l’origine e le cause della peste; nella seconda (dal § 50 al 51) dipinge la natura, i sintomi e lo sterminio della peste; nella terza è storico ed osservatore delle conseguenze così morali che fisiche del terribile flagello. Questa pestilenza di Atene fu campo a lunghe e numerose controversie dei medici, essendosi voluto stabilire se fosse o no somigliante alla peste d’Oriente, se fosse contagiosa o semplicemente epidemica. Larrey trovò punti di rassomiglianza fra la peste ateniese e quella d’Oriente nei dolori di capo, nelle vertigini, nel gonfiarsi della lingua, negli spasimi, ecc., nel languore che precede la violenza del male, e nella diarrea che la segue. Perron, che per ben quattordici anni, dirigendo la scuola di medicina del Cairo, visse frammezzo agli infermi di peste, giudica la peste ateniese affatto diversa da quella d’Oriente. Riferiamo qui una sua nota ch’egli comunicava su questo proposito a Zevort. — La peste d’Athénes à en juger par la description de Thucydide, diffère essentiellement de la peste actuelle ou peste d’Orient. Il n’y a de rapports analogiques entre les deux maladies que quelques symptômes. D’ailleurs, toutes les épidémies ont quelques points de ressemblance symptomatologiques. Ce qui fait, à priori et sans examen ou à peu près, admettre l’identité ou la presque identité des grands fléaux dont parle l’histoire, c’est le caractère épidémique, c’est le caractère contagieux et c’est surtout encore le nome de peste qu’on a donné à ces fléaux. Mais il ne faut pas oublier que ce mot de peste n’avait point autrefois la signification délimitée qu’on lui a assignée aujourd’hui. Anciennement, peste, contagion, épidémie étaient synonymes. De nos jours, chacun de ces mots s’est isolé dans une signification spéciale; le langage s’est précisé à mesure que la science médicale a précisé aussi ses observations, discerné et individualisé les faits. — Gail nelle sue memorie su Tucidide consacrò un lungo esame critico e filologico a questa descrizione (vol. V, dalla pag. 154 alla 164). Un’opera molto preziosa su di ciò ed altrettanto rara e meritevole di essere consultata sono le _Prælectiones sive Commentaria in Thucyd. hist. seu Narrationem de peste Atheniensium ex ore Fabii Paulini Utinens. philos. ac med. Venetiis 1603 apud Juntas_. Chi meglio trattò la quistione sotto l’aspetto medico è MEISTER (_Schauergemaelde der Kriegspeit in Attika_), il quale conchiude per la nessuna somiglianza fra la peste dell’Attica e quella dell’Oriente.

[162] _Pag._ 119. Leggi qui pure _ne avrebbero avuto vittoria_, in luogo di _avrebbero vittoria_. Vedi lib. I, § 18, e quanto già dicemmo nella nota (95).

[163] _Pag._ 120. Come gli notammo era Apollo il dio che mandava le pestilenze.

[164] _Pag._ 120. Era un porto molto stimato sul golfo Argolico al sud dell’isola Tiraca, detta più anticamente Oreate; oggidì _Prasto_.

[165] _Pag._ 121. Diodoro però (lib. XII, 45) attribuisce, e con maggior verosimiglianza, la ritirata dei Lacedemoni alla spedizione intrapresa da Pericle intorno il Peloponneso.

[166] _Pag._ 126. Questa multa, secondo Diodoro (lib. XII, 45) fu di ottanta talenti, e venne provocata da Cleone suo accusatore. Secondo quanto ne dice Diodoro e Plutarco (_Vita di Pericle_), il nuovo comando di cui fu investito Pericle portava seco poteri straordinarii; era una specie di dittatura.

[167] _Pag._ 126. Pericle morì di peste: ma secondo Plutarco il male prese in lui un carattere tutto particolare; dopo languito lungo tempo, soggiacque ad un generale esaurimento di forze.

[168] _Pag._ 128. Il testo greco dice realmente tre anni (τριὰ ἔτη), ma pare vi sia qui errore; poichè il disastro di Sicilia successe nel settembre del 412 av. C., e Atene si sottomise a Lisandro nell’aprile 404 av. C.; il che fa un intervallo di dieci anni.

[169] _Pag._ 128. Tucidide dice qui _da semplice privato_, perchè gli Argivii erano allora alleati degli Ateniesi e non potevano conseguentemente inviare pubblicamente legati in Persia. La narrazione contenuta in questo paragrafo vedila anche in Erodoto, lib. VII, § 137.

[170] _Pag._ 131. Come fossero stati spesi questi duemila talenti, che ragguagliano dieci milioni e ottocentomila lire italiane, lo mostra Tucidide stesso più avanti al lib. III, § 17.

[171] _Pag._ 131. Questa capitolazione è conforme a quanto si praticava costantemente in Grecia: ciò che in questa è singolare è la concessione fatta del denaro pel viaggio.

[172] _Pag._ 131. Secondo Diodoro vi inviarono mille coloni, i quali si divisero a sorte la città e il suo territorio.

Nota che più sotto a linea 15 di questa pagina vi è un _Potidea_ in luogo di _Platea_; errore di stampa occorso anche nella edizione originale del Boni.

[173] _Pag._ 136. Arturo (_Coda dell’Orsa_, da ἄρτος _Orsa_, e ουρα _coda_). Stella fissa di prima grandezza situata nella costellazione di Boote, verso la quale sembra che si diriga la coda dell’_Orsa maggiore_. Gli antichi costumavano designare le diverse epoche dell’anno mediante il levare ed il tramontare di certe stelle più notevoli, cioè a dire mediante l’epoca in cui compaiono sul nostro orizzonte, e in cui si rendono invisibili. Citansi quindi frequentemente il levare ed il tramontare delle Plejadi, d’Orione, di Arturo. Il levare di Arturo corrisponde presso a poco all’equinozio di autunno, verso il 20 settembre.

[174] _Pag._ 136. Giacchè presso i Greci erano le donne di casa che faceano e cuocevano il pane. Questa consuetudine la si riscontra nella bibbia e in tutti i tempi eroici. Presso i Romani, che restarono per ben quasi 600 anni senza avere publici fornai e panattieri, veggiamo le più illustri donne applicarsi a fare il pane. La consuetudine passò dall’Italia nelle Gallie, e dalle Gallie sino alle estreme regioni settentrionali.

[175] _Pag._ 136. Nella sponda orientale del golfo Termaico (golfo di Salonicchio).

[176] _Pag._ 138. Boni traduce qui per _ammiraglio_ il Ναυαρχον de’ Greci; e forse non si potea tradur meglio. Gli ammiragli dei Greci aveano sotto di sè i _trierarchi_, i quali corrisponderebbero ai nostri capitani di nave. Questi ultimi ascendevano ad un gran numero; i _navarchi_ invece non erano più di dieci, e talvolta riducevansi ad uno solo. Il _navarco_ presso i Romani chiamavasi _magister navis_. Vegezio descrive nel seguente passo le sue funzioni. — _Singulæ liburnæ singulos navarchos, id est quasi navicularios habebant qui exceptis cæteris nautarum officiis, gubernatoribus, atque remigibus et militibus exercendis, quotidianam curam et jugem exhibebant industriam_ (Lib. V, c. 2.). Egli dava anche l’ordine del combattimento e ne regolava ogni cosa. Le funzioni del _navarco_ pare avessero a Sparta una grande importanza, poichè Aristotele, parlando di esso, ne dice: — A lato dei re, che sono capi a vita, la navarchia sostituisce una specie d’altro poter regio — (_Polit._, lib. I, c. 7.). Da un passo di Demostene (contro Eschine) si rileva anche che al trierarco fosse affidata la cura della flotta e l’autorità di costringere i cittadini, in proporzione dei loro beni, ad allestire vascelli in tempo di guerra.

[177] _Pag._ 138. Scimno di Chio (verso 452) dice l’Ambracia una colonia di Corintii, e che Gorgo, figlio di Cipselo, fu il primo a popolarla. Strabone (lib. VII) dice che la città di Ambracia fu fondata da Tolgo figlio di Cipselo. Antonio Liberale (_Met._ lib. IV) che chiama Torgo quello che Scimno di Chio e Strabone chiamano Gorgo e Tolgo, facendolo fratello di Cipselo, assicura che Ambracia preesisteva alla colonia mandata dai Corintii. Cipselo, tiranno di Corinto, viveva circa il 620 av. C. Dal contesto delle varie opinioni pare però risultare abbastanza positivo che gli Ambracioti gemessero sotto la tirannia di Faleco, quando la colonia dei Corintii giunse in Epiro condotta da Cipselo, il quale li tolse alla tirannia di Faleco, e verosimilmente li pose sotto la propria; giacchè Periandro, figlio di Cipselo, è chiamato tiranno degli Ambracioti da Aristotele e da Massimo di Tiro; ed Aristotele soggiunge anche che il popolo avendo cacciato Periandro, ricuperasse la propria libertà. Tucidide dice questi popoli bellicosissimi (lib. III, § 108).

[178] _Pag._ 149. I Greci si giovavano per segnali di alcune grandi torcie che si tenevano per mano dai soldati sulle mura. Per annunciare l’arrivo di un nemico venivano agitate; e si tenevano immobili per annunciare l’arrivo di un soccorso.

[179] _Pag._ 150. Oggidì _Despottaghi_.

[180] _Pag._ 150. Erano i Geti una tribù abitante sopra le due sponde del Danubio, presso il suo estuario e lungo le spiaggie occidentali dell’Eusino. La parte marittima della Getica era stata colonizzata dai Greci; e questo rende ragione della civiltà parziale dei Geti ch’erano al sud del Danubio, mentre i loro connazionali ch’erano al nord dell’istesso fiume rimasero in istato di barbarie e di indipendenza. I Geti vengono descritti da Erodoto (lib. IV, 93) come stanziati al suo tempo al sud dell’Istro (Danubio), e sono da lui qualificati come i più valorosi fra i Traci. Secondo Strabone (lib. VII), i Geti che stavano alla parte occidentale salendo il Danubio, erano chiamati Daci; quelli che erano all’oriente presso il Ponto Eusino erano detti propriamente Geti; e chiamavansi Tirigeti quelli che abitavano lungo il fiume Tyras; tutti però parlavano la lingua dei Traci; erano essi continuamente alle prese cogli Sciti, coi Sarmati, coi Bastarni. I Geti che condotti da Odino o Woden, conquistarono la Scandinavia, mossero anche dalle spiaggie dell’Eusino, e vuolsi da alcuni che avessero origine comune coi Geti.

[181] _Pag._ 150. Sopra un gran numero di carte geografiche del mondo antico, e su quella stessa messa in fronte al Tucidide di Ducker, questi popoli Dii sono designati col nome di _Macherofori_: l’errore è assai strano; Tucidide chiama costoro Μαχαιροφορων cioè _portatori di coltello_, ed i geografi presero un appellativo di un popolo pel popolo stesso.

[182] _Pag._ 152. Del valor militare degli Sciti parlano a lungo Erodoto (lib. IV, 46 e segg.), Giustino (lib. II, c. 3); Eforo presso Strabone (lib. VII).

[183] _Pag._ 152. L’Alessandro di cui qui parla Tucidide era il figlio di Aminta. La storia di Macedonia non va più oltre il regno di Carano, principe argivo, che discendeva da Temene, il primo degli Eraclidi che rientrò nel Peloponneso con Cresfonte suo fratello. I Temenidi divennero celebri per essere stati posti in iscena da Euripide. La storia di Temena vedila in Apollodoro (lib. II).

[184] _Pag._ 153. A Carano, salito al trono verso l’814 av. C., successero Ceno, Tirma, Perdicca I, Argeo, Filippo I, Eropante, Alceta, Aminta I, e a questi l’Alessandro (497 av. C.) di cui parla Tucidide. Erodoto (lib. VIII, 137) non menziona i tre primi re della Macedonia, ma nomina quale fondatore di questo imperio Perdicca, dall’anno 729 all’anno 678 av. C.

[185] _Pag._ 153. Sitalce, dopo aver seguito l’Axio fino ad Edomene, si trasferì sulla destra verso il settentrione della Tessaglia, prese Gortinia ed Atalanta; dunque la città di Europo ch’egli assediò inutilmente (come più sotto Tucidide accenna), non è quella che sorgeva sull’Axio, come parecchi commentatori vorrebbero far credere, ma sibbene quella che stava sulle frontiere della Tessaglia.

[186] _Pag._ 157. Tutte le città di Lesbo formavano allora una specie di confederazione, a capo della quale era Mitilene, governata essa pure dall’aristocrazia.

[187] _Pag._ 158. Mitilene, come tutte le città alleate degli Ateniesi, era divisa in due fazioni, la democratica e l’aristocratica; è a credersi che i progetti di defezione vennero rivelati dai capi democratici, giacchè veggiamo poi il popolo, non appena ebbe armi, costringere i magistrati a venire ad accordi cogli Ateniesi. Circa le cause di questa guerra veggasi Aristotele (_Politic._, lib. V, 3). Vedi anche più avanti alla nota 185.

[188] _Pag._ 158. Giacchè discendevano dagli Eolii.

[189] _Pag._ 158. Lesbo e Chio aveano esse sole fornite cinquanta navi agli Ateniesi; vedi retro al lib. II, § 56.

[190] _Pag._ 161. Questa frase — _a causa della moltiplicità dei suffragi_, vuolsi intendere, _per il gran numero di opinioni diverse che dividevano fra loro quelli che aveano il diritto di suffragio_; la frase δια πολυψηφιαν è dallo Scoliaste di Tucidide spiegata per δια το μη τα αυτα πασι δοκειν. E qui vuolsi notare che l’isola di Lesbo (oggidì Metelina), una delle più popolate del mare Egeo ed alla quale Strabone dava 560 stadii di lunghezza, con un circuito di 1,500 stadii, conteneva Antilla, Eressa, Mitilene e Metimna, città quasi tutte celebri in floridezza e popolazione. All’epoca di cui parla Tucidide, cioè il quarto anno della guerra peloponnesiaca, la capitale di Lesbo, Mitilene, volea scuotere il giogo d’Atene; ma Mitilene sola poteva nulla; ciascuna città dell’isola avendo il suo (ψηφος) diritto di suffragio; ciascuna usando ed abusando di questo diritto secondo il proprio particolare interesse, bene spesso contrario all’interesse generale, facea sì che i Mitilenei non potessero venire a capo di quella conformità d’animo e di mente che sola potea renderli capaci di scuotere il giogo d’una nazione oppressiva i suoi alleati. Vedi su di ciò Gail, tom. VI, pag. 159.

[191] _Pag._ 165. La legislazione di Atene non avea per iscopo la perfetta eguaglianza delle terre, ma volea soltanto impedire una soverchia ineguaglianza di fortune. Non avendo Solone in Atene tanta autorità quanta ne ebbe Licurgo in Lacedemonia, ma volendo pur mettere un ritegno sicuro all’ingrandimento della proprietà, senza far legge che prescrivesse l’eguaglianza nello spartimento delle terre, si contentò di dividere il popolo in quattro classi, la prima delle quali si componea di Pentacosiomedimni, vale a dire di coloro che possedevano o ritraevano dalle loro proprietà una rendita annuale di cinquecento _medimni_ (misura di sei moggia, cui i latini chiamano _medinum_); la seconda di cavalieri possessori di 400 medimni; in Zeugiti che non aveano che una rendita di trecento medimni; ed in Teti (i _capite censi_ dei Latini) aventi una rendita minore delle surriferite; erano questi i veri proletarii. Le sole tre prime classi di cittadini poteano avere qualunque ufficio, e tutte aveano diritto di assistere alle assemblee del popolo e di sedere nei tribunali; però le due prime classi montavano assai raramente le navi, essendo il servizio di terra considerato più onorevole. Vedi il PETIT già citato, _De legibus atticis_.

[192] _Pag._ 166. Antissa, al dir di Strabone, era da principio un’isoletta vicinissima all’isola di Lesbo, la quale allora avea il nome di Issa; per la qual cosa veniva chiamata Antissa vale a dire _opposta_ ad Issa. Fu in seguito riunita dalle sabbie alla grande isola su cui venne poscia edificata una città detta Antissa. Tito Livio riferisce come fosse stata distrutta dai Romani (XLV, 31). Eustazio parla di questa isola nei suoi Commentarii al lib. III dell’Odissea; di Antissa si hanno medaglie in oro, in argento, in bronzo, colla leggenda ΑΝΤΙΣ.

[193] _Pag._ 166. Questa tassa, come notano i commentatori, non fu un tributo imposto su tutto il popolo, ma una contribuzione volontaria dei ricchi per la guerra. Il contingente di cui parla più sotto Tucidide che Lisicle andava esigendo, non è ben chiaro se fosse un tributo ordinario, od una contribuzione di guerra; pare però non verosimile che gli Ateniesi avessero voluto accrescere i pesi ai loro tributarii, mentre era generale in questi la diserzione.

[194] _Pag._ 166. Questo côlle Sandio è nominato da nessun altro storico o geografo antico.

[195] _Pag._ 168. Presso gli antichi gli arcieri aveano sempre un piede nudo onde esser meglio sicuri di non isdrucciolare sui terreni fangosi.

[196] _Pag._ 170. Questo Pausania non va confuso col Pausania figlio di Cleombroto di cui parlò più volte Tucidide (lib. I, 94, 107, 114; lib. II, 21, ecc.). Plistoanatte era in questi tempi condannato in esiglio per non essersi portato oltre Eleusi nell’invasione che fecero nell’Attica i Lacedemoni, quattordici anni avanti la guerra del Peloponneso. Vedi Tucidide, lib. I, § 114.

[197] _Pag._ 172. Pare che questi fuorusciti fossero capi dell’aristocrazia, esiliati dai democratici di Atene.

[198] _Pag._ 172. Questa Cuma, città marittima dell’Asia minore, godea di una singolare celebrità pel carattere sciocco de’ suoi abitanti. Strabone riferisce questo solo: che i Cumei stettero ben trecento anni senza pensare a mettere un’imposta sulle mercanzie che entravano nel loro porto; il che fece dire che non si erano accorti per ben trecento anni che la loro città fosse in riva al mare. Vedi STRABONE, lib. XIII, e VELL. PATERC., lib. I, c. 4. Questa Cuma è la Sandarli d’oggidì.

[199] _Pag._ 173. Facendo il giro del golfo di Smirne e della penisola di Clazomene.

[200] _Pag._ 173. Anea sul continente di fronte a Samo, ed era il consueto rifugio dei Samii esiliati.

[201] _Pag._ 174. La _Paralo_ era una nave d’Atene di singolare venerazione, e della quale non si faceva uso se non per importanti affari di Stato o di religione. La sua origine è incerta; Suida la trae da un eroe che portava un tal nome (un Paralo passava in Grecia per essere stato il primo che navigasse sopra una galera o nave lunga). Qualche commentatore la dice destinata a portare gli ordini d’Atene lungo la costa da παρα _juxta_, e άλς _mare_. La _Salamina_ poi era una nave destinata esclusivamente alle corrispondenze fra Atene e Salamina.

[202] _Pag._ 175. Anche Diodoro riferisce che per un decreto di Cleone doveano essere trucidati tutti gli uomini capaci di portar armi (lib. XII, 55).

[203] _Pag._ 175. Cioè i pritani, o strategi, i quali in tempo di guerra potevano anche convocare straordinariamente il popolo.

[204] _Pag._ 176. Questo Cleone è lo stesso messo in iscena da Aristofane nei Cavalieri (verso 136). Lo Scoliaste di Luciano (Timone § 30) dice che Cleone mutò egli stesso consiglio mercè dieci talenti che nella notte gli fecero tenere i Lesbii. Dell’ingegno, dei costumi e della facondia di questo Cleone, vedi che ne dice Tucidide, lib. IV, 22, 27.

[205] _Pag._ 186. Pachete ebbe non molto dopo a pagare il fio della sua condotta; e si trafisse egli stesso colla spada onde sottrarsi alla condanna (PLUTARCO, _Vita di Nicia_, § 6).

[206] _Pag._ 186. Presso i Greci ed i Romani si assegnavano agli Dei alcune delle terre appartenenti allo Stato; venivano esse date in affitto a particolari, i quali si assumevano la manutenzione dei tempii e le spese del culto (Vedi ARISTOTELE, _Politica_, VII, 10). Spesse volte anche i privati consacravano agli Dei qualche fondo, del quale continuavano però a godere le rendite tanto essi che i loro discendenti (SENOFONTE, _Anab._, V, 3).

[207] _Pag._ 186. La mina valeva cento dramme, il che equivaleva a 90 lire italiane.

[208] _Pag._ 187. All’epoca del tentativo di Cnemo e di Brassida contro Salamina.

[209] _Pag._ 190. Bloomfield fa qui con molta ragione considerare come questa reputazione fosse ben immeritata. Oltre all’eccidio dei neutri e la distruzione di Platea essi non si fecero scrupolo mai di alcun delitto nel soddisfare la loro ambizione.

[210] _Pag._ 191. Ai tempi di Strabone venivano ancora mostrate queste tombe a Platea.

[211] _Pag._ 200. Questa costumanza di consacrare le vesti ai morti, si riscontra accennata in quasi nessun antico scrittore; è un fatto su cui gli eruditi non hanno ancora sperimentate le loro forze.

[212] _Pag._ 200. Era riputato sacrilegio il recidere pur un ramo da un bosco sacro.

[213] _Pag._ 204. Quest’istmo era stato tagliato da’ Corintii quando inviarono una colonia a Leucade; ai tempi di Tucidide le sabbie l’aveano nuovamente riunita al continente. Ai tempi di Tito Livio, Leucade era ridivenuta un’isola; oggidì essa è separata dal continente da un basso fondo che i flutti del mare lasciano asciutto in tempo di calma.

[214] _Pag._ 204. Corfù avea due porti, l’uno prospiciente verso il continente, l’altro, detto Iliaco, verso il mar Jonio. A quest’ultimo era attigua la piazza publica, quartiere dei ricchi. Vedi MARMORA, _Storia di Corfù_; e NEIGEBAUR, _Jonische Inseln_.

[215] _Pag._ 205. Aristotele fa osservare che gli Ateniesi distrussero sempre dovunque l’oligarchia, i Lacedemoni i governi democratici.

[216] _Pag._ 206. Veggasi il mirabile riscontro di quello che qui ragiona Tucidide con quanto scrisse il Machiavello sul principio del libro III delle sue _Storie Fiorentine_. Anche Sallustio attinse da queste pagine di Tucidide molte belle parti della sua _Congiura di Catilina_.

[217] _Pag._ 209. Sulle cause di questa guerra veggasi ciò che ne dice Diodoro (lib. XII, 54 e seg.).

[218] _Pag._ 209. Cioè Siracusa, Gela, Agrigento, Imera, Messina.

[219] _Pag._ 209. I Calcidesi aveano fondato Nasso, metropoli di Leonzio e di Catania.

[220] _Pag._ 209. Capo di questa legazione era Gorgia Leontino, celebre uomo di Stato, sofista ed oratore, immortalato dal dialogo di Platone che porta il suo nome. Riuscita a bene, come si narra da Tucidide stesso, la sua missione, i suoi concittadini gli coniarono una medaglia d’onore. Gorgia campò, dicesi, oltre 120 anni. Venuto ad Atene vi si trattenne come alla sede della civiltà e della scienza. Celebre è la sua opera (però perduta) _Del non-ente o della Natura_, in cui, secondo gli estratti che trovansi nell’opera pseudo-aristotelica _De Xenophane, Zenone et Gorgia_ e in Sesto Empirico, si propose di mostrare 1o che nulla assolutamente esiste; 2o che se pur cosa esiste non si può conoscere; 3o che se pur qualche cosa esistesse e si conoscesse, pure non si potrebbe esprimere e comunicare agli altri. Secondo Cicerone, Gorgia fu il primo che all’improvviso parlasse in publico su qualunque suggetto (_De Orat._, I, 22; III, 32). Intorno a questo celebre antico veggasi FOSS, _De Gorgia Leontino, Comentatio_ (Halla, 1828).

[221] _Pag._ 209. Diodoro fa ascendere questi uomini a dieci migliaia.

[222] _Pag._ 209. Cioè le isole Eolie, oggidì dette _Isole Lipari_, dal nome della principale fra esse. Sono sette, e giacciono fra la Sicilia e penisola italiana; traevano il loro nome da Eolo, dio dei venti, che si diceva aver quivi la sua sede; erano anche chiamate _Vulcanie_ dai molti loro vulcani, e questa è la ragione per cui erano, come dice Tucidide, mancanti d’acqua nella state.

[223] _Pag._ 211. Mila, presentemente Milazzo o Melazzo, città della Sicilia, dalla parte occidentale sulle sponde d’un piccol fiume dello stesso nome. Fu a poca distanza da questa città che la flotta d’Augusto comandata da Agrippa vinse quella del giovane Pompeo (TITO LIVIO, XXIV, 20, 31).

[224] _Pag._ 211. Questo Demostene non vuol essere confuso col celebre oratore. Demostene deve la sua celebrità al gran disastro in Sicilia che viene qui narrando e descrivendo Tucidide, nonostante si fosse mostrato valoroso soldato e capitano nella vittoria ottenuta sugli Ambracioti, nella difesa di Pilo, e nella presa di Sfacteria (lib. IV, §§ 31, 32, 38).

[225] _Pag._ 211. Qui Zevort nota a questo passo che _il testo è evidentemente errato, giacchè Oropo_, dic’egli, _non è posta in faccia a Melo, ma è città della Beozia di fronte all’Eubea_. Ma Zevort non avverte che parecchie città della Grecia portavano il nome d’Oropo: di questa una era nell’Attica sui confini beoti; un’altra nell’Eubea; una terza era sulle côste dell’Argolide, e questa era forse quella a cui allude Tucidide. Il singolare però si è che tutti i commentatori ritennero che Tucidide alludesse qui all’Oropo attica o beota, il che è assolutamente impossibile che fosse nella mente di Tucidide.

[226] _Pag._ 211. Era suocero di Alcibiade ed uno dei più ricchi cittadini di Atene.

[227] _Pag._ 212. Di questa città si scorgono tuttavia le ruine sopra un côlle a sedici chilometri circa dalle Termopili.

[228] _Pag._ 213. Gli Euritani formavano la tribù più bellicosa e potente degli Etoli; è questa la ragione per cui Demostene dovea assalirli ultimi: presso questi popoli Ulisse ricevette dopo la sua morte gli onori eroici.

[229] _Pag._ 214. Circa i particolari di questa morte vedi Plutarco (_Banchetto dei sette Savii_).

[230] _Pag._ 214. Nessun geografo antico ha lasciato notizie riguardanti queste tre città.

[231] _Pag._ 215. Oggidì Abukor: borgo a sei leghe di Lepanto.

[232] _Pag._ 216. Gli Amfissei, cioè quelli della città di Amfissa contigua alla Focide, che Ovidio chiama anche Isse (_Metam._, VI, 24), è la Solona d’oggidì.

[233] _Pag._ 216. Citinio giaceva alle falde del monte Eta sui confini della Doride e della Tessaglia. Vedi lib. I, § 107; e lib. III, § 95.

[234] _Pag._ 218. Ecco come Erodoto ci fa conoscere la purificazione fatta da Pisistrato: «Avendo anche per l’avanti purgata l’isola di Delo, secondo l’ammonizione degli Oracoli. E mondolla nella guisa seguente. Per quanto dal sacrario colla vista si dominava, per tutto questo tratto della contrada, scavati li cadaveri gli trasportò in altro tratto di Delo» (lib. I, § 64).

[235] _Pag._ 218. Vedi retro al lib. I, § 13.

[236] _Pag._ 218. Questo inno che Tucidide fa d’Omero, è di Omero? Gli inni che vanno tuttora sotto il nome di Omero, non sono da attribuirsi a costui più che nol siano i poemi ciclici. Essi chiamavansi dagli antichi προεμὰ come a dire _proemi_ o _preludii_, e cantavansi dai rapsodi come introduzioni dei poemi epici alle feste degli Dei rispettivi, cui sono dedicati. A questi rapsodi debbono probabilmente gli inni la loro origine. «Cotesti inni, dice Müller, mostrano una tale diversità di lingua e di ritmo poetico, che probabilissimamente contengono frammenti di ogni secolo dal tempo di Omero sino alla guerra persiana» (_Hist. of Greek Liter._, pag. 74). Ciò nondimeno la maggior parte di essi furono annoverati tra i componimenti omerici, persino da tali che vissero in tempo in cui fioriva tuttora la greca letteratura. Ma la cagione non è difficile a indovinarsi. Essendo essi recitati insieme co’ poemi omerici, vennero a poco a poco attribuiti allo stesso autore, e continuossi a considerarli più o meno generalmente come tali, finchè alcuni critici, e particolarmente gli Alessandrini, avvertirono le differenze che correvano tra il loro stile e quello di Omero. In Alessandria non furono mai tenuti per genuini, ond’è che niuno dei grandi critici di quella scuola non pensò mai, per quanto sappiasi, a farne una raccolta regolare. (WOLF, _Prolegomena_ ecc., p. 266). Degli inni tuttora esistenti, cinque sono quelli che meritano attenzione particolare a ragione della maggiore loro lunghezza e delle notizie mitologiche ch’essi contengono; e sono quelli ad Apollo Delio, ad Apollo Delfico, a Mercurio, a Cerere e a Venere. All’inno d’Apollo Delio, appartengono i passi qui citati da Tucidide, una volta considerati come parte di quello d’Apollo Pitio, è lavoro di un Omeride di Chio, e si accosta talmente al vero fare omerico, che l’autore il quale chiamasi cieco poeta che visse nella dirupata Chio, fu riguardato come Omero stesso da Tucidide; esso narra la nascita di Apollo in Delo; ma se n’è perduta una gran parte. Oltre MÜLLER e WOLF su citati, si consulti WELCKER, _Epische Cyclus_, ecc., WARDEMBURG, _Observationes criticae in Homeri hymnos_, etc.

[237] _Pag._ 220. Nessun geografo antico lasciò notizie di questo castello. Vedi che ne dice POPPO, _Adn. et Pref._ 2, pag. 142 lib. III, § 107.

[238] _Pag._ 223. Il Boni qui ed altrove (§§ 113, 114, ecc.) scrive _Argei_; al lib. II, § 103 scrive _Agrai_; al lib. II, § 106 _Agrei_, e questa è la vera lezione (Αγραιων).

[239] _Pag._ 225. Di questo Anattorio vedi lib. I, § 46, 55; lib. II, §§ 9, 80, 81 ecc.

[240] _Pag._ 225. Qui meglio che _d’Imerea_, leggi _d’Imera_; vedi Tucidide, lib. VI, §§ 5, 62. Più innanzi (lib. VII, § 1 e 58) parla degli Imerei e della loro sede.

[241] _Pag._ 228. Questa Pilo, detta Pilo di Messenia per differenziarla da altre tre città dello stesso nome, è l’attuale _Zuchio_ o _Vecchio Navarino_.

[242] _Pag._ 229. Quelli che Boni chiama qui _ufficiali subalterni_ sono detti da Tucidide _tasiarchi_: tasiarchi erano detti anche quei magistrati eletti annualmente in ciascuna delle dieci tribù d’Atene per comandare l’infanteria quando il popolo intraprendeva in massa qualche spedizione.

[243] _Pag._ 229. Mediante un muro fatto di pietre ammucchiate.

[244] _Pag._ 230. La frase del Boni — gli Spartani propio e i più prossimi dei circonvicini — è la traduzione di ciò che Tucidide chiama _Spartiati_ e _Perieci_. Gli _Spartiati_ erano gli abitanti della città propria distinti da tutti gli altri Lacedemoni dimoranti fuor di città, ai quali non concedevasi mai cittadinanza; e questi ultimi erano detti _Perieci_.

[245] _Pag._ 230. Queste navi pare dovessero essere quelle di Eurimedonte e di Sofocle che ritornavansi in Sicilia.

[246] _Pag._ 236. Qui alla frase _a testa_, aggiungi _per giorno_. Che cosa fosse una chenica attica non è ancor ben dimostrato dagli eruditi; ma dicendo qui Tucidide che gli Spartiati ricevevano ciascuno due cheniche di farina, e che gli schiavi non ne ricevevano meno d’una, puossi indurre che questa misura potesse stare fra l’una e le due libbre delle nostre. Ben gli è vero che la Glossa antica ragguaglia la chenica a mezzo moggio, ed altri la ragguaglia a due sestai, ma da questo passo di Tucidide non pare che la chenica potesse valer tanto. Un cotile era un quarto di chenica.

[247] _Pag._ 238. L’eccidio dei guerrieri di Sfacteria.

[248] _Pag._ 238. Ciascuno, infatti, avrebbe avuto a vendicare un parente od un’amico, se i soldati di Sfacteria fossero stati trucidati.

[249] _Pag._ 239. Secondo Diodoro (lib. XII, 63), i legati avrebbero proposto un numero eguale di prigionieri, e dietro il rifiuto degli Ateniesi, avrebbero soggiunto ch’essi stimavano i lacedemoni da più di loro stessi, dappoichè non ne accettavano il cambio.

[250] _Pag._ 240. Gli antichi hanno parlato molto dei pericoli che correano i navigatori nel canale di Messina fra Scilla e Cariddi. Tali pericoli esistono ancora tuttavia, ma dove il terreno ha cambiato alquanto di figura, non sono sì terribili, come dagli antichi ci vennero rappresentati. L’intervallo di mare fra la côsta da Messina sino al capo Peloro e la Calabria è continuamente tormentato da numerose correnti in diverse direzioni. Il corso di alcune è sempre eguale, quello delle altre è vario. Il pericolo nasce dal non conoscere bene la direzione di queste correnti.

[251] _Pag._ 241. Dove sorgeva il promontorio _Peloro_, alla sommità del quale si eresse il _Faro di Messina_.

[252] _Pag._ 250. Tucidide veramente dice — in maggior pregio dovrebbe tenersi l’_atracton_: — è questo il nome del legno con cui si facevano le freccie; era una specie di acanto.

[253] _Pag._ 253. Mandare a chiedere per mezzo di un araldo i morti, equivaleva confessarsi vinti: ciò nondimeno Nicia preferì all’onore della vittoria il non lasciare i suoi senza sepoltura, giacchè ciò era considerato un sacrilegio.

[254] _Pag._ 255. Queste scene hanno pur troppo un riscontro cogli orrori dei settembrizzatori di Francia.

[255] _Pag._ 256. Qui Boni traducendo _fronteggiata da Lacedemoni_ cade in manifesto errore; il testo dice — Λακεδαιμόνιοι δ’εἰσὶ των περιοικων, ecc., cioè _gli abitanti sono Lacedemoni della classe dei perieci_.

[256] _Pag._ 256. Cioè _giudice di Citera_.

[257] _Pag._ 258. Fino allora non aveano avuto che infanteria pesante gli Opliti; la cavalleria traenvanla dai loro alleati.

[258] _Pag._ 259. Meglio che _Siciliani_, qui avremmo tradotto _Sicilioti_; giacchè trattasi qui delle città greche abitate da coloro che Tucidide chiama Σικελιῶται per distinguerli dai Siciliani antichi abitatori dell’isola detti da Tucidide Σικελοι.

[259] _Pag._ 261. Per cagione della loro parentela coi Lacedemoni ugualmente dorici. Le prime colonie joniche stabilite in Sicilia erano venute da Calcide d’Eubea. Come già notammo, i Calcidesi fondarono Nasso, metropoli di Leonzio e di Catania.

[260] _Pag._ 263. Notano i commentatori che la _Morgantina_ di cui qui parla Tucidide, non può essere la città che sorge alla fine del Simeto. Probabilmente debbe essere qualche città dello stesso nome posta sui confini dei Siracusani e dei Camarinei, di cui s’è perduta notizia.

[261] _Pag._ 263. Soli i Locri non fermarono pace cogli Ateniesi. Vedi Tucidide, lib. V, § 5.

[262] _Pag._ 263. Era un porto del golfo di Corinto.

[263] _Pag._ 264. Strabone dice diciotto stadii, il che sembra più verosimile poichè, nota Zevort, presentemente non vi ha alcun luogo della côsta che sia lontano da Megara molto più di otto stadii. Bisognerebbe quindi ammettere o che la configurazione della côsta sia mutata, o che vi ha un errore in Tucidide.

[264] _Pag._ 264. Strabone anzi che isola, la chiama promontorio di Minoa, dal che Zevort induce che possa essersi l’isola convertita in promontorio, mentre ai tempi di Tucidide non era separata dal continente che per un braccio di mare sì angusto, da poterlo far cavalcare da un ponte. Ma egli non avverte come esistesse contemporaneamente il promontorio di Minoa, che Strabone dice aver formato il porto di Nisea, e l’isola di Minoa, detta poi di Minosse, che sorgeva nel golfo Saronico in pochissima distanza dal porto di Nisea, e di cui parla anche Pausania nell’_Attica_, c. 44.

[265] _Pag._ 265. Quelli che Boni chiama qui _soldati della ronda_, sono detti da Tucidide _peripoli_ (περίπολόι); erano questi una milizia cui era commessa la guardia del territorio, e che d’ordinario non usciva di paese. Entrava in questo servizio tutta la gioventù nell’età dei diciotto ai vent’anni; erano armati alla leggera; erano qualche cosa di non dissimile dalla nostra guardia nazionale, tranne che in questa milizia i giovani faceano i primi esercizi della carriera militare successiva.

[266] _Pag._ 266. Dalla parola άποῤῥήξαντες usata qui da Tucidide, si potrebbe indurre che gli Ateniesi avessero solo demolita una parte delle mura, e quanto bastava per isolare Nisea. Tucidide stesso dice più oltre (§ 109), che i Megaresi le distrussero poi del tutto.

[267] _Pag._ 269. Circa questa deliberazione, vedi retro al § 52.

[268] _Pag._ 281. Questo passo _i Tebani con quelli del loro comune_ è la traduzione del testo και οι ξυμμοροι αυτοις; questi ξυμμοροι fecero sudar molti commentatori, i quali non sapeano che cosa fossero in Tebe. In Atene chiamavasi ξυμμορια quella parte di abitanti dell’Attica che avea ottenuto il diritto di cittadinanza; da ciò Ducker pel primo suppose, e molto verosimilmente, che Tucidide trasferisse ai Tebani una denominazione propria degli Ateniesi.

[269] _Pag._ 290. Canale di Serse. Vedi ERODOTO, lib. VII, 21 e 22.

[270] _Pag._ 295. Tutti questi luoghi sono ora affatto sconosciuti. Consultisi POPPO, _suppl._, p. 214.

[271] _Pag._ 301. Altri tradussero: _il gigantesco loro aspetto_ in luogo di _la vista di lor moltitudine_; prendendo il vocabolo οψις nel senso di _apparenza, aspetto; sono terribili per molta apparenza_; e a noi piacerebbe pure questa lezione.

[272] _Pag._ 305. La legge non permetteva fossero i cittadini investiti di alcuna carica avanti l’età dei trent’anni.

[273] _Pag._ 306. Le guardie a certe ore di notte si trasmetteano di mano in mano un campanello; era questo un mezzo d’accertarsi che nessuna d’esse fosse presa dal sonno.

FINE DEL PRIMO VOLUME.

INDICE

AL LETTORE pag. V VITA DI TUCIDIDE » VII AI LETTORI — IL TRADUTTORE » XLIX

LIBRO PRIMO

Sommario

Proemio in cui si amplifica la grandezza della guerra che si descrive. — Cagioni per cui ella fu mossa. — Epidamno rifiutata dai Corfuotti ricorre a Corinto. — I Corfuotti si volgono agli Ateniesi. — Battaglia navale. — Potidea si ribella, ed è assediata. — Lacedemone intima la guerra ad Atene. — Come Atene ingrandisse. — Antico stato della Grecia. — Imprese di Pericle. — Ambasciatori lacedemoni ad Atene. — Pausania e Temistocle. — Risposta degli Ateniesi » 1

LIBRO SECONDO

Sommario

I Tebani che occupano Platea sono presi ed uccisi. — Preparativi di guerra. — Arringa di Archidamo. — Rancori della plebe ateniese contro Pericle. — Orazione funebre. — Peste devastatrice. — Pericle rianima gli Ateniesi. — Sua morte ed elogio. — Uccisione dei legati lacedemoni. — I Peloponnesi a Platea. — Battaglia fra gli Ateniesi e quei di Calcide. — Gli Ambracioti ed i Caonii si ribellano. — Vittoria navale degli Ateniesi. — I Traci nella Macedonia » 87

LIBRO TERZO

Sommario

Ribellione dei Lesbiani. — I Legati di Mitilene al congresso del Peloponneso. — Preparativi di guerra. — I Plateesi traversan le trincee e si salvano. — I Peloponnesi invadono l’Attica. — Feroce arringa di Cleone contra quei di Mitilene. — Diodoto perora in loro favore. I Plateesi si arrendono, e son difesi innanzi ai deputati Lacedemoni. — I Tebani si oppongono, ed ottengono che sian tutti puniti di morte. — Tumulti di Corfù. — Guerra dei Leontini, ed occupazion di Messina. — Demostene è vinto dagli Etolii. — Purificazione di Delo. — Gli Acarnani fan la pace con quei di Ambracia » 157

LIBRO QUARTO

Sommario

Ribellione di Messina. — Gli Ateniesi vincono in mare i Peloponnesi. — Legati Lacedemoni in Atene. — Affari in Sicilia. — Nuova sconfitta dei Peloponnesi. — Nicia conduce gli Ateniesi a Corinto. — I Lacedemoni prendon l’isola di Citera. — La Sicilia si pacifica. — Avvenimenti di Megara. — Brasida in Tracia. — I Beoti vincon gli Ateniesi. — Conquiste di Brasida. — Tregua di un anno. — Ribellione di Mende e di Scione. — Brasida e Perdicca muovon contro Arribeo. — Gli Ateniesi ricuperano Mende, ed assediano Scione » 227

Note dell’Editore » 307

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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